Un’opinione sui sindacati

di Adamo

DA SOLO NON TI SALVI

Nel paese del lavoro diviso e frammentato, un moto d’orgoglio ci vuole. Con la campagna “Giovani non più disposti a tutto”, la Cgil ha voluto finalmente recuperare un ritardo storico e superare la percezione diffusa che il sindacato difenda soprattutto i cosiddetti garantiti (che, poi, ai tempi della crisi, lo sono sempre meno).

Susanna Camusso ha dedicato le prime uscite pubbliche, nell’autunno del 2010, alla questione giovanile, arrivando ad augurarsi una vera e propria “rivolta dei giovani” di fronte a una politica (di governo ma anche di opposizione) “molto distratta”. Il governo e il premier sono contro “i giovani”, e non si tratta dello “scambio di diritti tra chi c’era prima e chi viene dopo”, ma della necessità di intervenire a favore di una generazione smarrita: “se una generazione dice di sé che le è stato tolto tutto e che non ha più niente da perdere, vuol dire che quella generazione è persa”.

E’ interessante perciò leggere con attenzione il documento redatto in vista della manifestazione nazionale della Cgil del 27 novembre 2010 (parola d’ordine: “Il futuro è dei giovani e del lavoro”), che lancia alcuni messaggi molto chiari nei confronti dei giovani lavoratori:

Chi non può contare sulla protezione familiare è esposto al rischio povertà con livelli allarmanti nel Mezzogiorno, dove si concentrano inoccupazione, precarietà, sottoinquadramento, abusi, nero e economia criminale. Si assiste a un ritorno della disoccupazione di massa, all’estendersi della sottoccupazione e di quel grave fenomeno di inattività “totale”, per cui si stima che oltre 2 milioni di giovani italiani non siamo inseriti né in un percorso formativo né nel mercato del lavoro. Gli effetti sul modello di sviluppo sono chiari: si sacrificano le forze più innovative, contribuendo a definire il destino di un paese più iniquo e meno dinamico. Dove, per la prima volta dal dopoguerra, la condizione dei figli rischia di essere peggiore di quella dei padri.

La precarietà non si riduce alla sola dimensione lavorativa e non si esaurisce nel rapporto tra singolo lavoratore e datore di lavoro, ma investe l’intera sfera delle scelte di vita degli individui. Una “precarietà esistenziale” che mina le potenzialità espressive e creative di ciascuno, alterando persino i tempi “biologici”: dalla scelta di formare nuove famiglie e famiglie “nuove”, all’affermazione dell’autonomia e della responsabilità individuale. […] Nell’attuale modello di sviluppo, l’etica del lavoro sembra aver perso ogni significato. La nostra generazione è rimasta intrappolata in un sistema dominato dalla logica della cooptazione, impossibile da combattere individualmente. Istituzioni e organizzazioni collettive non sono riuscite a contrastare efficacemente questi modelli, e spesso hanno finito per assecondarne i meccanismi clientelari e familistici. D’altra parte, essere dipendenti dalla famiglia d’origine in Italia non significa solamente la possibilità o meno di avere una casa o di accedere a quei servizi che un inefficiente e imperfetto sistema di welfare non è in grado di offrire, ma anche che sarà la rete di legami sociali e familiari a consentire di trovare un lavoro, bloccando spesso qualsiasi forma di moblità sociale e anche di creatività e rinnovamento nei più diversi settori economici e anche nelle aree più ricche del paese.

OUTSIDER PER SEMPRE

Per ammorbidire le resistenze sindacali (almeno quelle di Cisl e Uil, oltre che di altri minori), si sono scelte due vie. La prima è stata l’adozione spregiudicata di un modello insider-outsider , giocando sulla condiscendenza dei già occupati (che sono poi la base di riferimento dei sindacati): intaccare il meno possibile lo status quo delle prerogative dei già occupati, introducendo forme di flessibilità estrema (associate a nessuna tutela, economica e sociale) per gli outsider , che, per la quasi totalità, sono giovani. Assolutamente niente è stato previsto per agevolare il superamento della posizione di outsider, arrivando così, dopo dieci anni di questa “cura”, a configurare un mercato del lavoro assolutamente duale (per remunerazione, per tutela, per riconoscibiltà delle qualifiche), nel quale la possibilità di riuscire a passare da un segmento all’altro dipende esclusivamente dalla fortuna del singolo. Si poteva prevedere che all’inevitabile ( per ovvie ragioni demografiche) aumentare di dimensione del segmento outsider, anche la capacità contrattuale degli insider ne sarebbe risultata indebolita; ma neanche da parte sindacale (per non parlare della politica) si é saputo opporre alcuna resistenza a questa tendenza e il risultato è stata la “spallata finale” al sistema vigente di contrattazione nazionale data da Marchionne, con lo strappo di Pomigliano e Mirafiori.

IL BIANCO E IL NERO

E’ importante migliorare e potenziare i controlli sul lavoro nero (che crea disparità e l’occasione al manifestarsi di quella “guerra tra poveri” che in realtà è spesso voluta da chi povero non è), in particolare in agricoltura e nell’edilizia, e un rafforzamento delle norme che riguardano la concorrenza sleale, il caporalato, la truffa, il lavoro nero, e, questo sì, clandestino, con pene più severe per chi ricorre a manodopera straniera. Non servono ronde, insomma, ma ispettori del lavoro.

Tratto da “Giuseppe Civati – Il manifesto del partito dei giovani (2011)”

90 comments

  1. Tra gli argomenti discussi a proposito del post di Roberto e quello di Adamo c’e’ un collegamento. Il discrimine tra Pubblico/Privato. Voglio sottolineare che non stiamo dando importanza (o almeno credo che dovremmo) ad un fatto: Adamo e’ un “giovane” (spero di aver capito bene) e in qualche maniera difende il sindacato o ci invita a non liquidarlo sommariamente. Ci lamentiamo periodicamente dell’ informazione veicolata dai media principali ed in questo caso abbiamo di fronte qualcosa che non e’ presente nell’ informazione “mainstream”. Non voglio arrivare ad affermare che Adamo rappresenti una “larga” parte della popolazione ma posso sicuramente pensare che non sia un caso isolato. C’e’ qualcuno che pensa (ed insiste pure) che il sindacato sia necessario, abbia una sua funzione (e non e’ un iscritto allo SPI). Qui ritorna il binomio Pubblico/Privato. Il senso dell’ intervento del governo nelle trattative tra quelle che si chiamavano (si usa ancora?) “parti sociali” derivava da un assunto preciso: nel rapporto lavoro/capitale il lavoro era la parte “debole” e da qui la necessita’ che il Pubblico ne prendesse in qualche modo la difesa. Il sindacato in questo senso era parte del “Pubblico”.
    La concertazione da una parte ha assegnato un ruolo “istituzionale” al Sindacato ma poi lentamente ne ha snaturato funzione ed identita’ fino a creare lo stesso distacco che oggi avvertiamo nei confronti della Politica, dei nostri rappresentanti. Ancora una volta mi trovo a ritornare sulla perdita di quella “fiducia” che era alla base della rappresentanza senza vincoli di mandato. Tutte le discussioni su flessibilita’, contratti aziendali in deroga sono in termini sindacali l’ equivalente della rappresentanza con vincolo di mandato, il prevalere definitivo del Diritto Privato su quello Pubblico. Non e’ necessario che elenchi gli errori del sindacato e le ragioni della sua crisi, la letteratura e’ vasta e facilmente reperibile. Adamo potrebbe fornirci un suo racconto del congresso CGIL e di cio’ che sta avvenendo. Potrebbe raccontarci del “suo sindacato”. In fin dei conti il rinnovamento deve pur partire da qualche parte e continuare la manfrina sul peso della SPI (dovuta essenzialmente al boom demografico e certamente non ad un proselitismo mirato della CGIL) non porta da nessuna parte. Da parte mia credo che il sindacato debba buttare via la concertazione ed il ruolo istituzionale e tornare a rappresentare i lavoratori intesi come quelli che non hanno capitale (e molto spesso nemmeno il lavoro). In questo rinnovato terreno di scontro (inutile chiamarlo diversamente, gli interessi sono contrapposti ed allo stesso tempo dipendenti) il Governo dovrebbe intervenire solo in caso di chiaro squilibrio tra le parti in ricerca della mediazione.
    Il Pubblico da parte sua (ed intendo il Governo ed il Parlamento come organo legislativo) ha il compito di assicurare regole chiare (e con effficacia certa e rapida) senza dimenticare che il lavoro e’ la parte debole (risparmiatemi la retorica dell’ imprenditore che crea posti di lavoro, quest’ ultimi sono una conseguenza indiretta e non intenzionale del buon fine del progetto di ottenere un profitto investendo del capitale).
    Semplificazioni rozze e “rosse”, lo ammetto come riconosco di aver lasciato fuori moltissimi elementi ma se non si comincia con l’ ascia le forbici da giardiniere restano inutilizzate.

    1. Sono più giovane di Civati, diciamo 🙂
      La popolarità dei sindacati tra i miei coetanei é scarsa, e lo é ancora di più tra i giovanissimi. Sicuramente si sono creati negli ultimi decenni quel distacco e quella perdita di fiducia che descrivi bene. Negli ultimi anni poi, l’estrema precarietà del lavoro, come qualcuno ha già scritto, ha demotivato la partecipazione attiva dei lavoratori (che senso ha organizzarsi se non si ha la prospettiva di una durata ragionevolmente lunga del proprio lavoro in una determinata azienda?).
      A tutto ciò vanno aggiunti i fiumi di retorica che provengono sia dalle dirette controparti (Confindustria, associazioni di categoria… ma questo é anche comprensibile) che, ormai, da quasi tutti i principali attori politici. Dico: attori politici, perché ormai sono proprio degli attori.

      http://ondemand.mtv.it/serie-tv/soliti-idioti/s02/soliti-idioti-il-precario-i-nuovi-colleghi-s02e04

  2. L’interessante è che nel momento della globalizzazione, quando con buona riuscita è stato unificato il mercato mondiale riuscendo ad uniformare i cosiddetti “bisogni”, mercato dove il logo ha capitalizzato gli interessi dei consumatori, per il mercato del lavoro si è insinuata la necessità della frammentazione dei contratti, le tutele variabili, una controparte si rinforzava con mercati molto unificati dove per operare con profitto devi essere una multinazionale, contenitore di molteplici prodotti, ma con forza contrattuale imponente dall’ altra si frastagliava il fronte rendendolo in conflitto interno perenne, con colpevolizzazioni magari tra dipendenti privati o pubblici, e tra settori e settori, rendendo di fatto il lavoratore molto più individualista per necessità più che virtù.

    1. il logo unifica le persone fondandosi su loro bisogni assai ambigui, che pretendono allo stesso tempo individualizzazione e massificazione. La crisi delle identità, curiosamente, può anadare di pari passo con quella dei consumi o con la loro moltiplicazione.
      E’ un capolavoro mica da poco aver ridotto le persone alla dimensione di consumatori

      1. si e non poteva essere fatto che così, la colpa è anche nostra eravamo molto distratti quando è avvenuto, ed ora ci dicono se volete che le multinazionali investano e creino i posti di lavoro dovete calare le brache

          1. noi eravamo più pirla, non abbiamo capito fino in fondo quella battaglia, è stata quella decisiva, abbiamo simpatizzato ma troppo blandamente, se volevi un autocritica non ho problemi

              1. ti ripeto è stata una battaglia sottovalutata, per me non eri pirla anzi quel movimento aveva capito la centralità di opporsi a quel cambiamento, ora è tutto molto più difficile

                1. è difficile perché ogni dissenso è stato reso ‘locale’… era molto più divertente discutere di Monsanto con i black bloc di Seattle che… del bunga-bunga o delle riforme renziane… sempre ci sia qualche differenza tra le due cose.

                  1. Think globally, act locally. E’ diventato lo slogan delle multinazionali (Coca Cola compresa).
                    Pensiero (?) e scorregge locali sono diventate, invece, le nostre meste realtà.
                    Ma non è il caso di deprimersi. Si fa il gioco dell’avversario.

                  2. Una domanda Ferdy, ma per te il m5s in un certo qual modo, tenendo per buono la diversità del contesto, può essere un proseguimento di quel tipo di movimentismo? ne vedi dei punti in comune? non mi rispondere con una battuta per favore, sprecati un po’ di più non ti fa male

                    1. Sì, in un certo qual modo, ma è solo una mia opinione condivisa da qualche centro-sociale. In generale il ‘movimentismo’ originale è attualmente sonno-lento… vedi Casarini che tenta la carta Tsipras… il 4% di fiori. L’invidia della rivoluzione.
                      Le mie critiche al M5S sono molto differenti dalle vostre e dalle loro e, comunque, oggi tutte premature.
                      Per ora… un ‘miracolo’ è meglio che niente. Non ho altro da dire.

      2. calma. noi possiamo anche fare i no global veri o presunti, precoci o tardivi, ma sono quisquilie , siamo quisquilie. sai a un cinese o a un indiano o a un paraguayano cosa gliene impipava.
        ben che andasse potevamo fare battaglie protezionistiche (tipo lega nord), altrimenti eravamo le anime belle con il culo altrui.

        1. Cosa c’è di più quisquilioso di un atomo? Eppure c’è quella formula stramba là: E=MC2. Qualche chiletto di uranio arricchito, l’innesco della reazione a catena e so cazzi!
          Come si fa non lo so. Ho però come la sensazione che il processo sia in corso. La sfiga è che il botto mozzerà le mani ai colpevoli ma farà strage anche di troppi innocenti.

      3. “Nei paesi ricchi i carcerati dispongono spesso di beni e servizi in quantità maggiore delle loro famiglie, ma non hanno voce in capitolo riguardo al come le cose sono fatte, né diritto di interloquire sull’uso che se ne fa: degradati al rango di consumatori utenti allo stato puro, sono privi di convivialità.”
        (Da Wikipedia – voce “Ivan Illich”)
        Roba vecchia. Voglio dire: interpretazioni critiche della società industriale/capitalista erano chiacchiera corrente durante la fiammatina del 1968 e non erano, già allora, neppure ‘ste gran novità. Riformulazioni, trasposizioni, stile adatto ai tempi, piuttosto; un po’ più di ‘sofisticazione’. Ma, porcaccia la miseriaccia, fu nell’agire che fummo inetti.

        1. Sous les pavés, la plage!
          Nulla di nuovo…
          Cambia ciclicamente solo l’immaginario, la volontà di riprendersi la vita e il suo significato.
          Oggi ci si accontenta di poco…. niente.

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