Mese: maggio 2014

L’Europa che verrà?

Dal blog Europae –  Silvia Cardascia

Si è tenuto ad Arlington (Virginia) dal 19 al 23 maggio il 5° round di negoziati sul TTIP, passato inevitabilmente – e secondo alcuni volutamente – in secondo piano rispetto alla campagna elettorale. Elezioni europee a parte, nel Bel Paese il TTIP non sta ricevendo l’attenzione mediatica che merita, malgrado si tratti, nel suo genere, del più grande trattato internazionale mai negoziato dall’UE, le cui conseguenze impatteranno la quotidianità di circa 840 milioni di cittadini al di qua e al di là dell’oceano.
Durante la conferenza stampa di chiusura a Washington D.C., alla domanda: “Da uno a dieci, a che punto è il negoziato?”, il portavoce della U.S. Trade Representative Dan Mullaney, ha risposto con un: “cinque”. Ancora tanta strada da percorrere, dunque. Oltre alle trattative puramente commerciali riguardanti dazi e tariffe doganali (peraltro già molto bassi, ad eccezione dei settori tessile ed automobilistico), le questioni spinose sono relative all’armonizzazione normativa (o regolamentazione orizzontale programmata) per interi comparti economici: servizi pubblici, agricoltura e sicurezza alimentare, salute, standard sociali, finanza, proprietà intellettuale. Per gli addetti ai lavori, si tratta non tanto di deregolamentazione, quanto di armonizzazione legislativa, o ‘coerenza normativa’, in tutti i settori dell’economia di mercato.
Il trattato prevede infatti un capitolo dedicato al quadro istituzionale che vedrà la luce al momento della ratifica: il Regulatory Cooperation Council (RCC) sarà lo strumento di co-governance transatlantico incaricato di monitorare sulle legislazioni di UE e USA, in essere o diramate in corso d’opera, che dovranno far fede alle regole del gioco stabilite dal TTIP. In altri termini, un consiglio di natura intergovernativa, composto da stakeholder europei e statunitensi, controllerà che le politiche dei due blocchi non intralcino il commercio transatlantico, ed il libero flusso di beni, servizi (anche finanziari) e investimenti diretti esteri tra i due colossi.
Se si trattasse di stabilire parametri condivisi per la vendita nell’UE di automobili omologate negli USA senza l’espletamento di ulteriori test e lungaggini burocratiche, il discorso non farebbe una piega. Diverso è quando si entra in questioni delicate, quali la politica energetica, agroindustriale o farmaceutica. Alle perplessità espresse dalla società civile, il Commissario europeo per il commercio De Gucht ha risposto più volte che le leggi sulla sicurezza alimentare, incluse quelle in materia di OGM e carne di manzo trattata con ormoni, non sono sul tavolo del negoziato.
Come ha sottolineato anche il portavoce europeo Ignazio Garcia Becero durante la conferenza stampa del 23 maggio a Washington, sebbene gli OGM non siano vietati dalla regolamentazione europea vigente (come lo sono invece le carni trattate con ormoni), l’iter di autorizzazione nel territorio dell’Unione, che passa per l’EFSA di Parma, non verrà in alcun modo messo in discussione dal trattato. Riguardo invece alla politica energetica, Becero ha dichiarato che ‘energia e materie prime’ saranno regolamentate probabilmente in un capitolo, senza precisare se includerà anche trivellazioni e/o commercio del gas di scisto.
Non altrettanto ottimisti i 240 manifestanti arrestati il 15 maggio a Bruxelles durante una dimostrazione contro l’austerity e il TTIP, in occasione dell’European Business Summit. Né si sentono rassicurate dalle parole dei ‘traders’ europei le 178 NGO che la settimana scorsa hanno scritto una lettera aperta all’ambasciatore USA Froman e alla De Gucht, esprimendo preoccupazione per la riduzione delle “barriere non tariffarie”, che agiscono – a detta loro – da scudo protettivo per cittadini, ambiente e economia. Ventate di dissenso spirano anche dal Parlamento europeo, dove i Verdi Ska Keller e Bart Staes hanno condannato la Commissione e la DG Trade per non aver risposto alle loro interpellanze, riguardanti il TTIP, del 13 marzo e 16 aprile. Il Commissario De Gucht ha poi indirizzato verso i Verdi ed ‘i partiti di estrema sinistra’ l’appellativo ‘bugiardi’, dispensatori di falsi miti sul contenuto delle trattative.
Il prossimo dialogo con la società civile è fissato per il 3 giugno a Bruxelles. Verterà sull’andamento del negoziato e sul 6° round negoziale del TTIP che si terrà a luglio. Le NGO che a vario titolo tutelano l’ambiente e i diritti dei consumatori, chiedono la bozza ufficiale del TTIP (e non brandelli di informazioni messe a disposizione solo su richiesta). In linea con il principio di trasparenza, muro portante delle istituzioni europee.

fonte: http://www.rivistaeuropae.eu/esteri/commercio-2/ttip-5-round-negoziati-lentamente-si-procede/

segnalato da Andrea

2 anni dopo

segnalato da barbarasiberiana

Sono passati due anni dal terremoto che ha colpito l’Emilia e il mantovano.

Dal sito di QCODEMAG, due storie di persone che si sono dovute rimboccare le maniche, per far rinascere la loro attività o per ricominciare da capo una nuova vita – di Andrea Cardoni.

Dal sito del Corriere, il punto sulla ricostruzione nel mantovano.

STORIA DI UN CASEIFICIO

(…) Quel giorno di ventiquattro mesi fa le forme di Roberto sono cadute da 5 metri e si sono rotte tutte e Roberto ci ha messo una settimana per capire che dovrà lavorare per altri 15 o 20 anni per rimettere tutto come era prima. In quella settimana ha visto persone che venivano da tutta Italia per comprare il suo parmigiano: «C’erano quelli che pretendevano di comprare il parmigiano a un euro al chilo e poi c’erano quelli che ci hanno aiutato veramente e che ancora vengono qui e che mi invitano a portare le forme e che si ricordano di me». I primi dodici mesi li ha passati a risistemare il caseificio ma «come succede quando si sta male, poi le sventure si attaccano tutte una dietro l’altra. Il 2014 siamo ripartiti a pieno regime, però non facciamone una tragedia e andiamo avanti».

E le forme di Roberto sono andate avanti. Da due anni i caseifici colpiti dal terremoto aprono al pubblico per far conoscere come viene fatto il Parmigiano Reggiano DOP e Roberto, pochi giorni fa, ha aperto il suo. E quelle di Roberto sono lezioni di economia quando spiega, ad esempio, tutti i marchi che deve avere il Parmigiano che si compra o che deve essere tagliato davanti al cliente e la crosta ci vuole «perché il parmigiano nasce con la crosta e chi la toglie fa il formaggio come la pelle di Michael Jackson. E poi i formaggi senza crosta al supermercato li fanno pagare pure di più al chilo perché dicono alla rasdora che le fanno un favore a togliere la crosta, e invece la paga lo stesso». (…)

L’articolo completo QUI.

RIPARTIAMO DAI FIORI

(…) Claudia faceva l’avvocato, Rachele è laureata in Beni culturali e faceva l’operaia. Poi c’è stato il terremoto e a Cavezzo sono morte 4 persone, 800 case inagibili, settemila sfollati.

Rachele è rimasta senza casa e in quel momento ha pensato: «La vita può cambiare da un momento all’altro, ho 28 anni, non sono ricca di famiglia e nella mia vita dovrò solo lavorare: voglio fare e creare qualcosa facendo quello che mi piace. La scossa ce l’ho avuta in testa»

Oggi, due anni dopo, Rachele e Claudia vendono i fiori a Cavezzo in quello che un tempo era un parcheggio e che oggi è un centro commerciale fatto di 40 container che erano destinati alla distruzione e che invece hanno riciclato e coibentato insieme ad un consorzio di commercianti. Si sono spesati tutto da soli: assi di legno, cartongesso, impianto elettrico, bagni, le bollette. Tutto da soli, anche per pagare le bollette: alla gelateria sono arrivati 10mila euro di luce. (…)

L’articolo completo QUI

MANTOVA, IN 700 SENZA CASA

Per 700 mantovani il terremoto è ogni giorno. Da due anni, dopo le scosse sismiche del 20 e il 29 maggio 2012, vivono senza casa. Attendono 55 milioni di euro, circa la metà dei fondi promessi dallo Stato, e lo sblocco burocratico di centinaia di pratiche per la ricostruzione. Solo Moglia, il paese più colpito dei 37 della provincia lombarda, conta 829 edifici inagibili, pari al 33%, di cui 658 abitazioni e 171 ad uso rurale/artigianale, oltre a 100 famiglie sfollate. Sono 314 i cittadini che hanno fatto domanda per l’accesso ai contributi stanziati e stanno aspettando di iniziare a sistemare le proprie abitazioni. Numero a cui si aggiunge una grande quantità di procedimenti edilizi – circa 2 mila – aperti da chi nel frattempo ha provveduto a rendere agibile la propria abitazione. È pur vero che Regione Lombardia e Unione Europea hanno mostrato una certa puntualità, ma le amministrazioni restano ancora in attesa della firma delle ordinanze regionali che stanziano i fondi destinati al recupero e/o ricostruzione di municipi e scuole, per poi dare il via agli appalti relativi. «I nostri uffici non riescono a evadere più di 3 o 4 pratiche al mese – spiega il sindaco di Moglia Simona Maretti – i tempi sono biblici, si profilano anni di lavoro, per questo stiamo insistendo con le Regione perché venga messo a disposizione altro personale».

(…)

Particolarmente complesse le opere pubbliche di Poggio Rusco, non solo dal punto di vista cantieristico ma anche burocratico, tra autorizzazioni, normative e procedure trattate come ordinarie anche quando fanno parte dell’emergenza. In tutto lo Stato ha erogato sinora 46 milioni: 27 nel 2012 e 19 per il 2013, che devono però ancora arrivare. All’appello mancano altri 55 milioni (18 del 2013 e 37 per il 2014). Altri 42 milioni sono arrivati dalla Ue (fondo di solidarietà) e 30 dalla Regione per il ponte di San Benedetto, accanto ad altri 41 milioni di contributi a fondo perduto per le attività economiche. Altri 366 milioni sono finanziamenti bancari per la sistemazione delle case private, i cui interessi sono pagati dallo Stato con il credito d’imposta. Infine 175 milioni sono stati erogati per il ripristino dei danni pubblici e privati, ma oltre 330 sono ancora attesi.

L’articolo completo QUI.

“La regola non scritta”

Dal blog di Giulio Cavalli.

Siamo un Paese con la memoria corta ma più di qualcuno si ricorderà della bocciatura alla nomina di Gratteri come Ministro alla Giustizia. Oggi a parlare è proprio il magistrato che chiarisce bene come siano andate le cose:

Al sottosegretario Delrio, quando nel febbraio scorso è andato a proporgli di fare il ministro, ha chiesto carta bianca. «Abbiamo discusso per quasi tre ore di modifiche normative – dice -, più parlavo e più il sottosegretario si eccitava. Quando hai la morte negli occhi, perdi del tutto il timore reverenziale del potere. La notte non ho dormito, sapevo che mettevo in gioco la mia vita, che un ministro dura poco e mi sarei dovuto cercare un altro mestiere. Ma l’avrei fatto». Il giorno dopo, Delrio sta un’ora a colloquio con Napolitano, che poi gli parla della «regola non scritta».

Ora ognuno può tirare le proprie conclusioni. Non più sulle ipotesi ma sui fatti.

http://www.giuliocavalli.net/2014/05/27/parla-gratteri-vero-mi-ha-bocciato-napolitano/

L’amico americano

dal Manifesto – Luciana Castellina

Il risul­tato ita­liano del voto del 25 mag­gio non è di quelli che pos­sono essere fret­to­lo­sa­mente giu­di­cati. Mi limito a qual­che con­si­de­ra­zione provvisoria.

Men­tre gli spo­sta­menti dell’elettorato negli altri paesi euro­pei appa­iono abba­stanza leg­gi­bili, i nostri sono più com­pli­cati. Per molte ragioni: innan­zi­tutto per­ché sono entrate in scena forze che prima non c’erano, e non solo che si sono ingran­dite o rimpicciolite.

Fra que­ste met­te­rei anche il Pd, che non è più la con­ti­nua­zione dei par­titi che l’hanno pre­ce­duto. E’ un’altra cosa, nuova: non più un par­tito di sini­stra, e nem­meno di cen­tro­si­ni­stra. Non direi nep­pure una rein­car­na­zione della vec­chia Dc: anche in quel par­tito coe­si­ste­vano inte­ressi e rap­pre­sen­tanze sociali molto diverse, ma cia­scuna era for­te­mente con­no­tata ideo­lo­gi­ca­mente, aveva pro­prie spe­ci­fi­che cul­ture e lea­der di sto­rico peso. Anche il par­tito ren­ziano è un arco­ba­leno sociale, ma le sue cor­renti sono assai meno chiare, hanno un peso assai minore, scarsi rife­ri­menti nella tra­di­zione di tutte le for­ma­zioni che l’hanno pre­ce­duto in que­sti quasi 25 anni.

Se si dovesse tro­vare una simi­li­tu­dine direi piut­to­sto che si tratta del Par­tito demo­cra­tico ame­ri­cano. Che certo non ose­rebbe mai pren­der­sela a fac­cia aperta con i sin­da­cati cui è sem­pre stato legato, ma certo include nelle sue file – basti guar­dare ai finan­zia­menti che riceve – ceti diver­sis­simi per censo, potere reale, cultura.

Se dico Par­tito demo­cra­tico ame­ri­cano è per­ché il nuovo par­tito ren­ziano segna soprat­tutto un pas­sag­gio deciso all’americanizzazione della vita poli­tica: forte asten­sione per­ché una fetta larga della popo­la­zione è tagliata fuori dal pro­cesso poli­tico inteso come par­te­ci­pa­zione attiva e dun­que è disin­te­res­sata al voto; assenza di par­titi che non siano comi­tati elet­to­rali; per­so­na­liz­za­zione det­tata dalla strut­tura pre­si­den­ziale. Il fatto che in Ita­lia ci si stia avvi­ci­nando a quel modello è il risul­tato del lungo declino dei par­titi di massa, che ha col­pito anche la sini­stra, e della ridu­zione della com­pe­ti­zione agli show tele­vi­sivi dei lea­ders che tutt’al più i cit­ta­dini pos­sono sce­gliere con una sorta di twit­ter: “i piace” o “non mi piace”.

E’ un muta­mento credo assai grave: immi­se­ri­sce la demo­cra­zia la cui forza sta innan­zi­tutto nella poli­ti­ciz­za­zione della gente, nel pro­ta­go­ni­smo dei cit­ta­dini, nella costru­zione della loro sog­get­ti­vità che è il con­tra­rio della delega in bianco.

Inu­tile tut­ta­via pian­gere di nostal­gia, una demo­cra­zia forte fon­data su grandi par­titi popo­lari non mi pare possa tor­nare ad esi­stere, o almeno non nelle forme che abbiamo cono­sciuto. Prima ancora di pen­sare a come rico­struire la sini­stra dob­biamo ripen­sare il modello di demo­cra­zia, non abban­do­nando il campo a chi si è ormai ras­se­gnato al povero sce­na­rio attuale: quello che Renzi ci ha offerto, accen­tuando al mas­simo il per­so­na­li­smo, il prag­ma­ti­smo di corto respiro, la rinun­cia alla costru­zione di un blocco sociale ade­guato alle tra­sfor­ma­zioni pro­fonde subite dalla società (che è media­zione in nome di un pro­getto stra­te­gico fra inte­ressi diversi ma spe­ci­fi­ca­mente rap­pre­sen­tati e non un’indistinta accoz­za­glia unita da scelte fal­sa­mente neutrali.)

Detto que­sto credo sia neces­sa­rio evi­tare ogni demo­niz­za­zione di quel 40 e più per cento che ha votato Pd: non sono tutti ber­lu­sco­niani o popu­li­sti, e io sono con­tenta che dalle tra­di­zio­nali zone di forza della vec­chia sini­stra sto­rica siano stati recu­pe­rati al Pd voti che erano finiti a Forza Ita­lia o a Grillo. Per­ché il voto al Pd per molti è stato un voto per respin­gere il peg­gio, in un momento di grande sof­fe­renza e con­fu­sione della società ita­liana. Non vor­rei li iden­ti­fi­cas­simo tutti con Renzi, sono anche figli della sto­ria della sinistra.

Tocca a noi adesso con­vin­cere che ci sono altri modi per respin­gere il peg­gio: assai più dif­fi­cili, nei tempi più lun­ghi, ma ben altri­menti effi­caci per avviare la ricerca di una reale alter­na­tiva. E qui veniamo al che fare nostro, di noi sini­stra dif­fusa o orga­niz­zata in pre­cari par­titi nati dalle ceneri di altri par­titi. A me l’esperienza della lista Tsi­pras, nono­stante i tanti errori che l’hanno accom­pa­gnata, è parsa posi­tiva. Lo dimo­strano anche i dati elet­to­rali: il risul­tato è stato ovun­que supe­riore alla somma dei voti di Rifon­da­zione e di Sel, segno che ci sono forze dispo­ni­bili che non vanno spre­cate e che i par­titi esi­stenti dovreb­bero essere in grado di asso­ciare al pro­cesso di rico­stru­zione della sini­stra ita­liana evi­tando di chiu­dere la ricerca nei rispet­tivi recinti. Teniamo conto che que­ste forze sono molto più nume­rose dei dati elet­tori: lad­dove l’esistenza della lista di Tsi­pras era cono­sciuta (le grandi città) le nostre per­cen­tuali sono state il dop­pio di quelle rag­giunte in peri­fe­ria dove non è arri­vata alcuna comunicazione.

Fra le forze aggre­gate alla lista Tsi­pras ci sono come sap­piamo molti di quei micro­mo­vi­menti quasi sem­pre locali, che si autor­ga­niz­zano ma restano fram­men­tati. Sono una delle ric­chezze spe­ci­fi­che del nostro paese, dove c’è per for­tuna ancora una buona dose di ini­zia­tiva sociale. Que­sta pre­senza sul ter­ri­to­rio è la base da cui ripar­tire, intrec­ciando l’iniziativa dei gruppi con quella dei par­titi e coin­vol­gendo nella lotta per spe­ci­fici obiet­tivi e nella costru­zione di orga­ni­smi più sta­bili in grado di gestire le even­tuali vit­to­rie (penso all’acqua, per esem­pio) anche chi ha votato Pd. Un par­tito in cui sono tanti ad essere con noi su molti obiettivi:il red­dito garan­tito; i diritti civili; la sal­va­guar­dia dell’ambiente; la rap­pre­sen­tanza sin­da­cale,… . Accom­pa­gnando que­sto lavoro sul ter­ri­to­rio con un’analisi, una rifles­sione comune per com­bat­tere il pri­mi­ti­vi­smo di tanta pro­te­sta, il miope basi­smo spesso anche teo­riz­zato: la sini­stra ha biso­gno di rap­pre­sen­tare i biso­gni ma, dio­vo­lesse, anche di Carlo Marx per aiu­tare a capire come soddisfarli.

So, per lunga espe­rienza, quanto sia dif­fi­cile, ma penso non si debba stan­carsi di ripro­vare. Voglio dire che la cosa più grave che potrebbe avve­nire è di limi­tarsi ad una oppo­si­zione decla­ma­to­ria, o peg­gio a rifu­giarsi nel cal­de­rone del Pd pen­sando di potervi gio­care un qual­siasi ruolo. Il Pci – con­sen­ti­temi que­sto amar­cord – è stato per decenni un grande par­tito di oppo­si­zione, ma ha cam­biato in con­creto l’Italia ben più di quanto hanno fatto i social­de­mo­cra­tici ita­liani da sem­pre nel governo. E però per­ché, pur stando all’opposizione, ha avuto un’ottica di governo: vale a dire si è impe­gnato a costruire alter­na­tive, non limi­tan­dosi a pro­te­ste e denunce. Ma soprat­tutto per­ché non ha rite­nuto che le ele­zioni fos­sero il solo appun­ta­mento, e che far poli­tica coin­ci­desse con fare i depu­tati o i con­si­glieri comunali.

E’ pos­si­bile, tanto per comin­ciare, con­so­li­dare la rete dei comi­tati Tsi­pras? E’ pos­si­bile che Rifon­da­zione e Sel – cui nes­suno chiede nell’immediato di scio­gliersi nel movi­mento – si impe­gnino però a lavo­rare assieme a loro per un più ambi­zioso pro­getto di sini­stra? E’ pos­si­bile comin­ciare a creare nuove forme di demo­cra­zia che rico­strui­scano il rap­porto cittadino-istituzioni?

Vogliamo almeno provarci?

Sconfitta cocente

di Chicco

E’ stata una mazzata storica per noi 5 stelle, ma soprattutto per l’italia, la DC ha vinto, un’altra volta. Nonostante un solo italiano su 5 l’abbia votata ha una legittimazione totale sulla politica interna ed europea (che cazzo adesso il fiscal compact e i tagli chi ce li leva piu’?), e chi li ferma piu’? a suon di proclami di abolizioni fasulle di questo e quell’altro avremo persino un incremento del numero di voti. La ripresa è alle porte, in qualche anno i dati miglioreranno, e nel 2018, quando questo governo arriverà a fine legislatura avremo un governo “come ce lo chiede l’Europa”, una nuova grande democrazia moderna: mozzata nelle rappresentanza, poteri maggiormente accentrati, e l’illusione di essere moderni e veloci nelle decisioni.

Proseguiremo sulla strada delle grandi astensioni, il consumo di suolo e il consumismo sfrenato a tirare l’economia, politiche che se ne infischiano della salute pubblica, privatizzazioni (meglio dette liberalizzazioni) in ambiti cruciali come la salute e tagli al welfare e ai servizi. I poteri forti hanno vinto, e continueranno a vincere. Fiato alle trombe, preparate i calici, la festa continua, il sistema non ha fallito.

Ma… c’è un ma… i 5 stelle hanno un programma contro tutto questo, vogliono una rivoluzione che possa portare il cittadino ad essere al centro delle scelte del paese. Vuole ridurre al minimo (inteso come numero) e nel miglior modo possibile i grandi gruppi industriali, lasciando spazio ad artigianato e piccole aziende, vuole prevenire la salute del cittadino, investire su nuove tecnologie di produzione di energia, modificare il concetto di lavoro (passare dal vivere per lavorare o lavorare per vivere, al vievere e lavorare). Forse è un progetto troppo ambizioso per essere attuato in un paio di tornate elettorali, probabilmente troppo ideologico, magari ancora non ben definito,forse è semplicemente un utopia. Ma io ci credo, perché se non ci credessi “che son passato a fare?!” quindi, per quanto mi riguarda, la rivoluzione ha avuto una battuta d’arresto (ma 5milioni son sempre un bel numero) ma dovrà avvenire, questo modo di concepire il mondo e la società non puo’ continuare cosi’. Mi piacerebbe che qualcuno in piu’ ci aiutasse, che qualcuno in piu’ ci credesse: altro che speranza e 80€, qui noi, vi si propone una nuova società ed un nuovo mondo…

 

Astenersi perdi tempo, per info chiamare Beppe ore pasti 0039 366 @#°§¬}[453]

 

Regà, sto’ a scrive ‘na coglionata, ma sta coglionata, fino a mo c’ha aiutato a migliorare, chissà mai non la si raggiunga per davvero!

Quello che so

segnalato da Adamo

dal sito di Paolo Nori

L’altro giorno ero in stazione a Bologna, dovevo andare a Parma con il treno delle 9 e 52, che parte dal primo binario del piazzale ovest, ho fatto per vidimare il biglietto, sulla vidimatrice ho trovato una ventina di bigliettini elettorali, quelli che si chiamano forse santini, grandi come un biglietto da visita, che invitavano a votare per uno che si chiama Zoffoli. C’era scritto, se non ricordo male, «Lascia un segno in Europa, scrivi Zoffoli», e Zoffoli era scritto con la Zeta che ricordava la zeta di Zorro.

Eran belli, devo dire, i santini di Zoffoli, mi eran piaciuti, solo che mi son chiestoo chi è che può aver pensato che uno che trova un santino sulla vidimatrice del primo binario del piazzale ovest della stazione di Bologna dopo vota per quello che c’è scritto su quel santino lì.

Che tra l’altro Zoffoli, come nome, mi era venuto in mente che da qualche parte nell’opera del grande poeta romagnolo Raffaello Baldini ci doveva essere scritto «Non son mica la serva di Zofoli», e sono andato in rete a cercare ho trovato che «Fare la figura della serva di Zoboli», in Romagna, vuol dire «essere uno sprovveduto», perché la serva di Zoboli, o di Zoffoli, o di Zofoli, c’era scritto in reta, era una ragazza di paese che oltre a dover mettere in ordine a casa di questo Zoffoli, o Zoboli, o Zofoli, è passato del tempo non si sa bene, doveva giocare a carte con lui tutte le sere.

Zoboli, o Zoffoli, o Zofoli, che era bravo, a giocare, vinceva tutte le sere e si riprendeva tutte le sere la paga giornaliera della sua serva che, poveretta, lavorava gratis, c’era scritto in rete.

E a me era sembrato così strano, questo nome Zoffoli, che mi era venuto in mente Michele Serra, che si era lamentato, qualche giorno prima, che uno gli aveva rubato l’identità su facebook, e a proposito di identità rubate mi era venuto in mente anche Alberto Moravia che, come si sa, in realtà si chiamava Pincherle, Alberto Pincherle, e Moravia era uno pseudonimo, e quando Alberto Pincherle detto Moravia aveva saputo che c’era un Alberto Moravia che si chiamava veramente Alberto Moravia che voleva pubblicare un romanzo, gli aveva fatto causa, e i giudici avevan dato ragione all’Alberto Moravia finto e avevano impedito all’Alberto Moravia vero di pubblicare un romanzo con il suo nome, che è una storia che a me sembra incredibile anche se, mi rendo contro, non c’entra niente, con Zoffoli, o Zoboli, o Zofoli.

Che però Zoffoli, devo dire, a me delle elezioni europee del 25 maggio non interessava molto fino a quando non ho trovato il santino di Zoffoli, che adesso son proprio curioso: riuscirà Zoffoli, con la sua temeraria campagna elettorale ferroviaria, a guadagnare un posto al parlamento di Strasburgo? O si dice di Bruxelles? Non so proprio niente.

Emotivon (cit. Boka)

di Lame

Sento dire: siamo in un tempo post ideologico. Quindi questa campagna elettorale è stata giocata sulle emozioni. QUESTA campagna elettorale? Solo QUESTA campagna? TUTTE le campagne elettorali, da quando esiste il mondo, sono state giocate sulle emozioni. Non era emozione forse “dentro la cabina elettorale Dio ti vede, Marx no!”? E non era emozione “il sol dell’avvenire”? E non è forse emozione “La Francia ai francesi”?
Solo che c’era un tempo in cui le emozioni andavano a pacchetto. Ne prendevi una e te ne davano altre tre o quattro. Ben confezionate in un progetto talmente onnicomprensivo che era più corretto chiamare “fede”. Emozione anche questa.
Nel nostro tempo totalmente destrutturato, la fede si è incarnata. Non ci sono più i progetti di una volta (cit.) e quindi la fede si incarna. In persone. Ma queste persone sempre emozioni ci vendono. Berlusconi docet.
E allora, abbandonando ogni assurda illusione di voto razionale, andiamo a vedere che emozioni ci hanno appena venduto.
Matteo Renzi ha venduto, benissimo a quanto pare, la SPERANZA. Venditore sopraffino, va detto, perché l’ha saputa vendere a partire da una delusione epocale. Anche se, certo, la PAURA ha fatto la sua parte. Va detto.
Beppe Grillo invece ha tentato di vendere la RABBIA. Aveva funzionato molto bene per un po’. Ma tra rabbia e speranza, sul lungo termine, onestamente non c’è gara. La rabbia, soprattutto in un popolo indolente come gli italiani, funziona a fiammate: si accende, ma difficilmente diventa un fuoco che brucia a lungo. Si fa fatica a vivere di rabbia. Che in Italia finisca sempre a tarallucci e vino è noto.
Tutti e due ci hanno venduto però anche una buona dose di ARROGANZA. Renzi in versione BALDANZA, Grillo in versione SPOCCHIA. Non solo sua. Anche del suo stato maggiore. (Leggete le cose scritte da Alessandro Di Battista su Renzi a pochi giorni dal voto: non c’è da stupirsi che oggi sia dura per i cinque stelle).
Oggi Renzi, che stupido non è, ci vende UMILTÀ. Tendo a credere che sia tattica e non sincerità. Sa che una vittoria straripante è una droga che da alla testa.
Se qualcuno, poi, volesse degnarsi di venderci un po’ di SINCERITÀ, farebbe piacere.
P.s. Ci sarà chi, giustamente, obietterà che tecnicamente si tratta di sentimenti e non di emozioni. Discussione interessante, se vi va la faremo. Ma è da ieri che cerco un modo per usare la parola più straordinaria del decennio.

“L’Annunciazione” di Antonello da Messina

di Maurizius2013

Siracusa 18 maggio 2014

Prendi un Tempio di Atena, con tanto di colonne doriche, costruiscici intorno e all’interno una chiesa medioevale ed ottieni il Duomo di Siracusa. Non mi meraviglia che rientri nel patrimonio dell’Unesco. Stessa piazza, 50 metri più in lá, la Chiesa di Santa Lucia, sopra il cui altare troneggia la sepoltura della Santa. Prima opera del Caravaggio in Sicilia, dopo la sua evasione dal carcere di Malta.

Un centinaio di metri distante c’è Palazzo Bellomo, sede del Museo che custodisce l’Annunciazione di Antonello da Messina.

Avanti al Museo un piccolo Bar, con dei tavolini sul lastricato di una piazzetta antistante al Palazzo. Le due del pomeriggio sono l’orario giusto per prendersi una pausa di riposo. Pochi minuti di attesa e arriva il proprietario:

  • Cosa ci porta da mangiare?
  • Quello che volete.
  • Degli arancini, grazie.
  • Io non ho arancini, li fanno tutti qui. Se li volete, potete andare alla via accanto che li fanno.
  • Ci andavano degli arancini, comunque cos’altro avete?
  • Vi posso fare delle bruschette con melanzane o delle zucchine, con sopra del formaggio salato. Tutta roba mia. A me gli arancini non vanno , quì li fanno tutti, perché devo fare quello che non mi va?
  • Ok vada per le bruschette. Rimaniamo seduti qui.

Il tempo di prepararle e dopo alcuni minuti arrivano le nostre bruschette. Deliziose alla vista, saporite alla degustazione. Una bontà.

  • Ma erano ottime, altro che arancini.
  • Troppo buoni siete.
  • Possiamo chiederle come si chiama?
  • Salvo
  • Salvo?
  • Si, Salvo, Salvatore. Perché da voi non si usa così?
  • Beh, da noi si usa Tore.
  • Tore, Turi si usa anche quì. Pure Salvo però.
  • Ma non è che usate Salvo perché ricorda il Commissario Montalbano, mentre Turi ricorda il Padrino?
  • (risata) Può essere, non ci avevo pensato.
  • Scusi Salvo, ma se lei non ha gli arancini non pensa di perdere del lavoro?
  • Ma a voi è piaciuta Siracusa? Sììì, visto quant’ è bella, ecco io non sto lavorando, sono in vacanza.
  • Comunque Salvo, le sue bruschette sono fe-no-me-na-li. (alzandoci) Arrivederci e tenga pure il resto.
  • Ma siete troppo gentili. Arrivederci.

Ingresso Palazzo Bellomo.

  • È aperto il Museo?
  • Sì , ma tornate dopo le 20.
  • E perché scusi?
  • Perché oggi dopo le 20 non si paga, non vedete che non c’è nessuno?
  • Ma noi alle 20 saremo via da Siracusa.
  • Non c’è problema ecco i vostri biglietti.

Finalmente davanti al grande quadro dell’Annunciazione. Da poco restaurato ma in grandi parti oramai perso.

All’uscita , il bigliettaio:

  • Vi è piaciuto il Museo?
  • Molto!
  • E cosa in particolare?
  • Ovviamente l’Annunciazione
  • Sapete questo è il quadro più grande di Antonello da Messina. Antonello era un profondo conoscitore delle scritture. Ma avete visto l’arcangelo Gabriele, vicino alla colonna giá ad indicare a Maria, insieme alla nascita del figlio di Dio, anche la sua morte violenta ? La colonna era il luogo del supplizio per i condannati da Roma .E quella semplice pennellata che dal cielo entra nella stanza, insieme alle pagine svolazzanti del testo sacro sul leggio, ad indicare lo Spirito Santo che si poggia sulla futura madre del Cristo? E avete visto quella tenda che chiude, anziché essere aperta, il baldacchino ad indicare che Maria diventerà madre ma senza che il suo matrimonio venga “consumato”?

Sinceramente molto di ciò ci era sfuggito, meglio prendere un caffè. Salvo è proprio di fronte.

  • Salvo, ci hanno detto al Museo che lei prepara il miglior caffè di Siracusa.
  • Non credo proprio, vedete che macchinetta semplice che ho? Potete andare a quel Bar lì davanti.
  • Salvo, avevate detto le stesse cose anche delle sue bruschette. E sono state le più buone mai mangiate.
  • Siete troppo buoni, la macchinetta è quella che è . Però il caffè moka che uso è di qualitá buona. Facciamo cosi, il caffè ve lo faccio ma lo offro io.

Ma come si fa a non amare la Sicilia, a non amare Salvo? Basta un Salvo a farci dimenticare mille Crisafulli.