Il Capitale reloaded

segnalato da Adamo

Dal sito di Radio Città del Capo

THOMAS PIKETTY, L’ECONOMISTA CHE FA PAURA AI SUPER RICCHI

Per gli economisti, e non solo, Il Capitale nel XXI secolo è il libro del momento. Perché nonostante le sue 700 pagine sta vendendo tantissimo dall’altra parte dell’Atlantico, e infatti Amazon ha esaurito tutte le scorte negli Stati Uniti. E poi perché fa paura alla destra americana, abituata da almeno 20 anni ad un’egemonia culturale pressoché assoluta. Ora le cose potrebbero cambiare. “Se questo libro non sarà contrastato – urla un falco iperliberista come James Pethokoukis dell’American Enterprise Institutesi diffonderà tra gli intellettuali e ridisegnerà il pensiero politico-economico su cui si giocheranno le prossime battaglie”.

Scritto da un ricercatore francese poco più che 40enne, Thomas Piketty, il Il Capitale nel XXI secolo (per il momento niente edizione italiana) traccia lo sviluppo del capitalismo dal 1700 ad oggi, e dimostra come la dinamica naturale del sistema sia quella di creare una sempre maggiore diseguaglianza tra ricchi e poveri, con la ricchezza che si concentra sempre più nelle mani di questi ultimi. A sostegno della sua tesi, Piketty porta i risultati di un lavoro di ricerca che dura ormai da 15 anni, e che si basa su serie storiche provenienti da Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e altri paesi emergenti.

Cosa dicono i numeri di Piketty? Che il rendimento di finanza e patrimonio immobiliare è sempre e comunque più alto di quello che può essere generato dal lavoro e dalla produzione. Il che vuol dire, considerando che le ricchezze si concentrano gradualmente nella mani dei più ricchi, che per chi non nasce “con la camicia” sarà sempre più difficile invertire la tendenza e salire la scala sociale. La ricchezza, dice Piketty, si crea non dal lavoro, ma con quello che si ha già: case, conti in banca e azioni. “In termini di concentrazioni di ricchezze stiamo tornando piano piano alla Belle Époque”, ha detto l’economista a France Info. Non una prospettiva allettante se si pensa all’oligarchia ereditaria che deteneva potere e ricchezza tra fine 800 e primo decennio del secolo successivo. ”Il Capitale di Piketty – scrive Paul Krugman sul New York Times – demolisce il più prezioso dei miti conservatori, quello che ci racconta che viviamo in una meritocrazia dove la ricchezza è qualcosa di guadagnato e meritato”.

Il Capitale di Piketty mette anche una pietra tombale su quelle interpretazioni che vedevano il capitalismo, una volta arrivato in una fase di maturità, dirigersi verso un livellamento dei redditi e una diminuzione graduale delle diseguaglianze generate agli inizi del ciclo. E’ questa la tesi, ad esempio, dei sostenitori della famosa curva di Kuznet, ideata (per stessa affermazione dell’autore, premio nobel nel 1971) senza solide basi empiriche. Piketty dice che quel che Kuznets e altri come lui vedevano negli anni ’70 era solo un’eccezione alla regola, e per giunta dovuto all’immensa distruzione di ricchezze che fu causata dalla prima e dalla seconda guerra mondiale. L’abbassamento costante delle diseguaglianze negli anni 60 e 70 è per l’economista francese solo un momento specifico e difficilmente ripetibile, mentre di per sé il capitale si basa su un naturale (e lo dicono i dati) incremento della diseguaglianza. Senza interventi straordinari quell’1% di super ricchi tanto inviso al movimento Occupy Wall Street diventerà sempre più ricco. Gli altri, tutti coloro che non dispongono di rendite finanziarie o immobiliari, perderanno sempre più terreno. La crescita, spiega Piketty, da sola non basta per garantire la redistribuzione. Per garantire equità bisogna allora “affamare la bestia” (ribaltando il senso del vecchio detto “starve the beast di Ronald Reagan), prelevando ricchezza lì dove tende ad accumularsi di più.

Piketty avanza anche alcune proposte di riforma del sistema, ma si rende conto dell’utopia che al momento rappresentano, vista anche la situazione politica. L’economista francese ad esempio auspica un ritorno ad una tassazione all’80% per i redditi altissimi. “Bisogna abbassare enormemente la tassazione dei salari, e creare una tassazione globale sul capitale“.

Abbiamo discusso del libro di Piketty con Francesco Saraceno, docente di economia all’università Sciences Po di Parigi. Per iniziare gli abbiamo chiesto perché si parla tanto de Il Capitale nel XXI secolo.

Clicca QUI per l’articolo originale, con il Podcast della trasmissione e alcuni link per approfondire

163 comments

  1. INDOVINELLO: qual è il pezzo che non ne può più?

    “Noi non facciamo niente contro nessuno”, ha puntualizzato Poletti, “facciamo le cose che pensiamo siano utili agli italiani. C’è un pezzo d’Italia che non ne può più, ha bisogno di atti concreti per ricostruire e recuperare un dato di fiducia che è l’elemento fondamentale per poi cambiare i comportamenti”.

    1. LA COOP SEI TU (io no, vado direttamente all’Esselunga, da Caprotti. Mai piaciuti i cloni)

      quando uno riesce a dire o scrivere, come Poletti, “un dato di fiducia” è pronto per il Neuro. O per fare il presidente della Repubblica?

                    1. Comunque ho provato a rassicurare Wilson. E’ tutta una pantomima, dentro il PD, per non disperdere i vostri voti verso il M5S e la lista Tsipras.

              1. Uffa! Era un commento a

                “Ste – maggio 7, 2014 alle 6:04 pm

                Vi leggo spesso. Scrivo qualche volta. Sintesi del mio stato d’animo post Civa-diaspora: raramente ho qualcosa di intelligente da dire. ”

  2. Il M5S ha appena depositato alla Camera la bozza di proposta di Legge per la nuova legge elettorale. Adesso, ancor di più, non è solo una questione di tempi ma di scelte.

  3. Il principio di Archimede appicato alla dinamica dei liquidi finanziari

    Siccome poi a breve si voterá, vale la pena raccontare cosa è successo recentemente con l’ultima crisi economica: è aumentata la diseguaglianza. Per fare un esempio banale in Italia, chi deteneva titoli di stato a scadenza breve, con un tasso all’ 1-2%, li ha scambiati con titoli a medio e lungo termine con tasso del 7-8 %. Vale a dire che lo Stato , ovvero i cittadini tutti ( compresi i poveri ) pagheranno ai giá ricchi interessi più alti. Finchè il sistema è questo, salvo cambiamenti totali ed effettivamente vantaggiosi per una reale redistribuzione, qualsiasi azione anche consistente contro la finanza detrminerá una reazione contraria non uguale ( come nei liquidi ) ma peggiorativa. L’idea del M5S o della Lega di uscire dall’euro, se non corroborata da sicure certezze nella gestione del ritorno alla lira ( cosa succede alle buste paga, all’inflazione, ai mutui in essere, ai risparmi, alle societá italiane quotate in borsa, ai titoli di debito italiano, ai posti di lavoro, etc.) significa certamente incrementare le diseguaglianze.
    Questo è banalmente il motivo per cui voterò PSE ( e perchè ho votato Renzi ): virare a sinistra in maniera controllata. A meno di vedere, un domani, una proposta che garantista di virare più rapidamente a sinistra ma senza compromottere la vita dell’equipaggio. E non mi sembra di vedere innessun Paese al mondo , anche con un’economia migliore della nostra, proposte di sinistra con tali garanzie.

    1. LIQUIDITA’
      Secondo Bauman:

      Il sociologo della modernità liquida Zygmunt Bauman – in un periodo in cui il fiume della liquidità finanziaria risente della siccità dei marcati
      La società dei consumi è forse l’unica società nella storia dell’umanità che promette la felicità nella vita terrena”. La promessa della felicità sta nell’avere un lavoro e nel consumare quei beni materiali senza i quali non si può né essere felici, né integrati. Eppure “il sentimento dell’essere felici aumenta al crescere del reddito (e quindi anche all’intensificarsi della foga consumistica) solo fino ad una certa soglia”.

      La fabbrica fordista era la «esemplificazione dello scenario di modernità solida in cui si stagliava la maggior parte degli individui privi di altro capitale». Quello era il luogo dei conflitti tra capitale e lavoro in una relazione, ostile, ma di «lungo termine». E questa caratteristica consentiva agli individui «di pensare e fare progetti per il futuro».
      Il conflitto era insomma un investimento ragionevole e un sacrificio «che avrebbe dato i suoi frutti», mentre la condizione attuale, la volatilità globale dell’economia, fa apparire i tentativi di ripetere analoghi conflitti con analoghi strumenti un gioco nostalgico molto povero di senso.

      Il tempo dei nostri nonni era scandito dal ritmo delle stagioni e dei campi, quello dei nostri padri dalla sirena della fabbrica o dal cartellino dell’ufficio; il nostro tempo, anch’esso globalizzato, è scandito dalle merci sugli scaffali del supermercato, le stesse tutto l’anno.

      1. Direi che quello dei nostri figli è scandito dalla velocità della banda internet. Poi, per alcuni dei loro genitori, anche dagli scaffali vuoti…della cucina di casa.

      2. Baumann non s’è accorto che dietro la liquidità apparente ci sono cose molto solide. Scriva di quelle, o quantomeno del rapporto tra le due. Il capitale è solido, concreto, molto. anche quando è fatto di finanza virtuale. La società dei consumi esiste da sempre, sono solo aumentati i consumatori, magari non qui ultimamente, ma altrove

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