Month: giugno 2014

Juncker über alles

di Sinapsi 81

Bene, miei cari giacobini, torniamo alle cose serie. Cosa sta succedendo in Europa? Per effettuare un’analisi del complesso scacchiere europeo, dobbiamo partire dai dati di fatto.

Come primo paletto abbiamo i trattati e in particolare quello di Lisbona, che assegna al Consiglio Europeo il compito di formulare a maggioranza qualificata (e non più all’unanimità) una proposta al Parlamento Europeo, tenendo conto dei risultati elettorali.

Qual è la situazione all’interno del Consiglio Europeo? Sono molto diffuse le grandi coalizioni fra popolari e progressisti. Troviamo questa situazione in Germania, Olanda, Belgio, Austria, Italia, Grecia, solo per citare alcuni esempi. La crisi economica ha determinato uno sparigliamento diffuso del quadro politico europeo rafforzando le ali estreme a sinistra e a destra in numerosi Paesi e riducendo di conseguenza il gradiente di governabilità di tipo tradizionale. Solo nei Paesi con sistemi elettorali fortemente maggioritari (Francia e Spagna) una formazione politica – in Spagna i conservatori e in Francia i socialisti – riesce a governare (male) da sola.

Cosa ci suggerisce questa situazione? Sarà necessario un compromesso fra le maggiori famiglie politiche europee per assicurare governabilità alle istituzioni europee.

Qual è stato il risultato delle elezioni europee? Il Partito Popolare Europeo ha la maggioranza relativa dei voti, seguito dai socialisti.

Perché Juncker? Perché Juncker si è presentato alle elezioni europee come candidato alla Presidenza della Commissione e quindi è l’unico titolato dal corpo elettorale a formare la Commissione Europea. Il Consiglio Europeo ne prenda atto.

Cosa possono fare i socialisti, non avendo avuto la maggioranza relativa dei voti? Adottare il modello tedesco: in Germania alla Merkel mancava un pugno di voti per poter governare da sola, ma è stata costretta alla grande coalizione dagli elettori (il parlamento è orientato a sinistra) e adesso sta attuando una politica ampiamente social-democratica.

Quindi bisogna piazzare Juncker alla presidenza della Commissione con un programma progressista.

Bene, pertanto, sta facendo il governo italiano a farsi mettere per iscritto il programma di Juncker.

MONDIALBLOG

Cari pallonari,
dopo molto discutere (3 secondi) abbiamo votato “Sì” alla proposta della nostra Lame: chiudere il blog per i Mondiali.
In questo periodo siamo indaffarate, non riusciamo a stare dietro ai post.
L’alternativa sarebbe lasciare completa autonomia di gestione al Reverendissimo, ma siccome tengo alla vostra incolumità, non è proprio il caso.
Resta aperto lo spazio cazzeggio. Non siate parsimoniosi di minchiate.
Al più presto posteremo le notizie dal Brasile: Fanny ha lasciato Mario? La Seredova avrà incontrato la D’Amico? De Rossi: “Ostia è meglio di Copacabana”.
Ribadisco per l’ultima volta che i ban in questo blog sono vietati. Non banniamo, non censuriamo (vabbè…), non tagliamo, non cuciamo, non incolliamo.
Le illazioni di utenti di cui non faccio il nome, tipo con gli occhi verdi, i capelli neri e la barba, non ci toccano minimamente.
Vi lasciamo con un consiglio, soprattutto per gli amici con la sindrome del musicofilo (già prevedo video su video…):
Immagine
La Pingon.

Siamo nella merda…

segnalato da Andrea

Di Bruno Casula – Eco dalle Città

LUCA MERCALLI: “PER I CAMBIAMENTI CLIMATICI SIAMO NELLA MERDA FINO AL COLLO”

Non ha usato mezzi termini Luca Mercalli, climatologo e celebre volto televisivo, per commentare i risultati dal quinto Rapporto sul Clima (Assessment Report, AR5) dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico istituito dalle Nazioni Unite nel 1988

Sono un ricercatore e ho l’obbligo etico di dirvelo, siamo nella merda fino al collo.

Non ha usato mezzi termini Luca Mercalli, noto ricercatore ambientale e ormai celebre volto televisivo, per commentare i risultati del quinto Rapporto sul Clima (Assessment Report, AR5) dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico istituito dalle Nazioni Unite nel 1988, a suo avviso troppo sottovalutato dai media. L’espressione cruda di Mercalli ha provocato qualche timida risata nel numeroso pubblico presente alla conferenza stampa dell’edizione 2014 di Cinemambiente, presso la Mole Antonelliana a Torino. Tuttavia qualsiasi leggerezza è stata dissipata quando il climatologo ha letto alcune parole dal drammatico appello, redatto a Berkley e sottoscritto da oltre 1300 scienziati di tutto il mondo, in cui si dice che “gli esseri umani stanno danneggiando il sistema ecologico che li tiene in vita in modo schiacciante”.

 

Altri riferimenti

http://www.nimbus.it/articoli/2013/130927rapportoIPCC.htm

Fai clic per accedere a Mercalli_presentazione.pdf

 

Addio all’Italia

segnalato da barbarasiberiana

Di Francesco Maria Borrelli – Il Fatto Quotidiano

CRISI, L’ADDIO ALL’ITALIA DEGLI OVER 50: “NEL 2013 QUASI 100MILA ESPATRIATI

Licenziamenti, pagamenti che non arrivano, impossibilità di ricollocarsi. Secondo il ministero dell’Interno, dal 2009 a fine 2013, gli italiani tra i 50 e i 59 anni che hanno cercato fortuna all’estero sono stati 362mila, con incrementi sostanziosi negli ultimi anni. Spesso lasciano a casa la famiglia e all’estero si adattano al precariato

“Da quando è iniziata la crisi economica la mia agenzia immobiliare aveva perdite fino al novanta per cento del fatturato. Dal 2009 in poi le banche hanno chiuso i rubinetti e ai miei clienti non sono più stati concessi prestiti. Così ho deciso di lasciare l’Italia anche perché, un domani, non vorrò vedere le mie figlie laureate e a spasso perché non ci sono prospettive.” A parlare è Armando Sacco, un agente immobiliare operativo da 22 anni su Roma che da qualche mese è a Toronto, dove è stato costretto ad andare per continuare a lavorare. E’ soltanto uno dei tantissimi cinquantenni che hanno dovuto lasciare l’Italia per emigrare all’estero con la loro valigia di speranze, sempre più pesante.

Secondo il “Rapporto italiani nel mondo 2013” dell’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero), il 25 per cento di chi emigra ha tra 35 e 49 anni, ed il 19,1 per cento ha un’età compresa tra i 50 e i 64 anni. In totale, va ricordato, gli italiani nel mondo (Aire 2014) sono quattro milioni e ottocentoventottomila, e da quando è iniziata la crisi economica internazionale (2009) la cifra è aumentata di oltre seicentomila persone; dal dato del 2013 a quello del 2014 c’è stato un incremento di centosettantamila unità.

Secondo il ministero dell’Interno, che può contare sulle informazioni in arrivo direttamente dagli uffici anagrafe dei Comuni italiani, dal 2009 a fine 2013 gli italiani cinquantenni andati all’estero (esattamente, i compresi tra i 50 e i 59 anni) sono 362mila, e ogni anno c’è stato un incremento compreso tra sessantamila e settantottomila persone, fino ad arrivare al 2013 quando gli espatri sono stati 94mila.

“Come molte persone della mia età che conosco, a 54 anni ho dovuto lasciare l’Italia, dove da 28 anni facevo unlavoro autonomo, per andare a Perth – spiega Paolo Bellachioma, autotrasportatore emigrato in Australia -. Negli ultimi due o tre anni capitava sempre più spesso che a fine mese non si incassasse, anche da aziende importanti. Quindi mi ritrovavo a dover pagare 10-12 mila euro di carburante e a non riuscire neanche a rientrare delle spese. Restando in Italia avrei rischiato di mangiarmi il lavoro di una vita. È stato così che ho deciso di partire per un Paese del quale non conosco neanche la lingua”.

Il trend per gli over 50 è confermato anche dalla Farnesina, poiché in media negli ultimi cinque anni si è registrato un aumento di oltre 100mila italiani l’anno che emigrano. Ma il dato è sottovalutato e incompleto, come spiega il dottor Giovanni De Vita, funzionario del ministero degli Esteri. “Queste sono le persone che si iscrivono all’Aire, ma in realtà a lasciare il nostro Paese sono molte di più e una stima completa è difficile da fare, sia perché a volte c’è un ritardo nella trasmissione dei dati, sia perché alcuni si fermano in un Paese per un periodo limitato e quindi non si iscrivono all’Aire. Sarebbe come voler essere sicuri del numero dei clandestini presenti in Italia, non si sa”.

Il problema è che manca il lavoro non solo per giovani, ma anche per i padri e le madri di famiglia. Secondo Andrea Malpassi, coordinatore Area estero dell’Inca Cgil Nazionale, “chi emigra oggi non è soltanto il giovane ma sempre più una persona adulta, intorno ai 50 anni e spesso con famiglia e figli, che ha perso il posto di lavoro in Italia ed è costretta cercarlo fuori dai confini nazionali. Si tratta di uomini e donne che partono senza conoscere la lingua, le leggi, gli usi costumi, ma sono alla ricerca, talvolta disperata, di un impiego. Spesso, però, anche all’estero, devono accettare contratti atipici che in pratica li rendono precari, mi riferisco all’escamotage della partita iva o del lavoro fintamente autonomo ed ai contratti a progetto che in realtà sostituiscono il lavoro vero. Insomma, il precariato si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e nel resto del mondo”.

“Sono sempre stato costretto a emigrare in cerca di lavoro, fin da giovane quando ero andato in Germania per trovare un’occupazione. Poi, messo via un gruzzoletto, sono ritornato in Italia, dove ho moglie e due figli, e con quei soldi ero riuscito a comprare casa – racconta Antonio Morelli -. L’anno scorso a 58 anni ho perso il posto di lavoro, trovarlo alla mia età è impossibile. Così da un paio di settimane sono ritornato in Germania dove almeno ho un lavoro per la stagione estiva. Tornare in Italia? Solo avessi un lavoro che mi permettesse di arrivare alla pensione“.

Quarantenni e cinquantenni sono i più colpiti dalla crisi. “La ripresa dell’emigrazione ai nostri giorni è causata di sicuro dalla crisi economica ma soprattutto dalla crisi del sistema Italia”, osserva il professor Alfonso Gambacurta, docente di Sociologia all’Università La Sapienza di Roma ed esperto di emigrazione italiana – Chi va all’estero è sia il giovane che rientra nella categoria della ‘emigrazione desiderata’ – cioè che vuole lasciare un Paese che lo ha deluso -, sia i quarantenni e cinquantenni, che partono per cercar lavoro e che sono i più colpiti dalla crisi. Questo è un tipo di emigrazione in particolar modo pesante. Perché partire a cinquant’anni comporta problemi e criticità molto più aspre rispetto a quelle che può incontrare un giovane”. Ritornando al dato complessivo dell’Aire, conclude Gambacurta, “se si considera anche l’emigrazione interna, credo che il valore vada raddoppiato”.

STATE ATENZIONE

Cari stronzoni e care commentatrici,

sono tornata.

Ho letto un po’ di commenti dei giorni passati e non ho parole.

Cos’è ‘sta volgarità?

 

Ultimo richiamo, alla prossima vi banno.

Holmes, a 90, viagra, proverbi zozzoni sardi, Peppy che scrive parolacce, parla di sesso (PEPPE?!!!), Roberto che interviene dal Cern e si piega (dal ridere)…

Ma dove credete di essere?!

 

Questo è un blog serio.

Andate su netlog, dove potrete fingere di non essere come il Ken di Barbie. Intendo di sotto.

Quando il gatto non c’è…

Vi tengo d’occhio, vecchi volpini.

 

Ps: colazione. Io sconvolta, occhiali da sole, mezza addormentata.
Si avvicina la vicina di stanza, una ragazza americana.
TRADUCO:
“Posso chiederti una cosa?”
“Sono uscita ieri con quel ragazzo di Bergamo, quelli di sotto. Comunque, abbiamo bevuto insieme e io gli ho detto che mi piace. Lui mi ha risposto questa cosa…Aspetta…MA TU SEI UNA PUTANA. Cosa significa?”
“Ci sei andata a letto?”
Acconsente tutta rossa.
“Significa che a letto sei bravissima”
Ride, mi chiede scusa e se ne va.

Italiani di merda…

Sulcis, un altro lavoro è possibile (?)

da il manifesto – segnalato da crvenazvezda76

Il nostro giro in macchina inizia di mattino presto da Piazza Roma, che è il centro della città, dove c’è la statua di Pomodoro e la Torre littoria con la finestra, ora murata, da dove si sporgeva per parlare tronfio e impettito il duce: divide in due la cittadella operaia di Carbonia dalla zona più residenziale dei dirigenti con le villette, una netta cesura urbanistica di classe. Quando arriviamo nei pressi della Grande miniera, Marco Grecu, sindacalista storico di queste parti e una delle scatole nere del Sulcis, figlio di minatore anche lui, mentre lavora di sterzo, rallenta l’andatura della Tipo, mi dice: «Vedi, quella è la lampisteria, dove l’operaio consegnava la medaglia e gli davano la lampada ». Piccolo di statura, sguardo serio e fiero, racconta instancabile l’epica del lavoro di questa terra. Viaggiamo nelle piccole arterie che si perdono nel paesaggio, ci spostiamo in strade strette e poco trafficate, ai nostri lati un territorio selvatico, fatto di roccia e macchia mediterranea, che stringe fino a soffocare. «Essendo questa una prima zona emersa anche dal punto di vista geologico, il territorio ha da sempre una vocazione mineraria», sostiene mentre transitiamo lungo la statale 126 che porta fino ad Iglesias, e a sinistra vedo possente l’altopiano del Monte Sirai. Questa è zona di minatori e di miniere, la stessa cittadina è tutta scavata nel sottosuolo (al Museo ho visto un quadro con tanti cunicoli che sembra la mappa di una metropolitana), a Nuraxi Figus hanno lavorato talmente a largo raggio spingendosi addirittura fino al mare, ma ora l’ultimo sito italiano in attività è fermo, rischia la dismissione, anche lì si preparano alla lotta. «Sono figlio di un minatore, già da bambino vivevo la vita delle miniere, qui sono nate le prime battaglie sindacali e il primo sciopero nazionale di tutte le categorie, ci sono stati degli eccidi, a Bugerru, Gonnesa, sapere che in Sardegna non c’è una miniera in produzione è come se sparissero i pastori. Ma è nei momenti difficili che si vede il legame che c’è tra i minatori, sono sicuro che uniti riusciremo a tenerla aperta», mi ha detto ieri con gli occhi lucidi a 500 metri sotto il suolo, nelle viscere della terra, Sandro Mereu, operaio della CarbonSulcis.

Un piccolo far west

Da questa parte della provincia più povera d’Europa, 130.000 abitanti e 30.000 disoccupati, 40.000 pensionati dell’industria, ultima risorsa per la sopravvivenza sociale, c’è il bacino del carbone, e nei siti dell’iglesiente quello metallifero di Flumini, Bugerru, fino ad Arbux e Ingurtoso: da metà dell’ottocento, con le concessioni regalate a padroni francesi, belgi e tedeschi, è stata terra di conquista, un piccolo far west del capitalismo europeo, poi sito energetico nevralgico dell’autarchia mussoliniana, quando la città fu costruita nel 1938 intorno alla miniera di Serbarìu, e da 4000 abitanti la popolazione lievitò fino ai 45000 del 1951, vennero qui da tutte le parti del paese, fino agli anni ’70 quando il distretto minerario che dava lavoro a oltre trentamila persone ha cominciato a perdere mercato, sono iniziati i licenziamenti, le chiusure e la crisi, che qui c’è sempre stata insieme alla rara capacità di resistenza di questa gente rocciosa, abituata alla fatica e alle lotte sociali. Quando scorgo la zona industriale di Portovesme in lontananza, prima del mare di Portoscuso, mentre Marco continua a guidare lento, superati gli spalti con le bianche silhouette delle pale eoliche sulle colline limitrofe, appaiono agglomerati in cemento, silos, fumaioli. Secondo una visione industrialista, qui molto condivisa, è un puntino insignificante della cartina geografica, anche se tutta questa zona è considerata ad alto rischio ambientale e non è certo uno spettacolo davanti a un mare così (anche se poi, proprio per questo, le aziende sono state costrette a investire di più in tecnologie per l’ambiente), ma è stata una necessità, un modo delle Partecipazioni statali per riconvertire con il polo dell’alluminio e creare posti di lavoro; perché qui non c’era altro: tutto il resto, dall’agricoltura alla pesca, era stato abbandonato o marginale, poco sviluppato il turismo, poi con le privatizzazioni degli anni successivi sono arrivate a dettare legge le multinazionali e il mercato globalizzato neoliberista. L’Euroallumina sembra un luogo fantasma, c’è un silenzio impressionante, quello delle fabbriche morte. Se non sapessi che dentro ci sono gli operai che lavorano stenterei a credere che qui si fanno lavori di manutenzione per tenere la fabbrica in attività. Quando parcheggiamo e superiamo il cancello, poco più avanti ci vengono incontro tre sindacalisti delle Rsu, ci stringono la mano invitandoci ad entrare nella piccola stanza riservata ai sindacati. Uno di loro dice scherzoso: «Non ci sono le tigri e i giaguari, state tranquilli», come a dirci che se uno s’immaginava una giungla, un cimitero dell’industrializzazione, deve aspettarsi qualcosa di molto diverso, la proprietà russa, la Rusal, è rimasta col suo management, non è fuggita come le molte «mosche del capitale», e loro non mollano.

I caschi con i quattro mori

Quando ci sediamo iniziano a raccontare. «Questa fabbrica è nata negli anni settanta come raffineria di allumina, qui si estraeva l’ossido di alluminio dalla bauxite in un progetto di filiera e affiancava l’Alcoa, che produceva quello fuso, e ancora altre fabbriche del territorio che realizzavano i laminati e i profilati», mi spiega Gianmarco Mucci, un ragazzo con un pizzo curato e gli occhi svegli, mentre si toglie l’elmetto arancione dalla testa. I caschi dei lavoratori del Sulcis con il distintivo dei quattro mori sono diventati il vero simbolo della resistenza in questi anni. Quello che colpisce di questi lavoratori è la capacità di conoscenza tecnica della fabbrica e della produzione, le potenzialità di innovazione da loro stessi suggerite. «Qui il ciclo di produzione delle terze lavorazioni non si è mai completato, mancavano i prodotti finiti, le pentole, i cerchi in lega,» aggiunge prendendo la parola Antonio Pirotto, «una scelta di politica industriale che ha portato le lavorazioni più ricche in altre parti d’Italia, a noi hanno lasciato il lavoro sporco». La fabbrica è ferma dal 2009, con cassa integrazione per i quasi 500 dipendenti e oltre 300 dell’indotto, nonostante raffinerie come questa siano ancora attive in Francia, Spagna, Germania, nella verde Irlanda. «Il primo risultato ottenuto dopo anni di lotta è un protocollo d’intesa firmato con quattro ministeri italiani, nel quale è individuata la linea per la ripresa della produzione. Il problema principale è quello di produrre energia a basso costo, allora si è pensato di realizzare una caldaia a carbone ad alta efficienza tecnologica con la metà delle emissioni consentite dalla Comunità europea», spiega ancora Marco. Ci tengono a precisare che la questione ambientale per loro è fondamentale. «Dobbiamo rispettare noi stessi e quelli che ci vivono vicino, non barattiamo il posto di lavoro mettendo a repentaglio la nostra salute, quella dei nostri figli e di tutti», continua Antonio, raccontando che in molti altri posti scaricano ancora a mare i rifiuti, ma qui non si fa più da trent’anni: «perché i tonni avevano smesso di passare in queste acque, e noi abbiamo l’unica tonnara del mediterraneo». Ogni volta invece di finire il parlatorio ricomincia, si rianima all’improvviso. Si sentono perseguitati dalla famosa telefonata di Berlusconi a Putin: «Ci hanno fatto passare da allocchi, ma qui lo scetticismo si tagliava a fette, e nessuno di noi lo votava». Gli operai dell’Alcoa da qualche giorno sono tornati di fronte ai cancelli, davanti a quattro grandi silos, le strutture di tubi dello stabilimento. Quando arriviamo, dopo aver parcheggiato sul piazzale, stanno finendo di montare una grande tenda azzurra, e sul prato antistante campeggiano altre canadesi di diversi colori. Parlano in piccoli gruppi quando ci sediamo sulle panche, allora altri si avvicinano. Il clima è completamente diverso da quello dell’Euroallumina, i visi di questi uomini sono tesi, preoccupati, qualcuno non nasconde l’angoscia. «Siamo in attesa» dice un operaio biondo, «la Regione intende spostare la nostra vertenza a Palazzo Chigi, interessare direttamente il Governo». Un altro operaio robusto, scuro di carnagione, dice stizzito: «Il dramma è che questa vertenza si è addormentata». Riprende la parola quello biondo: «Negli ultimi mesi gli incontri sono stati più volte rimandati, è stato necessario fare questa azione. E stai sicuro non ci fermeremo qui se non ci saranno risultati». Un altro sulla cinquantina, occhialini rettangolari, dice: «Devono capire che in questo territorio c’è un dramma, abbiamo la cassa integrazione fino a gennaio, quelli delle ditte d’appalto da sei mesi non ricevono un euro, c’è gente disperata che non ce la fa più». Si lamentano della scarsa attenzione dei politici: «Siamo andati da tutti, abbiamo fatto il giro delle sette chiese, ma di noi si parla solo quando c’è la campagna elettorale» dichiara un altro di loro, fuori dalla tenda. Poi ci raggiunge il delegato della Cgil Bruno Usai, è il fratello di Sergio, sindacalista molto amato e storico militante comunista scomparso qualche anno fa.

«Schiavi di una multinazionale»

Voce pacata, capelli lunghi neri con una frezza bianca al centro, con pazienza ricompone la travagliata storia di questa fabbrica che ha chiuso nel 2010 quando la multinazionale americana ha deciso di ridurre le quote di mercato. Siccome lo stato italiano non gli garantiva più determinate condizioni, soprattutto nell’erogazione di energia elettrica, che qui costa il triplo di altre parti d’Europa in quanto la centrale dell’Enel produce con una caldaia di concessione obsoleta, ha deciso per il fermo. Il risultato sono quasi mille operai in cassa integrazione con quelli dell’indotto, un’assurdità per una azienda che darebbe ancora utili e non riesce da sola a coprire il fabbisogno nazionale di alluminio. «Siamo schiavi di una multinazionale, capisci?», mi dice Bruno, senza perdere la calma, gesticolando con le mani. «Perché ci sarebbe una vendita in corso, ma non capiamo se è una vendita reale o mascherata. Secondo noi l’Alcoa non vuole cedere queste quote di mercato. Per una questione strategica vuole chiudere lo stabilimento senza però permettere che altri producano alluminio in Italia, il governo deve intervenire. Noi non abbiamo altre alternative. Oppure» dice sconsolato, «prendi la valigia e parti. Ma dove vai adesso? Oggi i lavori generici sono in mano ai lavoratori del terzo mondo, neanche un posto da lavapiatti si trova, c’è gente che non arriva alla fine del mese, molti hanno ritirato i figli da scuola. Senza la fabbrica non c’è vita qui». Le forme di lotta sono state tante, per farsi ascoltare questi lavoratori irriducibili sono entrati come furie sulle piste all’aeroporto di Cagliari per fermare gli aerei in atterraggio, due di loro salirono per protesta su un silos a 70 metri di altezza, hanno dovuto persino bloccare le navi gettandosi coraggiosamente in mare.

La musica come resistenza

Un’altra forma di resistenza è stata quella della musica. A cominciare da Rockbus, una vecchia corriera di linea parcheggiata da altri operai cassintegrati come presidio davanti alla fabbrica Rockwool per controllare che lo stabilimento non fosse smantellato e portato in India, come poi è accaduto. «Inizialmente non pensavamo dovesse durare quattro anni» racconta Tore Corriga nel pomeriggio alla Camera del Lavoro, un ex albergo operai della miniera ristrutturato, che adesso si occupa di siti archeologici per una società della Regione. «Eravamo una trentina, ma molto determinati, fissi lì, ogni giorno, abbiamo dovuto inventarci di tutto. Così è venuta fuori l’idea del bus, poi sono partiti i concerti ogni sabato, sono venuti gruppi da tutta la Sardegna. Era un modo per rimanere vivi, ci dava la carica. Se ogni giorno arriva qualcuno, resisti». Lo chiamano rock metalmeccanico, gruppi che si sono formati nel cuore della fabbrica, come gli Intreccio, anche loro minacciati dalla crisi. Il loro nuovo video, molto inquietante, tocca il tema dei suicidi, che qui sono stati diversi tra chi ha perso il lavoro, ma quello precedente lo hanno realizzato alla Metallotecnica, una delle prime fabbriche dismesse di Portovesme, con la canzone «Combattere», che è stata ed è ancora una bandiera nelle manifestazioni sindacali. Sono musicisti di lunga data, supporter di gruppi pop degli anni ’70 e di cover. Marino Usai mi racconta di questa energia che sentivano dentro quelle mura, «quasi quelle delle persone che ancora lavoravano e hanno dovuto subire la fame, il disagio sociale, lo sfruttamento. Invecela nostra sala prove è da trent’anni proprio sotto i nastri dell’Eurallumina, da lì dentro abbiamo sentito spegnersi progressivamente tutti i rumori delle fabbriche e del lavoro» dice sconsolato.

Il sound dei tesserati Fiom

I Golasecca, tutti tesserati Fiom, si sono incontrati durante le pause pranzo alla mensa aziendale. All’inizio per il piacere di suonare, poi la loro si è trasformata in una reazione alla chiusura. «Siamo tutti dipendenti Alcoa in cassa integrazione, ma noi vogliamo lavorare non ci piace essere degli assistiti, la dignità prima di tutto, e volevamo dirlo. Roberto, addirittura è senza nessuna tutela, essendo un interinale» dice il chitarrista Marco Cadeddu. Il cantante barbaricino e istrionico del gruppo, barba lunga nerissima e tratti somatici marcati, confessa che quelli come lui erano costretti a lavorare di più: «La precarietà è un ricatto, eravamo ottanta, sempre in scacco matto, facilmente ricattabili dall’azienda, contratto ogni tre mesi, sabato al lavoro». Il nome iniziale era Golasecca, viene da suo nonno, che si è trasferito qui per lavorare in miniera da Barigadu, dal centro Sardegna. Mi racconta che questo suo antenato viveva in un paesino, Ulà Tirso. In sardo ula è la gola, quindi la gola del Tirso. Quando era bambino ci fu la grande crisi idrica nella regione, e il lago in estate si riduceva a una gora. «Lui si avvicinava a mia nonna e diceva: “Zicchina, oc annu puru sa ula est sicca”, cioè Franceschina, anche quest’anno la gola del fiume è secca, allora ho proposto questo nome. Se tu hai sete vai a cercare l’acqua, e per noi sardi che siamo radicati in quest’isola significa voglia di cercare, di trovare con la sete che ti spinge». Roberto Cossu mi mostra la maglietta che indossa, c’è scritto «Meglio banditi che schiavi nella nostra terra». Come scriveva Paolo Volponi nelle Mosche del capitale: «La città è peggio della fabbrica. Anche se la fabbrica è imbattibile come cattiveria e prepotenza. Adesso può permettersi anche di licenziare. Dopo che ti ha sfruttato e istupidito, ti butta fuori. Ti rimanda in una di queste vie». Ma la lotta di questi operai, tutti discendenti da una razza di minatori del Sulcis-Iglesiente, per questa forza antica che viene dal passato non si ferma, continua, senza più classe e senza partito, in questi tempi cupi di smarrimento e crisi.

Metodo Montessori

Dalla pagina facebook di Giorgio Santelli – Raitg24

Non tutti i miei amici di Facebook la pensano come me. E ne sono contento visto che da una vita sono un tifoso del pluralismo. C’è chi è renziano. Magari non per fede ma perché in quel 41% vede una rivincita per un partito che in Italia non ha mai vinto.

A loro come all’amico che mi dice “non rompiamo il giocattolo prima ancora di vedere se funziona” io voglio dire che la politica, per essere buona politica, dovrebbe pensare meno a fare cose solo perché rinsaldano il legame temporaneo con gli elettori e più cose che veramente possano cambiare il paese. Renzi sa molto bene che è forte ed in una fase in cui l’Italia è pronta ad accogliere ogni sua proposta come se fosse il taumaturgo. In quest’ottica Renzi ha una grande responsabilità. Può cambiare tutto perché tutto cambi o cambiare tutto perché nulla cambi. Oppure può distruggere tutto, buttare via il bambino con l’acqua sporca.

A nessuno piace la lentezza della politica, i costi della politica, la corruzione in politica. Ma la politica va salvata. Come i partiti. A nessuno piace questa Rai ma la Rai non va distrutta. Le riforme devono essere fatte ma senza penalizzare la democrazia a scapito della governabilità con il rischio di una deriva affidata a poteri oligarchici. La scelta del monocameralismo senza contrappesi e dell’italicum senza preferenze non è un giocattolo ma scempio della democrazia! Non c’è nulla da provare ma tutto da evitare!

La democrazia, insomma, non può rischiare il metodo montessori. Non ora, almeno!

Viaggi Transiberiani

di Luigi *****

Ci sono periodi in cui sento la necessità di estraniarmi e approfondire, analogamente a come facevo da studente per gli esami più difficili. Lontano dai media e dalla finta stampa, uso la rete alla ricerca di risposte a domande già fatte, di esperienze vissute e tramandate, di ricchezze enunciate, ma dimenticate. Sento che tanti dei dubbi e delle certezze che mi circondano altro non sono che l’evoluzione di discussioni già fatte, di pensieri già scritti e a me ignoti.

Uno dei motivi principali che mi spinge, quotidianamente, a leggere il blog dei Transiberiani è proprio la capacità di molti di stimolare e nutrire la mia ricerca, indipendentemente dal contesto, dalla forma o dal contenuto più o meno condivisibile; ogni ‘citazione’ o riferimento a me poco chiaro diventa l’inizio di un viaggio che so come comincia, ma non so dove mi condurrà, a volte sterile, a volte fecondo.

Uno dei viaggi mi ha portato a conoscere (beata ignoranza) il meraviglioso Discorso sulla Costituzione (1955) agli studenti di Piero Calamandrei e a soffermarmi su quanto sia ancora attuale, a distanza di sessant’anni.

(…) È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo – «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

Fai clic per accedere a Piero_Calamandrei.pdf

Ci sono poi giornate in cui non è necessario un viaggio per trovare argomenti che meritino approfondimento e riflessione. Qualche giorno fa, ad esempio, mi hanno molto colpito due affermazioni e una visione.

Di Antonio “Boka”: https://transiberiani.wordpress.com/2014/06/10/del-non-buttar-via-il-bambino-con-lacqua-sporca/comment-page-3/#comment-27986

In tutto questo c’è sempre qualcuno che pretende di essere più a sinistra o più di sinistra di qualcun altro. A meno di una degenerazione genetica del popolo italiano (potremmo essere predestinati all’estinzione e questi potrebbero solo essere segni premonitori) un po’ permetterete che ci sia qualcuno che, di tanto in tanto, trova salvifico e rilassante dire a volume leggermente sopra il civile: ‘ci avete rotto il c….’?

Di Sundance:

https://transiberiani.wordpress.com/2014/06/10/del-non-buttar-via-il-bambino-con-lacqua-sporca/comment-page-3/#comment-28024

Siamo una babilonia di voci, che spesso dicono la stessa cosa, ma con linguaggi diversi, e soprattutto cercano di arrivare a conclusioni similari usando strumenti (partiti, voto, impegno) diversi

Di Tatianars: https://transiberiani.wordpress.com/2014/06/10/del-non-buttar-via-il-bambino-con-lacqua-sporca/comment-page-3/#comment-28047

L’idea del futuro che possiamo aspettarci una volta che ci saremo liberati da un sistema incancrenito di mafia, corruzione e malaffare… Ma non perché l’attuale classe politica sia andata a casa, quello non è un obiettivo ma il risultato… Andranno a casa perché saranno cambiate le persone, avranno capito che coltivare solo il proprio orticello alla fine non paga e che volere il bene comune non è solo un’ideologia di “sinistra” ma che la solidarietà rende la società migliore e che, facendo ogni singola persona parte della società, in una società migliore sta meglio anche il singolo.

Saluti, Luigi