Mese: agosto 2014

Libero Grassi

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23 anni fa moriva Libero Grassi, ucciso da Cosa Nostra perché si oppose al racket del pizzo

Dopo la sua scomparsa, l’esempio dato di coraggio ed onestà è servito a tanti per contrastare il racket gestito dalle organizzazioni criminali. Sono nati fondazioni, movimenti, sono state fatte leggi contro il racket e istituiti fondi per le vittime.

da rainews.it (29 agosto 2014)

Libero Grassi era un imprenditore coraggioso. Cosa Nostra lo ha ucciso il 29 agosto del 1991. Lui si era rifiutato di versare nelle casse della mafia il pizzo, cioè parte dei suoi legittimi guadagni. Era di origini catanesi ma lavorava a Palermo dove aveva fondato l’impresa tessile Sigma. Rapine, intimidazioni, richieste di pizzo erano state sempre più frequenti. “Non mi piace pagare (il pizzo) – disse a Samarcanda su Rai3 pochi giorni prima del suo assassinio – perché è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore: io divido le mie scelte con il mafioso”. Dopo la sua scomparsa, sono nati movimenti, associazioni. Tano Grasso, imprenditore di Capo d’Orlando costituisce la Fondazione Antiracket. Nascono Libera e AddioPizzo. In altre città del Sud, come Napoli, Reggio Calabria i cittadini appoggiano le imprese pizzo-free.

A Palermo nel 23esimo anniversario della morte di Libero Grassi in via Vittorio Alfieri alle 7:45 è stata organizzata una cerimonia di commemorazione. A Isola delle Femmine, nella spiaggia Sconzajuoco, in serata un dibattito pubblico su “Cinema e pizzo a Palermo”. Le iniziative proseguono anche il 30 e il 31 agosto.

L’Università di Palermo ha aderito all’iniziativa di AddioPizzo e del Commissario nazionale antiracket, distribuendo 10mila Addiopizzocard con cui fare acquisti in un circuito di consumo critico.

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Quella “pazza” di Oriana

segnalato da barbarasiberiana

SULL’ISLAM NON AVEVA RAGIONE QUELLA “PAZZA” DI ORIANA FALLACI

Valerio di Fonzo – blog.you-ng.it, 27/08/2014

In risposta all’articolo Sull’islam aveva ragione quella “pazza” di Oriana Fallaci” apparso su ilgiornale.it in data 26 agosto 2014 (e non 1014 come potrebbe sembrare).

L’odio per l’Islam, il fallimento dell’integrazione: in queste righe sembra di leggere la cronaca di oggi.

Leggete queste righe come fossero un saggio scritto ieri, e avrete una valida analisi dei fatti di attualità degli ultimi giorni. Ma, com’è ovvio, le righe che seguono sono state scritte da Tiziano Terzani non in queste ore, ma in risposta ad Oriana Fallaci ed al suo articolo “La Rabbia e l’orgoglio” scritto all’indomani dell’11 settembre del 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Ho deciso di ripubblicare un estratto dei suoi scritti sul rapporto tra l’Islam e l’Occidente, in quanto molta gente è ancora convinta che Oriana Fallaci avesse ragione, e che lo scontro totale debba prevalere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

IL SULTANO E SAN FRANCESCO

Non possiamo rinunciare alla speranza

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle “Lettere da due mondi diversi”: io dalla Cina dell’immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti.

Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione.

Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere ‘Gli ultimi giorni dell’umanità, un’opera che sembra essere ancora di un’inquietante attualità.

Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. “Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me”, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. Ed aggiungeva: “Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”.

E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, “Libertà duratura”. O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa.

Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’aver davanti prima dell’11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove – alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via.

(…)

Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l’atto di “una guerra di religione” degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure “un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale”, come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell’Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. “Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana”, scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri – l’ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l’anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico – si tratterebbe appunto di un ennesimo “contraccolpo” al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l’elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Il “contraccolpo” dell’attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall’installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l’Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell’Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana “a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico”. Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Esatta o meno che sia l’analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi “amici”, qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L’occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d’essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre piu’ disastrosi “contraccolpi” che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l’Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri.

A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli “orribili” talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell’oleodotto attraverso l’Afghanistan.

(…)

Sappiamo che poi il mondo rispose alla minaccia del terrorismo con la guerra, così come la signora Fallaci incitava. A distanza di 13 anni possiamo dire che aveva ragione Terzani. Il terrorismo non è stato per niente scalfito.

 

L’articolo integrale QUI.

 

Risarcimento (d)anni

segnalato da barbarasiberiana

LEGGE 40. RISARCIMENTO ANNI

di Simona Maggiorelli – Left.it

Ha avanzato una richiesta di risarcimento danni la coppia a cui il tribunale di Bologna il 14 agosto ha riconosciuto il diritto immediatamente esigibile all’eterologa. E adesso potrebbero essere molti altri a imboccare questa via, considerando che sono circa 20mila le persone che, dall’entrata in vigore della legge 40 nel 2004 a oggi, sono andate all’estero per fare la fecondazione assistita con gameti ricevuti da donatori esterni alla coppia. Mentre altre 9mila ancora attendono in Italia.

Non solo azioni individuali a pioggia, ma anche un’azione collettiva, una class action. Questa possibilità è stata prospettata, all’indomani della decisione della Consulta, dagli avvocati Gianni Baldini e Filomena Gallo. E subito ripresa dalla stampa specializzata di settore. «Sono migliaia – ha scritto il Quotidiano sanità – le coppie che potrebbero decidere di fare una class action contro lo Stato italiano per colpa della legge 40 che per 10 anni ha vietato loro il ricorso alla fecondazione assistita eterologa».

La sentenza che lo scorso 9 aprile ha cancellato il divieto di eterologa, ha “valore sub costituzionale” (cioè non può essere superata nemmeno dal Parlamento attraverso modifiche legislative) ed è immediatamente eseguibile e retroattiva. Questo senza determinare alcun vuoto normativo, come ha chiarito lo stesso presidente della Corte Giuseppe Tesauro. «Da aprile ad oggi ho ricevuto moltissime telefonate e tanti messaggi su facebook da coppie che vorrebbero fare ricorso per accedere all’eterologa» dice il segretario dell’associazione Coscioni Filomena Gallo, in questi giorni al lavoro per preparare l’XI congresso dell’associazione che si terrà a Roma dal 19 al 21 settembre sul tema delle libertà civili. «Se non si partirà presto con queste tecniche, ormai legali e lecite, saranno i tribunali a decidere, proprio come è avvenuto a Bologna. In molti fra coloro che mi hanno contattato in queste ore – spiega Gallo – si sono rivolti ai centri di fecondazione e sono in lista d’attesa. I centri si stanno attrezzando e stanno valutando il da farsi. Ho consigliato alle coppie di farsi indicare tempi certi. In assenza di questi elementi, infatti, si configura una chiara lesione dei loro diritti». Il tergiversare della politica nel recepimento della sentenza della Consulta e la decisione del Consiglio dei ministri di affidare la materia al Parlamento non contribuiscono certo a sbloccare la situazione. E i tempi si allungheranno a dismisura. Basta ricordare le annose discussioni, ideologiche e prive di basi scientifiche che i cattolici, di destra e di sinistra, ingaggiarono in Aula nel 2004 e nel 2005 all’epoca del referendum.

Il resto dell’articolo è disponibile in edicola da sabato 30 agosto e per tutta la settimana (Left n°33)

Spinoza@Reggio

segnalato da barbarasiberiana

Come da tradizione Spinoza approda a Reggio Emilia, ospite dell’annuale Festa Un Tempo Conosciuta Come Dell’Unità: nell’occasione Stefano Andreoli e Alessandro Bonino, inventori di Spinoza.it, presenteranno l’ultima esilarante creazione del blog più amato dagli italiani: il libro “LA CRISI È FINITA e altri racconti fantastici”, contenente migliaia di battute inedite tutte da colorare.

La cornice è sempre quella di Campovolo, luogo tristemente noto per i concerti di Ligabue. L’ingresso è ovviamente gratuito: eventuali offerte saranno devolute alle vittime dell’Ice Bucket Challenge. Accorrete numerosi!

Qui il sito della festa

Pensioni d’oro

segnalato da barbarasiberiana

PENSIONI D’ORO, A VOLTE RITORNANO

Davide Serafin – epossibile.org, 25/08/2014

Sarà che il clima vacanziero stimola poco la fantasia, sta di fatto che il governo ha pensato (e poi smentito) di introdurre quello che il ministro Poletti ha definito “contributo di solidarietà”: più banalmente, un prelievo fiscale aggiuntivo alle cosiddette pensioni d’oro. Una misura che dovrebbe apportare alle casse dello Stato addirittura un miliardo di euro. La notizia era l’apertura di Repubblica del 19 Agosto. Le hanno chiamate superpensioni, coltivando quel retropensiero che contro questi arcinemici ci vogliano superuomini con superpoteri. Ma non vi tedierò oltre con l’aspetto del lessico impiegato nel caso di specie. Quel che qui interessa è far notare come l’idea del prelievo sugli assegni di questi 11.600 fortunati con assegno superiore a 10 mila euro (la cui posizione previdenziale è maturata con le regole del sistema retributivo, ovvero con le regole antecedenti alla riforma Dini del 1995) non è nuova, non è venuta in mente né a Poletti, né Padoan, né ai laboriosi tecnici del Ministero delle Finanze.

Il più celebre tentativo di colpire la “gallina dei pensionati d’oro” (o l’Oca d’oro, cfr. Boeri) è del 2011 (con Tremonti ministro dell’Economia): nel decreto legge n. 98 del 6 Luglio venne inserito, in sede di conversione, il comma 22-bis dell’articolo 18. In esso era contenuta la previsione di un contributo di perequazione per gli assegni superiori a 90 mila euro, con un certo grado di proporzionalità. Inizialmente gli scaglioni erano solo due (5% da 90 mila fino a 150 mila; 10% oltre a 150 mila), poi diventarono tre alla fine del 2011 (15% oltre i 200 mila).

La norma ha avuto vita breve. Impugnata da un magistrato, ex Presidente della Corte dei conti, in quiescenza dal 2007, attraverso la medesima della Corte dei Conti, è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 116/2013. Prima di entrare nel dettaglio di questa pronuncia, già peraltro sviscerata in lungo e in largo ai tempi della sua emissione, è doveroso ricordare che vi sono stati altri tentativi di introdurre meccanismi cosiddetti di equità verso quei trattamenti previdenziali superstiti del metodo retributivo ed, in tutti i casi, si è curiosamente dimenticato il contenuto della sentenza n. 116/2013, prospettando soluzioni non dissimili da quanto già proposto a suo tempo da Tremonti.

A Gennaio 2014, sul tavolo vi erano nuovamente sia proposte del governo, sia delle opposizioni, le quali non si facevano mancare una qual certa variabilità, dal momento che ognuno dei gruppi presenti alla Camera aveva presentato un proprio progetto di legge, con nutrito corredo di emendamenti. Le soluzioni proposte passavano da un vero e proprio hair-cut dell’assegno mensile (proposte Meloni e 5 stelle), da ridursi alla soglia dei 3500 euro netti, passando attraverso il ricalcolo dei trattamenti con il metodo contributivo, fino a formulazioni più blande (Pd), le quali richiedevano al governo di studiare misure volte ad “una maggiore equità” e a correggere “eventuali distorsioni e privilegi ” (Atto Camera mozione 1.00285, Gnecchi e altri). Successe che la maggioranza, in commissione Lavoro, adottò il progetto di legge Meloni come testo base per poi, dopo qualche settimana di discussione, farlo affondare in aula con voto contrario. Certamente un bel modo – inconcludente – per fomentare e fuorviare il dibattito pubblico.

Va da sé che la norma sul prelievo perequativo, nonostante la sentenza di illegittimità, era stata ripristinata dal governo Letta con la Legge di Stabilità 2014, ed è tuttora in vigore. Forse i superpensionati non se ne sono accorti (e nemmeno Poletti e Padoan e i tecnici del ministero), ma i loro assegni sono soggetti al comma 486 della Legge di Stabilità 2014 (n. 147/2013), il quale prevede prelievi con scaglioni del 6% sugli assegni superiori a 14 volte il trattamento minimo (‘TM’; nel 2013 era stato fissato a 495,43 euro) e fino a venti volte, del 12% tra venti e trenta volte il TM, e del 18% per trattamenti superiori a trenta volte. Non solo: un contributo di solidarietà è già attivo su tutti i redditi superiori ai 300 mila euro (art. 2 comma 2 D.L. 138/2011 – aliquota del 3%) ed è stato riconfermato, sempre in sede di approvazione della Legge di Stabilità (comma 590), per il prossimo triennio.

Colpisce il fatto che nessuno di questi elementi sia entrato nella discussione apertasi dalle dichiarazioni del ministro Poletti. Privo del necessario radicamento con la realtà fattuale, il ministro ha pensato di mettere sul piatto (vuoto) ferragostano la proposta di colpire il privilegio degli assegni previdenziali d’oro, generando reazioni favorevoli e contrarie ma tutte allo stesso modo scollegate rispetto a quanto era stato fatto e detto in materia dai precedenti esecutivi. Anche Matteo Renzi, smentendo il suo stesso ministro, ha escluso che il governo stia studiando forme di prelievo sulle pensioni non perché già in essere ma piuttosto perché “non presenti in agenda”. Solo alcuni giorni fa, in palese ritardo, Il Corriere della Sera ha allegato ad un articolo di Alberto Brambilla, docente dell’Università Cattolica di Milano, una infografica sui prelievi operati dal contributo di solidarietà introdotto dal governo Letta. Questa circolarità fra giornalismo che non verifica e politica – per così dire – sbadata, genera un flusso argomentativo stagnante, volto a suscitare l’emotività, l’indignazione verso il privilegio. E lì si ferma.

Periodicamente il dibattito pubblico viene orientato – consapevolmente? – intorno alla questione delle pensioni d’oro, ma ciò che si riesce a proporre altro non è che una riedizione, riveduta ma non corretta, della norma di Tremonti. Invece dovrebbe essere la sentenza del 2013 a costituire il nostro punto di partenza per un ragionamento sulla riparazione di questa stortura. Anche se una eventuale riduzione degli assegni determinerebbe comunque un risparmio residuale, valutato da Boeri-Nannicini (“Quanto può restituire il pensionato d’oro”, 27.9.13, http://www.lavoce.info/contributo-di-equita-pensioni-doro/) in circa 800 milioni/anno calcolati ipotizzando un’aliquota fortemente progressiva e con intervento fin dai tremila euro mensili, l’idea di una risposta alla domanda di maggior equità non ci abbandona. I giudici della Consulta hanno elaborato una fitta giurisprudenza in materia, i cui paletti sono stati riaffermati con la sentenza 116/2013:

  1. il sistema fiscale deve essere commisurato alla capacità contributiva e quindi al criterio della progressività della tassazione;
  2. l’intervento perequativo ha di per sé natura tributaria;
  3. il reddito da pensione è retribuzione differita, pertanto non ha natura diversa dagli altri redditi; il prelievo circoscritto alla sola categoria dei pensionati, pur d’oro, si caratterizza per l’“irragionevolezza ed arbitrarietà”: fra l’altro, osservano i giudici, se il legislatore avesse rispettato “i principi di eguaglianza dei cittadini e di solidarietà economica”, avrebbe ottenuto un gettito, e quindi un risultato di bilancio, ben differente.

Configurando la pensione come reddito differito, viene a perdersi la distinzione fra codesto trattamento economico e quello riservato ai manager della PA ancora in servizio, ad esempio. Non è possibile intervenire su una singola tipologia reddituale con un prelievo di tipo perequativo. Possiamo chiamarlo contributo di solidarietà, o prelievo forzoso. Boeri suggerisce la definizione di contributo “non per cassa ma per equità”, tuttavia non è chiaro se ciò basti a far perdere alla norma la sua natura tributaria. Il cambiamento di nome (da prelievo perequativo a contributo di solidarietà), insieme al mutamento di destinazione (dalle casse dello Stato alle casse dell’Inps), parrebbe far spostare il tributo in ambito previdenziale, aspetto che potrebbe non essere sufficiente in caso di nuova pronuncia della Corte. È tutto da provare, infatti, che la norma contenga i criteri di ragionevolezza e di solidarietà fra i contribuenti.

Inoltre, come è stato indicato (cfr. Boeri-Nannicini, http://www.lavoce.info/gettito-pensioni-doro-quanto-limitato/) da un ingegnere livornese durante la trasmissione Servizio Pubblico dello scorso Novembre, il risultato del ricalcolo delle pensioni retributive con i criteri del metodo contributivo – pur se con alcune semplificazioni dovute al fatto che i tassi di rendimento del sistema contributivo sono disponibili solo a seguito della riforma Dini – rivela che ad essere scoperti, rispetto al monte dei contributi effettivamente versati, non sono i superpensionati, bensì i detentori degli assegni più modesti, specie quelli integrati al minimo, poiché, in conseguenza dei salari bassi, hanno corrisposto bassi contributi.

Forse è possibile concludere questa disamina soltanto ipotizzando un intervento di altra natura, che colpirebbe le pensioni d’oro come gli introiti degli Alti Papaveri della Pubblica Amministrazione: la revisione delle aliquote dell’imposta sui redditi. Si risponderebbe così alla domanda di maggiore equità ribadendo il criterio di progressività previsto dall’articolo 53 della Costituzione (cfr. Principe, http://www.newnomics.it/2014/01/13/ritornare-alla-progressivita-della-tassazione/) attraverso il ritocco della curva delle aliquote, in modo da riavvicinarsi allo schema contenuto negli scaglioni di imposta prima della revisione operata durante i governi Berlusconi. In fondo, secondo Cottarelli, si sarebbero dovuti colpire ben 2,5 milioni di pensionati per ottenere un gettito significativo, estendendo la platea ben al di là dei pensionati d’oro e generando quasi certamente altri effetti distorsivi in termini di equità della tassazione. Ristabilire tale principio (l’equità!), che pure era contenuto nella riforma del 1973, non si potrà certamente fare con misure tampone e ai limiti della legittimità costituzionale.

Un altro stile di vita è possibile

segnalato da barbarasiberiana

I “COMUNI VIRTUOSI” INDICANO CHE UN ALTRO STILE DI VITA E’ POSSIBILE

di Giovanna Maria Fagnani – Corriere.it, 21/08/2014

Sono oltre 70, pochi con più di 10 mila abitanti (ma c’è anche Parma): mettono in atto pratiche innovative e reali nel campo della politica ambientale

A Montechiarugolo, 10.500 abitanti in provincia di Parma, hanno sostituito tutti i lampioni – circa 2.400 – con lampade per illuminazione a led. Un investimento che farà risparmiare al Comune circa 215 mila euro di spesa e eviterà l’immissione in atmosfera di 500 tonnellate di anidride carbonica. A Paderno Franciacorta, nel Bresciano, i terreni comunali inutilizzati sono stati trasformati in orti gestiti da una cooperativa sociale. E ai privati che, a loro volta, rinunciano a costruire sui loro terreni e ne mettono a disposizione una parte per la coltivazione, viene garantito uno sgravio fiscale. Cassinetta di Lugagnano, nel Milanese, è stato invece il primo Comune italiano a dotarsi, nel 2008, di un piano regolatore a crescita zero. Qui è vietato costruire su suolo vergine: sono ammesse solo le ristrutturazioni o trasformazioni di edifici già esistenti. Si fanno deroghe solo nella zona industriale, per le aziende che devono ampliarsi.

Comuni virtuosi

Cassinetta, Paderno, Montechiarugolo. Paesi che, sulla pagella del rispetto dell’ambiente, della riduzione dell’inquinamento, della ricerca di nuovi stili di vita meriterebbero un 10 e lode. E la buona notizia è che oltre a loro ce ne sono molti altri: 74 a oggi, ma in continua crescita. Sono i Comuni virtuosi, paesi (pochi superano i 10 mila abitanti) che attuano pratiche innovative e reali nel campo della politica ambientale. L’associazione omonima che li riunisce è coordinata da Marco Boschini, educatore professionale, blogger e autore di libri sul tema della conservazione dei beni comuni. In dieci anni di attività, il network ha organizzato decine di eventi formativi, lanciato campagne (come Porta la sporta e Meno rifiuti, più benessere), ma, soprattutto, fatto conoscere esperienze e progetti pilota che avrebbero fatto fatica a emergere, proprio perché i loro protagonisti sono Comuni «piccini». Per entrare nell’associazione, i Comuni devono fare richiesta di iscrizione, presentando i loro progetti. Il network verifica poi che quelle buone pratiche siano poi messe in atto e non restino solo sulla carta.

Il premio

L’esperienza più innovativa viene poi riconosciuta, ogni anno, dal Premio nazionale dei Comuni virtuosi, promosso dall’associazione con il patrocinio del ministero dell’Ambiente. Per partecipare a questa edizione c’è tempo fino alla fine di agosto. E non occorre che sia il municipio stesso a candidarsi: anche i cittadini possono avanzare la candidatura del proprio Comune, segnalando e valorizzando le buone pratiche del proprio territorio. «Il premio è un modo per entrare in contatto con storie, idee, persone, che nell’ombra si impegnano ogni giorno, partendo da una messa in discussione radicale dell’attuale modello di sviluppo e praticando l’alternativa, con risultati a volte sorprendenti», spiega Boschini. «Fanno azioni per l’ambiente, e intanto la comunità ci guadagna in fatto di miglioramento della qualità della vita. Si creano posti di lavoro e le famiglie risparmiano. Sembra una favola, ma è la realtà di quasi dieci anni di associazione». E i piccoli stanno cominciando a ispirare i grandi: da poco anche Parma fa parte dei Comuni virtuosi e altri grandi centri hanno fatto richiesta di adesione al network.

Sotto la cappa del nuovo potere

Informazione. Una concordia asfissiante. Dall’inizio delle larghe intese, la stampa e la tv italiane hanno cambiato pelle acconciandosi alla funzione assai poco onorevole del portavoce zelante delle verità del governo.

segnalato da crvenazvezda76

da ilmanifesto.info (26/08/2014) – di Alberto Burgio

Siamo pro­prio sicuri che lo stato (deso­lante) dell’informazione poli­tica in Ita­lia rien­tri nella normalità, che asse­gna alla «strut­tura mate­riale dell’ideologia» la fun­zione di pro­teg­gere e consolidare l’esta­blishment? Fosse così, non ci ras­se­gne­remmo, ma nem­meno avremmo la percezione di una situa­zione patologica.

In tutti i paesi del mondo, sotto qual­siasi regime, la «grande stampa» aiuta il potere. Rico­no­scerlo non implica equi­pa­rare sistemi tota­li­tari e plu­ra­li­stici. Né igno­rare la rile­vanza dei diritti di libertà e l’importanza della fun­zione svolta, nei sistemi plu­ra­li­stici, dalla stampa indi­pen­dente e di opposizione. Resta che ovun­que tra stampa e potere inter­cor­rono rap­porti di mutuo soc­corso. Che il mondo dell’informazione è dap­per­tutto con­ti­guo ai luo­ghi del potere eco­no­mico e poli­tico. Che spesso il con­fine tra infor­ma­zione e propaganda è labile e di dif­fi­cile demar­ca­zione. Ma c’è un ma.

O un limite, se si pre­fe­ri­sce. Di norma la coo­pe­ra­zione tra stampa e potere non impe­di­sce agli organi di infor­ma­zione di ope­rare anche come fat­tori costi­tu­tivi dell’opinione pub­blica e suoi portavoce. Né pre­clude alla grande stampa una fun­zione di con­trollo e di sti­molo – talora di denun­cia – nei con­fronti delle altre istanze del potere. Si pensi, per esem­pio, al gior­na­li­smo d’inchiesta, ancora vivo in Germa­nia e nel mondo anglo­sas­sone, e non appan­nag­gio delle testate di opposizione.

Coo­pe­ra­zione e cri­tica: in que­sto bino­mio con­trad­dit­to­rio si con­densa la rela­zione tra­di­zio­nale tra stampa e potere in demo­cra­zia. Il che vale a pre­ser­vare una qual­che fun­zione terza dell’informazione anche in tempi di pen­siero unico impe­rante. Accade lo stesso oggi in Ita­lia? Si può dire che anche nel nostro paese le mag­giori testate della carta stam­pata e del gior­na­li­smo televisivo pub­blico e privato man­ten­gono un equi­li­brio tra pros­si­mità e alte­rità al potere che permetta loro di assol­vere almeno in parte il com­pito di infor­mare senza troppo deformare?

Deci­sa­mente no. Da tempo – almeno dall’inizio dell’infausta sta­gione delle lar­ghe intese, più probabil­mente da quando la crisi economica imper­versa – la stampa ita­liana (fatte le debite eccezioni) ha cam­biato regi­stro. Se ancora all’epoca della rissa bipo­lare tra cen­tro­si­ni­stra e destra era pos­si­bile imbat­tersi in qual­che ana­lisi spre­giu­di­cata e cogliere fram­menti di verità tra le righe di com­menti o reso­conti (pur­ché, benin­teso, non si trat­tasse della santa alleanza con gli Stati uniti e delle guerre sca­te­nate nel nome della democrazia <CW-17>e dei diritti umani), oggi regna invece un’asfissiante con­cor­dia. Intorno ai feticci della gover­nance neo­li­be­rale – le “riforme” in pri­mis, evo­cate osses­si­va­mente come una pana­cea per tutti i mali. Intorno alle figure che la incar­nano – dal capo dello Stato al pre­si­dente del Con­si­glio in carica, pas­sando per il pre­si­dente della Bce. Intorno alle poli­ti­che per mezzo delle quali viene compien­dosi la meta­mor­fosi ame­ri­ca­ni­sta della società, il suo rapido regre­dire verso assetti post­de­mo­cra­tici, auto­ri­tari e oligarchici.

Docu­men­tarlo sarebbe sin troppo age­vole. Basti un banale espe­ri­mento. L’attuale pre­mier si è accre­di­tato come l’uomo del cambiamento e, appunto, delle riforme. È un ruolo che sta a pen­nello a un yup­pie della poli­tica, venuto su col logo del rot­ta­ma­tore. Ma que­sta è una scelta d’immagine, è la sua auto­rap­pre­sen­ta­zione. Non dovrebbe costi­tuire il con­te­nuto dell’informazione, la quale avrebbe invece il dovere di entrare nel merito delle sedi­centi riforme, parola magica che da vent’anni desi­gna i misfatti dei governi nel nome del risa­na­mento. Bene, pro­vate a vedere che succede in pro­po­sito, se mai un gior­na­li­sta, inter­vi­stando Renzi o commentandone le debor­danti dichia­ra­zioni in schietto stile nien­ta­li­sta, si prende la briga di discu­tere il cri­te­rio in base al quale un prov­ve­di­mento può defi­nirsi “riforma” e si distin­gue da un altro che non ne è degno.

Riforme erano dette anche quelle del fasci­smo, che di cose ne cam­biò effet­ti­va­mente molte e in profon­dità. Non sarebbe allora il caso di costrin­gere chi governa a uscire dalla pro­pa­ganda e a dichia­rare i pro­pri reali inten­di­menti? Non sarebbe un gesto di rispetto verso let­tori e tele­spet­ta­tori incal­zarlo, far­gli pre­senti i costi sociali delle sue deci­sioni oltre che i loro van­tati bene­fici? Non sarebbe que­sta un’elementare clau­sola di dignità per chi, facendo il gior­na­li­sta, non dovrebbe accettare di degra­darsi a veli­naro, a supino amplificatore della voce del padrone di turno?

Ma, parole magi­che a parte, il discorso ha una por­tata ben più vasta. E i pos­si­bili esempi si sprecano.

È mai pos­si­bile che nes­suno trovi da ridire quando un mem­bro del governo o del Pd recita la giacula­to­ria del «40 per cento degli italiani che ci chie­dono le riforme»? È decente fin­gere di non ricor­dare che in mag­gio si votò per le euro­pee con la fon­data paura della marea fasci­sta, e che a nessun elet­tore ita­liano venne in mente allora di con­ce­dere al governo cam­biali in bianco per sfasciare la Costitu­zione, fare nuo­va­mente cassa con le pen­sioni o stra­vol­gere lo stato giu­ri­dico del pub­blico impiego?

Un caso para­dig­ma­tico è l’evasione fiscale. Gior­nali e tele­gior­nali ne par­lano, ine­vi­ta­bil­mente, quando la Corte dei conti o l’Agenzia delle entrate dirama le solite scan­da­lose cifre che non hanno eguali al mondo. Per la cro­naca siamo poco sotto i 190 miliardi di euro sot­tratti ogni anno alle finanze pub­bli­che. Visto che i numeri hanno una loro ogget­ti­vità, il dato dovrebbe domi­nare la pagina economica. All’opinione pub­blica – ammesso che in Ita­lia ne esi­sta ancora una – sarebbe dove­roso spie­gare quali nessi sus­si­stono tra que­sto gigan­te­sco ammanco e la dram­ma­tica fame di risorse nei bilanci delle pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni e delle fami­glie dei lavo­ra­tori dipen­denti. Si dovrebbe chia­rire come non sia casuale che, van­tando que­sto record, l’Italia sia anche in cima alle clas­si­fi­che del debito pub­blico, della disoc­cu­pa­zione e della pres­sione fiscale sul lavoro. Niente di niente, invece. Il tema è tabù. I cit­ta­dini deb­bono restare inerti sotto il bom­bar­da­mento della narrazione uffi­ciale della crisi.

E così via esem­pli­fi­cando. Nel Medi­ter­ra­neo si con­suma ogni giorno la strage dei migranti.

C’è mai qual­cuno che, com­men­tando gli spro­po­siti di un mini­stro o del leghi­sta di turno, ram­menti che i migranti non chie­dono benevo­lenza: eser­ci­tano un diritto invio­la­bile? Che a quanti di loro fuggono da guerre e per­se­cu­zioni nes­suno può legit­ti­ma­mente rifiu­tare asilo? E che gli Stati che non li accol­gono vio­lano norme fon­da­men­tali del diritto inter­na­zio­nale? Quanto al ter­ro­ri­smo, largo alle stru­men­ta­liz­za­zioni di chi blocca sul nascere ogni discus­sione al riguardo. Non sia mai che ci si inter­ro­ghi sulle respon­sa­bi­lità occi­den­tali nella cata­strofe medio­rien­tale. E che, di ter­ro­ri­sta in terrori­sta, a qual­cuno venga in mente di chie­dere conto anche a Neta­nyahu. Fran­ca­mente dispiace che la recente pole­mica tra Grillo e il Tg1 sia stata liqui­data anche a sini­stra come l’ennesima aggres­sione di un ener­gu­meno. I modi offen­dono, ma la sostanza resta e meri­te­rebbe ben altra considerazione.

Sotto la cappa del potere finan­zia­rio trans­na­zio­nale, ammi­ni­strato dalla tecno-burocrazia euro­pea e dai suoi pro­con­soli nostrani, il gior­na­li­smo ita­liano ha per­lo­più mutato pelle, accon­cian­dosi alla fun­zione assai poco ono­re­vole del por­ta­voce zelante. Che divulga e accre­dita le verità dispen­sate dall’alto, e con ciò impe­di­sce la for­ma­zione di un’opinione pub­blica docu­men­tata e cri­tica. E non si creda che il rife­ri­mento al qua­dro dei poteri domi­nanti atte­sti un nesso cogente. Non vi è alcuna neces­sità in tale con­nes­sione, né vi opera una forza incoer­ci­bile. Sono in gioco, al con­tra­rio, la libera scelta di cia­scuno e la sua respon­sa­bi­lità intel­let­tuale e morale. La pato­lo­gia di un gior­na­li­smo asser­vito è parte inte­grante della più grave que­stione all’ordine del giorno, quella del pro­li­fe­rare delle caste e della cor­ru­zione in esse dilagante.

Riprendiamoci la crescita, riprendiamoci l’Europa

segnalato da Andrea

REFERENDUM STOP AUSTERITA’

Aiutiamo l’Europa.

Accordi sbagliati possono mettere a rischio il nostro futuro, riprendiamoci il futuro, riprendiamoci la crescita dicendo no all’ottusa austerità

Il Comitato Promotore, presieduto dal Prof. Gustavo Piga, propone i seguenti 4 quesiti.

Quesito 1

Attuando il principio costituzionale dell’equilibrio dei bilanci pubblici, il Governo e il Parlamento non potranno stabilire obiettivi di bilancio più gravosi di quelli definiti in sede europea. In particolare, con il referendum vengono abrogate quelle parti di due disposizioni che – precisando, per ben due volte, “almeno” – consentono di andare al di là degli obiettivi di bilancio stabiliti dall’Unione.

Volete voi che siano abrogati l’art. 3, comma 3, limitatamente alla parola: “almeno”, e l’art. 3, comma 5, lettera a) , limitatamente alla parola: “almeno”, della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?

Quesito 2

Il principio costituzionale di equilibrio dei bilanci pubblici non sarà più inteso come automatica e meccanica applicazione di un obiettivo stabilito dall’Unione europea, fra l’altro con modalità poco trasparenti. Con il referendum si abroga la disposizione che prevede l’esatta “corrispondenza” tra il principio costituzionale di bilancio e il cosiddetto “obiettivo a medio termine” stabilito in sede europea. Le normative europee, va aggiunto, non impongono la rigida e assoluta coincidenza degli obiettivi di bilancio nazionale con l’”obiettivo a medio termine”; ben diversamente, si prevedono condizioni di flessibilità che, con il referendum abrogativo, si intendono compiutamente ripristinare ed applicare.

Volete voi che sia abrogato l’art. 3, comma 2 (“2. L’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo a medio termine.”) della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?

Quesito 3

L’Italia potrà ricorrere all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie anche se non si verificano gli specifici eventi di carattere straordinario previsti dalla legge. Con il referendum si intende abrogare la norma che limita il ricorso all’indebitamento per realizzare operazioni finanziarie ai soli casi eccezionali stabiliti dalla legge, limite che non scaturisce dalla Costituzione, né è imposto da impegni europei. Abrogando questo limite, si consentirà al nostro Paese di contrastare gli effetti del ciclo economico negativo con un maggior ventaglio di strumenti di politica economica e industriale.

Volete voi che sia abrogato l’art. 4, comma 4 (“4. Fatto salvo quanto previsto dall’articolo 6, comma 6, non è consentito il ricorso all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite fi nanziarie.”) della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?

Quesito 4

L’attivazione obbligatoria e automatica del cosiddetto “meccanismo di correzione” delle politiche di finanza pubblica (meccanismo che, per intenderci, imporrà nuove tasse o riduzione delle spese pubbliche se non sarà raggiunto l’obiettivo di bilancio) avverrà soltanto quando previsto dall’Unione europea, e non anche quando imposto da trattati internazionali. Con il referendum si intende abrogare quella parte della legge che impone l’attivazione del meccanismo di correzione quando si determina uno scostamento considerato “significativo” anche sulla base di trattati internazionali.

Volete voi che sia abrogato l’art. 8, comma 1, limitatamente alle parole: “e dagli accordi internazionali in materia”, della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?

Tutte le info sul sito referendumstopausterita.it

Potrei, ma non voglio

PERCHÉ L’EUROPA NON VUOLE COMBATTERE LA DISOCCUPAZIONE PUR SAPENDO COME FARE?

segnalato da Andrea

di Gustavo Piga (www.gustavopiga.it, 25/08/2014)

La semantica del Draghi americano, con la Buba a distanza di sicurezza grazie alle onde dell’Atlantico, è stata assai nuova e diversa. E questo non tanto per l’assenso ad una minore austerità da tutti fatta notare, quanto per l’avversione alle più rilevanti e pericolose conseguenze dell’austerità: disoccupazione ed emarginazione. Atteggiamento nuovo, da accogliere favorevolmente, specie per un rappresentante di una istituzione, la BCE, che per motivi misteriosi non deve per mandato preoccuparsi dell’occupazione, come invece la Fed, concentrandosi solo sull’inflazione.

http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp140822.en.html

L’enfasi sulla “tragedia con effetti duraturi” della disoccupazione, la comprensione – senza richiami alla sacralità dell’indipendenza del banchiere centrale – per quelle “pressioni politiche” che crescono quando la disoccupazione cresce, il richiamo finale al fatto che la minaccia vera alla “coesione di lungo termine dell’area euro” deriva dalla possibilità di non raggiungere alti livelli di occupazione ovunque nell’Unione.

Tutto giusto. Eppure.

Eppure del discorso di Draghi porterò a casa soprattutto due conclusioni, legate tra di loro indissolubilmente: la pochezza delle soluzioni da lui proposte per uscire dalla crisi e l’assoluta contraddittorietà della sua analisi rispetto ai dati da lui stesso generosamente forniti.

Il che porta in ultima analisi a chiedersi perché Draghi, e soprattutto con lui l’Europa che “decide”, voltino il loro sguardo altrove per non porre fine a questa assolutamente assurda recessione europea. E la risposta che mi do è semplice e devastante ed in piena contraddizione con l’apparente nuova benevolenza di Francoforte sul tema: questa Europa, l’Europa che decide intendo, non è interessata a combattere la disoccupazione. Il perché sarà presto detto, di nuovo grazie ai dati forniti da Draghi stesso.

*

Come suggerisce Draghi di porre fine a questa mattanza europea? Oltre che grazie alle solite riforme, l’enfasi dei giornali si è concentrata su quella che Draghi ha chiamato “la spinta (boost) alla domanda aggregata”.

Peccato che quelli di Draghi siano 4 strumenti pressoché inutili per uscire da questa crisi: 1) ulteriori margini di flessibilità, cioè meno austerità ma sempre austerità, inutile per generare meno disoccupazione ed emarginazione là dove questa cresce; 2) il Piano Juncker di 300 miliardi investimenti pubblici nell’Unione europea in 3 anni, 0,75% di PIL dell’area, utile per rallentare il declino, non per arrestarlo; 3) un passaggio al finanziamento con maggiori tasse di una riduzione del cuneo fiscale, su cui commenterò più avanti e 4)  “una discussione sulla posizione fiscale complessiva dell’area euro”, che parrebbe essere l’ennesimo richiamo ad avviare una lenta cessione di poteri fiscali (tassazione e spesa) ad un governo europeo. Lenta, appunto, e dunque capace solo di distrarci dal lavoro odierno.

Le soluzioni di oggi di Draghi sono errate, ancorché più benevolenti di ieri, perché tradiscono una voglia di non guardare in faccia alla realtà. Chi lo dice? Credeteci o no è Draghi stesso, che con la sua analisi smonta una per una la rilevanza delle sue stesse proposte. Ed è di nuovo Draghi, con un contorsionismo affascinante, a rifiutarsi di prendere atto delle logiche conclusioni a cui i suoi dati e le sue affermazioni inevitabilmente conducono per mano il lettore sbigottito. Le chiameremo le quattro negazioni di Draghi, che crede siano fantasmi irreali i quattro convitati di pietra di questa mancata ripresa.

*

La prima negazione: il fantasma del Fiscal Compact, che conta eccome.

Il grafico che Draghi propone all’inizio del suo discorso mostra l’andamento della disoccupazione dal 2008 negli Stati Uniti e nell’area euro. Notate due cose: l’andamento simile fino ad un certo punto e poi il brusco separarsi delle curve, con la disoccupazione statunitense che crolla e quella europea che schizza verso l’alto. E quando avviene questa divergenza? Toh, guarda caso, a primavera del 2011, quando viene annunciato in Europa dal Consiglio europeo (la data esatta è il 15 marzo 2011) l’accordo trovato sul Fiscal Compact. Casuale mi direte? Forse. Ma forse no. Perché se credete, come il Premio Nobel Sims, che le decisioni di imprese e famiglie dipendono dagli annunci politici e dal quadro istituzionale a riguardo della futura austerità, beh, ci vuole poco a capire che imprese e famiglie abbiano cominciato a percepire proprio allora un clima avverso al sostegno nei loro confronti in caso di avversità. Ed abbiano rinunciato a spendere. Ad investire.

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Ma Draghi non fa mai cenno a questa evidente correlazione. Ne cita invece un’altra per spiegare la crescita della disoccupazione.

La seconda negazione: il fantasma dello spread, che non è causa ma effetto della crisi

Beh, ognuno sceglie le sue correlazioni. Io la mia ve l’ho fatta vedere, Draghi la sua la fa vedere subito dopo. Con questo strano grafico qui, che mostra come i paesi che hanno avuto un crollo occupazionale nell’area euro (Spagna, Grecia, Portogallo Irlanda e Italia) sono gli stessi che hanno subito una crisi di fiducia nei mercati dei titoli di Stato (vedasi negli spread).

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Le correlazioni possono spesso essere lette in due direzioni: Draghi pare scegliere la sua, spiegando la disoccupazione con la crisi di fiducia dei mercati (con quali canali? forse pensando che là dove gli spread salgono crolla il credito all’investimento). Il che porta poi Draghi a spiegare, lo vedremo meglio dopo, come la sola soluzione possibile per combattere la disoccupazione fosse quella di rassicurare i mercati, con un’austerità accelerata. Peccato che alla fine del suo discorso, come già dicevo prima, sostenga proprio il contrario: che è dalla disoccupazione alta che provenga la più seria minaccia alla sopravvivenza dell’area euro, il che farebbe pensare che il suo grafico non faccia altro che confermare come mercati preoccupati della mancanza di crescita e occupazione fossero quelli considerati più a rischio di uscita dall’euro e dunque colpiti da spread maggiore. Il bell’articolo di Boitani e Landi oggi sul Fatto Quotidiano illustra bene come gli spread sono scesi di più là dove l’austerità è stata minore!

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/23/austerity-piccoli-effetti-indesiderati/1095488/

draghi4fcSe così fosse, allora è evidente che si sarebbe dovuto fare il contrario di quel che si fece, espansione invece di austerità, via minori tasse, maggiori investimenti pubblici e maggiori deficit. La crescita avrebbe poi aiutato a ridurre il rapporto debito PIL di ognuno dei paesi, al contrario di quanto non abbia fatto con l’austerità.

La terza negazione: il fantasma degli stipendi pubblici e della spesa corrente, che contano eccome

Draghi testualmente ammette che dalla prima fase della crisi se ne uscì, in tutta l’area dell’euro, creando occupazione via “pubblica amministrazione, istruzione, sanità”, ammortizzando lo shock. Ma, secondo Draghi, dal 2011 in poi ci si fermò dal fare questo per “le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito”, avviando la “necessaria austerità per ridare fiducia ai mercati, creando una … riduzione verso il basso delle assunzioni nel settore pubblico che si è aggiunta alla già avanzata contrazione dell’occupazione in altri settori”. Così è stato per l’Italia. Ricordo che la spesa nominale per stipendi della pubblica amministrazione è calata dal 2010 al 2014  da 172 a 163 miliardi, del 5%, circa, in termini reali dunque del 12%. Il Ragioniere Generale dello stato ed il DEF di Padoan prevedono che la spesa nominale per stipendi si arresti a 163 miliardi da qui al 2018, con un calo reale ulteriore per qualsiasi livello di inflazione positiva.

Se ne deduce che per arrestare questa crisi non è il cuneo fiscale a cui volgere l’attenzione, né tanto i piani di Juncker, quanto la ripresa dell’occupazione nel settore pubblico. Lo dice lo stesso Draghi. Leggere più avanti per credere.

La quarta negazione: il fantasma dell’istruzione, che non può esistere senza fondi pubblici

Oltre a riprendere la domanda aggregata (ma abbiamo visto, con soluzioni proposte irrilevanti) ci vogliono, secondo Draghi, “le riforme”. E anche qui il Presidente della BCE si è spinto un po’ più in là dei suoi grigi colleghi, italiani ed europei, che invocano riforme senza sapere quali.

Mario Draghi al termine del suo discorso ha infatti ricordato senza se e senza ma quale sia la vera riforma necessaria per riprendere il cammino di lungo termine: “il livello insufficiente delle competenze aumenterà il tasso di disoccupazione naturale facendo crescere il numero di lavoratori che scompariranno dalla “zona di competitività” e divenendo non più occupabili. Aumentare le competenze è chiaramente prima di tutto e soprattutto una questione di istruzione, dove vi è molto che può essere ancora fatto.”

Esatto. E siccome l’istruzione in Europa è prevalentemente pubblica, la riforma principale per Draghi passa per … più spesa pubblica per scuole ed università, per maestri, professori, attrezzature, ricerca. Tutto quello che la sua austerità, più o meno flessibile, impedisce.

*

Rimane l’ultima domanda.

Perché allora non si è voluto e non si vuole cessare la stupida austerità? Perché Draghi, capendone le cause e gli effetti, fa finta di non vedere e propone l’esatto opposto di quanto la sua stessa analisi suggerisce? Perché l’Europa che “comanda”, ancor più di Draghi, fa finta di non vedere, visto che poi è a lei che spetta di combatterla istituzionalmente prima ancora che alla BCE?

Ho una sola risposta. E di nuovo, non dovrebbe stupirvi, me la fornisce l’analisi di Mario Draghi con quello che è certamente il grafico più drammatico di questa crisi. Ovvero quello che indica chi ha perso più occupazione di tutti da questa crisi, in funzione del proprio titolo di studio. Guardatelo bene: sono i rossi, non i blu. I rossi sono i lavoratori con scarsa istruzione, i più deboli e presumibilmente i più poveri dunque. I blu sono quelli con maggiore istruzione, i più protetti ed i più ricchi dunque.

draghi5fcQuesta crisi non ha colpito che di striscio i benestanti, la cui occupazione ha continuato a marciare, ha colpito i meno abbienti. Questa crisi ha acuito la disuguaglianza sociale in Europa.

La colpa? La crescente assenza di rappresentanza nei processi decisionali europei. È ovvio che se sono i tecnocrati a dettare le regole del gioco della politica, nei loro salotti ovattati di Bruxelles o Francoforte, nelle riunioni protette con cena a seguire del Consiglio europeo o dell’Ecofin, lontani dai rumori delle pernacchie e delle trombette con cui fino a pochi anni fa i lavoratori più disagiati si difendevano sotto le mura dei tanti Ministeri nazionali, è ovvio che l’esito delle politiche non potrà essere che questo.

La soluzione? Riprendersi l’Europa con strumenti democratici, come il referendum o il sostegno a forze politiche che vogliano l’Europa ma non questa Europa. In attesa che i salotti buoni lo capiscano, noi andiamo avanti, venite a firmare il referendum anti austerità: c’è tempo fino a fine settembre. www.referendumstopausterita.it

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