Libero Grassi

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23 anni fa moriva Libero Grassi, ucciso da Cosa Nostra perché si oppose al racket del pizzo

Dopo la sua scomparsa, l’esempio dato di coraggio ed onestà è servito a tanti per contrastare il racket gestito dalle organizzazioni criminali. Sono nati fondazioni, movimenti, sono state fatte leggi contro il racket e istituiti fondi per le vittime.

da rainews.it (29 agosto 2014)

Libero Grassi era un imprenditore coraggioso. Cosa Nostra lo ha ucciso il 29 agosto del 1991. Lui si era rifiutato di versare nelle casse della mafia il pizzo, cioè parte dei suoi legittimi guadagni. Era di origini catanesi ma lavorava a Palermo dove aveva fondato l’impresa tessile Sigma. Rapine, intimidazioni, richieste di pizzo erano state sempre più frequenti. “Non mi piace pagare (il pizzo) – disse a Samarcanda su Rai3 pochi giorni prima del suo assassinio – perché è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore: io divido le mie scelte con il mafioso”. Dopo la sua scomparsa, sono nati movimenti, associazioni. Tano Grasso, imprenditore di Capo d’Orlando costituisce la Fondazione Antiracket. Nascono Libera e AddioPizzo. In altre città del Sud, come Napoli, Reggio Calabria i cittadini appoggiano le imprese pizzo-free.

A Palermo nel 23esimo anniversario della morte di Libero Grassi in via Vittorio Alfieri alle 7:45 è stata organizzata una cerimonia di commemorazione. A Isola delle Femmine, nella spiaggia Sconzajuoco, in serata un dibattito pubblico su “Cinema e pizzo a Palermo”. Le iniziative proseguono anche il 30 e il 31 agosto.

L’Università di Palermo ha aderito all’iniziativa di AddioPizzo e del Commissario nazionale antiracket, distribuendo 10mila Addiopizzocard con cui fare acquisti in un circuito di consumo critico.

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7 comments

  1. Se non ho sbagliato i conti l’intervista a Libero Grassi è di VENTITRE’ anni fa.
    Possiamo dire che la politica (non le forze dell’ordine) abbia fatto seri progressi nell’affrontare il fenomeno?
    Se ci troviamo a parlare di infiltrazioni mafiose all’EXPO e di una diversa ‘mafia’ al MOSE, tanto per citare due casi, non mi parrebbe.
    Non si tratta di mandare in galera questo o quel mammasantissima del sistema della lupara o di quello, più morbido ma non meno dannoso, del clientelismo politico affaristico. Si tratta di adottare e far rispettare norme che impediscano all’organizzazione di proliferare sotto altri capi. Temo siamo ben lontani da questo.
    Ma possiamo comunque gioire del fatto di avere oggi il magistrato Cantone che risolverà tutto lui. Per il momento, leggo, Cantone vorrebbe, tra l’altro, “più intercettazioni anticorruzione”. Mi sa che sta prendendo, mi si passi il calembour, una cantonata.

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