Quella “pazza” di Oriana

segnalato da barbarasiberiana

SULL’ISLAM NON AVEVA RAGIONE QUELLA “PAZZA” DI ORIANA FALLACI

Valerio di Fonzo – blog.you-ng.it, 27/08/2014

In risposta all’articolo Sull’islam aveva ragione quella “pazza” di Oriana Fallaci” apparso su ilgiornale.it in data 26 agosto 2014 (e non 1014 come potrebbe sembrare).

L’odio per l’Islam, il fallimento dell’integrazione: in queste righe sembra di leggere la cronaca di oggi.

Leggete queste righe come fossero un saggio scritto ieri, e avrete una valida analisi dei fatti di attualità degli ultimi giorni. Ma, com’è ovvio, le righe che seguono sono state scritte da Tiziano Terzani non in queste ore, ma in risposta ad Oriana Fallaci ed al suo articolo “La Rabbia e l’orgoglio” scritto all’indomani dell’11 settembre del 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Ho deciso di ripubblicare un estratto dei suoi scritti sul rapporto tra l’Islam e l’Occidente, in quanto molta gente è ancora convinta che Oriana Fallaci avesse ragione, e che lo scontro totale debba prevalere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

IL SULTANO E SAN FRANCESCO

Non possiamo rinunciare alla speranza

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle “Lettere da due mondi diversi”: io dalla Cina dell’immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti.

Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione.

Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere ‘Gli ultimi giorni dell’umanità, un’opera che sembra essere ancora di un’inquietante attualità.

Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. “Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me”, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. Ed aggiungeva: “Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”.

E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, “Libertà duratura”. O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa.

Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’aver davanti prima dell’11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove – alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via.

(…)

Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l’atto di “una guerra di religione” degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure “un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale”, come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell’Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. “Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana”, scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri – l’ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l’anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico – si tratterebbe appunto di un ennesimo “contraccolpo” al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l’elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Il “contraccolpo” dell’attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall’installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l’Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell’Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana “a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico”. Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Esatta o meno che sia l’analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi “amici”, qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L’occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d’essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre piu’ disastrosi “contraccolpi” che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l’Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri.

A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli “orribili” talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell’oleodotto attraverso l’Afghanistan.

(…)

Sappiamo che poi il mondo rispose alla minaccia del terrorismo con la guerra, così come la signora Fallaci incitava. A distanza di 13 anni possiamo dire che aveva ragione Terzani. Il terrorismo non è stato per niente scalfito.

 

L’articolo integrale QUI.

 

6 comments

  1. PIETRO MICCA

    Si chiama Scintilla, scocca ogni giorno sull’Unitù e occupa il posto di predecessori illutri com Fortebraccio.
    Presume di sintetizzare un argomento in poche parole fulminanti.
    Ad esempio oggi scrive: “Quello del raffreddore era Andropov, non Cernenko. Quando non ha sotto mano i brogliacci delle procure Travaglio sbaglia spesso.”
    Non si accorge di aver di fatto scrtto che Travaglio, nei casi di impunità politica e corruzione che tratta, ha ragione e conseguentemente sbaglia il PD, quando assolve preventivamente Azzollini o altri amici.
    Più che una scintilla, ci vorrebbe un minimo di intellgenza e mestiere, per nn zompare per l’ennesima volta in aria assieme al giornale dove si lavora.

  2. LEZIONI DI STORYTELLING
    Di Francesco Nicodemo (l’Unità online)

    Le narrazioni politiche dei due principali partiti di opposizione giocano irresponsabilmente su paura, superstizione e pensiero irrazionale. Da sinceri democratici dobbiamo porci il tema di smontare questa narrazione, dimostrare che è falsa, partendo dai numeri, dalle cose, dai fatti, dalle storie.
    Noi con la scienza, loro con le paure. L’altro giorno ho letto su un quotidiano locale una lettera di un padre che rivendicava il diritto di non vaccinare il proprio figlio e allo stesso tempo accusava i migranti della recrudescenza di alcune malattie (non si sa quali) dal momento che molti di loro non sarebbero vaccinati. Al di là della fallacia logica di questa lettera, quello che è interessante è la correlazione tra il NO ai vaccini e il NO ai migranti. E certo non è una correlazione casuale. Perché la linea che unisce i due NO si può sintetizzare con una parola: paura.
    Alcune volte questa linea rifiuta la sperimentazione animale, oppure vaneggia di una improbabile teoria gender, oppure non riconosce le pari opportunità, oppure offende la prevenzione nella lotta al cancro, oppure vede complotti in qualsiasi evento politico, oppure parla di scie chimiche e dei cerchi nel grano, oppure trasforma i Rom nel nemico pubblico numero 1, oppure disprezza le istituzioni democratiche e sovranazionali a favore di un indistinto gentismo sovranista, anti-euro e antieuropeista.
    È una linea dogmatica, superstiziosa, quasi un pensiero magico, antistorico, irrazionale, cupo, apocalittico, e quindi totalmente infondato, ma non per questo meno radicato nel nostro Paese. Storicamente paura superstizione e pensiero irrazionale dilagano nelle fasi di crisi economica e di insicurezza sociale. Pensiamo al successo che hanno le bufale sulla rete. Non importa se sono inverosimili. Ci sono decine di siti online e pagine FB che ogni giorno producono notizie false, soffiano sul fuoco dell’intolleranza, propagano odio nei confronti della politica in nome di un non ben definito popolo della rete.
    Le narrazioni politiche dei due principali partiti di opposizione giocano irresponsabilmente su questi temi, e funzionano proprio in quei settori della società che non percepiscono ancora l’uscita del Paese dalla crisi. Il leader felpato, che adesso è passato alle magliette vista la calura estiva, ogni giorno la spara più forte, più greve, più pesante, proprio per determinare nel bene e nel male l’agenda comunicativa in Tv o sulla rete.
    Era lo stesso meccanismo utilizzato da Grillo nelle campagne elettorali del 2013 e del 2014. Il giochino funziona anche perché la reazione di indignazione (uguale e contraria) non fa altro che montare la panna comunicativa, l’hype come direbbero quelli bravi. Questa narrazione non dà risposte, non ha soluzioni, né potrebbe averne. È una comunicazione negativa che si invera nell’accusa di qualcosa contro qualcuno, che sia il Governo, l’Europa, l’euro, le banche. Come nei due minuti d’odio descritti da Orwell, è quasi un rito collettivo, fine a se stesso.
    Da sinceri democratici dobbiamo porci il tema di smontare questa narrazione, partendo dal presupposto che non basta parlarne male. Dobbiamo invece essere in grado di dimostrare che è falsa, partendo dai numeri, dalle cose, dai fatti, dalle storie. Impostando un approccio razionale, le bufale evaporano di fronte alla realtà oggettiva, verificabile e condivisibile. Davvero è così difficile dimostrare quanto sia poco credibile un politico che spara numeri a caso, o che con naturalezza dice: ‘facciamo come in Grecia, ritiriamo anche noi i soldi dalle banche’?
    La semplice domanda ‘come?’ (cui nel 99% dei casi non c’è una risposta) disvela la pochezza delle menate propagandistiche, degli slogan e delle frasi ad effetto. Scriveva Lucrezio nel de rerum natura: ‘questo terrore dell’animo, dunque, e queste tenebre occorre che siano dissipate non dai raggi del sole o dai dardi del giorno, ma dalla visione e dalla scienza della natura’. Lucrezio usa la parola ratio da cui deriva il termine italiano ragione. Ragione, natura delle cose, scienza: in due versi c’è la chiave.
    È come se fossimo di fronte ad un nuovo bipolarismo che oppone la scienza alla superstizione, la ragione alla paura. Ed è una questione politica primaria, non solo perché dobbiamo sconfiggere forze politiche immature e irresponsabili, ma perché una società attraversata da spinte irrazionali e antiscientifiche è una società meno giusta e meno sicura.
    Qualche mese fa, i democratici americani hanno prodotto uno slogan bellissimo: ‘I trust in scientists, I’m democrat’. Ho fiducia negli scienziati, sono democratico. Dovremmo farlo nostro, e pure rapidamente

    PS
    Iil Catechismo del buon piddino?

    1. ma se sono i primi a non rispondere nel merito quando si contestano le loro buone scuole, i loro job act, sblocca italia e trivelle varie, facendo leva sulla paura di un animale misterioso che si aggira di notte prelevando gli illuminati depositari del verbo rignanese….il gufus rosiconis?
      (come mai è finito qui?)

  3. Oriana, per me, doveva essere affidata a qualche capace psichiatra.
    Che i suoi deliri siano stati un caso editoriale testimonia del cinismo di certa editoria e della miseria eterna di una certa umanità che se non ha un nemico contro cui scagliarsi si ritrova sola con la propria incapacità di dare un senso all’esistenza.
    Che in tempi come quelli che stiamo vivendo Il Giornale ritenga opportuna un’elegia della pornografa morale conferma il citato cinismo e la citata miseria.
    Certo, il profitto, economico ed elettorale, santifica tutto. Si sa.

  4. La querelle con la Fallaci mi interessa poco, onestamente. Ho èpreso in mano una sola volta un suo libro , ai tempi, e quasi subito esercitato il mio diritto di lettore a smettere di leggerlo
    Una banalità, un noia nascosta sotto frasi roboanti..
    Mancava del tutto una dimensione di analisi storica appena appena credibile e utilizzabile.
    Non so se avesse ragione Terzani, sulla dimensione imperiale degl USA hanno avuto ragione in molti ed è talmente evidente che bisogna esser ciechi per non vederla.
    Ho già altre evolte suggerito: di dare una scorsa alle carte geografiche degli ultimi tre secoli. Bastano e avanzano a capire
    Cavour mandò le sue truppe in Crimea, anche in quel modo nacque l’Italia.
    L’Italia nata da pochi decenni mando le sue truppe e i suoi coloni in Africa.
    C’è sempre una Santa alleanza e se non è Santa, si provvede in fretta a santificarla, in un modo nell’altro.
    La caduta del Muro di Berlino viene infantilmente enfatizzata come effetto finale di uno scontro di ideologie: valeva un millesimodell’occasione che offrì al mondo Gorbaciov, ma non si poteva dire, perchè dirlo equivaleva a sottolineare che quell’occasione la si stava perdendo .
    Oggi siamo qui a girarci i pollici (soprattutto televisivi) MRS PEsc compresa, ma c’è qualcuno che nota che l’equilibrio eruopeo si è spostato all’est, incorporando,. per aver mercati e delocalizzazioni, nazioni e regimi di democrazia dubbia, ch eincorporano pesanti eredità di un passato che non è scomparso?
    Al posto di Van Rompuy abbiamo un presidente polacco, cioè di una di quelle nazioni che ha gentilmente ospitato le camere di tortura USA che non potevano più stare a Guantanamo, nonchè i missili Nato puntati su Mosca…
    Che significa questo percorso?
    Significa che la UE come tutti constatiamo – non è diventata uno stato federale, è rimasta una accozzaglia pericolosa di banche. oligarchie e burocrazia, ma è riuscita a mescolare di nuovo inestricabilmente i suoi affari con quelli della Nato.
    La conseguenza è che si mettono testate atomiche e si dislocano truppe qui e la. e si gioca con la diplomazia delle parole, in attesa chei ci trascini dove ci ha sempre portato-
    Si sproloquia di punto di non ritorno in Ucraina, dimenicandosi la regola che, quando il punto di non ritorno arriva, non si presenta ad alta voce e con biglietto d visita.
    E’ una costante storica: lo riconosciamo dopo, a danno fatto
    .

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