Mese: settembre 2014

Dieci domande

Le mie dieci domande a Matteo sul Jobs Act

da Huffingtonpost.it (27/09/2014) – di Stefano Fassina

Lasciamo sullo sfondo e in fondo la questione relativa alla possibilità di reintegro di una persona che lavora licenziata senza giustificato motivo, martellata dal Presidente del Consiglio. Concentriamoci sulle misure vere necessarie al contrasto della precarietà e alla valorizzazione del lavoro. In ordine di rilevanza: la politica macroeconomica; la regolazione del mercato del lavoro.

La politica macro-economica è la variabile decisiva. La ripresa dell’economia può arrivare soltanto da una forte ripresa della domanda aggregata. Soltanto così si possono determinare effetti positivi sulla quantità e qualità dell’occupazione. Insistere per la preliminare attuazione di riforme strutturali vuol dire ingigantire gli ostacoli alle riforme e aggravare le condizioni dell’economia. Allora, sarebbe utile sapere dal Governo, prima di decidere sulla regolazione del lavoro, quali passi avanti si fanno durante la presidenza italiana dell’Unione europea per correggere la rotta insostenibile del mercantilismo liberista. E, quindi, conoscere qual è il segno e quali sono i principali contenuti della legge di stabilità in arrivo. Ha un segno espansivo? Il segno espansivo è sufficientemente robusto da generare un effetto positivo sul Pil e sull’occupazione? Qual è la composizione in termini di spese e entrate? Qual è il programma su privatizzazioni e utilizzo di eventuali proventi?

In secondo piano, le regole del mercato del lavoro. Il disegno di legge delega ha principi ambigui che lasciano spazio a possibilità attuative di segno opposto. Il Parlamento non può dare una delega in bianco al governo. È necessario specificare i principi di delega in punti dirimenti. In particolare, prima di pronunciarsi sia la Direzione del PD sia, nella loro autonomia, i gruppi parlamentari, si dovrebbe rispondere alle seguenti domande:

  1. Quali tipologie contrattuali vengono cancellate? La delega prevede la cancellazione soltanto come eventualità.
  2. Quali tipologie contrattuali oggi escluse vengono coperte con misure di sostegno al reddito in caso di disoccupazione, di indennità di maternità, di indennità di malattia? Qual è l’ordine di grandezza della platea coinvolta? Nessuna informazione disponibile sul punto.
  3. Quale carattere hanno le misure di sostegno al reddito, indennità di maternità e indennità di malattia? Hanno, in parte, carattere assicurativo, ossia sono a carico di datore di lavoro e persona che lavora come è per i cosiddetti “garantiti”? Oppure, sono completamente a carico del Bilancio dello Stato? “Coprire” 500.000 precari costa oltre 4 miliardi all’anno. Quante risorse aggiuntive si rendono disponibili rispetto agli impegni degli ultimi anni per la Cassa Integrazione in Deroga (circa 3 miliardi nel 2013)? Quali capitoli di spesa si intendono tagliare per reperire le risorse aggiuntive necessarie?
  4. Che cosa vuol dire, per i neo assunti, “contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”? Si elimina la possibilità di reintegro in caso di licenziamento senza giustificato motivo oppure tale tutela entra in vigore dopo un periodo tempo?
  5. Sia nel primo che nel secondo caso, come si indennizza la persona che lavora? Il condiviso obiettivo del governo di eliminare discriminazioni, implica che, in caso si elimini la possibilità di reintegro, il regime vale anche per i contratti in essere? Inoltre, l’indennizzo eventualmente introdotto vale sempre, ossia anche per i licenziamenti esclusi dalla possibilità di reintegro e per le imprese sotto i15 dipendenti? Oppure, rimangono lavoratori e lavoratrici di “serie B”?
  6. Qual è il canale di trasmissione tra eliminazione della possibilità di reintegro e maggiori assunzioni a tempo indeterminato? Il diritto del lavoro italiano viene classificato dall’Ocse molto flessibile anche per le imprese sopra i 15 dipendenti (si legga la comparazione sintetizzata dal prof Riccardo Realfonzo). Le imprese hanno decine di forme contrattuali “usa e getta&low cost” per assumere e licenziare, alle quali il “Decreto Poletti” ha aggiunto i contratti a termine senza causale reiterabili per 3 anni e i contratti di apprendistato, molto agevolati sul piano contributivo, senza requisiti di stabilizzazione alla fine del triennio. Perché l’eliminazione della possibilità di reintegro per licenziamenti senza giustificato motivo dovrebbe orientare le imprese a preferire un contratto più costoso a contratti molto meno costosi in quanto senza oneri per l’indennizzo in caso di licenziamento e caratterizzati da minori oneri contributivi (cocopro, associazione in partecipazione, Partita Iva, ecc)?
  7. Come disconoscere che l’unico effetto dell’eliminazione della possibilità di reintegro sia l’ulteriore indebolimento della capacità contrattuale delle persone che lavorano e, inevitabilmente, l’ulteriore riduzione delle retribuzioni, come avvenuto in tutti i paesi oggetto delle raccomandazioni di una Commissione europea segnata da forze conservatrici dedicate ciecamente all’impossibile mercantilismo liberista? In sostanza, l’accanimento terapeutico sulla svalutazione del lavoro, imposta nell’impossibilità di svalutare la moneta, oltre che regressivo sul piano dell’equità, è depressivo sul piano economico.
  8. Come si raccorda il contratto a tempo determinato senza causale introdotto dal “Decreto Poletti” e il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti? La soluzione indicata in alcuni emendamenti del Pd al disegno di legge delega prevede l’attivazione della possibilità di reintegro dopo un primo triennio di lavoro. È una soluzione considerata scarsamente innovativa, anzi alimentata da “conservatorismo e corporativismo”. Ma si è consapevoli che implicherebbe 6 anni di licenziabilità ad nutum dato che l’impresa avrebbe convenienza a fare prima, per un triennio, un contratto a tempo determinato senza causale o un contratto di apprendistato? Si è consapevoli che la mediana della permanenza di un lavoratore in un’azienda sopra i 15 dipendenti è 5 anni e per una lavoratrice 4 anni?
  9. È consapevole il governo che in nessun paese europeo alla persona che lavora è sottratto il diritto di rivolgersi a un giudice per licenziamento senza giustificato motivo?
  10. Infine, il governo non ritiene che, oltre a far ripartire la domanda aggregata, l’unica condizione per asciugare l’area della precarietà sia la riduzione e conseguente fiscalizzazione degli oneri sociali sul contratto di lavoro dipendente, come indichiamo da anni, altrimenti, anche in assenza dei contratti precari oggi disponibili, prevarrebbero comunque le finte Partite Iva, invincibili per via normativa o con i controlli della Guardia di Finanza e degli ispettori del lavoro?

Le risposte a tali fondamentali domande faciliterebbero la discussione nel Pd e, certamente, aiuterebbero a raggiungere un approdo unitario in Direzione e in Parlamento.

Tra gli Indiani e Berlinguer

segnalato da Ciarli P. 

da through europe (05/08/2014) –  di Franco Berardi Bifo

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Chiude l’Unità

Negli anni ’50 e ’60 mio padre portava a casa ogni giorno L’Unità. Dopo il ’68 lessi altri giornali, e L’Unità mi divenne sempre più antipatico, poi il movimento del 1977 ebbe nell’Unità un avversario, spesso sleale. Quel giornale attaccò il movimento di studenti ed emarginati fino ad accusarlo di squadrismo. Diffamò le avanguardie operaie che alla Fiat al Petrolchimico e all’Alfa cercavano di dare alle lotte operaie una direzione radicalmente anticapitalista.

Oggi quel giornale non esiste più.

Ha chiuso perché la sconfitta generale del movimento operaio ha disaffezionato i suoi lettori che sono rimasti pochi, almeno a paragone del milione di lettori che aveva negli anni in cui mio padre ne era diffusore. Ha chiuso perché la classe politica ignorante liberista e autoritaria che oggi dirige il partito democratico vuol cancellare le tracce del passato. La chiusura di quel giornale provoca in me un sentimento di tristezza immensa: un mondo che potevo capire, con cui potevo interagire polemicamente è cancellato da un mondo opaco che non è più comprensibile secondo le categorie della lotta di classe, ma neppure secondo le categorie della democrazia e della razionalità politica, e forse neppure secondo le categorie dell’umanesimo e dell’umanità.

Non rimpiango L’Unità che nel 1977, seguendo un copione classicamente stalinista accusò me e migliaia di intellettuali operai e studenti di essere provocatori, come non rimpiango il movimento cui partecipai in quegli anni. Né L’Unità né il movimento autonomo seppero anticipare e interpretare praticamente la trasformazione che si stava determinando nel rapporto tra operai e capitale, e tra società tecnologia e potere.

Perché il movimento operaio non fu capace di adeguare le sue strategie alla trasformazione tecnica e politica di cui la rivoluzione digitale è stato il motore e di cui la controrivoluzione liberista è stata la forma ideologica?

Fummo tutti responsabili di quella incapacità, ma la differenza tra il movimento autonomo e i partiti comunisti sta nel fatto che noi tentammo di adeguare le forme di coscienza e di strategia del movimento dei lavoratori, anche se certo fallimmo, mentre il partito comunista non capì la trasformazione in corso, cercò di difendere le forme sociali vecchie che stavano franando, e alla fine si piegò all’ordine nuovo e alla violenza liberista per non perdere qualche pezzo del potere che aveva gestito in precedenza.

Che parte svolse il Partito comunista italiano, e che parte svolse il movimento autonomo? E chi erano i comunisti, e infine: eravamo comunisti io e i miei compagni che i comunisti accusavano di essere fascisti, provocatori o nella migliore delle ipotesi piccolo borghesi sognatori?

Non possiamo rispondere a queste domande se non rispondiamo anche ad altre più sostanziali: perché il movimento del lavoro è stato sconfitto, perché gli operai oggi guadagnano un salario che è la metà di quello che guadagnavano trent’anni fa, mentre lavorano il doppio? Perché la democrazia politica è stata travolta dall’astrazione finanziaria, perché la precarietà distrugge la solidarietà sociale, perché i servizi sociali e i beni comuni vengono privatizzati, perché l’istruzione pubblica viene smantellata e i saperi sottoposti al dominio del profitto?

Nel discorso politico e giornalistico contemporaneo la risposta sembra semplice: il movimento operaio è stato sconfitto perché non ha saputo adeguarsi al riformismo neoliberale e privatista.

Tony Blair ha saputo trasformare il Labour in uno strumento della privatizzazione, dell’integrale sottomissione della società al dominio del profitto, in uno strumento della guerra. E in questo modo ha salvato il suo partito dalla scomparsa, e l’ha portato al governo per un lungo periodo durante il quale la Cool Britannia è divenuta – più di quanto già fosse – il paradiso del capitalismo finanziario, e l’inferno dello sfruttamento, della solitudine giovanile, della precarietà, del lavoro schiavistico in forma di internship. Tony Blair del resto proviene da una tradizione diversa da quella del Partito comunista italiano e degli altri partiti comunisti. Per lui è stato possibile trasformare il partito dei lavoratori in uno strumento della guerra capitalistica contro i lavoratori, e governare contro i lavoratori con il loro voto, dopo di che naturalmente i conservatori sono tornati al governo, e un partito razzista di nome United Kingdom Independence Party è cresciuto fino a diventare il primo partito di quel paese che la scrittrice londinese Nina Power chiama Rainy Fascism Island. Anche in Italia, con venti anni di ritardo sulla Gran Bretagna, la sinistra va al governo sposando la cultura del cinismo, della subalternità culturale alla finanza e della violenza contro i lavoratori. In realtà Renzi non fa che continuare una tradizione di subalternità e di cinismo che ha radici profonde nella sinistra.

Perché ha perso la fazione egualitaria?

Dunque ci chiediamo nuovamente perché, dopo un secolo nel quale la società è divenuta più ricca distribuendo le sue risorse secondo un principio di democrazia, e i lavoratori hanno migliorato la loro esistenza e il loro salario, e la maggioranza della popolazione ha potuto studiare, perché dopo un secolo in cui, nonostante la guerra e la violenza totalitaria, si era affermata una forma di civiltà sociale, perché alla fine la civiltà sociale crolla, la violenza prende il sopravvento nelle relazioni di classe, la diseguaglianza tra chi lavora e chi profitta si fa abissale, e la democrazia si svuota e si riduce a retorica? Nel secolo passato la fazione egualitaria – cioè quell’insieme di forze che considerano l’eguaglianza come un fattore di progresso, di arricchimento e di buona vita, ebbe il coraggio di agire e in alcuni momenti acquisì forza di maggioranza. Perché infine la fazione egualitaria ha perso, perché è stata dispersa, criminalizzata, distrutta, al punto che oggi l’egualitarismo è considerato come una tara mentale, se non proprio un vizio criminale?

La trasformazione tecnologica che ha reso possibile la globalizzazione del mercato del lavoro e la precarizzazione generalizzata sono la condizione diretta della sconfitta della fazione egualitaria. Ma come mai il movimento dei lavoratori non ha saputo adeguarsi a quella trasformazione, pur essendone la causa e il soggetto agente, dal momento che la rivoluzione digitale, che sta all’origine della sconfitta della fazione egualitaria e della catastrofe anti-sociale che ne consegue, non è stata concepita e realizzata dagli uomini della finanza, ma dall’intelligenza collettiva dei lavoratori cognitivi, degli scienziati, dei tecnici, degli artisti che sono parte del movimento del lavoro?

Per tentare una risposta a tutte queste domande spostiamo l’attenzione sulla figura di Enrico Berlinguer. Durante tutti gli anni ’70 Berlinguer avversò e fu avversato dai movimenti sociali che si definivano allora “rivoluzionari”, poiché proponeva una linea di compromesso con i partiti di governo, di sacrifici per i lavoratori e di pacificazione con il padronato.

In particolare il conflitto con Berlinguer divenne drammatico nel 1977 quando la fazione egualitaria prese forma di movimento autonomo, e gli indiani egualitari accusarono il capo del PCI delle peggiori nefandezze.

Aveva ragione lui o avevamo ragione noi? Si tratta naturalmente di una domanda stupida perché nella storia nessuno ha ragione e nessuno ha torto, soprattutto quando gli eventi spazzano via gli uni e gli altri.

Nella coscienza ideologica del movimento autonomo Berlinguer era colpevole di un compromesso con le forze del capitale, di fare fronte comune con lo stato borghese contro quello che credevamo essere l’avanzare del contro-potere operaio. Nella coscienza ideologica di Berlinguer e del suo partito gli autonomi erano colpevoli di approfondire uno scontro sociale pericoloso in condizioni di crescente debolezza, e di provocare una divisione del movimento stesso dei lavoratori.

Come sempre accade, il linguaggio dei protagonisti è inadeguato a spiegare quello che stava davvero succedendo, e se oggi ripensiamo a quella situazione ci rendiamo conto che, per quanto gli uni e gli altri avessero alcune ragioni, complessivamente gli uni e gli altri erano incapaci di anticipare l’imminente: la sostituzione tecnica e la delocalizzazione del lavoro operaio, e la precarizzazione crescente del lavoro. Debbo dire a onor del vero che il movimento autonomo percepì questa tendenza e la tradusse con espressioni come “non garantiti”, e come “rifiuto del lavoro”, mentre il partito di Berlinguer fu del tutto incapace di cogliere la tendenza sociale e si limitò a difendere i valori politici o morali che si stavano facendo evanescenti per ragioni molto più profonde della volontà politica o della corruzione morale del ceto dominante.

Quando la lotta operaia cresceva, quando la fazione egualitaria aveva una forza sufficiente per imporre la redistribuzione della ricchezza, Berlinguer e il suo partito cercarono di ricondurre il movimento nell’alveo della compatibilità con le esigenze del capitale. All’inizio del decennio ’80, quando ormai il movimento era stato sconfitto, quando gli studenti erano stati separati dagli operai, quando gli emarginati e i non garantiti erano stati criminalizzati e migliaia di attivisti autonomi incarcerati, a quel punto Berlinguer chiamò gli operai della FIAT a un’ultima battaglia, certamente perdente. Quello che passa per il gesto più eroico di Berlinguer, la chiamata all’occupazione della Fiat nell’autunno del 1980 quando ormai gli operai erano deboli, (dopo che per cento volte gli operai Fiat erano stati attaccati e isolati dal PCI quando erano forti), fu in realtà l’inizio della catastrofe di cui non abbiamo smesso di vedere gli sviluppi.

Berlinguer non era uno stupido, né un cinico uomo di potere come Giorgio Napolitano. Era certamente una persona onesta, dimostrò coraggio e indipendenza di pensiero quando (certo troppo tardi) ruppe con gli spettri brezneviani. Ma egli fu il simbolo vivente della vocazione alla sconfitta del comunismo novecentesco, e trascinò nella sua sconfitta il movimento dei lavoratori.

Questione morale o radicalità sociale?

Se vogliamo oggi tentare una valutazione del rapporto tra Berlinguer e gli indiani dobbiamo rovesciare la percezione comune che vede Berlinguer come campione della ragionevolezza e gli indiani come pericolosi utopisti e casinari. Gli indiani erano assolutamente realisti quando dicevano: è ora è ora lavora solo un’ora, quando dicevano lavorare tutti ma pochissimo, cioè quando rivendicavano la riduzione del tempo di lavoro per mettere a frutto la trasformazione tecnologica e per evitare gli effetti devastanti della precarizzazione. Erano realisti perché interpretavano le tendenze e le possibilità aperte dallo sviluppo tecnologico, anche se certo lo facevano in modo autonomo, cioè si rifiutavano di accogliere i limiti e le compatibilità imposte dall’interesse del capitale e il modello semiotico di cui il capitale era portatore.

Berlinguer fu un cattivo utopista quando pensò che il problema principale era la questione morale. La questione morale non esiste, è solo un modo velleitario e perbenista di fare i conti con la corruzione pervasiva che il neoliberismo porta con sé. La contrapposizione fra il partito degli onesti e quello dei disonesti appare alla distanza come un fallimento colossale. Dopo gli immorali democristiani sono venuti gli immoralissimi socialisti, dopo gli immoralissimi socialisti sono venuti i mafiosi di Berlusconi e Dell’Utri. Nonostante lo scandalo delle anime belle, il popolo italiano ha preferito di gran lunga gli immoralisti ai Torquemada, come dimostra il fallimento comico del moralissimo Mario Monti. E non senza ragione: i Torquemada onesti dedicano tutte le loro energie a imporre le regole eterne dell’economia schiavistica, mentre almeno gli immoralisti ci lasciano in pace occupati come sono a occuparsi dei loschi affari loro.

Sacrifici e politiche del desiderio

La questione dei limiti della crescita economica emerse nella coscienza dell’ultimo decennio moderno, dopo la pubblicazione del Rapporto del Club di Roma e dopo lo shock petrolifero: probabilmente Berlinguer intuì questo tema, ma la sua traduzione politica in termini di sacrifici fu tale che tutti intesero il suo discorso come un attacco contro il salario operaio e contro il bisogno sociale di impadronirsi della ricchezza prodotta.

Non si doveva mettere in questione la crescita infinita senza mettere in questione la durata del tempo di lavoro, e la dipendenza del salario dalla produttività. Gli indiani posero infatti la stessa questione dal punto di vista del desiderio, non dal punto di vista dei sacrifici.

E qui sta la ragione profonda per cui il comunismo novecentesco si è messo fuori dalla realtà della trasformazione postfordista. Berlinguer fu l’ultimo interprete della visione idealistica che concepiva il comunismo come realizzazione di un ideale morale, non come possibilità aperta dallo sviluppo tecnico e culturale.

L’ideologia neoliberista e la pratica della privatizzazione vinsero su questo punto: la trasformazione postmoderna del capitale fu completamente a-moralistica e catturò il desiderio che scaturiva dall’evoluzione tecnica e culturale. Per questo il neoliberismo interpretò il rifiuto del lavoro che proveniva dal movimento autonomo e ne raccolse l’energia, mettendo in moto un processo di automazione del lavoro industriale e catturando poi le energie produttive mentali della società. Per questo il neoliberismo interpretò il desiderio sociale di ricchezza, e lo intrappolò in un inferno di competizione forsennata e di frustrante consumismo.

Il moralismo comunista invece si presentò come compressione delle energie sociali in nome di una difesa anacronistica dei valori morali della borghesia che stava scomparendo, e di una classe operaia legalitaria, borghesizzata e protestante. La politica del PCI portò quindi a una divisione della società: i giovani scolarizzati mobili e precari volevano vivere una vita ricca di esperienze nomadi, e sapevano che di lavoro salariato non ce n’è più bisogno quando la macchina intelligente sostituisce il lavoro stupido.

I comunisti si misero allora a difendere il lavoro stupido, e si rifiutarono di farsi promotori della macchina intelligente: difesero i posti di lavoro senza capire che occorreva ridurre l’orario se si voleva evitare la disoccupazione e la contrapposizione tra occupati disoccupati e precari.

Difesero il lavoro, invece che i lavoratori che volevano lavorare di meno e godere di più.

Il padre la madre il fratello

Il desiderio entrò nel lessico politico quando i libri di Deleuze e Guattari vennero branditi dagli indiani come manifesto del loro comunismo a-moralista e antistoricista. I comunisti storicisti e morali se ne scandalizzarono, perché non il desiderio ma la necessità storica e l’etica del lavoro erano la loro legge.

Massimo Recalcati, che nel ’77 era un indiano ma nel frattempo si è convertito in viso pallido lacaniano, in un’intervista con Christian Raimo pubblicata nel 2013 con il titolo Patria senza padri rivisita l’opposizione tra l’etica politica di Berlinguer e antiedipico dei movimenti, e conclude che Berlinguer ha vinto contro Deleuze. Strana illusione ottica. A me pare che in quella storia non ci sia nessun vincitore, se non l’assolutismo capitalistico che ha spazzato via morale ideali e purtroppo anche corpi desideranti e solidarietà sociale.

Berlinguer (eponimo dello storicismo etico e legalista che fu sbaragliato dalla deregulation capitalistica) non ha vinto da nessun punto di vista, ha perduto e basta, e con lui ha perduto la borghesia eticamente motivata e i lavoratori legalitari e borghesizzati che cercarono di imporre al mondo la ragione e la legge. Sulla loro sconfitta si è affermata la lumpenborghesia craxiana e poi berlusconiana, e alfine l’impersonale astrazione finanziaria.

Il movimento culturale che si ispirò a Deleuze e Guattari ha perso in una maniera diversa, non meno dolorosa ma molto più feconda. Mentre Berlinguer esibiva lo scandalo perbenista del padre di famiglia cui sfugge il senso (e il non senso) di un mondo che si toglie le mutande, il pensiero rizomatico, da progetto di liberazione quale pensava di essere, ha finito per rivelarsi cartografia del capitalismo deregolato post-borghese senza più legge né morale.

Massimo Recalcati rilegge la questione del ’77 autonomo dal punto di vista psicoanalitico della nostalgia del padre: descrive la società contemporanea – invasa dai flussi mediatici, sottoposta all’aggressione di una stimolazione nervosa sempre più veloce, come una società senza inconscio, perché l’inconscio è tutto estroflesso e il desiderio è sopraffatto dall’immediatezza del godimento consumista.

L’esautorazione del padre coincide con il crollo della funzione normalizzante della legge, e apre la porta alla violenza senza regole del capitalismo rizomatico. In queste condizioni, dice Recalcati, quel che ci occorre è un ritorno della funzione delimitante del padre. Il ritorno della legge, della moralità, dell’autorevolezza.

Io leggo le cose in modo differente.

Non il nome del padre, ma il corpo della madre è ciò che ci manca nell’epoca digitale. La radice della sofferenza psichica contemporanea non sta nell’evanescenza della legge, ma nell’evanescenza della corporeità, nella solitudine, nell’isolamento. I bambini crescono in condizioni di solitudine psichica perché l’emancipazione femminile si è trasformata in sussunzione e iper-sfruttamento del lavoro affettivo e della presenza femminile.

Non la legge del padre, ma l’amicizia del fratello viene meno quando la competizione generalizzata genera una società di figli unici che apprendono il linguaggio dalla macchina digitale, e non conoscono il corpo materno né il gioco fraterno, ma crescono nella solitudine del gioco competitivo solitario e freddo. La fratellanza è mancata nell’epoca post-borghese: la solidarietà, il piacere dell’altro, sono stati spazzati via, mentre il desiderio si liberava del dominio paterno.

È il corpo della madre che ti insegna a essere fraterno, non la legge del padre. Con la parola “madre” intendo il corpo che parla, il corpo che introduce alla singolarità del linguaggio, non la madre biologica che accudisce il bambino nato dal suo ventre. Quel corpo, non importa il suo sesso, è il calore della voce, ovvero il corpo che emette significazione.

Rileggendo oggi gli scritti di Deleuze e Guattari, comprendiamo che il loro dispositivo concettuale non fu, come credemmo (e qui fu il nostro errore), il programma di una liberazione felice, ma fu cartografia prefigurativa della deterritorializzazione neoliberista: rizoma, esplo- sione schizo del desiderio sono le modalità infernali del flusso semio-produttivo e del lavoro precario.

Perché una volta liberata dalle regole paterne l’autonomia sociale non ha saputo creare le sue regole, le sue forme di vita? Perché la mutazione digitale ruppe il rapporto materno tra voce e linguaggio, sottomise il linguaggio al dominio connettivo che atrofizza il corpo. E la competizione neoliberista pose il fratello contro il fratello.

Il sapere la tecnica il lavoro intellettuale

Per finire Berlinguer pose in maniera autoritaria e antica il problema degli intellettuali, che oggi sembra del tutto scomparso dalla scena del discorso mentre è più centrale che mai. Il 15 gennaio del 1977, al convegno degli intellettuali che si tenne al teatro romano dell’Eliseo, Berlinguer tenne un discorso dal titolo Austerità occasione per trasformare l’Italia, nel quale propose agli intellettuali di farsi strumento del consenso sociale a una politica di austerità. Le nuove tendenze culturali che stavano emergendo vennero respinte come espressione di decadenza (Berlinguer usa proprio questa espressione che rivela l’anacronismo della sua cultura) e gli intellettuali vennero inviati a farsi suggeritori del potere, con le stesse tonalità con cui nel tempo passato Lenin aveva chiamato gli intellettuali a essere suggeritori del partito operaio rivoluzionario. Berlinguer chiese agli intellettuali di accettare il ruolo di funzionari del consenso e amministratori dell’esistente, pena il rischio di venire identificati come eversori della democrazia. Si trattava di una sorta di statalizzazione degli intellettuali.

Per quanto lontano fosse da Lenin sulle modalità dell’azione politica, Berlinguer aveva la stessa idea quando si trattava degli intellettuali visti come un ceto separato di portatori di saperi e volontà che possono piegarsi in una direzione o in un’altra a seconda dell’intenzione politica e morale. Qui sta probabilmente la ragione più decisiva della sconfitta del movimento operaio: l’incomprensione del fatto che gli intellettuali non sono più nulla, mentre decisivo diviene il lavoro intellettuale, o meglio cognitivo. L’assenza di ogni considerazione sull’emergere del general intellect, del rapporto tra sviluppo della produzione, tecnologia e saperi – questa è la ragione per cui la fazione egualitaria ha perso e la ragione per cui Berlinguer non ha saputo capire cosa segnalavano gli indiani. Che non erano soltanto dei ribelli fantasiosi, ma erano soprattutto l’annuncio di una nuova composizione del lavoro sociale, l’annuncio di una centralità della comunicazione e della tecnica nella storia della lotta di classe.

 

Pratobello è Pratobello

di crvenazvezda76

I sardi non sono privi di colpe sul tema delle servitù militari.

Non voglio fare quello che “prima era un’altra cosa”, ma non riesco, come fanno in tanti, ad accostare la lotta di Pratobello alle proteste di questi giorni.

Quanto è successo a Orgosolo nel 1969 è un evento irripetibile. Un movimento popolare spontaneo e non violento nel paese della violenza per definizione. Persone comuni si opposero all’invasione neocolonialista di uno Stato tanto assente e lontano quanto vessatorio e parafascista nel momento in cui si trattava di espropriare un intero popolo delle terre che, per secoli, avevano dato sostentamento all’intera comunità.

Ciò che accadde a Orgosolo non fu una lotta per la semplice difesa della terra. Fu una lotta contro chi, in una notte, avrebbe voluto metter fine a una società reputata arcaica e fuori dal tempo, fondata sull’accesso ai beni comuni (terra, acqua, pascolo e bosco) che neppure l’Editto delle chiudende riuscì a sopprimere. Non era il paradiso perduto, certo, ma quegli istituti che hanno regolato l’accesso e l’uso dei beni di produzione, la solidarietà diffusa e il mutuo soccorso, hanno permesso a intere comunità di vivere di una povertà dignitosa: “A ciascuno secondo i propri bisogni da ciascuno secondo le proprie possibilità”.

Quella storia me l’ha raccontata mille volte mio padre, e l’ho sentita tante volte dai suoi compagni orgolesi, Rubanu e Marotto, in particolare da Marotto, ucciso dieci anni fa da alcuni balordi. Fu il segno che quella società ormai non esiste più.

Gli ideali che portarono quelle persone a Pratobello non riesco a vederli nelle proteste di questi giorni. Fatti gli opportuni distinguo fra coloro che vi hanno partecipato, la recente manifestazione somiglia piuttosto ad alcune rivendicazioni leghiste, sollecitate più da sentimenti folkloristici e di chiusura che da ideali di pace e di giustizia sociale.

I sardi di colpe ne hanno fin troppe. Per 70 anni in troppi hanno taciuto e hanno approfittato delle servitù militari, ma, ora che anche i militari hanno meno quattrini da spendere e da distribuire alle popolazioni per tenerle buone, tutti si riscoprono antimilitaristi.

Gli orgolesi avrebbero potuto chiedere, ottenendolo, un benessere effimero, se avessero detto sì al poligono. Hanno compiuto una scelta precisa: non si scambia la propria storia, la propria identità, col denaro non guadagnato col lavoro. Lo stesso non si può dire per il resto dei sardi, a cominciare dagli abitanti dei paesi limitrofi a Capo Frasca.

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PRATOBELLO, 1969. DOVE TUTTO EBBE INIZIO

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segnalato da barbarasiberiana 

da sardiniapost.it (14/09/2014) – di Piero Loi

“Vista la crescente militarizzazione dell’isola, le lotte di Pratobello non saranno e non dovranno essere le ultime gesta di resistenza di una popolazione votata all’emarginazione e allo sterminio”. Ora che a gran voce si torna a chiedere la chiusura delle basi militari e la loro riconsegna alle comunità civili, l’incipit di “Soldati a Orgosolo” – la cronaca della lotta ingaggiata dagli orgolesi contro l’installazione di un poligono di tiro in località “Pratobello” curata dal Circolo giovanile del paese – non poteva essere più attuale. In verità, i ricorsi della storia non stupiscono: che il futuro della Sardegna sarebbe stato segnato dalle bombe e dai continui voli dei cacciabombardieri delle aeronautiche di mezzo mondo lo si sapeva già dal 1956, anno in cui videro la luce i poligoni di Quirra e Teulada. Ma, in ogni caso, vale davvero la pena ripercorrere quella settimana del giugno 1969 in cui un’intera comunità si oppose alla decisione del ministero della Difesa di realizzare – senza preavviso – un campo militare di addestramento permanente a sette chilometri dal centro abitato Soprattutto, oggi vale la pena lasciare che le parole dei pastori, degli operai, degli studenti e delle donne che dissero “no alle manovre militari” tessano un filo di continuità ideale con la giornata di ieri, quando in migliaia hanno detto no a tutti i poligoni presenti nell’isola e varcato in massa la linea di confine che separa Capo Frasca dalla Sardegna. Questa è la cronaca di quei giorni.

La Brigata Trieste arriva a Pratobello

La notizia sulla realizzazione di un poligono fisso per esercitazioni militari nei dintorni del villaggio abbandonato di Pratobello, circola ad Orgosolo già dall’aprile del 1969. La certezza arriva circa due mesi dopo, il 27 maggio, quando sui muri del paese barbaricino compaiono i manifesti con cui la Brigata Trieste ordina ai pastori di abbandonare la zona interessata dalle esercitazioni di tiro. Posti di fronte alla domanda “Come agire?”, i pastori rispondono: “Difendere il pascolo – considerata l’unica possibilità di sopravvivenza – e il bestiame”. In tutto “40mila capi per i quali lo Stato aveva previsto lo sgombero con un risarcimento di 30 lire giornaliere a pecora, mentre il mangime costa 75 lire al Kg”, si legge in un comunicato ciclostilato del Circolo giovanile di Orgosolo.

Dai primi di giugno in avanti è un susseguirsi di assemblee che arriveranno a coinvolgere l’intera popolazione del paese barbaricino. Il 7 giugno, una prima assemblea popolare indice una prima manifestazione dimostrativa nei luoghi in cui sono previste le esercitazioni. “Tale manifestazione è stata decisa per dare un primo avvertimento alle autorità militari e politiche che hanno deciso arbitrariamente di invadere i nostri territori con grave danno per tutti i lavoratori”, si legge nel comunicato alla popolazione dell’assemblea popolare.

Da allora fino al 19 giugno, la prima delle 6 giornate di Pratobello, il commissario prefettizio di Orgosolo, la questura di Nuoro, gli stessi militari e le organizzazioni dell’Alleanza Contadini, della Coldiretti e della Cgil cercano di raggiungere un accordo sindacale, “qualunque sia, purché faccia contenti tutti”, sostiene il commissario prefettizio del paese in un primo incontro con pastori e contadini. Ma non si arriva a nessuna mediazione: nel corso di una riunione tenutasi a qualche giorno di distanza dal primo incontro, i pastori ribadiscono la loro volontà di presidiare i pascoli e rifiutano gli indennizzi. Sindacati e partiti intensificano la loro azione a ridosso dell’inizio delle esercitazioni (anche perché di lì a breve si andrà a votare per eleggere il nuovo consiglio regionale): Democrazia Cristiana e Partito Comunista propongono l’invio di un telegramma unitario al Ministro della Difesa Luigi Gui e al sottosegretario Francesco Cossiga per scongiurare o limitare le esercitazioni della Brigata Trieste. Gli orgolesi rispondono che “il terreno di lotta dei pastori non è il parlamento”.

Giugno 1969

Si arriva così al 19, primo giorno di esercitazioni: lungo la strada che conduce al bivio di Sant’Antioco – Pratobello, si snoda un’interminabile fila di camion, moto-carrozzelle e vetture di ogni genere. Arrivati nei pressi della zona di Duvilinò, i manifestanti hanno un primo contatto con i militari: un’autocolonna che si sta portando nell’area interdetta a pastori e contadini viene bloccata. In quell’occasione, qualche militare incita i dimostranti a tener duro e a continuare la lotta in modo che anche i soldati possano tornare prima a casa. Arriva la polizia, cui si oppone un fronte compatto di uomini e donne. I poliziotti indietreggiano dopo essere stati circondati, subito dopo l’autocolonna fa retromarcia. Un bracciante commenta così: “Questa passerà alla storia come la più grande sconfitta dell’esercito italiano”, riportano le cronache di quei giorni.  Alle 11 gli orgolesi arrivano a Pratobello e si dispongono sulla linea di confine del territorio comunale. Si mantiene il presidio per tutto il giorno e i soldati non effettuano le esercitazioni.

Il giorno dopo, ovvero il 20 giugno, si ripete il picchetto e l’intera comunità si ritrova a Pratobello sin dalle prime luci dell’alba, nonostante il blocco stradale intentato dai poliziotti al bivio di Sant’Antioco. La reazione degli orgolesi non si fa attendere: donne e uomini iniziano a sollevare a mano le camionette. Chi in precedenza aveva aggirato la polizia pratica ora un blocco qualche centinaio di metri più avanti per impedire l’arrivo di altri blindati. Nel frattempo le donne incitano i bambini a tagliare i fili della linea telefonica. Una volta arrivati al poligono, almeno tremila orgolesi respingono fuori dal confine del territorio comunale la polizia e avanzano sino a pochi metri dalle tende dei militari.

Arrivano intanto gli onorevoli, che invitano i manifestanti a spostare l’assemblea sulla strada provinciale, lontano dal campo militare. In seguito alla trattativa degli onorevoli Dc, Pci e Psiup, il generale sospende le esercitazioni. Gli stessi onorevoli cercano poi il confronto con il prefetto di Nuoro, ma l’iniziativa si rivela infruttuosa. Il 21 e il 22 giugno sono giornate di tregua: durante il week-end non è prassi sparare. Intanto, in paese si diffonde la notizia dell’arrivo nuovi reparti di forze dell’ordine da tutte le maggiori città italiane. Il problema ora è l’isolamento di Orgosolo: Mamoiada e Fonni hanno infatti accolto di buon grado i militari, anche perché gli espropri decisi dal ministero della Difesa non ledono gli interessi di quelle comunità.

Già dalla notte del 22 alcuni pastori incominciano a portarsi in prossimità di Pratobello, ma dalle 4.30 l’accesso alla zona del poligono risulta bloccato da un ingente schieramento di poliziotti e carabinieri. Mentre il paese incomincia a mobilitarsi, “i baschi blu danno il via a una vera e propria caccia all’uomo”, si legge nel volume realizzato dal Circolo giovanile di Orgosolo. A gruppi di venti o trenta, come deciso nel corso dell’assemblea della notte precedente, gli orgolesi forzano le linee di demarcazione del poligono e si vanno a nascondere al suo interno per effettuare azioni di disturbo. Alcuni manifestanti riescono a dare fuoco ai bersagli che dovrebbero servire per le esercitazioni di tiro. Altri – circa 600 – vengono invece catturati e condotti al centro di raccolta allestito all’interno del poligono e poi rilasciati alla fine ella giornata. Circa ottanta manifestanti vengono poi trasportati alla questura di Nuoro, in due saranno processati per direttissima. Anche il 23 i mortai tacciono.

Alle 20, l’assemblea decide di inviare a Roma una delegazione composta dagli onorevoli Ignazio Pirastu (Pci), Carlo Sanna (Psiup) e Gonario Gianoglio (Dc). Con loro, tre pastori, un bracciante, un camionista, uno studente del Circolo democristiano, il presidente del Circolo giovanile. “La delegazione riceve il mandato di discutere, ascoltare, trattare, ma non di decidere”, riporta il verbale dell’assemblea.

“Anche se oggettivamente subordinata alla trattativa, la lotta continua il giorno successivo nelle stesse modalità del 23”, si legge in Soldati ad Orgosolo. Alla fine della giornata il bilancio sarà di 400 “sequestrati” e un arrestato. Intanto Pratobello diventa un caso politico: verso sera giunge la notizia del telegramma inviato da Emilio Lussu al Presidente della Regione Del Rio. “Lussu è forse l’unico politico sardo a cogliere lo spirito della lotta”, così commentano gli orgolesi.

Quanto avviene a Pratobello contro pastorizia e agricoltura è provocazione colonialista, perciò mi sento solidale con pastori e contadini. Rimborso danni e premio in denaro è un offensivo palliativo che non annulla, ma aggrava l’ingiustizia. Se fossi in condizioni di salute differenti sarei con loro, scrive Lussu.

“Il 26 giugno, il banditore sveglia il paese con il solito disco di ballu tundu verso le sei del mattino”, riportano le cronache del tempo. Il poligono si trova però in un’altra zona rispetto al giorno precedente, e comprende alcuni costoni impervi. Questo significa che la polizia non potrà usare le camionette. Quando iniziano le operazioni a difesa delle esercitazioni, gli agenti trovano il poligono pieno zeppo di gente. Sarà questa una delle giornate di lotta più intensa: gli orgolesi riescono a tenere sotto scacco migliaia di baschi blu. Lungo i costoni scoscesi del Supramonte, questi ultimi, impossibilitati a usare le camionette, mostrano subito segni di stanchezza . Un gruppo di braccianti e di giovani pastori continuamente inseguiti da un centinaio di baschi blu lascia sul terreno dei volantini con scritto: “Quanto ti paga il tuo padrone Rovelli per inseguirci?”. I manifestanti, non appena avvistati, scompaiono tra gli alberi o, meglio, sopra gli alberi, nel folto dei lecci, visto che i baschi blu non controllano sopra la loro testa.

Nel frattempo fa ritorno in paese la delegazione partita due giorni prima alla volta di Roma. Così, alla spicciolata, i manifestanti fanno ritorno in paese, dove la delegazione rende note la posizione del ministro della Difesa Gui presentate dal sottosegretario Francesco Cossiga: il poligono è temporaneo ed andrà avanti fino alla metà di agosto; non vi è allo stato attuale nessuna decisione di trasformare il poligono in un’istituzione permanente, ogni eventuale decisione in merito per qualunque zona della Sardegna verrà adottata seguendo tutte le procedure ordinarie di legge, e in particolare sentendo il parere delle amministrazioni locali interessate, subordinando la scelta ai programmi e alle esigenze sociali di sviluppo, una commissione militare esaminerà in loco la possibilità di una riduzione dell’area del poligono, al fine di limitare per quanto possibile il disagio, i lavoratori della forestale avrebbero percepito la paga per i giorni di mancato lavoro, parte dei rifornimenti della Brigata Trieste sarebbero stati acquistati ad Orgosolo. L’assemblea si chiude con la ratifica del documento. Terminano così le sei giornate in cui Orgosolo tenne lo Stato sotto scacco a Montes, Funtana Bona, Duvilinò e Pratobello.

#NO alle basi militari

unico-fuoco-possibile

LA SARDEGNA DICE BASTA ALLA VERGOGNA DELLE BASI

segnalato da crvenazvezda76

da ilmanifesto.info (14/09/2014) —  di Costantino Cossu

Ieri a Capo Frasca il fronte (sempre più ampio) del «no» alle servitù militari. Insieme a pacifisti, indipendentisti e ambientalisti c’erano quasi tutti i partiti presenti in consiglio regionale. Ma dal 21 settembre a Teulada si ricomincia a sparare.

Erano almeno in otto­mila, ieri pome­rig­gio a Capo Fra­sca, a dire no all’occupazione mili­tare della Sar­de­gna. Sono arri­vati, in auto e in pull­man, da tutte le parti della regione per chie­dere la chiu­sura delle basi: tren­ta­mila ettari com­ples­sivi che fanno dell’isola il ter­ri­to­rio ita­liano che sop­porta il maggior carico di ser­vitù (il 60% del totale nazio­nale). Un «no» forte indi­riz­zato al mini­stero della Difesa, che, sulla stessa linea di tutti i governi che si sono dagli anni Cin­quanta in poi, si rifiuta di acco­gliere la richie­sta di una ridu­zione dei poli­goni (sino a una loro com­pleta chiu­sura) che dalla Sar­de­gna arriva oggi for­tis­sima senza distin­zione di appar­te­nenza politica.

Una grande mobi­li­ta­zione di popolo, quella di ieri a Capo Fra­sca, con le ban­diere iri­date dei pacifisti di Pesa Sar­di­gna che si mesco­la­vano a quelle degli indi­pen­den­ti­sti dell’Irs e di Pro­gReS, il movi­mento che ha tra i suoi lea­der la scrit­trice Michela Mur­gia, anche lei tra i mani­fe­stanti. Ma c’erano anche l’Arci, Legam­biente, il Wwf, i tanti comi­tati che nei ter­ri­tori si bat­tono con­tro la deva­sta­zione ambien­tale masche­rata da green eco­nomy o da ener­gia verde, i sin­daci dei paesi della costa occi­den­tale della Sar­de­gna, al largo della quale le com­pa­gnie petro­li­fere vor­reb­bero tri­vel­lare i fon­dali alla ricerca di gia­ci­menti di greg­gio. C’era Renato Soru, l’ex pre­si­dente della regione, oggi euro­de­pu­tato del Pd, che durante il suo man­dato riu­scì a otte­nere la chiu­sura della base della Us Navy nell’arcipelago della Mad­da­lena. E poi tanti, tan­tis­simi, cit­ta­dini comuni. Un fronte ampio, di movi­mento. Al quale si sono aggiunte, all’ultimo momento, le dele­ga­zioni di quasi tutti i par­titi presenti nel con­si­glio regionale.

Reg­gerà que­sta unità? Le posi­zioni sono dif­fe­ren­ziate. Le orga­niz­za­zioni indi­pen­den­ti­ste e antimilita­ri­ste che hanno dato vita alla pro­te­sta (A manca pro s’indipendentzia, Sar­di­gna Natzione Indi­pen­den­tzia, Comi­tato Sardo Get­tiamo le Basi, Comi­tato Su Giassu, Comi­tato Su Sen­tidu) pun­tano ad avviare un per­corso che ha come sbocco il com­pleto sman­tel­la­mento di tutti i poli­goni. Che le quat­tro sigle pro­mo­trici anche ieri abbiano detto con forza (insieme alla varie­gata area dei movi­menti) che il loro obiet­tivo è la chiu­sura totale e imme­diata di tutte le basi ha un signifi­cato poli­tico preciso.

L’obiettivo pole­mico è innan­zi­tutto l’arco delle forze di cen­tro­si­ni­stra che sosten­gono l’attuale governo della regione. Forze che, sulla que­stione basi, hanno obiet­tivi più gradualisti.

Un passo indietro

Per spie­gare come stanno le cose, biso­gna fare un passo indie­tro. Pochi giorni fa, durante un’esercitazione dell’aviazione tede­sca a Capo Fra­sca, una bomba inerte sgan­ciata da un cac­cia ha inne­scato un incen­dio che ha man­dato in fumo tren­ta­cin­que ettari di mac­chia medi­ter­ra­nea. L’episodio ha ria­perto la pole­mica sulle ser­vitù. E con­tro i gio­chi di guerra si è sal­dato un fronte molto ampio (unica ecce­zione, Fra­telli d’Italia, schie­rati con i mili­tari). Pigliaru, lea­der di una maggio­ranza che com­prende Pd, Sel e varie for­ma­zioni cen­tri­ste, chiede al governo la dismissione gra­duale di Capo Fra­sca e di Teu­lada e la ricon­ver­sione ad usi di ricerca tec­no­lo­gica (anche mili­tare) del poli­gono di Quirra. Lo scorso giu­gno a Roma que­ste richie­ste sono state por­tate alla Con­fe­renza nazio­nale sulle ser­vitù. Ed è stato davanti al «no» del governo che la regione Sar­de­gna ha deciso di non rin­no­vare il pro­to­collo d’intesa con il mini­stero della Difesa (al con­tra­rio di ciò che invece hanno fatto i gover­na­tori del Friuli Debora Ser­rac­chiani e della Puglia Nichi Ven­dola), aprendo con l’esecutivo nazio­nale un tavolo di trat­ta­tiva.

L’ultima richie­sta di Pigliaru, annun­ciata in con­si­glio pochi giorni fa, è quella di un’immediata riduzione dell’estensione delle ser­vitù sarde di set­te­mila ettari. Come si vede, obiet­tivi molto più soft rispetto a quelli delle quat­tro orga­niz­za­zioni pro­mo­trici della pro­te­sta a Capo Fra­sca, che chiedono invece la chiu­sura, subito, di tutte le zone con­cesse ai militari.

Si è quindi creata, ieri, una situa­zione in cui a pro­te­stare c’erano, insieme, sia i fau­tori della dismissione imme­diata e com­pleta dei poli­goni sardi sia quelli, a comin­ciare dall’attuale giunta, che pro­pon­gono un per­corso lungo e gra­duale. Il tutto in un qua­dro in cui, anche per effetto dello choc emo­tivo creato dal rogo appic­cato dai cac­cia tede­schi, la pres­sione dell’opinione pub­blica con­tro le basi è molto forte. Non a caso l’altro ieri Pigliaru ha fatto sapere, con una nota uffi­ciale, che la regione si è costi­tuita parte civile nel pro­cesso che si aprirà il 23 set­tem­bre a Lanu­sei e che vede sotto accusa, per disa­stro ambien­tale, i respon­sa­bili mili­tari di Quirra.

Ma nono­stante le pole­mi­che di que­ste set­ti­mane e la mani­fe­sta­zione di ieri, due giorni fa il ministero della Difesa ha annun­ciato che dal 21 settem­bre a Teu­lada si rico­min­cia a sparare.

Spara Ferruccio

segnalato da Lame

GOVERNO, L’ESTABLISHMENT APRE IL FUOCO E DE BORTOLI CI METTE LA FIRMA

di Andrea Colombo – Il Manifesto, 24/09/2014

Corriere della sera. Nell’editoriale del direttore, un inedito e durissimo attacco a Renzi. Sullo sfondo, l’ipotesi del commissariamento, con o senza troika

Più che un articolo di fondo è un cannoneggiamento. Non è ancora l’avvio della grande offensiva contro il governo Renzi, ma l’annuncia e la prepara. Nella non storia del Corriere della Sera era successo solo una volta che il direttore attaccasse frontalmente un presidente del consiglio, Bettino Craxi, e anche in quel caso con toni vellutati a para­gone di quelli violentissimi adoperati ieri da Ferruccio de Bortoli. Non in un editoriale come tanti, ma nel primo numero del nuovo Corriere, ridisegnato per intero.

Va da sé che le cose che ha scritto (uno smantella­mento spietato di Renzi, del suo governo, delle sue riforme e del suo metodo) de Bortoli le pensa sul serio, senza che qualcuno abbia dovuto ordinargli di scriverle. Ma è altrettanto ovvio che per alzare un simile volume di fuoco il direttore, in uscita, del Corrierone doveva essere certo che l’affondo non sarebbe dispiaciuto ai suoi circoli di riferimento. Berlusconi, che con tutti i suoi miliardi non ha mai smesso di essere un ragazzo di provincia, avrebbe detto «i poteri forti», con l’occhio rivolto al cortile di casa Italia. Più realisticamente, si tratta dell’intero establishment che conta, italiano certo, ma anche europeo e in buona parte a stelle e strisce.

L’attacco del quotidiano mila­nese si affianca a quelli ormai settimanali del fondatore di Repubblica, più pacati nei toni, non meno critici nei contenuti e oltretutto spesso scritti sulla scorta di conversazioni, apertamente citate, con Mario Draghi. L’obiettivo è evidente, anche se de Bortoli diplomaticamente lo nega: se Renzi, considerato non a torto l’«ultima spiaggia», ha perso la fiducia dei poteri reali, l’unica è ricorrere a una qualche forma di commissariamento. E’ quella la vera partita che si sta giocando, sotto traccia, in Italia: lo scontro tra chi progetta di mettere il Paese sotto tutela della troika e chi intende a tutti i costi evitare quell’esito. In primo luogo Renzi.

Il commissariamento, però, può realizzarsi per vie diverse. Una è quella, sostenuta dallo stesso Draghi, dell’intervento diretto della troika, modello Grecia. L’altra passa per l’elezione di un presidente della Repubblica dotato di tale forza, credito e sostegno internazionale da poter mettere sotto tutela Renzi, nonostante il bilancia­mento dei poteri sia sulla carta molto più favorevole al presidente del consiglio che a quello della Repubblica. Di nomi simili l’anagrafe italiana ne conta pochi, forse uno solo: Mario Draghi, appunto. E’ un modello di presidente-diarca, se non tutore, opposto a quello che ha in mente l’inquilino di palazzo Chigi, che vagheggia invece un presidente — preferibilmente donna — subordinato ai voleri del capo del governo. La più papabile pare essere Roberta Pinotti. Ma il nome, in que­sto caso, conta molto meno del modello. Quando Napolitano, per frenare le tentazioni elettorali del giovane Matteo, gli fa sapere che, a fronte di una crisi, lui non sarebbe più fisicamente in grado di fronteggiarla e dovrebbe quindi cedere lo scettro prima e non dopo le elezioni, punta proprio su questo elemento. Le camere future saranno largamente egemonizzate dai soci del Nazareno. Basterebbe un’intesa a due per decidere il nome del nuovo capo dello stato. In queste, come si è già visto, con­trollare i parlamentari è missione impossibile: se Draghi fosse in campo quasi certamente la spunterebbe.

In questa situazione, che dire difficile è un eufemismo, Renzi può contare su un solo vero alleato, la cui fedeltà è garantita dalla convergenza di interessi. Si chiama Silvio Berlusconi.

Mi ricordo anima bella

segnalato da barbarasiberiana

Quando ho letto questo post di Domenico Finiguerra mi è venuto in mente qualcuno…

Lo Sblocca Italia sarà anche lo Svela Ipocrisia nel PD.

Cemento, trivellazioni, assalto al demanio, grandi opere, inceneritori.

Lo Sblocca Italia è lo spartiacque.

Chi lo vota e chi si allea con il partito democratico sta di là: col partito del cemento, degli affari, delle lobbies. E può pure piantarla di fare l’anima bella in convegni, adunate di malpancisti, ma che poi restano in quel partito o in uno dei suoi alleati a livello nazionale o regionale, che a tutto rispondono tranne che alla tutela dei beni comuni, dell’ambiente, della salute dei cittadini.

Sventra Italia

di barbarasiberiana

Cultura, paesaggio, turismo come petrolio d’Italia.

Un conto sono gli slogan, un conto sono i provvedimenti reali. Soprattutto quando salta fuori che gli slogan entrano in conflitto fra loro.

Vediamo ad esempo il decreto “Sblocca Italia” (decreto…come sempre…perché le misure sono urgenti…), che dovrebbe rimettere in moto l’economia, e soffermiamoci sulle ripercussioni sull’ambiente, sul paesaggio. Teniamo anche conto di un fatto: a livello nazionale si sta cominciando a parlare di riduzione del consumo di suolo, con almeno due DDL sull’argomento, uno dei quali presentato da alcuni Ministri (ne parleremo in un’altra occasione). Qui invece, fra controllati commissari di se stessi (mi riferisco a quanto riportato nell’art.1 del decreto a proposito dei progetti ferroviari), deregulation, prospezioni in aree di pregio, VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) azzoppate e dismissioni di beni demaniali sembra si vada nella direzione ostinatamente contraria a quella propagandata con i buoni propositi.

Il tutto con un provvedimento ai limiti della costituzionalità.

Di seguito trovate lo stralcio di tre articoli apparsi nei giorni scorsi e relativi appunto alle conseguenze degli interventi previsti in decreto. Il testo completo di ogni articolo lo trovate cliccando sul titolo.

 

SBLOCCA ITALIA, INTERVISTA AL PROF. DI SALVATORE*

(*) Enzo Di Salvatore, costituzionalista, professore di Diritto costituzionale italiano e comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza di Teramo, docente presso il Master di Diritto dell’Ambiente della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”.

Di Pietro Dommarco – Altreconomia, 16/07/2014

(…)

Ha parlato di illegittimità. Per quale passaggio del decreto?

I dubbi sono molti: la previsione di un “titolo concessorio unico” in luogo di due titoli distinti (permesso di ricerca e concessione di coltivazione); l’estromissione degli Enti locali dal procedimento amministrativo che porta al rilascio del “titolo concessorio unico”; il fatto che l’intesa della Regione sia considerata dal decreto – più di quanto non sia accaduto finora – come un atto interno al procedimento amministrativo. I dubbi che la previsione del titolo concessorio unico solleva riguardano il diritto di proprietà dei privati (art. 42 Cost.). La disciplina dei beni del sottosuolo si è sempre informata alla concezione fondiaria della proprietà. Già il codice civile del 1865 stabiliva che chi ha la proprietà del suolo ha pure quella dello spazio sovrastante e di tutto ciò che si trovi sopra e sotto la superficie. Secondo questa concezione, confermata dal codice civile del 1942 tuttora vigente, il sottosuolo appartiene al proprietario del fondo fino a quando il giacimento minerario non sia scoperto (e ne sia dichiarata la coltivabilità). Solo a partire da questo momento si ha l’acquisizione del giacimento al patrimonio indisponibile dello Stato. È a quel punto che lo Stato può dare il giacimento in concessione. In questa prospettiva, il permesso di ricerca si configura come un limite al godimento della proprietà, mentre la concessione è costitutiva di nuove capacità, poteri e diritti che altrimenti non si avrebbero. Vero è che la Costituzione, all’art. 42, ammette che la proprietà privata possa essere espropriata, ma solo per motivi di interesse generale e salvo indennizzo. Nel caso del rilascio del titolo unico, mancherebbe la dimostrazione dell’utilità generale, non essendo ancora stato scoperto il giacimento. Per questo, nonostante si cerchi di mantenere distinta la fase della ricerca da quella dell’estrazione, la previsione di un titolo unico, che entrambi i “momenti” riunisce, getta un’ombra sulla legittimità di una scelta siffatta. Tra l’altro, il titolo unico dovrà contenere sin dalla fase della ricerca persino il vincolo preordinato all’esproprio. Una follia se dovessimo prendere sul serio quanto scritto sul decreto. Resta infine un dubbio anche di compatibilità del decreto con il diritto dell’Unione europea, non solo in relazione alle norme sulla concorrenza, ma anche in relazione al fatto che la normativa dell’Unione mantiene distinte le due fasi. Un secondo problema riguarda la partecipazione degli Enti locali al procedimento. La legge n. 239 del 2004 aveva riconosciuto loro questo diritto. Successivamente la legge n. 99 del 2009 ha limitato la partecipazione degli Enti locali al procedimento finalizzato al rilascio dell’autorizzazione al pozzo esplorativo, alla costruzione degli impianti e delle infrastrutture connesse alle attività di perforazione. Ora il decreto sblocca Italia non fa più menzione degli Enti locali. Colgo l’occasione per ricordare che dinanzi al TAR Lazio pende un ricorso avverso un permesso di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi, che verrà discusso il 27 novembre prossimo. Con il ricorso si chiede al TAR – seppure in via subordinata – di sollevare la questione di legittimità costituzionale della legge n. 99 del 2009, per violazione del principio di leale collaborazione. Un ultimo dubbio di legittimità concerne, infine, il rilascio dell’intesa da parte della Regione e, cioè, il fatto che il decreto del Governo sembrerebbe richiedere che l’intesa venga rilasciata in conferenza di servizi. Per la verità questa possibilità è già contemplata da tempo, ma nella prassi le singole Regioni hanno sempre rilasciato o negato l’intesa con un atto ad hoc, comunicato al Ministero dello Sviluppo Economico. Il decreto-legge, invece, parla di “apposita” conferenza di servizi (oltre tutto, in altra sua parte detta una nuova disciplina dell’efficacia degli atti di assenso che devono trovare espressione in seno alla conferenza). Questa previsione forse è dettata da esigenze di celerità, atteso che il procedimento deve concludersi entro 180 giorni (suppongo a partire dall’istanza presentata dalla società petrolifera). Ma se così fosse, la disposizione sarebbe certamente illegittima, in quanto tende a considerare la partecipazione della Regione al procedimento alla stregua di qualsiasi amministrazione pubblica, chiamata a rilasciare un semplice nulla osta o una mera autorizzazione. L’intesa della Regione si configura, invece, come atto “politico”, non come atto amministrativo, in quanto si giustifica quale compensazione alla perdita di competenza della Regione dovuta all’attrazione in capo allo Stato della stessa per esigenze di carattere unitario. Basta leggere quello che ha stabilito al riguardo la Corte costituzionale con le sentenze n. 482 del 1991 e n. 283 del 2005: la Regione ha diritto di partecipare alle decisioni assunte in sede statale con l’intesa e, in caso di mancato accordo con lo Stato, potrebbe portare all’attenzione della stessa Corte il problema, provocando un conflitto di attribuzione. Ma questo presuppone che l’atto della Regione conservi intatta la sua autonomia: se, invece, la Regione si esprimerà in conferenza, l’atto sarà imputato alla conferenza e non alla Regione.

In che modo lo “Sblocca Italia” incide sulle trivellazioni in mare?

Il decreto sembra dare il via libera alle attività petrolifere nelle acque del Golfo di Napoli, del Golfo di Salerno e delle Isole Egadi, attraverso una previsione che, solo apparentemente, pare dettata da ragioni di tutela ambientale. Questa conclusione la si trae dal fatto che la procedura disciplinata all’art. 38, comma 9, si applica “ai titoli minerari (dunque già rilasciati) e (anche) ai procedimenti di conferimento”, ricadenti nelle aree di cui all’articolo 4, comma 1, della legge n. 9 del 1991, che sono, appunto, relative, oltre al Golfo di Venezia, al Golfo di Napoli, al Golfo di Salerno e alle Isole Egadi. C’è poi il comma 10 dell’art. 38. Esso è relativo alle risorse nazionali di idrocarburi in mare “localizzate in ambiti posti in prossimità delle aree di altri Paesi rivieraschi oggetto di ricerca e coltivazione di idrocarburi” (cosa si intenda, però, con “prossimità” non è affatto chiaro). Con questa previsione si finisce per derogare al divieto di esercizio di nuove attività in mare, che ricadano entro le 12 miglia marine dalla costa. Individuate tali risorse, il Ministero dello Sviluppo Economico può, infatti, autorizzare per massimo cinque anni (prorogabili per altri cinque) progetti “sperimentali” di coltivazione di giacimenti di idrocarburi.

(…)

AMBIENTALISTI CONTRO LO SBLOCCA ITALIA

di Alessio di Florio – qcodemag.it, 17/09/2014

(…)

Marco Bersani (Attac Italia) ha attaccato quello che ha definito la “diretta consegna agli interessi dei grandi capitali finanziari” dei beni comuni in quanto, entro un anno dall’entrata in vigore della legge, sarà obbligatorio “collocare in Borsa o direttamente il 60%, oppure una quota ridotta, a patto che privatizzino la parte eccedente fino alla cessione del 49,9%”. Stesso tenore da parte del Progetto Rebeldia di Pisa, he denuncia la crisi del “ruolo del pubblico e dello Stato” che “si sta comprimendo drasticamente a favore della rendita e della proprietà privata diventando il suo vero e proprio Cane da guardia” in quanto “gli unici interventi seri da parte dello Stato – declinati con una precisa chirurgia repressiva – sono quelli fatti per la tutela della sacralità della proprietà” mentre, oltre alla collocazione in Borsa dei beni comuni il decreto “Sblocca Italia” prevede, tra gli altri provvedimenti, “la svendita degli immobili demaniali inutilizzati esclusivamente a soggetti privati” con l’Agenzia del Demanio che “da soggetto che governa il patrimonio comune di tutti i cittadini” verrà trasformato dal decreto in “istituzione preposta alla svendita di immobili ai privati”.

Sullo stesso tema è intervenuto il portavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli per il quale “con lo Sblocca Italia via libera alla cementificazione del demanio” in quanto prevede “la concessione o il diritto di superficie per beni pubblici, anche demaniali non utilizzati, per la realizzazione e lo sviluppo di progetti urbanistici e edilizi” anche in aree “mai state oggetto di concessione da parte dello Stato” e “fuori dai piani regolatori”.

 

SBLOCCA IPOCRISIA

di Domenico Finiguerra – adistaonline.it

(…)

L’Italia cambia verso… Regioni come la Basilicata diventeranno finalmente dei piccoli Texas. Novelli Jr (lo ricordate il mitico petroliere di “Dallas”?) scorrazzeranno per le campagne lucane a bordo di Hummer H1 6000 cc. Grazie allo Sblocca Italia, appena firmato dal Capo dello Stato e che presto sarà convertito in legge dal Parlamento Italiano, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione d’idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestiranno carattere d’interesse strategico e saranno di pubblica utilità, e quindi urgenti e indifferibili. Finalmente qualcuno ha detto basta ai comitatini che intralciano la corsa al petrolio e le trivellazioni e impediscono al nostro Paese di dotarsi di “bomboloni” sotterranei per fronteggiare le crisi energetiche.

Grazie alla dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’opera, si partirà veloci con l’esproprio e ogni opposizione sarà rimossa, ogni contestazione tacitata, e se gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste si ostinano a mettersi di traverso, saranno guai!

(…)

Nel 1948, la Costituente stabiliva, per preservare la bellezza unica italiana: «La Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della nazione».

Nel 2013, l’ISPRA ha certificato in 8 mq al secondo la quantità di terra italiana seppellita sotto il cemento e l’asfalto.

Nel 2014, il governo Renzi accentua ulteriormente la già grave “deregulation” edilizia che ha saccheggiato e devastato territorio e paesaggio di cui tanto ci vantiamo (e che ha romanticamente ispirato poeti e viaggiatori), rimette il turbo a tante grandi opere inutili e dannose che segneranno irreversibilmente le linee del nostro paesaggio e rilancia la svendita di patrimonio demaniale presentandolo all’opinione pubblica come agognata “valorizzazione”.

Tra le pieghe, poi, oltre al danno c’è anche una bella beffa.

La mirabolante Autostrada Orte-Mestre, 10 miliardi per 400 km di asfalto in territori fragili e bellissimi, densi di Zone a Protezione Speciale e Siti di Interesse Comunitario, da realizzarsi tramite la bacchetta magica chiamata “Project Financing”, aveva un problema: non stava in piedi. Almeno senza la defiscalizzazione. Ed infatti, per questo, la Corte dei Conti aveva imposto uno stop. Ma qui arriva in soccorso lo Sblocca Italia: la defiscalizzazione (che equivale a quasi 2 mld di euro che evidentemente non entreranno nella casse dello Stato) si applicherà anche alla Orte- Mestre. Chissà cosa direbbe Goethe di fronte a cotanta fantasia al potere!

Nel decreto del governo Renzi infine non poteva certo mancare l’accelerata sugli inceneritori che saranno così sbloccati e imposti al pari delle altre opere ritenute strategiche e senza alcun vincolo di bacino. Tradotto: laddove si riducono rifiuti, si ricicla e si riusa, arrivano rifiuti freschi freschi da altri territori. Con tanti complimenti ad amministrazioni locali e cittadini virtuosi…

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Festival del Diritto

 segnalato da Ciarli P.

SR Piacenza

Locandina_Piacenza_2014-150x30025 settembre, ore 18.00

Sala dei Teatini – DIALOGHI

L’AUTORITÀ E LE REGOLE

con FRANCO CARDINI, STEFANO RODOTÀ

coordina Geminello Preterossi 

Viviamo una crisi d’autorità, sentiamo ripetere con sempre maggiore frequenza. Ma l’autorità può avere significati molto diversi: può essere autorevolezza che genera riconoscimento, oppure mero comando che si impone. La stessa decisione, oggi continuamente invocata, può essere intesa come un taglio netto, insofferente alla mediazione e ai contrappesi istituzionali, oppure come risultato di un paziente scioglimento dei nodi. La dialettica tra autorità e regole caratterizza l’intera esperienza giuridica e politica occidentale.

26 settembre, ore 10.30

Auditorium Fondazione di Piacenza e Vigevano – FOCUS

DIRITTO ALLA CITTÀ E CAPITALE CIVICO

con SALVATORE SETTIS, introduce Pietro Veronese

Città, paesaggio, opere d’arte sono beni civici, perché in essi fiorisce la possibilità di una comunità che non sia dominata dai particolarismi e dall’illegalità. Per questo tutelare rigorosamente le testimonianze artistiche, la natura, i centri storici non significa avere lo sguardo rivolto al passato, ma ricollegarsi alle promesse emancipative della Costituzione. Senza spazi pubblici nei quali essere liberi e attivi insieme agli altri, nei quali sia possibile un’azione comune per impedire gli scempi e recuperare il territorio dai disastri lontani e recenti, non c’è futuro civile.

QUI la homepage, il programma completo e tutte le informazioni utili.