Le mappe dell’odio

Segnalato da barbarasiberiana

OMOFOBIA, LA MAPPA DELL’ODIO IN EUROPA. E’ L’ITALIA IL PAESE CHE DISCRIMINA DI PIU’

Di Lorenzo di Pietro – L’Espresso 28/07/2014

Un sondaggio dell’Unione Europea condanna senza appello il nostro Paese, relegato in fondo a tutte le classifiche quando si parla di libertà sessuale a scuola, sul posto di lavoro o al momento di accedere ai servizi. Anche a causa di una classe politica tra le più arretrate in materia. I nostri grafici per indagare il problema nei suoi vari aspetti.

Diffusione del linguaggio omofobo in politica

Discriminazione, paura e aggressioni: l’Europa delle libertà e dei diritti si scopre omofobica e transfobica. Un sondaggio condotto dall’Unione Europea su un campione di 93 mila persone Lgbt maggiorenni dei paesi membri non lascia dubbi: a troppi individui è negato il diritto di esserepienamente sé stessi a causa di intimidazioni, attacchi violenti e comportamenti discriminatori in ogni ambito della vita pubblica.

Le difficoltà iniziano a scuola, dove atti di bullismo e atteggiamenti intolleranti sono per molti il primo duro impatto con una società che non comprende e rifiuta le diversità. Un’esperienza che si ripete al momento di trovare un lavoro, cercare una casa, nell’accesso ai servizi pubblici e persino nel tempo libero. Segnando spesso, anche profondamente, la vita di tanti che, come conseguenza, scelgono di reprimere la propria identità in pubblico.

L’Espresso ha analizzato questi dati per capire un fenomeno che ha ancora molte ombre e comprendere la posizione dell’Italia nel contesto europeo.

MENO DIRITTI PIÙ DISCRIMINAZIONI

Per capire il contesto, vediamo con la prima mappa come si sono evoluti in Europa, dal 1998 a oggi, il riconoscimento del matrimonio egualitario (comunemente detto “matrimonio gay”), delle unioni civili e dell’adozione per le famiglie omoparentali (cambiando l’anno è possibile seguirne l’evoluzione nel tempo).

Guardando la mappa al 2014 si può immaginare un’Europa divisa in due: da una parte i paesi di colore viola e porpora, che hanno legalizzato il matrimonio e l’adozione anche per le coppie omosessuali, dall’altra parte tutti gli altri. È una separazione che ritornerà costantemente nel prosieguo dell’analisi. Un’Europa a due velocità in tema di diritti, dove possiamo notare che i paesi individuati in quello che chiameremo “gruppo A”, sono quelli che hanno aderito all’Ue prima del 1994, mentre nel secondo gruppo (“B”) abbiamo quelli dell’ex blocco sovietico, entrati nell’Ue a partire dal 1994, ai quali si aggiungono l’Italia e la Grecia.

Nei Paesi dell’ex blocco sovietico un vincolo costituzionale impedisce il riconoscimento del matrimonio per le coppie omoparentali, nonostante ciò l’Ungheria ha comunque riconosciuto l’unione civile, mentre l’Italia, che dovrebbe appartenere al gruppo A, in tema di diritti e discriminazione, ha caratteristiche del tutto assimilabili al gruppo B. Questi Paesi, lo vedremo più avanti, sono infatti con l’Italia anche il fanalino di coda di tutte le classifiche sull’omofobia e la transfobia. Una sovrapposizione totale tra assenza di riconoscimento pubblico dei diritti e maggiori discriminazioni.

LA PRIMA EMARGINAZIONE NON SI SCORDA MAI

La scuola e il lavoro sono forse gli ambienti più importanti, che assorbono gran parte del tempo dedicato della vita pubblica. Ecco cosa succede rispetto alla predisposizione delle persone Lgbt ad aprirsi rispetto alla propria identità nei due contesti.

L’età della scuola è quella in cui spesso si prende progressivamente confidenza con l’identità di genere e l’orientamento sessuale, sperimentando anche le prime esperienze di discriminazione. Solo il 5 per cento degli Lgbt europei è aperto con tutti, rispetto alla propria identità di genere a scuola. Lo sono meno gli uomini bisessuali (2 per cento) di più le lesbiche (6 per cento). Le persone transgender italiane sembrano invece tra le più aperte d’Europa. Un raro caso in cui l’Italia si trova in una posizione migliore della media.

Lesbiche e donne bisessuali condividono la propria identità di genere in circa la metà dei casi. Anche in Italia, con valori di poco più bassi. Il dato si abbassa drasticamente per gay, uomini bisex e transgender: meno del 30 per cento quelli che scelgono di essere aperti nell’ambiente universitario o scolastico. In sostanza oltre il 70 per cento degli intervistati preferisce non divulgare la propria identità di genere.

Nell’ambito del lavoro le cose cambiano. Oltre il 70 per cento degli intervistati non fa segreto della propria identità di genere, e ben il 23 per cento delle lesbiche e il 26 per cento degli omosessuali la condivide apertamente con tutti. Una differenza rispetto alla scuola, interpretabile anche con una maggiore consapevolezza di sé. L’Italia però è distante oltre dieci punti percentuali dalla media europea, impaludata tra quei Paesi post 2004 del gruppo B, con una differenza di oltre venti punti dalla media dei paesi del gruppo A.

Questi dati sembrerebbero confortare se letti in positivo, ma il rovescio della medaglia è che un gay e una lesbica su quattro preferiscono non rivelare la propria identità di genere al lavoro, proporzione che sale a uno su tre per donne bisessuali e supera il 50 per cento per gli uomini bisessuali.

IL POLITICO ITALIANO E’ IL PIU’ OMOFOBO

Analizziamo ora quattro comportamenti discriminatori, in ordine di gravità e tra i quali è possibile vedere un legame.

Ai politici italiani va la maglia nera di più omofobi d’Europa, secondo gli intervistati. Alla domanda su quanto sia diffuso il linguaggio offensivo da parte dei politici verso le persone Lgbt, l’Italia ne esce umiliata: il 91 per cento ritiene che i nostri rappresentanti usino diffusamente un linguaggio discriminatorio. Un risultato scioccante se confrontato alla media europea del 44 per cento, che contiene anche il dato sull’Italia e sui paesi dell’Est Europa, i quali oscillano tra il 60 all’80 per cento. Mentre guardando agli Stati del blocco A, quelli che hanno riconosciuto il matrimonio e l’adozione omoparentale, notiamo che la differenza è incolmabile se pensiamo al 10 per cento della Germania e dell’Olanda e a valori poco più altri di Gran Bretagna, Francia e Paesi scandinavi.

Se è vero che i politici sono lo specchio del paese, allora non è un caso che l’Italia sia tra quelli più intolleranti. Lo si vede con la seconda voce del menù, dove troviamo le battute contro le diverse identità di genere nella vita quotidiana. E vediamo che gli italiani sono all'”altezza” della loro classe politica: ben il 96 per cento ritiene un’abitudine diffusa fare battute offensive. Qui il resto dell’Unione non è molto più brava: 82 per cento.

Segue un tema ancora più serio, quello delle espressioni di odio e avversione contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Un comportamento che in molti Paesi è previsto come reato, mentre in Italia è ancora aperto il dibattito sulla necessità di approvare una norma specifica contro l’hate speech. Anche qui l’Europa non ne esce bene, oltre metà del campione ritiene diffusa l’espressione di odio verso le persone Lgbt. Ma mentre nei Paesi del gruppo A questo fenomeno è stimato al di sotto di un terzo, in quelli del gruppo B (Italia e Grecia comprese) il valore medio si attesta intorno all’80 per cento. Cioè quattro Lgbt su cinque ritengono diffuso l’incitamento all’odio.

L’ultima voce chiude il cerchio dell’odio, che inizia con le battute, le offese in pubblico e lo sdoganamento della violenza verbale da parte della classe politica, e termina con le aggressioni, prodotto di un processo sociale di assuefazione e assimilazione della cultura dell’intolleranza. Più di un terzo del campione, il 38 per cento, ritiene che siano diffusi i casi di aggressione contro le persone Lgbt. L’Italia, tanto per (non) cambiare, è quella messa peggio, il 69 per cento contro il 31 del Regno Unito, il 26 della Germania e il 23 della Spagna.

L’EUROPA DISCRIMINA, L’ITALIA DI PIÙ

Il terzo grafico sancisce tristemente che in Europa le discriminazioni sono molto forti e diffuse pressoché ovunque.

Se l’identità di genere è mediamente poco discriminata (11 per cento), l’orientamento sessuale invece è un bersaglio molto frequente: due intervistati su tre ritengono diffuso questo tipo di discriminazione. I dati sull’Italia, anche in questo caso, si rivelano pessimi, relegandola ancora una volta nel girone dei peggiori. Sulla discriminazione in base all’identità di genere, il nostro Paese registra un 18 per cento, mentre per quella sull’orientamento sessuale la condanna è senza appello: siamo al 92 per cento. Peggio di noi solo Croazia e Lituania.

La notevole differenza tra la discriminazione per l’identità di genere e quella per l’orientamento sessuale significa che il pregiudizio e l’avversione non si manifestano per ciò che le persone sono (l’identità di genere), ma perché manifestano pubblicamente la loro natura nelle relazioni di coppia (l’orientamento sessuale). E ci ricorda il leit motiv dell’omofobo: «Non sono omofobo, ma non devono baciarsi per strada».

NON IN PUBBLICO, GRAZIE

Dall’ex sottosegretario Carlo Giovanardi all’eurodeputato leghista Gianluca Buonanno, che da sindaco di Borgosesia propone 500 euro di multa per i baci gay, in molti sono stati chiari sull’argomento: i gay non devono manifestare il loro affetto pubblicamente.

Un pensiero forse diffuso, visto che in Italia tre intervistati su quattro hanno paura di tenersi per mano in pubblico, temendo aggressioni o minacce a sfondo omofobico o transfobico. Un dato che aumenta di poco in base all’età e che, per gli over 55 italiani, raggiunge il 78 per cento, seguiti da Francia e Regno Unito. In Europa il dato medio si attesta invece intorno al 67 per cento. Un valore comunque preoccupante.

Anche solo frequentare alcuni luoghi pubblici, o parlare di sé con gli amici, ma pubblicamente, può essere un problema. Circa la metà degli europei ha paura di frequentare determinati luoghi ritenendoli a rischio aggressioni. E la paura condiziona anche la libertà di espressione, alimentando forti forme di autocensura. Sono in molti a considerare non sicuri quei luoghi che dovrebbero rappresentare per tutti uno spazio di serenità, come lo sono la propria abitazione, un ufficio pubblico, un luogo di lavoro o una discoteca. Che diventano invece prigioni mentali, luoghi dove le persone, giovani e meno giovani, non possono godere del diritto di essere liberamente sé stessi, chiunque essi siano.

Qui l’articolo integrale con le mappe interattive.

39 comments

  1. Il minuto dell’importuno:
    va bene che Civati (che non ha mai avuto grande fiuto per le priorità e le proporzioni) insiste sui diritti civili per ritagliarsi la sua nicchia politica e incalzare il governo, ma mi sembra che nella politica italiana ed europea stiano succedendo “cosucce” un filo più pressanti o perlomeno altrettanto importanti… o sbaglio?
    Personalmente Giovanardi lo vedo un passo indietro nella scala delle priorità.

    Scusate l’interruzione.
    😉

    1. Non condivido.
      Sinceramente questa cosa dell’importanza e della non importanza delle cose da fare mi indispone alquanto.
      Tutte le cose promesse sono importanti allo stesso modo, e il parlamento le commmissioni possono lavorare benissimo a una legge sui diritti civili mentre fanno altro.
      Non è una legge corposa, e ad approvarla in Parlamento ci vorrà pochissimo.
      L’argomentazione del fare le cose una per volta per me non regge.
      Lo sappiamo tutti che il lavoro è una priorità
      Ma la legge sul lavoro mi risulta che non sia pronta in commissione e non sono oggi gli altri provvedimenti a rallentarne l’iter,
      .Il cosiddetto jobs act è ancora in discussione in commissione, in quanto trattandosi di una riscrittura complessa del codice del lavoro non può essere essere pronta subito.
      Ci sono problemi di coperture per gli ammortizzatori e bisogna aspettare quantomeno la legge di stabilità prima di pervenire a un sistema di ammortizzatori universale, perchè ogni intervento di spesa deve essere giustificato con tagli .
      Ogni provvedimento ha i suoi tempi “naturali”. Pur essendo prioritario il lavoro , nel frattempo il Parlamento deve occuparsi anche di altro e ha lo spazio per farlo.
      Il modo naturale di funzionamento delle commissioni è quello del multitasking
      Vogliamo intanto approvare in Cdm una proposta di legge sulle unioni civili ?
      E’ una cosa piccola, ma signficativa e va fatta subito.

      Dico questo avendo difeso la posizione governativa secondo cui , essendo stato detto che si sarebbe fatta la riforma del Senato e del Titolo V si è provveduto subito a approvarle in prima lettura.
      Per alcuni sarebbe stato più importante per esempio occuparsi di lavoro e mettere il Senato all’ultimo posto.
      Non è così. Se si dice che si deve fare una cosa , dando anche un ordine di priorità , poi si deve fare e non rimandare.
      La legge sulle unioni civili Renzi l’ha elencata anche come priorità (precisamente ha detto che bisogna che sia approvata una volta che lo è la legge elettorale)..
      Intanto va presentata, e può essere presentata anche adesso..

      Il motivo per cui gli altri governi non hanno fatto una legge in tal senso è la giustificazione secondo cui oggi non sarebbe prioritaria,

      1. La mia era una considerazione del tutto personale e arbitraria sulla scaletta degli argomenti di discussione di questo blog, non se sia o meno opportuno che il parlamento si occupi anche di diritti civili.

        1. se mettiamo i diritti civili, è perché ci sono cose più urgenti
          se parliamo (male, ovviamente 😉 ) di Renzi è perché parliamo solo di lui….

          certo che non siete mai contenti, eh!!!!!
          prendete tastiera e “maus” e scrivete qualche cosa di “originale” voi, così ci risparmiate un po’ di fatica… 🙂

          (e a ben vedere.. l’epidemia di OT-ite è sempre in agguato, e si finisce comunque a parlare di quello che succede in tempo reale…..)

        2. Ops, mi scuso. Ho frainteso.
          Credo che, se vuoi, poi postare una tua riflessione su altri temi
          La scaletta dipenderà da chi si è prenotato prima. Non so come funziona, ti possono rispondere i gestori.

  2. sì, ma non scandalizzatevi troppo, anime belle… volete che spenda un paio di ore a scandagliare il database dei commenti di questo blog? Di battute/metafore omofobe ne ho viste passare parecchie, quasi tutti.
    A memoria, la metafora più ricorrente è quella politica del cittadino che “lo prende sempre in culo”… o peggio, nel didietro… segue la disarmante “a qualcuno piace”.
    Tutti giù, in ginocchio sui ceci… 🙂

    1. scusa se intervengo su tale argomento di prima mattina…..ma ti faccio notare che tale pratica non è necessariamente fra maschietti gay
      questione di gusti…….appunto…..

      (e così alziamo il livello…..culturale…. della discussione…)

      1. ok, mi avete provocato…
        non so quando perché ho poco tempo, ma comparirà un post con tutte le battute “omofobo transiberiano”, nick compresi 🙂

        1. ti risparmio la fatica:
          “Fare il f…. con il culo degli altri”
          è un modo di dire che trovo piuttosto efficace, molto calato nella mentalità italiana (ipocrisia) e che quindi qualche volta utilizzo senza troppi francesismi.

          P.s. come avrai notato, il pudore mi spinge comunque ad utilizzare i puntini…

          1. sì, stiamo parlando di forme di linguaggio coatte, non di omofobia.
            Mah… prova a fare quella battuta a tavola con un amico gay e vedi se ride…

            1. Ci sono modi di dire che perdono il loro significato letterale.

              In quanto all’amico gay, se è intelligente, non la prende come offesa personale, ma appunto come un modo di dire crudo ma efficace.

              Naturalmente è sempre meglio evitare di usare modi di dire che possano urtare la sensibilità di chiunque, ma in una discussione accesa, può succedere di trascendere…

    2. Posso alzarmi dai ceci, per favore?

      (Mi confesso lerciofono coatto nei confronti degli usi sessuali delle minoranze (?). Attenuanti generiche: figlio dei tempi e dei luoghi della mia formazione non del tutto liberato da taluni stereotipi. Inclinazione a reiterare: non poter dire ‘vaffanculo’ lo trovo una pesante menomazione).

    1. E’ allucinante il dato del 91%

      Stessa identica cosa avviene per i diritti degli immigrati (considerati da molti politici carne da macello) .
      E anche nell’invitare all’evasione e a comportamenti moralmente non ineccepibili i nostri politici sono i primi di tutti.

      1. e l’autoassoluzione quando vengono “pizzicati”?
        per non parlare del fatto che si trincerano dietro la lentezza della magistratura per non dimettersi quando sono sotto processo, mentre all’estero si dimettono per molto meno.

        1. Sono d’accorso per le dimissioni una volta che si viene pizzicati.
          Non per le dimissioni quando si è sotto processo.o indagati.: dipende dall’accusa e dai fatti che sono emersi.

          All’estero ci si dimette quando si è pizzicati, non (in genere) quando si è sotto processo.
          in italia non ci si dimette mai se si appartiene a certi partiti politici.

    2. però certe cose le vedi anche nella vita di tutti i giorni. Le battute da “caserma” anche fra persone con una certa “cultura” e non certo omofobe.

      Finché ci saranno persone che anche solo per scherzo si danno del “frocione” (e fra i miei colleghi capita) come possiamo pensare che le cose cambino veramente?

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