Democratici e democratiche!

di Nammgiuseppe

Alla festa de L’Unità, il presidente del consiglio, intervenendo presumibilmente da segretario del PD, ha aperto il suo discorso con l’appellativo democratici e democratiche.

Uno dice: “Beh, dov’è la notizia, o lo scandalo?” Molto, in effetti, dipende dalle sensibilità individuali. Può essere tutto normalissimo o, per chi come me è preda di taluni pregiudizi, c’è nel fatto una serie di bizzarri corti circuiti che proverò a elencare.

Innanzitutto c’è la festa de L’Unità. Che cosa ci sia da festeggiare con riferimento a uno storico quotidiano di partito in stato agonico (il quotidiano e il partito storico) qualcuno me lo dovrebbe spiegare. Sarebbe stato forse meglio intitolare l’evento ‘Lutto de L’Unità’. Ma, alla fin fine, quella che Renzi è venuto a concludere con il suo discorso è una sagra e, si sa, ci sono in tutto il Paese innumerevoli sagre intitolate al santo Tizio e al santo Caio, senza che né gli abbuffanti né l’organizzazione si sforzino di manifestare uno speciale spirito religioso. Nel caso specifico, poi, Renzi non mi pare abbia fatto nel suo discorso alcun accenno al quotidiano, il che è comprensibile, visto che parlare di morti o moribondi nel corso di una festa è indice di pessimo gusto.

Il che, a sua volta, rende comprensibile anche l’altro apparente corto circuito, quello di democratici e democratiche. Ai tempi belli (per alcuni nostalgici), in queste sagre gli oratori si rivolgevano al pubblico con compagni e compagne. Era l’appellativo distintivo di persone che si riconoscevano orgogliose di condividere una fede e di una tradizione politica. Quella fede e quella tradizione, evidentemente, non sono più ‘adeguate ai tempi’ e così dal PCI, per incesti successivi, si è giunti all’attuale bastardo. In tempi bastardi, la cosa è appena coerente. Ma sarà il caso che i pervicaci cultori del vecchio comunismo italiano si riconoscano in una razza perdente e in via di estinzione e disertino queste celebrazioni ipocrite, o vi partecipino esclusivamente da buongustai e da allegri festaioli, come si frequentano le sagre della rana o del formaggio d’alpeggio.

L’appellativo democratici e democratiche, come amici e amiche, o altri recenti sostitutivi di quell’obsoleto compagni e compagne, ufficializza questo trapasso, anche se troppi si ostinano a non volersene rendere conto e a votare ‘a sinistra’.

C’è poi il corto circuito, minore, di voler prendere un aggettivo tanto generico come democratico per volergli dare una connotazione di parte. Qui c’è poco da imputare a Renzi. La scelta di quella sigla non lo ha visto coinvolto, è stata una scelta di altri, ammiccanti al dualismo democratici/repubblicani statunitense, che già non era un buon segno. Negli Stati Uniti molti, certo i critici, riconoscono che il Partito Democratico è la destra meno belluina e fondamentalista di quella nazione. La sinistra non esiste più, se non ai margini o fuori dalla politica elettorale. Pare che i discepoli italiani abbiano superato i maestri d’oltreoceano, almeno a livello di dirigenza, pur con qualche residuo mugugno di una parte della loro base, che ormai conta poco o nulla nelle scelte dei vertici.

Però democratici e democratiche suona davvero artificioso, una forzatura. È come se qualche cervellone del marketing avesse improvvisamente deciso di cambiare nome alla Nutella chiamandola crema gianduia: per quanto la pubblicità si sforzasse di monopolizzare quella definizione, Nutella ha un’identità di prodotto, crema gianduia ne ha troppe. Ma anche qui, in effetti, la coerenza c’è: il Partito Democratico (italiano) è ecumenico, accoglie potenzialmente tutto e il contrario di tutto, è un minestrone buono per ogni palato; è giusto che rinunci a un’identità precisa, perché quell’identità non l’ha più, né la vuole.

Così, dunque, ognuno ha la propria sensibilità o ipersensibilità. Per me quell’incipit, democratici e democratiche, in quell’occasione, la ‘festa’ de L’Unità, è tutto un programma. Un programma che non mi piace. Ma chi sono io per imporre i miei gusti, o le mie paturnie, al mio prossimo?

(PS. Mi astengo dal commentare il resto del discorso del novello Principe fiorentino: ha fatto il suo mestiere d’imbonitore, senza speciale lode, con qualche superflua ‘ineleganza’; “non è da questi particolari che si giudica un giocatore”).

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