Tra gli Indiani e Berlinguer

segnalato da Ciarli P. 

da through europe (05/08/2014) –  di Franco Berardi Bifo

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Chiude l’Unità

Negli anni ’50 e ’60 mio padre portava a casa ogni giorno L’Unità. Dopo il ’68 lessi altri giornali, e L’Unità mi divenne sempre più antipatico, poi il movimento del 1977 ebbe nell’Unità un avversario, spesso sleale. Quel giornale attaccò il movimento di studenti ed emarginati fino ad accusarlo di squadrismo. Diffamò le avanguardie operaie che alla Fiat al Petrolchimico e all’Alfa cercavano di dare alle lotte operaie una direzione radicalmente anticapitalista.

Oggi quel giornale non esiste più.

Ha chiuso perché la sconfitta generale del movimento operaio ha disaffezionato i suoi lettori che sono rimasti pochi, almeno a paragone del milione di lettori che aveva negli anni in cui mio padre ne era diffusore. Ha chiuso perché la classe politica ignorante liberista e autoritaria che oggi dirige il partito democratico vuol cancellare le tracce del passato. La chiusura di quel giornale provoca in me un sentimento di tristezza immensa: un mondo che potevo capire, con cui potevo interagire polemicamente è cancellato da un mondo opaco che non è più comprensibile secondo le categorie della lotta di classe, ma neppure secondo le categorie della democrazia e della razionalità politica, e forse neppure secondo le categorie dell’umanesimo e dell’umanità.

Non rimpiango L’Unità che nel 1977, seguendo un copione classicamente stalinista accusò me e migliaia di intellettuali operai e studenti di essere provocatori, come non rimpiango il movimento cui partecipai in quegli anni. Né L’Unità né il movimento autonomo seppero anticipare e interpretare praticamente la trasformazione che si stava determinando nel rapporto tra operai e capitale, e tra società tecnologia e potere.

Perché il movimento operaio non fu capace di adeguare le sue strategie alla trasformazione tecnica e politica di cui la rivoluzione digitale è stato il motore e di cui la controrivoluzione liberista è stata la forma ideologica?

Fummo tutti responsabili di quella incapacità, ma la differenza tra il movimento autonomo e i partiti comunisti sta nel fatto che noi tentammo di adeguare le forme di coscienza e di strategia del movimento dei lavoratori, anche se certo fallimmo, mentre il partito comunista non capì la trasformazione in corso, cercò di difendere le forme sociali vecchie che stavano franando, e alla fine si piegò all’ordine nuovo e alla violenza liberista per non perdere qualche pezzo del potere che aveva gestito in precedenza.

Che parte svolse il Partito comunista italiano, e che parte svolse il movimento autonomo? E chi erano i comunisti, e infine: eravamo comunisti io e i miei compagni che i comunisti accusavano di essere fascisti, provocatori o nella migliore delle ipotesi piccolo borghesi sognatori?

Non possiamo rispondere a queste domande se non rispondiamo anche ad altre più sostanziali: perché il movimento del lavoro è stato sconfitto, perché gli operai oggi guadagnano un salario che è la metà di quello che guadagnavano trent’anni fa, mentre lavorano il doppio? Perché la democrazia politica è stata travolta dall’astrazione finanziaria, perché la precarietà distrugge la solidarietà sociale, perché i servizi sociali e i beni comuni vengono privatizzati, perché l’istruzione pubblica viene smantellata e i saperi sottoposti al dominio del profitto?

Nel discorso politico e giornalistico contemporaneo la risposta sembra semplice: il movimento operaio è stato sconfitto perché non ha saputo adeguarsi al riformismo neoliberale e privatista.

Tony Blair ha saputo trasformare il Labour in uno strumento della privatizzazione, dell’integrale sottomissione della società al dominio del profitto, in uno strumento della guerra. E in questo modo ha salvato il suo partito dalla scomparsa, e l’ha portato al governo per un lungo periodo durante il quale la Cool Britannia è divenuta – più di quanto già fosse – il paradiso del capitalismo finanziario, e l’inferno dello sfruttamento, della solitudine giovanile, della precarietà, del lavoro schiavistico in forma di internship. Tony Blair del resto proviene da una tradizione diversa da quella del Partito comunista italiano e degli altri partiti comunisti. Per lui è stato possibile trasformare il partito dei lavoratori in uno strumento della guerra capitalistica contro i lavoratori, e governare contro i lavoratori con il loro voto, dopo di che naturalmente i conservatori sono tornati al governo, e un partito razzista di nome United Kingdom Independence Party è cresciuto fino a diventare il primo partito di quel paese che la scrittrice londinese Nina Power chiama Rainy Fascism Island. Anche in Italia, con venti anni di ritardo sulla Gran Bretagna, la sinistra va al governo sposando la cultura del cinismo, della subalternità culturale alla finanza e della violenza contro i lavoratori. In realtà Renzi non fa che continuare una tradizione di subalternità e di cinismo che ha radici profonde nella sinistra.

Perché ha perso la fazione egualitaria?

Dunque ci chiediamo nuovamente perché, dopo un secolo nel quale la società è divenuta più ricca distribuendo le sue risorse secondo un principio di democrazia, e i lavoratori hanno migliorato la loro esistenza e il loro salario, e la maggioranza della popolazione ha potuto studiare, perché dopo un secolo in cui, nonostante la guerra e la violenza totalitaria, si era affermata una forma di civiltà sociale, perché alla fine la civiltà sociale crolla, la violenza prende il sopravvento nelle relazioni di classe, la diseguaglianza tra chi lavora e chi profitta si fa abissale, e la democrazia si svuota e si riduce a retorica? Nel secolo passato la fazione egualitaria – cioè quell’insieme di forze che considerano l’eguaglianza come un fattore di progresso, di arricchimento e di buona vita, ebbe il coraggio di agire e in alcuni momenti acquisì forza di maggioranza. Perché infine la fazione egualitaria ha perso, perché è stata dispersa, criminalizzata, distrutta, al punto che oggi l’egualitarismo è considerato come una tara mentale, se non proprio un vizio criminale?

La trasformazione tecnologica che ha reso possibile la globalizzazione del mercato del lavoro e la precarizzazione generalizzata sono la condizione diretta della sconfitta della fazione egualitaria. Ma come mai il movimento dei lavoratori non ha saputo adeguarsi a quella trasformazione, pur essendone la causa e il soggetto agente, dal momento che la rivoluzione digitale, che sta all’origine della sconfitta della fazione egualitaria e della catastrofe anti-sociale che ne consegue, non è stata concepita e realizzata dagli uomini della finanza, ma dall’intelligenza collettiva dei lavoratori cognitivi, degli scienziati, dei tecnici, degli artisti che sono parte del movimento del lavoro?

Per tentare una risposta a tutte queste domande spostiamo l’attenzione sulla figura di Enrico Berlinguer. Durante tutti gli anni ’70 Berlinguer avversò e fu avversato dai movimenti sociali che si definivano allora “rivoluzionari”, poiché proponeva una linea di compromesso con i partiti di governo, di sacrifici per i lavoratori e di pacificazione con il padronato.

In particolare il conflitto con Berlinguer divenne drammatico nel 1977 quando la fazione egualitaria prese forma di movimento autonomo, e gli indiani egualitari accusarono il capo del PCI delle peggiori nefandezze.

Aveva ragione lui o avevamo ragione noi? Si tratta naturalmente di una domanda stupida perché nella storia nessuno ha ragione e nessuno ha torto, soprattutto quando gli eventi spazzano via gli uni e gli altri.

Nella coscienza ideologica del movimento autonomo Berlinguer era colpevole di un compromesso con le forze del capitale, di fare fronte comune con lo stato borghese contro quello che credevamo essere l’avanzare del contro-potere operaio. Nella coscienza ideologica di Berlinguer e del suo partito gli autonomi erano colpevoli di approfondire uno scontro sociale pericoloso in condizioni di crescente debolezza, e di provocare una divisione del movimento stesso dei lavoratori.

Come sempre accade, il linguaggio dei protagonisti è inadeguato a spiegare quello che stava davvero succedendo, e se oggi ripensiamo a quella situazione ci rendiamo conto che, per quanto gli uni e gli altri avessero alcune ragioni, complessivamente gli uni e gli altri erano incapaci di anticipare l’imminente: la sostituzione tecnica e la delocalizzazione del lavoro operaio, e la precarizzazione crescente del lavoro. Debbo dire a onor del vero che il movimento autonomo percepì questa tendenza e la tradusse con espressioni come “non garantiti”, e come “rifiuto del lavoro”, mentre il partito di Berlinguer fu del tutto incapace di cogliere la tendenza sociale e si limitò a difendere i valori politici o morali che si stavano facendo evanescenti per ragioni molto più profonde della volontà politica o della corruzione morale del ceto dominante.

Quando la lotta operaia cresceva, quando la fazione egualitaria aveva una forza sufficiente per imporre la redistribuzione della ricchezza, Berlinguer e il suo partito cercarono di ricondurre il movimento nell’alveo della compatibilità con le esigenze del capitale. All’inizio del decennio ’80, quando ormai il movimento era stato sconfitto, quando gli studenti erano stati separati dagli operai, quando gli emarginati e i non garantiti erano stati criminalizzati e migliaia di attivisti autonomi incarcerati, a quel punto Berlinguer chiamò gli operai della FIAT a un’ultima battaglia, certamente perdente. Quello che passa per il gesto più eroico di Berlinguer, la chiamata all’occupazione della Fiat nell’autunno del 1980 quando ormai gli operai erano deboli, (dopo che per cento volte gli operai Fiat erano stati attaccati e isolati dal PCI quando erano forti), fu in realtà l’inizio della catastrofe di cui non abbiamo smesso di vedere gli sviluppi.

Berlinguer non era uno stupido, né un cinico uomo di potere come Giorgio Napolitano. Era certamente una persona onesta, dimostrò coraggio e indipendenza di pensiero quando (certo troppo tardi) ruppe con gli spettri brezneviani. Ma egli fu il simbolo vivente della vocazione alla sconfitta del comunismo novecentesco, e trascinò nella sua sconfitta il movimento dei lavoratori.

Questione morale o radicalità sociale?

Se vogliamo oggi tentare una valutazione del rapporto tra Berlinguer e gli indiani dobbiamo rovesciare la percezione comune che vede Berlinguer come campione della ragionevolezza e gli indiani come pericolosi utopisti e casinari. Gli indiani erano assolutamente realisti quando dicevano: è ora è ora lavora solo un’ora, quando dicevano lavorare tutti ma pochissimo, cioè quando rivendicavano la riduzione del tempo di lavoro per mettere a frutto la trasformazione tecnologica e per evitare gli effetti devastanti della precarizzazione. Erano realisti perché interpretavano le tendenze e le possibilità aperte dallo sviluppo tecnologico, anche se certo lo facevano in modo autonomo, cioè si rifiutavano di accogliere i limiti e le compatibilità imposte dall’interesse del capitale e il modello semiotico di cui il capitale era portatore.

Berlinguer fu un cattivo utopista quando pensò che il problema principale era la questione morale. La questione morale non esiste, è solo un modo velleitario e perbenista di fare i conti con la corruzione pervasiva che il neoliberismo porta con sé. La contrapposizione fra il partito degli onesti e quello dei disonesti appare alla distanza come un fallimento colossale. Dopo gli immorali democristiani sono venuti gli immoralissimi socialisti, dopo gli immoralissimi socialisti sono venuti i mafiosi di Berlusconi e Dell’Utri. Nonostante lo scandalo delle anime belle, il popolo italiano ha preferito di gran lunga gli immoralisti ai Torquemada, come dimostra il fallimento comico del moralissimo Mario Monti. E non senza ragione: i Torquemada onesti dedicano tutte le loro energie a imporre le regole eterne dell’economia schiavistica, mentre almeno gli immoralisti ci lasciano in pace occupati come sono a occuparsi dei loschi affari loro.

Sacrifici e politiche del desiderio

La questione dei limiti della crescita economica emerse nella coscienza dell’ultimo decennio moderno, dopo la pubblicazione del Rapporto del Club di Roma e dopo lo shock petrolifero: probabilmente Berlinguer intuì questo tema, ma la sua traduzione politica in termini di sacrifici fu tale che tutti intesero il suo discorso come un attacco contro il salario operaio e contro il bisogno sociale di impadronirsi della ricchezza prodotta.

Non si doveva mettere in questione la crescita infinita senza mettere in questione la durata del tempo di lavoro, e la dipendenza del salario dalla produttività. Gli indiani posero infatti la stessa questione dal punto di vista del desiderio, non dal punto di vista dei sacrifici.

E qui sta la ragione profonda per cui il comunismo novecentesco si è messo fuori dalla realtà della trasformazione postfordista. Berlinguer fu l’ultimo interprete della visione idealistica che concepiva il comunismo come realizzazione di un ideale morale, non come possibilità aperta dallo sviluppo tecnico e culturale.

L’ideologia neoliberista e la pratica della privatizzazione vinsero su questo punto: la trasformazione postmoderna del capitale fu completamente a-moralistica e catturò il desiderio che scaturiva dall’evoluzione tecnica e culturale. Per questo il neoliberismo interpretò il rifiuto del lavoro che proveniva dal movimento autonomo e ne raccolse l’energia, mettendo in moto un processo di automazione del lavoro industriale e catturando poi le energie produttive mentali della società. Per questo il neoliberismo interpretò il desiderio sociale di ricchezza, e lo intrappolò in un inferno di competizione forsennata e di frustrante consumismo.

Il moralismo comunista invece si presentò come compressione delle energie sociali in nome di una difesa anacronistica dei valori morali della borghesia che stava scomparendo, e di una classe operaia legalitaria, borghesizzata e protestante. La politica del PCI portò quindi a una divisione della società: i giovani scolarizzati mobili e precari volevano vivere una vita ricca di esperienze nomadi, e sapevano che di lavoro salariato non ce n’è più bisogno quando la macchina intelligente sostituisce il lavoro stupido.

I comunisti si misero allora a difendere il lavoro stupido, e si rifiutarono di farsi promotori della macchina intelligente: difesero i posti di lavoro senza capire che occorreva ridurre l’orario se si voleva evitare la disoccupazione e la contrapposizione tra occupati disoccupati e precari.

Difesero il lavoro, invece che i lavoratori che volevano lavorare di meno e godere di più.

Il padre la madre il fratello

Il desiderio entrò nel lessico politico quando i libri di Deleuze e Guattari vennero branditi dagli indiani come manifesto del loro comunismo a-moralista e antistoricista. I comunisti storicisti e morali se ne scandalizzarono, perché non il desiderio ma la necessità storica e l’etica del lavoro erano la loro legge.

Massimo Recalcati, che nel ’77 era un indiano ma nel frattempo si è convertito in viso pallido lacaniano, in un’intervista con Christian Raimo pubblicata nel 2013 con il titolo Patria senza padri rivisita l’opposizione tra l’etica politica di Berlinguer e antiedipico dei movimenti, e conclude che Berlinguer ha vinto contro Deleuze. Strana illusione ottica. A me pare che in quella storia non ci sia nessun vincitore, se non l’assolutismo capitalistico che ha spazzato via morale ideali e purtroppo anche corpi desideranti e solidarietà sociale.

Berlinguer (eponimo dello storicismo etico e legalista che fu sbaragliato dalla deregulation capitalistica) non ha vinto da nessun punto di vista, ha perduto e basta, e con lui ha perduto la borghesia eticamente motivata e i lavoratori legalitari e borghesizzati che cercarono di imporre al mondo la ragione e la legge. Sulla loro sconfitta si è affermata la lumpenborghesia craxiana e poi berlusconiana, e alfine l’impersonale astrazione finanziaria.

Il movimento culturale che si ispirò a Deleuze e Guattari ha perso in una maniera diversa, non meno dolorosa ma molto più feconda. Mentre Berlinguer esibiva lo scandalo perbenista del padre di famiglia cui sfugge il senso (e il non senso) di un mondo che si toglie le mutande, il pensiero rizomatico, da progetto di liberazione quale pensava di essere, ha finito per rivelarsi cartografia del capitalismo deregolato post-borghese senza più legge né morale.

Massimo Recalcati rilegge la questione del ’77 autonomo dal punto di vista psicoanalitico della nostalgia del padre: descrive la società contemporanea – invasa dai flussi mediatici, sottoposta all’aggressione di una stimolazione nervosa sempre più veloce, come una società senza inconscio, perché l’inconscio è tutto estroflesso e il desiderio è sopraffatto dall’immediatezza del godimento consumista.

L’esautorazione del padre coincide con il crollo della funzione normalizzante della legge, e apre la porta alla violenza senza regole del capitalismo rizomatico. In queste condizioni, dice Recalcati, quel che ci occorre è un ritorno della funzione delimitante del padre. Il ritorno della legge, della moralità, dell’autorevolezza.

Io leggo le cose in modo differente.

Non il nome del padre, ma il corpo della madre è ciò che ci manca nell’epoca digitale. La radice della sofferenza psichica contemporanea non sta nell’evanescenza della legge, ma nell’evanescenza della corporeità, nella solitudine, nell’isolamento. I bambini crescono in condizioni di solitudine psichica perché l’emancipazione femminile si è trasformata in sussunzione e iper-sfruttamento del lavoro affettivo e della presenza femminile.

Non la legge del padre, ma l’amicizia del fratello viene meno quando la competizione generalizzata genera una società di figli unici che apprendono il linguaggio dalla macchina digitale, e non conoscono il corpo materno né il gioco fraterno, ma crescono nella solitudine del gioco competitivo solitario e freddo. La fratellanza è mancata nell’epoca post-borghese: la solidarietà, il piacere dell’altro, sono stati spazzati via, mentre il desiderio si liberava del dominio paterno.

È il corpo della madre che ti insegna a essere fraterno, non la legge del padre. Con la parola “madre” intendo il corpo che parla, il corpo che introduce alla singolarità del linguaggio, non la madre biologica che accudisce il bambino nato dal suo ventre. Quel corpo, non importa il suo sesso, è il calore della voce, ovvero il corpo che emette significazione.

Rileggendo oggi gli scritti di Deleuze e Guattari, comprendiamo che il loro dispositivo concettuale non fu, come credemmo (e qui fu il nostro errore), il programma di una liberazione felice, ma fu cartografia prefigurativa della deterritorializzazione neoliberista: rizoma, esplo- sione schizo del desiderio sono le modalità infernali del flusso semio-produttivo e del lavoro precario.

Perché una volta liberata dalle regole paterne l’autonomia sociale non ha saputo creare le sue regole, le sue forme di vita? Perché la mutazione digitale ruppe il rapporto materno tra voce e linguaggio, sottomise il linguaggio al dominio connettivo che atrofizza il corpo. E la competizione neoliberista pose il fratello contro il fratello.

Il sapere la tecnica il lavoro intellettuale

Per finire Berlinguer pose in maniera autoritaria e antica il problema degli intellettuali, che oggi sembra del tutto scomparso dalla scena del discorso mentre è più centrale che mai. Il 15 gennaio del 1977, al convegno degli intellettuali che si tenne al teatro romano dell’Eliseo, Berlinguer tenne un discorso dal titolo Austerità occasione per trasformare l’Italia, nel quale propose agli intellettuali di farsi strumento del consenso sociale a una politica di austerità. Le nuove tendenze culturali che stavano emergendo vennero respinte come espressione di decadenza (Berlinguer usa proprio questa espressione che rivela l’anacronismo della sua cultura) e gli intellettuali vennero inviati a farsi suggeritori del potere, con le stesse tonalità con cui nel tempo passato Lenin aveva chiamato gli intellettuali a essere suggeritori del partito operaio rivoluzionario. Berlinguer chiese agli intellettuali di accettare il ruolo di funzionari del consenso e amministratori dell’esistente, pena il rischio di venire identificati come eversori della democrazia. Si trattava di una sorta di statalizzazione degli intellettuali.

Per quanto lontano fosse da Lenin sulle modalità dell’azione politica, Berlinguer aveva la stessa idea quando si trattava degli intellettuali visti come un ceto separato di portatori di saperi e volontà che possono piegarsi in una direzione o in un’altra a seconda dell’intenzione politica e morale. Qui sta probabilmente la ragione più decisiva della sconfitta del movimento operaio: l’incomprensione del fatto che gli intellettuali non sono più nulla, mentre decisivo diviene il lavoro intellettuale, o meglio cognitivo. L’assenza di ogni considerazione sull’emergere del general intellect, del rapporto tra sviluppo della produzione, tecnologia e saperi – questa è la ragione per cui la fazione egualitaria ha perso e la ragione per cui Berlinguer non ha saputo capire cosa segnalavano gli indiani. Che non erano soltanto dei ribelli fantasiosi, ma erano soprattutto l’annuncio di una nuova composizione del lavoro sociale, l’annuncio di una centralità della comunicazione e della tecnica nella storia della lotta di classe.

 

130 comments

  1. Sempre da Wilson: “l’importante è non avere più certi stronzi in parlamento”.Inutile specificare che per lui gli stronzi sono tutti da una parte.Complimenti vivissimi: hai centrato in pieno quello che è il pensiero renziano!!!!

  2. Renzi ieri sera ha detto: mi possono mandare a casa, non telecomandare.
    A questo punto sia coerente.
    Se si vede che l’intesa non è possibile e che si deve raggiungere un compromesso al ribasso
    si fa prima ad andare al voto.

    Anche perchè quel compromesso al ribasso non sarebbe altro che un favore enorme al centrodestra . A quel punto la riforma del lavoro non avrebbe più la maggioranza, salta il sistema delle tutele universali voluto da Renzi e l’abrogazione dei contratti precari e Renzi si prende tutte le colpe dei contorcimenti della minoranza.

    Chi non è d’accordo voti in direzione in maniera contraria, E se non ci sono i numeri in Parlamento si va al voto. E’ mai possibile mandare tutto in vacca perchè la minoranza PD deve mettere la bandierina e Civati deve farsi la campagna per le primarie del 2018?
    Si vada a votare e dopo si vede se gli italiani vogliono ancora questi soggetti in Parlamento o no .

    Ma chi lo vuole Fassina ? Ma per favore !

    Se Renzi insiste sbaglia e ne pagherà le conseguenze.

  3. Si legge online che Renzi avrebbe cambiato radicalmente idea sull’articolo 18 . Nulla di più falso.

    A questo proposito è interessante e istruttivo leggere un articolo di Salvatore Cannavò sul FQ da cui è nato poi l’editoriale di Travaglio a Servizio Pubblico.

    Interessante perchè ci sono le frasi dette da Renzi. Ognuno può andare a leggersi le fonti originali scrivendo la frase su google e si vede la coerenza di Renzi e la malafede del giornalista.

    Facciamo l’esperimento ?

    CANNAVO’ / TRAVAGLIO è quello che riportano loro.
    RENZI è parte dell’articolo originario.
    Tra parentesi ci sono considerazioni mie,

    Intanto questo è l’incipit con le considerazioni di Cannavò

    “Uno specchietto per le allodole, un totem ideologico, una cosa che “non interessa nessun imprenditore e nessun precario”. L’articolo 18 è “un falso problema”, un modo per “non parlare dei problemi reali” concentrandosi solo sulle “fisime ideologiche”. Quanto era combattivo Matteo Renzi quando era lontano da Palazzo Chigi e si candidava alle primarie del Pd. Oppure quando si preparava alla rivincita mentre Bersani cercava di vincere le elezioni. Risentire oggi, o rileggere, quelle parole è illuminante oltre che agghiacciante. Lo scarto tra i “due Renzi” è straordinario e descrive egregiamente la natura del personaggio. Quello che era vero ieri oggi diventa falso e viceversa. L’annuncio di allora viene smentito e così via in una girandola di dichiarazioni, frasi a effetto, sortite improntate all’effimero e al giorno per giorno”.

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    CANNAVO’ / TRAVAGLIO

    “Si pensi all’intervista a La Stampa rilasciata all’inizio del 2012 quando il governo Monti stava preparando la riforma dello Statuto tramite la legge Fornero: “L’articolo 18 è un gigantesco specchietto per le allodole” spiegava Renzi tutto serio. “Se ci interessano gli aspetti tecnici sentiamo che hanno da dire Pietro Ichino e Stefano Boeri (in realtà si tratta di Tito, ndr) mentre se ci interessa l’aspetto politico, mi pare che il tema ruoti attorno a un totem ideologico”.

    RENZI

    Sindaco Renzi, sull’articolo 18 lei di che idea è?
    «Penso sia un gigantesco specchietto per le allodole. Poi per capire bene la questione, non dico serva una specializzazione giuslavoristica ma quasi. Comunque, se ci interessano gli aspetti tecnici, se vogliamo una riforma all’americana o alla tedesca, sentiamo che hanno da dire Pietro Ichino e Tito Boeri…»

    E Stefano Fassina no?
    «Io veramente pensavo a gente che seguo con qualche interesse, con tutto il rispetto per Fassina e il ruolo che si è attribuito… Se invece ci interessa l’aspetto politico, mi pare che il tema ruoti attorno a un totem ideologico. Non ho mai trovato un ventenne che mi chiedesse la conservazione dell’articolo 18 o un imprenditore che me ne chiedesse l’abolizione».

    Col Pd passi, ma ce l’ha anche col governo?
    «No: capisco che il premier voglia dire all’estero che la riforma del lavoro si fa. Invece i partiti, quando dicono che la riforma non li convince, dovrebbero prima rispondere a una domanda: perché non l’avete fatta voi? Specialmente quelli di destra, che la rivoluzione liberale non sanno nemmeno da dove si comincia. Questo governo ha un merito non da poco: sta mettendo mano a una materia a cui non ha mai messo mano nessuno. Però i punti veri sono altri. Faccio un discorso in generale: non si deve garantire il posto di lavoro, ma il lavoratore…».

    (Renzi parla della riforma fatta dal governo Monti e critica il PD di Fassina che fa una opposizione strumentale, basata su un simbolo, uno specchietto per le allodole. L’obbiettivo a cui bisogna tendere per RENZI è garantire non il posto di lavoro, ma il lavoratore. Inoltre Renzi fa esplicitamente riferimento a due modelli, quello di Ichino e quello di Boeri che non solo smantellano l’articolo 18, ma danno più tutele al lavoratore. e soprattutto le universalizzano
    La tesi renziana è: eliminare l’articolo 18 e fare solo questo non serve a nulla e non serve a nulla mantenerlo. Travaglio presenta Renzi come un difensore dell’articolo 18 . Ci vuole coraggio a dire questo! Oltretutto Renzi viene associato non si vede per quale ragione a Margaret Thatcher , Se Renzi fosse come la Thatcher un Travaglio che da sempre l’ha stimata dovrebbe approvare le sue politiche, invece un Travaglio Thatcheriano e montanelliano si è improvvisamente ritrovato Landiniano Dalemiano e Fassiniano. Montanelli si rivolterebbe nella tomba 🙂 )

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    CANNAVO’ / TRAVAGLIO

    “L’articolo 18 è ormai soprattutto un simbolo, non una discussione concreta per la vita degli imprenditori. Non ho mai trovato un imprenditore che mi abbia posto il problema dell’articolo 18 come ‘il’ problema della sua azienda. E non ho mai trovato un ragazzo di 20 anni che mi abbia posto il tema dell’articolo 18 come fondamentale per la sua carriera”.

    RENZI

    ”L’articolo 18 e’ ormai soprattutto un simbolo, non e’ una discussione concreta per la vita degli imprenditori”. Lo ha detto Matteo Renzi (Pd), sindaco di Firenze, parlando con i giornalisti, a proposito della riforma del mercato del lavoro varata dal governo. ”Non ho mai trovato – ha aggiunto, a margine dell’assemblea dei giovani di Confartigianato – un imprenditore che mi abbia posto il problema dell’articolo 18 come ‘il’ problema della sua azienda. E non ho mai trovato un ragazzo di 20 anni che mi abbia posto il tema dell’articolo 18 come fondamentale per la sua carriera”. Dunque, per il sindaco ‘rottamatore’, ”l’art. 18 e’ poco piu’ che un totem ideologico. La vera questione dell’Italia e’ che ci sono troppe tasse, la giustizia civile non funziona come dovrebbe e la burocrazia opprime, non solo i Comuni ma anche le aziende. E poi fino a che non si mette in tasca un po’ di soldi agli italiani, la crisi di liquidita’ continua ad essere non solo un problema delle banche ma delle famiglie. Finche’ abbiamo un sistema bancario che ti offre i soldi quando non ne hai bisogno e ti chiede di riaverli quando invece ne avresti bisogno questo un po’ un problema e”’. Comunque, conclude Renzi, ”l’importante e’ che ci sia una riforma del mercato del lavoro, la mia domanda e’ casomai perche’ non si sia fatta prima”.

    (Le due ultime righe fanno riferimento sempre alla riforma Fornero del lavoro e sono autoesplicative. Forse è per questo che non sono state citate? L’articolo 18 non è IL problema, ma va riformato il mercato del lavoro nel senso in cui si sta facendo considerando questo articolo non come un totem e facendo contemporaneamente altre cose. Ma che ci vuole a capirlo? 🙂 )

    CANNAVO’ / TRaVAGLIO

    “La frase, identica, fu poi ripetuta a giugno dello stesso anno, durante una puntata di Servizio Pubblico di fronte a un attento Michele Santoro. Non si trattava di battute “dal sen fuggite”, perché Renzi, in quei giorni, spiegava a tutti che per la crescita il governo Monti avrebbe dovuto “snellire la burocrazia, dare tempi certi alla giustizia, abbassare la pressione fiscale”. “È su questo che Bersani dovrebbe incalzare molto di più il governo e che si gioca il futuro del centrosinistra, non sull’articolo 18” affermava in una intervista al Mattino”

    RENZI (per chiarezza riporto l’intero articolo del Mattino, in cui c’è quella frase estrapolata)

    Per la crescita la riforma del lavoro da sola non basterà. Monti deve fare di più snellendo la burocrazia, conferendo tempi certi alla giustizia civile e abbassando la pressione fiscale.È su questo che Bersani dovrebbe incalzare molto di più il governo. È su questo che si gioca il futuro del centrosinistra e non sull’articolo 18, checché ne dica Vendola. È questo il pensiero di Matteo Renzi, sindaco di Firenze e rottamatore pd.

    Sulla riforma lavoro Monti è perentorio: prendere o lasciare, se il Paese non è pronto l’Italia può dire addio al governo tecnico.
    «Non ci credo. E come me non ci crede nessuno. Non ci credono i partiti, i quali giustamente danno per scontato che si arrivi fino al 2013».

    Perché il premier parla così?
    «È un linguaggio da addetti ai lavori, buono per alimentare il dibattito sui giornali. Ma nella sostanza non cambia niente».

    La riforma sarà da bere amara così com’è, con tanto di revisione all’articolo 18?
    «La riforma lavoro di per sé è affascinante, ma lascia molti nodi aperti. In particolare poi sull’articolo 18 la discussione spasmodica è tutta da ricondurre a vecchie ideologie».

    Dice?
    «Ho molti amici imprenditori e nessuno ne fa una questione di vita o di morte».

    Il timore è che la revisione dell’articolo 18 sia un passepartout a licenziamenti facili.
    «Un timore infondato, così come non è vero che sia la rigidità in uscita a bloccare gli investimenti degli stranieri in Italia».

    Allora dov’è l’ostacolo?
    «Gli ostacoli sono tre. Innanzitutto la burocrazia: è quel Moloch il nodo principale e Io dico io, amministratore locale, che sono vittima e carnefice, visto che quando mi si presenta davanti un’azienda pronta a investire io sono costretto a chiedere una pila di scartoffie».

    E poi?
    «Poi c’è la giustizia civile: servono tempi certi, non è possibile che qui si viaggi con tempi quattro volte superiori a quelli di Francia o Germania. Infine c’è la pressione fiscale. Ecco su questi punti aspetterei al varco il governo Monti se fossi il segretario di un partito».

    Ecco, cosa farebbe se fosse alla guida di un partito?
    «Pretenderei che un governo imbottito di personaggi provenienti dalle fila della burocrazia abbia la forza e la capacità per snellire finalmente il sistema. Comincerei da quelle conferenze dei servizi, dove siedono decine di enti per decidere di fronte ad un’opera pubblica: raccapriccianti sedute di terapia di gruppo. Sulla giustizia pretenderei che si affrontassero finalmente i nodi, oggi che Berlusconi non c’è più. Per non parlare del fisco: Monti ha fatto tante cose buone, ma su questo fronte proprio non direi».

    Per questo lei da Firenze ha voluto lanciare un segnale abbassando l’addizionale Irpef?
    «Certo è stata una scelta in controtendenza, ma alcuni fattori che lo consentivano: soprattutto il contributo derivante dalla tassa di soggiorno ai turisti e poi una vera e propria mini-patrimonialina, attraverso la quale abbiamo chiesto di più a chi possiede più abitazioni».

    E se lei fosse stato alla guida del partito avrebbe fatto come Bersani?
    «Qui ritengo ingiusto e ingeneroso attaccare Bersani. Magari su tante altre cose sbaglia…».

    Quali?
    «Le primarie, la selezione dei candidati…».

    Però?
    «Però lui ha fatto bene sul lavoro a ricompattare il partito».

    Vendola dice che sull’articolo 18 il centrosinistra rischia di andare in frantumi. Ci crede?
    «Indubbiamente trovo che sia molto consolante conservare nel proprio background dei totem cui aggrapparsi nei momenti difficili. Ma oggi la politica non può usare coperte di linus, simboli del passato, per non parlare del presente».

    Cosa vuoi dire?
    «L’articolo 18 è roba del 1970. Oggi sul tema lavoro la politica deve costruire la speranza per i giovani, deve dare opportunità di occupazione per chi è stato espulso dal ciclo produttivo, deve aiutare a tutelare i lavoratori più che il posto di lavoro. Indichiamo i nuovi strumenti per la formazione. Parliamo dei nuovi sussidi. Su questo deve misurarsi il centrosinistra, oggi».

    (Geniale. Cannavò / Travaglio qui addirittura ribaltano la posizione renziana dicendo che Renzi in quel periodo critica Bersani perchè si occupava di smantellare l’articolo 18 quando altre erano le priorità .
    In realtà Renzi critica Bersani per le sue posizioni timide sull’articolo 18 e perchè la riforma del lavoro non universalizza i sussidi, come è evidente se si legge tutto. Il futiro del centrosinistra non si gioca su una difesa sterile dell’articolo 18, altre sono le priorità . Questo è il senso della frase di Renzi. Sono riusciti a fargli dire il contrario! ) .

    CANNAVO’ / TRAVAGLIO

    Il 31 marzo, alla conferenza programmatica del Pd di Firenze, ribadiva il concetto: “L’articolo 18 è un falso problema”. “L’articolo 18 – aggiungeva – è una importante legge del 1970, ma a me interessa dire che se vogliamo aiutare le imprese e l’occupazione di questo territorio bisogna fare cose concrete e creare posti di lavoro”.

    RENZI

    “Il raggiungimento di un fronte comune non sembra essere impossibile per Bersani come anche “approvare il testo in tempi rapidi. Almeno in un ramo del Parlamento vorrei chiudere la sostanza del problema anche prima del 6 maggio, prima delle amministrative. Non si può lasciare per aria questo tema per troppo tempo, nessuno ci guadagna a perdere giorni.
    Abbiamo l’opportunità, se non vogliamo farci del male, di effettuare le stesse scelte”, fatte in precedenza sulle pensioni, “sul lavoro, con soluzioni che assomiglino ai modelli migliori, il tedesco e il danese”, ha concluso il leader del Pd.

    A dire la sua, qualche giorno fa, anche il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, capofila del cosiddetto movimento dei rottamatori interno alle fila del PD, il quale dopo il comizio tenuto per FirenzePages, l’incontro che il PD fiorentino organizza annualmente, ha spiegato: “Non ho mai trovato un imprenditore che mi abbia posto il problema dell’articolo 18 come un problema fondamentale; e viceversa non ho mai trovato un ragazzo di 20 anni che mi ha detto ‘vorrei le tutele dell’articolo 18”, ha detto Renzi, il quale ha poi concluso invitando a spostare il discorso su altre tematiche, dando la priorità alla questione della crescita: “L’articolo 18 è una importante legge del 1970. A me interessa dire che se vogliamo aiutare le imprese e l’occupazione di questo territorio bisogna fare cose concrete e creare posti di lavoro”.

    (Il leader del PD era Bersani , che da un lato ha semismantellato l’articolo 18, dall’altro faceva riferimento al modello danese e tedesco sul piano delle tutele.
    La cosa curiosa è che a parlare di contratto a tutele crescenti per un certo periodo era Bersani.
    Poi ascoltando Fassina e i sindacati ha deciso di non farne nulla,
    A chiedere compattezza al partito era Bersani.
    Quello che Renzi dice è che l’articolo 18 è una legge del 1970 , non che va mantenuta come vuole fargli dire Cannavò / Travaglio )

    CANNAVO’ / TRAVAGLIO

    Il problema del diritto del lavoro non è l’articolo 18, non c’è collegamento fra quello e la precarietà. Il nostro obiettivo è ridurre le norme sul lavoro e semplificarle

    RENZI

    “LA SINISTRA DELL’ARTICOLO 18 NON GOVERNERA’ MAI” – Matteo Renzi stronca la foto di ieri con i dirigenti della sinistra che depositano i quesiti referendari, tra cui quello che abroga la riforma dell’articolo 18. La ‘foto del palazzaccio’ è la foto “di una sinistra che non governerà mai”. “Pensavo che la foto di Vasto fosse la foto politica più brutta”, ha aggiunto, ma la nuova immagine “è l’emblema di sinistra che non vuol governare ma si accontenta di partecipare”. ”Il problema del diritto del lavoro non è l’articolo 18 – ha spiegato – non c’è collegamento fra quello e la precarietà. Il nostro obiettivo è ridurre le norme sul lavoro e semplificarle”.

    (Questo Renzi l’ha detto durante nel discorso programmatico di VERONA per le primarie.
    Cioè quando si è presentato la prima volta al pubblico.
    Ora mi dite come si fa a spacciare Renzi come un ex difensore dell’articolo 18 che ha cambiato idea ?
    E quelli che dicono che l’articolo 18 semmai va esteso a tutti mi dicono perchè lo hanno sostanzialmente smantellato? A me va benissimo che Renzi vada a casa solo se tutti questi signori, che sotto il governo Monti non avevano alcun problema di coscienza, vanno tutti a casa)

    TRAVAGLIO (Questa è stata detta solo a Servizio Pubblico ed è indicativa)

    Secondo Travaglio Renzi avrebbe detto :

    “Il problema del lavoro non è l’articolo 18. Il mio programma prevede di aggredire prima i 120 miliardi di evasione fiscale. Chi se ne frega dell’articolo 18!”

    E questo perchè naturalmente era fino a poco tempo fa un difensore di quell’articolo.

    In realtà,,,,

    RENZI

    Durante il suo intervento al Palazzo della Gran Guardia di Verona Renzi ha spiegato che le tre parole cardine del programma saranno Europa, futuro e merito. In una conferenza stampa successiva al comizio, rispondendo ai giornalisti, ha poi ricordato alcuni punti: “Il problema del diritto del lavoro non è l’articolo 18 – ha spiegato – non c’è collegamento fra quello e la precarietà. Il nostro obiettivo è ridurre le norme sul lavoro e semplificarle”. A chi gli chiedeva della patrimoniale Renzi ha risposto che “c’è già, sono l’Imu e la crisi economica. Il mio programma prevede di aggredire prima i 120 miliardi di evasione”.
    .
    (Cosa vuol dire che non c’è collegamento tra precarietà e articolo 18 ? Che l’articolo 18 non rende i lavoratori più precari. Questo è il pensiero di Renzi, ma siccome scombina quello che Travaglio vuol far credere ecco il primo taglietto..
    Si noti che la frase relativa all’evasione fiscale riguarda una cosa totalmente diversa e cioè il reperimento delle risorse. e l’inutilità di una patrimoniale.
    “A me dell’articolo 18 non me ne può fregar di meno” Renzi l’ha poi detto in una occasione che non c’entra nulla.con questa , E Travaglio ancora una volta appiccica una cosa che non c’entra nulla per ribadire che per risolvere i problemi del lavoro bisogna aggredire l’evasione fiscale e non occuparsi minimamente di cambiare anche la normativa.
    Oltretutto lì Renzi usava la trase per dire che l’articolo 18 non è da mantenere a tutti i costi. e proprio per questo allora veniva accusato di essere un berluschino che puntava semplicemente a smantellare l’articolo 18. Nel sito di Grillo viene riportata quella frase con le relative accuse a Renzi di essere di destra, adesso il thatcheriano Travaglio usando la stessa frase accusa Renzi di aver voluto in quella occasione difendere l’articolo 18 e adesso di aver cambiato idea.

    Chiudo dicendo che alcune frasi riportate in trasmissione nemmeno si trovano su google, allora probabilemente sono state cambiate totalmente o in parte. La cosa geniale che Travaglio ha fatto è usare quel video di Servizio Pubblico dove Santoro porta a far dire a Renzi le cose che vuole dire lui troncando la discussione quando questa poteva diventare interessante.
    L’altra cosa geniale è l’incipit dell’intervento di Travaglio.che fa dire a Renzi che secondo lui se si toglie solo l’articolo 18 ripartono di botto gli investimenti.
    Non è così (quello l’ha detto Draghi semmai, ma Draghi osannato oggi da Scalfari non ne ha mai azzeccata mezza). Per Renzi l’articolo 18 va tolto perchè non tutela bene le persone e va costruito un sistema di tutele universale e alternativo per tutti i nuovi assunti).
    Togliendo l’articolo 18 non è che improvvisamente si assume di più e ripartono gli investimenti, semmai ciò può aiutare la produttività di alcune (poche ) aziende in quanto i lavoratori lavativi e improduttivi oggi sono in alcuni casi in cui sono garantiti , del tutto inamovibili .
    Il problema fondamentale è però un’altro ed è quello delle tutele che non sono universali.

    Per vedere quale è la posizione di Renzi sull’articolo 18 si vada a leggere il programma delle primarie

    “Proponiamo la sperimentazione, in tutte le imprese disponibili, per i nuovi insediamenti e/o le nuove assunzioni, di un regime ispirato al modello scandinavo: tutti assunti a tempo indeterminato (tranne i casi classici di contratto a termine), a tutti una protezione forte dei diritti fondamentali e in particolare contro le discriminazioni, nessuno inamovibile; a chi perde il posto per motivi economici od organizzativi un robusto sostegno del reddito e servizi di outplacement per la ricollocazione”.

    Nessuno inamovibile si dice.
    Questo è quello che Renzi ha promesso e questo è quello che deve fare.

      1. In realtà ho copiato le frasi di Cannavò da cui era ispirato l’editoriale di Travaglio facendo copia incolla , e ricercando la frase su google, Quelle di Travaglio in molti casi non si trovano perchè lui cambia le parole. Tranne nell’ultimo caso.
        Poi ho riportato l’articolo esatto.
        Nel caso dell’articolo del Mattino l’ho riportato nella sua interezza.

        Ho dimenticato di dire una cosa , A un certo punto Travaglio dice Che Renzi fa i complimenti a Bersani per aver vinto con Monti essendo passata (in certi casi) la sua linea che vuole il reintegro.
        Viene descritto da Travaglio dunque un Renzi pro articolo 18 (nella formulazione attuale che prevede in alcuni fumosi casi il reintegro ) e totalmente sulle posizioni di Bersani.

        In realtà ecco cosa dice l’articolo della Stampa a cui si fa riferimento

        Però bisogna ammettere che Pierluigi Bersani ha ricompattato il partito.
        «E’ stato saggio. Tatticamente impeccabile. Oltre questa élite tecnica che ci governa c’è un paese che ha ancora paura, ed è una paura che Bersani ha assecondato. Ha detto: impediremo che vi licenzino. Ma gli chiedo: lo statuto del lavoratori è del 1970, quando la smetterai di parlarci dell’Italia di allora per parlarci di quella del 2030? Perché qui ci sono la sondaggiocrazia e la tecnocrazia, ma quando toccherà alla politica?».

        Bersani cioè fa fatto una scelta tattica ed è riuscito a tenere insieme il partito, assecondando le paure degli italiani. A questi italiani ha detto che con la modifica introdotta non sarebberos stati licenziati e che l’altra modifica voluta da Monti sarebbe stata pericolosa.
        La scelta di Bersani è per Renzi in realtà dunque sì vincente, ma demagogica E non ha risolto alcun problema se non i problemi interni del PD .

        —-

        Ci ho messo un po’ a trovare le frasi , ma non eccessivamente.

  4. Sono in missione negli states per cercare di rimediare ai danni del buon matteo (è dura ma qualcuno ci deve provare)
    Sulla diatriba sul perchè la sinistra ha fallito o sul tema dell’esperimento portato da charlie, vorrei ricordarvi ciò che, purtroppo, abiamo già scritto e riscritto su questo post, la mancanza di sincerità.
    La sinistra ha fallito per il continuo scostarsi fra quanto predicato e quanto fatto realmente (scentemente, non per cause contingenti), un esperimento, se parte già falsato nei dati iniziali, “aggiustati” per convenienza alla propria teoria, non ha nessun fondamento, è solo uno una perdita di tempo, una frode.

    Lo spirito protestante del luogo inizia a contagiarmi. Ora esco e vado a comprarmi un winchester.

    1. Giusto!
      Il che significa che per non commettere gli stessi errori adesso Renzi deve mostrarsi coerente e fare quello che c’è scritto nel programma delle primarie

      Io dico quello che Renzi secondo me dovrebbe fare . Andare avanti sul programma e realizzare la flexicurity con maggiori tutele per tutti e senza articolo 18.
      Se lo farà e ne avrà la forza è un altro paio di maniche.

  5. Tutto questo affannarsi intorno all’art.18 , scusate, ma per me è una solenne stronzata messa lì solo per distogliere il dibattito da problemi molto più gravi o per piantare la propria bandierina nel campo avversario.Nel merito: l’art.18 è già stato depotenziato dalla Fornero.Anche se lo abolissero non creerebbe uno che sia uno posto di lavoro in più.Le imprese non assumono perchè i consumi sono bloccati , perchè siamo in stagnazione , perchè non c’è fiducia nella ripresa.Del poter licinziare o meno , in questo momento, non gliene fotte una emerita cippa con buona pace di Wilson.Detto questo , vogliono abolirlo? Che lo abolissero ( personalmente lascerei una forte salvaguardia solo nei casi di licenziamento dovuti ad appartenza politica e/o sindacale , simpatie personali e quant’altro che non ha alcuna attinenza diretta con l’azienda) ma , come in quasi tutti gli altri stati, deve essere accompagnato da una profonda riforma del welfare e dell’aggiornamento professionale.Se domani mi licenziano lo stato mi aiuta a cercare un altro impiego e a riqualificarmi professionalmente? Fra un impiego e l’altro mi fornisce i mezzi per poter vivere? Queste , a mio avviso , sono le risposte che dovrebbe dare Renzi ma se ne guarda bene.Basta abolire l’art. 18 et voilà il gioco è fatto! Poi dice che uno lo manda affanculo……………………………….

    1. sentita alla radio
      “un imprenditore non assume perché non sa se, in caso di licenziamento, ha l’obbligo di reintegrare o meno il dipendente, perché non sa cosa deciderà il giudice”

      ecco…no comment…

    2. Condivido..

      ” ma se ne guarda bene ”

      Sicuro? Intanto da Fazio ha detto cose interessanti. Bollabili come annunci, si dirà. Ma se si dice questo allora è anche prematuro affannarsi su quello che accadrà senza aver visto la norma che per ora non c’è .
      E allora è un po’ surreale il dibattito di questi giorni in cui c’è chi dice no a prescindere senza che sia stata presentata la proposta.
      Per me se si fanno le cose dette da Renzi da Fazio universalizzando gli ammortizzatori , costruendo attorno al lavoratore licenziato una rete protettiva che lo aiuti a trovare lavoro al più presto, se si eliminano i contratti precari co.co.pro e li si sostituisce con contratti stabili si fa la cosa più di sinistra di questo mondo.
      Le cose annunciate vanno nel senso da me voluto. Poi c’è sempre da vedere la norma con i dettagli.

      Tra poco dovrebbe parlare alla direzione, vediamo quello che dice e quello che presenta.

  6. Oggi nella direzione del PD ci sarà la discussione- scontro sull’art.18.Civati minaccia la scissione nel caso fosse approvata l’abrogazione di detto articolo.Ha dimenticato di dire che per per fare la scissione nel PD prima dovrebbe fare la scissione da se stesso………………

        1. (ma chi glielo fa fare a bersani – per dirne uno – di lasciare? l’unico che veramente potrebbe/dovrebbe andarsene è civati, perché la sua insofferenza mi pare veramente senza altra possibilità d’uscita)

          1. boh? Civati si è costruito il suo sandbox antagonista… se esce gli tocca lavorare…
            Così, a occhio, dipende tutto da elementi esterni che potrebbero prendere forma… sono anni che allenano Landini…. Civati potrebbe diventare il massaggiatore della squadra.

    1. Quella di stasera e’ una rappresentazione e’ tutto gia’ deciso. Che poi qualcuno vada via non e’ importante. Se Civati e qualcun altro fossero veramente contrari alla riforma voterebbero no in direzione e poi, essendo questione, a mio avviso, che non puo’ essere ricondotta ad esigenze di unita’, anche in parlamento. Lasciando a Renzi l’onere di una eventuale espiulsione.

      1. i numeri in direzione non lasciano spazio alla fantasia. per il resto molti faranno la scena. probabilmente civati voterà no, ma l’espulsione è da escludere, anche se il suo voto fosse determinante. in tal caso più che alla singola espulsione renzi mira alle elezioni. faccio a civati il mio sentito in bocca al lupo 🙂

      2. non espellerebbe nessuno. mica può buttar fuori qasi mezzo partito…e il popolo delle primarie è ormai un fattore secondario, un fantasmino, un santino da invocare che aebbe difficle rievocare nella stessa misura (Emili Romagna docet, si scatenerebbe la guerra per bande cn annessi e connessi). Anche il renzino adesso ha paura di trovarsi con mezzo partito e mezzo elettorato, composto da exdemocrsitani, ex marghertini. un tot’ di iddini e un un discreto numero di NCD e ‘ di forzaitalioti in momentanea uscita.
        Come li tiene assime negl tempo? Con gli slogan?
        Troverò una mediazione, nel PD.
        Bisognerà vedere se la trova con i sindacati e con parte dei sui mandanti economici e finanziari: se non abbandona anche i toni da rissa, non la trova, erchè non lli rassicura nei loro interessi.
        Civati e Bersani, in fndio, non li hanno chiesto nient’aro, e l’articolo 18 se lo vedono in Parlamento e con Poletti.

    2. Il conto delle scissioni annunciate e mai fatte si perde nell’oblio. Facessero una buona volta quello che dicono. Sarei contento anche se mandassero Renzi a casa perchè questo vuol dire che si va al voto e che si tolgono dalle scatole. Poi se gli italiani vogliono Renzi avremo Renzi, se vogliono Della Valle o Passera o Pinco Pallino avremo altri nomi.
      L’importante è non avere più certi stronzi in parlamento

      Renzi vuole eliminare i contratti precari, dando maggiori tutele a tutti e universalizzando gli ammortizzatori. Fare cioè quello che ha sempre detto.
      La cosa comica lo sai qual è ?
      Che al contratto a tutele crescenti faceva riferimento lo stesso Civati che sposava la linea di Boeri e Garibaldi.
      E cosa impone questo modello di Boeri ? Impone l’eliminazione dell’articolo 18 per i primi tre anni almeno. Molti parlavano allora della vicinanza di Civati al renzismo. Ora per Civati incredibilemente è Renzi che avrebbe cambiato idea. Ma se si fa riferimento a Boeri o a Ichino cosa si dice ? Cosa è il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti ?
      Facciamocelo spiegare da chi ne capisce.

      “«Avere un contratto a tempo indeterminato non significa però che esso non possa essere interrotto», spiegano Boeri e Garibaldi, «vi è spesso grande confusione su questa differenza. Il matrimonio è un contratto tra due persone a tempo indeterminato. Quando ci si sposa non si mette mai un termine all’unione. Tuttavia il matrimonio, pur essendo a tempo indeterminato, può essere interrotto. Il divorzio, una circostanza che nessuno si augura, rappresenta l’interruzione di un contratto a tempo indeterminato. Anche il nostro contratto unico può quindi essere interrotto. L’idea è che quando l’impresa decide di interrompere, specialmente nei primi tre anni, deve corrispondere ai lavoratori un INDENNIZZO monetario, che in questo primo triennio aumenta con l’anzianità aziendale».

      La minoranza PD (D’Alema, Bersani, Fassina) accusa Renzi di volere un mercato del lavoro più precario.
      Ma chi l’ha fatto il pacchetto Treu ? Chi li ha creati quei contratti precari che oggi tutti si dicono d’accordo di eliminare e di cui chiedono conto a Renzi ?
      Chi li ha creati i co.co.pro, a cui Renzi vuole dare un contratto più stabile?
      Renzi non c’era e D’Alema dice che è stata creata fin troppa flessibilità che poi per i giovani soprattutto si è trasformata in precarietà
      Bella questa ! E se ne accorgono adesso.
      E allora io propongo che se nel passato sono stati fatti errori chi li ha fatti (Bersani, D’Alema e Fassina) intanto si tolga dalle scatole. Poi parliamo di lavoro.con persone più competenti.

      Ci preoccupiamo di 2000 – 3000 soggetti , che tra l’altro con la norma che hanno scritto loro sotto Monti svuotando l’articolo 18 e non mettendo in cambio nessuna tutela in più, non sono nemmeno garantiti bene?
      La verità è che oggi le tutele dipendono per una esigua minoranza dalla discrezionalità del giudice, mentre per la stragrande maggioranza non c’è alcuna tutela e il licenziato viene abbandonato a se stesso.

      A Firenze i reintegri sono dell’80% , a Palermo del 30% . a Roma del 50%.
      In Germania il sistema funziona perchè non si arriva quasi mai di fronte a un giudice e il datore di lavoro può indennizzare, la scelta dipende in larga misura da lui, ed è l’elevato indennizzo che in buona sostanza scoraggia il licenziamento.

      Con l’articolo 18 il lavoratore che ne gode non può optare per l’indennizzo , e se perde la causa.(e l’esito, vista la fumosità delle norme, dipende dalla discrezionalità del giudice ) si ritrova senza indennizzo e senza lavoro. Folle.
      Togliere semplicemente l’articolo 18 non aumenta di colpo le assunzioni, ma non c’è motivo di mantenere una normativa folle.Che è quella che hanno scritto Bersani D’Alema e Fassina sotto Monti.
      Toglere l’articolo 18 invece può aumentare la produttività e dopo un po’ possono essere di più le aziende che decidono di aprire in Italia solo SE assieme a questo si cambiano altre cose.
      In ogni caso l’attuale sistema è fortemente squilibrato, non garantisce nessuno (tranne quelli che vincono la causa: 2000 persone contro 20 milioni) ed e poco di sinistra . Perchè mantenerlo ? E’ questo il punto chiave.
      Le tutele vanno garantite a tutti e in altro modo.

  7. Ciarli per provare a capire

    Non è stato … non è detto che non sarà ( possono cambiare le situazioni)
    È… quasi sicuramente sarà ( creata azione e situazione)
    Non è stato… non è … difficilmente sarà

    1. sì… nei punti di sospensione decidi quali semi piantare, da quali piante esistenti prenderli, dove e come seminarli.
      Se germogliano, bene; altrimenti ne pianti altri. Fallimento è illudersi di vedere l’albero o, peggio, la foresta.
      La vita umana è molto più breve e lineare rispetto alla vita delle idee. Lo sappiamo da sempre, ma il fatto continua a turbarci i pensieri.

      1. eppoi tutte le mattine, prima che il sole scaldi, vai a controllare il basilico, sotto le foglie. se trovi i bruchi verdi li elimini (no mercy), e la mattina dopo fai lo stesso. pensi poi un giorno di essertene liberato, ma le farfalle come le elimini? così i bruchi ritornano. nel frattempo con le foglie intatte ci fai una bella caprese. la bufala del casertano resta la migliore. cosa fare? fidarsi o no? ma questo è un altro discorso.

        1. abbiamo capito che sei un socialdemocratico 😉

          «…Anche noi s’è fatto adunanza…
          Proprio lassù in qualche stanza…
          Disputammo…deliberammo…
          Dieci per una, venti a nottata
          è la tariffa obbligata…
          Andiamo…»

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