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  1. Capitolo MOLTO provvisorio

    Capitolo V
    Il mondo delle idee
    Cari bambini e bambine (ops!, le bambine finora non le avevamo citate, ma non è per dimenticanza, è che nella lingua italiana abbiamo i generi, il maschile e il femminile, e questa è una buona cosa quando si vuol essere precisi, ma diventa un limite quando si vuol parlare di questi e di quelle, senza distinzioni; come vi abbiamo già accennato le parole sono fonte, anche, di ogni sorta di seccature)
    Dunque, dicevamo,
    Cari bambini e bambine
    per affrontare l’argomento di questo capitolo cominciamo col precisare che quando qualcuno di voi dice: “Ho una splendida idea. Svuotiamo un contenitore di Attack sulla sedia della maestra” sicuramente si tratta di un’idea e, diremmo, di un’idea simpaticissima, ma non del genere di idea di cui vogliamo parlarvi qui. Questa, come l’idea di rigare la macchina del maestro cattivo o di dar fuoco alla scuola noi la chiameremmo una trovata, una pensata originale, una dimostrazione di brillante ingegno, o roba del genere. Di nuovo il problema delle parole: hanno troppi significati. Il significato della parola “idea” di cui vogliamo parlarvi ci costringe a prendere l’argomento alla lontana e, probabilmente, ad annoiarvi un po’. Abbiate pazienza. Ne vale la pena. [Diffidate! Diffidate!].
    Le idee di cui ci occuperemo sono strumenti di progresso o di rimbambimento. Dinamite. Se la sai adoperare rimuovi le montagne. Se le prendi sottogamba perdi la gamba e anche tutto il resto. E una scemata. Se, poi, di dinamite te ne tirano addosso un candelotto c’è tutta una serie di calcoli che devi fare; se riuscirai a prenderlo al volo e rimandarlo al mittente o è meglio che ti butti a pesce dietro il primo riparo nelle vicinanze. E devi calcolare molto in fretta.
    Le idee, dunque.
    Vi avranno detto che noi siamo fatti di un corpo e di una mente e che il rapporto della mente con il corpo è simile a quello tra un autista e la sua automobile; la mente decide cosa fare e il corpo, nei suoi limiti, lo fa. Non è un’idea sballatissima; basta non strafare. Perché si comincia da lì e poi oltre alla mente vi mettono dentro anche un’anima e cominciate a trovarvi affollati; poi vi dicono che l’anima è immortale e che c’è un Dio che vuole che facciate questo e quello e se non lo fate vi dannate l’anima e finirete nel fuoco eterno, eccetera, eccetera. Non entriamo in questo territorio: vedetevela voi, almeno per il momento. Più avanti forse vi diremo come la pensiamo noi.
    Adesso ci occupiamo solo della faccenda dell’autista e dell’automobile.
    Quello che è sicuro è che il nostro corpo è una macchina, né più né meno, dotata di sensori (quelli dell’annusa-lecca-tocca-guarda-ascolta), di appendici per muoversi e prendere-dare-manipolare (manipolare è la parte più interessante anche se gli adulti avranno già cominciato a dirvi che certe manipolazioni, le più piacevoli, “non vanno bene”), di un sistema di segnalazioni, prevalentemente la voce, che è del tutto simile al clacson o alla varia fanaleria di un’automobile, solo molto più sofisticato e, infine, di una specie di centralina elettronica che archivia le vostre esperienze e vi permette di ricordare gli esperimenti che avete già fatto in questo o quel campo e di migliorare, o peggiorare, la volta successiva. Come ogni macchina che si rispetti, il vostro corpo ha bisogno di energia, di carburante; nel caso del nostro corpo quel carburante si chiama cibo. Ogni pieno di cibo che fate dura solo per un certo tempo, dopo di che dovete tornare al distributore: se non fate regolarmente rifornimento o il carburante è di qualità cattiva siete nei guai. Siete nei guai anche se non avete di che pagare il pieno. Questa è una faccenda molto, molto importante, di cui parleremo nel capitolo dedicato all’economia. Per il momento, siccome siete bambini, il pieno ve lo pagano i genitori, il che è un buon motivo per utilizzarli con un certo criterio. In certe parti del mondo anche i bambini devono cominciare prestissimo a pagarsi il rifornimento. Succedeva anche da noi non moltissimo tempo addietro. A voi, tutto sommato, va parecchio bene perché tutto quello che dovete fare, fin che siete bambini, è pagarvi la mensa facendo finta di essere bravi. L’importante è che vi ricordiate di far finta. E’ una situazione temporanea, una questione di convenienza. Più tardi, cresciuti, deciderete quando, come e con chi far finta e quando, come e con chi fare i bravi sul serio.
    Risolto, per il momento, il problema del carburante, passiamo a occuparci della centralina elettronica, la nostra mente o cervello, di come nella nostra mente si crea una mappa del mondo e dei nostri rapporti con il mondo sotto forma di idee, nostre o altrui, e di come quella mappa può aiutare a scoprire territori nuovi, interessanti e gradevoli o può far finire in continuazione in un burrone dietro l’altro. .
    “Vogliamo venire al punto, che qui ci stiamo a scassare i marroni?”
    Eh sì, è questo che vi leggiamo negli occhi, almeno in quelli ancora aperti o non concentrati sugli schermi dei vostri cellulari a scambiare molto più interessanti messaggini con i vostri amichetti e amichette. Bravi! Avete ragione. Tutto quello che si può dire può essere detto con chiarezza, altrimenti è intelligente star zitti. L’ha detto, più o meno, un filosofo; ogni tanto, in effetti, c’è qualcuno che fa onore alla categoria.
    Mettiamola così: voi con le cose vere, se vi va e se nessuno si mette di mezzo a impedirvelo, potete avere un rapporto diretto: guarda-tocca-lecca-annusa-ascolta. Ma potete avere anche un rapporto indiretto, ad esempio usando solo uno dei vostri sensi. Il senso che usiamo di più, salvo i ciechi, è la vista e con la vista non fa una grandissima differenza se guardiamo direttamente la cosa vera o ne guardiamo un’immagine allo specchio. Fin che il nostro interesse è soltanto di ricavare le informazioni disponibili guardandola e ragionando sul suo aspetto va tutto bene, ma provate a mangiare una pizza riflessa da uno specchio (quando nessuno vi vede, perché sennò vi prendono per scemi) e verificherete di persona che l’immagine non è la cosa reale. Se poi lo specchio è difettoso, potreste farvi delle idee molto sbagliate sulla cosa reale; succede, ad esempio, con gli specchietti laterali delle automobili (anche se adesso li hanno molto migliorati): uno guarda lo specchietto, non vede nessuno dietro e quindi si butta a fare un sorpasso. Risultato: va a sbattere contro un’auto che gli è quasi a fianco, in quello che chiamano un “punto cieco”, un punto in cui, per tutta una faccenda di ottica, l’immagine non è riflessa sugli occhi dell’automobilista. Se non ci credete, provateci. Anzi no; aspettate di avere la patente. E anche quella volta sarà meglio che non ci proviate. Tanto più che come fareste a provare a vedere se non vedete, visto che non vedete quello che dovreste vedere e che volete vedere se davvero non lo vedete? Beh, avete qui una dimostrazione che anche noi possiamo dirvi cose sceme mettendo insieme parole in una frase che la maestra o il maestro non vi correggerebbe poiché non ci sono errori di grammatica, ma che dovrebbe correggere perché c’è un errore di logica. Ve l’abbiamo già detto e ve lo ripetiamo: state all’erta, diffidate, contestate e interrogate. A prescindere.
    Qui il punto, come chiedevate di sapere, è che le parole sono specchi e, se non sono specchi volutamente deformati, hanno i loro limiti e la loro utilità (detto e ripetuto alla nausea, lo sappiamo, ma se riusciremo a farvi entrare nella capoccia almeno questo, non avremo scritto questo libro invano). Provate a dire: “Ho mangiato una buona pizza”. Vi sentite sazi e contenti? Dipende: se l’avete mangiata davvero, sì; se (vi) state raccontando una balla la fame resta.
    Però la faccenda è un po’ più complicata di così.
    La nostra centralina elettronica è, in sostanza, un archivio di specchi di singole cose (esperienze) reali. Un archivio che si rispetti deve essere minimamente organizzato e dunque, al minimo, avremo una sezione in cui sono immagazzinate tutte le esperienze piacevoli e utili, un’altra in cui ci sono tutte le cose sgradevole e dannose e uno in cui ci sono tutte le cose “chissenefrega”.
    Chi è quel pedante che ha tirato fuori la sezione “cose sgradevoli ma utili” e quella “cose piacevoli ma dannose”? Sei già sulla buona strada per diventare un bravo soldatino, caro mio! Comunque non hai del tutto torto. Il fatto è che siamo qui per introdurre concetti generali. Ai particolari avete una vita davanti per dedicarvici.
    Proseguendo: accettato, se lo accettate, che abbiamo questo archivio interno ci troviamo nell’imbarazzante situazione di dare un nome alle sue sezioni, cioè di creare uno specchio, non della realtà, bensì di altri specchi. Chiameremo, provvisoriamente, “Bene” (Maiuscolo!) la sezione che contiene tutti gli specchi di cose piacevoli e utili. “Male” la sezione che contiene tutti gli specchi di cose sgradevoli e dannose. La sezione chissenefrega possiamo anche lasciarla senza nome tanto, appunto, chissenefrega.
    Ed eccoci arrivati quasi alla fine di questo capitolo: “Bene” e “Male” sono le famose idee che ci interessano e che possono essere aiutare o fregare nella vita. Mettete una cosa buona nell’archivio intitolato “Male” e rinuncerete a un sacco di piaceri e di progressi nella vita. Mettete una cosa cattiva nell’archivio intitolato “Bene” e vi procurerete, e procurerete agli altri, un mucchio di fastidi.
    Siccome siete piccoli, gran parte del vostro archivio generale vi è fornito dai grandi. Sono loro a dirvi che questa cosa è “Bene” e quest’altra è “Male”. Se i vostri fornitori grandi sono saggi, e sarebbe una gran botta di culo se aveste contatti solo con questa categoria, nel vostro archivio accoglierete materiale decente. Se i vostri fornitori grandi sono squilibratelli o squilibratoni avete un bel problema.
    Tanto per andare sul sicuro, ogni volta che qualcuno dei grandi vi vuol convincere che questa cosa è “Bene” o “Male” la vostra arma di difesa è una sola e semplice parolina: “Perche?” Ripetetela fino alla nausea, pestate i piedi, tirate calci, frignate (funziona anche quello), fino a quando non sarete soddisfatti della spiegazione. Che sarà sempre provvisoria. A prescindere.
    Abbiamo semplificato molto, qui. Non vi sarà difficile, tuttavia, arrivare da soli a intuire che il materiale del vostro archivio interiore può essere suddiviso in una quantità di altre sottosezioni, ciascuna con un suo titolo; per esempio, “Libertà”, “Giustizia”, “Autorità”, “Legge”, “Potere” e, sì, anche “Sesso”. Ricordatelo sempre: sono titoli. Non hanno nessun valore in sé; valgono per quel che contengono. Non permettete che contengano troppa merda.

  2. c’è gente qui sul blog, due in particolare, che non è mai andata a una manifestazione impegnativa in vita sua (manifestazioni, non scampagnate comandate e osservanti) ma ne blatera in abbondanza.
    Fan parte della maggioranza silenziosa di un tempo,che ora governa e si gonfia come un pavone (i coglioni, però) e impartisce lezioni.
    Per costoro anche le vittime di Bava Beccaris, che incarnava le autorità del suo tempo, erano sobillatrici, imprudenti e impudenti.
    Manifestazioni democratiche ce n’è state dii tutti i tipi, a seconda del contesto storico nel quale avvenivano: impaurite, gioiose, violente.
    Se siamo qui a parlare dovremmo ricordarci che possiamo farlo anche per dei tanti morti tra chi è andato in piazza per la ottenere la democrazia e difenderla,democrazia che none ra solo una vaga definizione, ma i diritti e i bisogni incarnati nelle persone..
    Io sono grato a quelli che han pestato la polizia ai tempi del governo Tambroni, e ai portuali genovesi che, con i ganci per caricare le casse sulle navi, gli han fatto capire che con libertà e diritti non si scherza.
    Non erano violenti per natura o ideologia, erano forti di DEMOCRAZIA E CONVINZIONE.
    Non sbucarono dalle fogne, come oggi certi fascistelli ripuliti, ma dai luoghi di lavoro, dove sudavano, a differenza di chi se la cava pigiando una tastiera.
    Per questo avevano calli e mani pesanti.
    Consiglierei a qualsiasi governo di evitare di tornare a quei tempi, perché i lavori manuali ci sono ancora e quelle mani, se costrette, sanno essere ancora pesanti, molto più delle dita inanellate e delle camiciole bianche e leopoldine.
    E ai segaioli che deprecano, sminuiscono, falsificano posso solo dire: continuate nei vostri lavori delicati, nei quali la sega non è un utensile da falegname.

  3. A futura memoria:

    da Gad Lerner il blog del bastardo; articolo:Il viminale rettifichi la bugia ecc…

    wilson · giovedì, 30 ottobre 2014, 4:21 pm

    Mica è morto!
    Solo ferito, forse più dei poliziotti, ma se l’è cercata.

    Non mi vengano a raccontare che stavano fermi e che sono stati caricati.
    Spieghino perchè alle manifestazioni ci si va portando oggetti al fine di colpire.
    Questo l’hanno fatto i sindacalisti che dovevano vigilare sull’ordine.

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