Mese: novembre 2014

Esercitare la libertà

segnalato da Antonio “Boka”

da comune-info.net (24/11/2014) – di Gustavo Esteva

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Gustavo Esteva nella biblioteca Giovenale di Roma, 2013 (foto di Alessandro Di Ciommo)

In questo momento tragico, mentre intorno a noi cadono le verità e le istituzioni che ci hanno governato per duecento anni, niente è più importante che imparare a imparare. Non possiamo aver fiducia in quello che ci hanno insegnato, né nelle persone e nelle istituzioni che riproducono solo cadaveri in maniera scolastica. È il momento dell’immaginazione e dell’iniziativa. Potremo celebrare la frana che ci schiaccerà se non cambieremo posto quando avremo imparato a trasformare quel che cade in materiale per costruire il mondo nuovo.

È questo il brodo di coltura di Comune-info. Un’esperienza innovativa che sboccia da questo impulso profondo di rigenerazione, che esplora quel che non si conosce con i piedi ben piantati nella terra. Arriva in un buon momento. Sembra un rimedio efficace di fronte all’ondata di gattopardismo, quell’ambizione di cambiare tutto perché nulla cambi. Comune-info traccia sentieri per uscire dalla confusione e dallo sconcerto che stimolano l’irrazionalità, la paralisi o la mera inerzia. Accende una candela nell’oscurità. È, forse senza nemmeno proporselo, un centro autonomo di produzione di conoscenza, che non si lascia intrappolare dai dogmi e dai catechismi, né ha propositi evangelizzatori. Nasce dalla libertà e alla libertà si dedica. Invita, invece di predicare. Suggerisce e propone, invece di imporre. Sa che la democrazia può stare solo dove sta la gente, non “lassù in alto”, dove si corrompe senza rimedio. E così, al livello del suolo, imparando dalla gente comune, Comune-info esercita la libertà.

Abbracci

Gustavo Esteva

En este momento trágico, cuando caen a nuestro alrededor verdades e instituciones que nos gobernaron por 200 años, nada más importante que aprender a aprender. No podemos confiar en lo que nos enseñaron ni en las personas e instituciones que sólo reproducen cadáveres de manera escolar. Es el momento de la imaginación y la iniciativa. Podremos celebrar el derrumbe que nos aplastará si no cambiamos de lugar cuando aprendamos a transformar lo que cae en material para construir el mundo nuevo.

Es ése el caldo de cultivo de Comune-info. Esta iniciativa novedosa brota de ese impulso profundo de regeneración, que explora lo desconocido con los pies bien asentados en la tierra. Llega en buen momento. Aparece como remedio eficaz ante la ola de gatopardismo, ese afán de cambiarlo todo para que nada cambie. Comune-info traza caminos para salir de la confusión y el desconcierto que estimulan la irracionalidad, la parálisis o la mera inercia. Prende una vela en la oscuridad. Es, acaso sin proponérselo, un centro autónomo de producción de conocimiento, que no se deja atrapar por dogmas o catecismos ni tiene propósito evangelizador. Nace de la libertad y a ella se dedica. Invita, en vez de predicar. Sugiere y propone, en vez de imponer. Sabe que la democracia sólo puede estar en donde la gente está, no “allá arriba”, en donde se corrompe sin remedio. Y así, a ras del suelo, aprendiendo de la gente común, ejerce la libertad.

Abrazos, Gustavo Esteva

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APPRENDERE FACENDO / DOSSIER

ALTRI ARTICOLI DI GUSTAVO ESTEVA

LA CAMPAGNA 2014 DI COMUNE-INFO: RIBELLARSI FACENDO

Incubo prescrizione

segnalato da barbarasiberiana

TRA CORRUZIONE E SCANDALO ETERNIT: METTIAMO FINE ALL’INCUBO DI UNA PRESCRIZIONE FALSA

La responsabilità delle oltre tremila vittime per l’amianto dell’Eternit e di uno dei peggiori disastri ambientali della storia italiana è stata cancellata dalla prescrizione.

Noi non ci stiamo e vogliamo subito mettere fine a questo incubo.

L’orologio della prescrizione deve fermarsi non appena viene nominato un giudice che comincia a lavorare, congelando i tempi per evitare che si creino intenzionalmente ritardi. Vogliamo una prescrizione che smetta di decorrere dal momento dell’esercizio dell’azione penale, cioè da quando il Pubblico ministero affida il procedimento al Giudice.

In tal modo, se l’azione giudiziaria inizia anche un giorno prima che il reato cada in prescrizione, il processo non si ferma e arriverà a giudizio.

In Italia ci vogliono 500 giorni per arrivare ad una sentenza di primo grado e abbiamo una media di 165mila prescrizioni all’anno che costano allo Stato circa 84 milioni di euro. Altri numeri? Sulla corruzione, ad esempio: ci sono ad oggi solo undici persone in carcere per questo reato, sempre grazie all’effetto della prescrizione.

La prescrizione in Italia è diventata un modo per difendersi dai processi, e non nei processi. Vogliamo una prescrizione che abbia un effetto di garanzia e non sia un privilegio.

Basta impunità, vogliamo #lafinedellincubo

Grazie,

Libera via Change.org

https://www.change.org/p/tra-corruzione-e-scandalo-eternit-mettiamo-fine-all-incubo-di-una-prescrizione-farsa?utm_source=action_alert&utm_medium=email&utm_campaign=187016&alert_id=wbVmUHufPg_Bs8tfrwSrF4u4aEVliEcrwv67knXLGWgH%2FqMiLg%2Fj1PmDmHpRKhtqpFg00nJI7yZ

 

 

Pezzentologia

di Lame
Cos’è trendy in questo periodo? Quale stile di vita riceve maggiore consenso sociale? Quali sono i criteri del successo di una persona? Dove si appunta l’attenzione collettiva?
Queste domande da filosofo del bar sport mi sono sorte, un po’ di tempo fa, quando un amico mi ha detto, scherzando ma non troppo, “a te piace la pezzentologia”. Una battuta dentro una conversazione in cui discutevamo di posti che ci attraevano nel mondo e io citavo la Grecia e l’Africa, Cuba e il Sudamerica. (Per la cronaca lui mi parlava di Canada e paesi nordici).
Ho fatto un rapido screening e ho visto che davvero amo i “pezzenti”. Vale a dire che mi annoiano a morte gli ospiti paganti della cena di Renzi – che a vederli sfilare parevano tutti uguali, con addosso divise d’ordinanza firmate Gucci o Prada, tanto per dirne una – e trovo invece interessantissimi i ragazzi dei centri sociali piuttosto che le “mamme No Tav” del basso Trentino o gli operai della Thyssen.
Li trovo interessanti perché mi comunicano la sensazione di “avere vita dentro”, perché esprimono contraddizioni e ricerca di qualcosa (anche se magari pure loro non sanno che cosa).
Al di là delle preferenze personali, mi sono però fatta le grandi domande di cui sopra.
Fino a poco tempo fa la risposta sarebbe stata ovvia: è trendy chi va ai Caraibi in vacanza e hai successo se hai un sacco di soldi.
È un modello, uno stile di vita che ci hanno proposto molto tempo fa (Milano da bere, do you remember?) e che non è mai stato messo in discussione. Ok, adesso Gius mi dirà che lui lo mette in discussione, eccome se lo fa. E ci sono tanti Gius in giro per l’Italia, lo so.
Ma se andiamo a guardare l’immagine prevalente devo proprio dire a Gius che lui è minoranza. Perché l’immaginario collettivo è stato marchiato a fuoco dagli ultimi decenni. E se uno non ha coltivato attentamente la propria coscienza, non solo politica, si ritrova quasi automaticamente a rivolgere la sua attenzione ai ricchi e famosi.
Però mi hanno colpito, negli ultimi tempi, dichiarazioni di potenti che in un modo o nell’altro ribadivano il concetto che “ricco è bello” e che i ricchi non sono da criminalizzare. Lo ha detto anche chi-sapete-voi più di una volta. Era un bel po’ che non sentivo in giro questa excusatio non petita. Da molti anni, in verità.
Come se, in sottofondo, l’aria stesse cambiando. E da qualche parte stesse arrivando un vento sottile ma tagliente che dice invece che “troppo ricco non va bene”.
(P.s. Scritto prima dell’intervento del compagno Bergoglio agli Stati Generali).

nota dell’editor. Taggando il post ho scritto, come vedete, pezzenti. Sapete qual’è il primo suggerimento collegato a pezzenti che viene dall’editor di WordPress? “Classe operaia”. Non sto scherzando, giuro.

 

Radun-azz-o. Riepilogo e saluti.

Signori e signore,

io purtroppo al raduno non potrò esserci. (gravi problemi familiari). Quanto sia incazzata/dispiaciuta non ve lo sto MANCO a dire…

Ripeto per tutti:

alle 18 al Ligera, via Padova 133 20127 Milano

quando sarete già mezzi ubriachi (alla faccia mia), vi dirigerete alla Bocciofila Caccialanza, via Padova 91 per la cena.

Un ringraziamento speciale a Marione e Peppone per l’organizzazione (ahahah la rima AHAHAH).

Vi saluto.

Pingon.

La Terra Trema. A Milano

segnalato da barbarasiberiana

A MILANO LA TERRA TREMA: COLTIVARE SOGNI E CAMPI

di Domenico FiniguerraIl Fatto Quotidiano, 15 settembre

Negli ultimi anni è cresciuta moltissimo l’attenzione al cibo e al vino di qualità.

Sono cresciuti mercati, sono cresciuti consumi, sono cresciute aziende che praticano “un’altra agricoltura” e “un’altra viticoltura” rispetto a quella che ci viene presentata quotidianamente nei centri commerciali.

Purtroppo, però, spesso si tratta di mercati di nicchia, poco o per nulla accessibili ai forzati dell’hard-discount. Prodotti per una élite che difficilmente potranno essere gustati da “tutto il popolo”. Anche per indagare e capire meglio le dinamiche di questa nuova (o meglio vecchia) agricoltura emergente, da anni a Milano si tiene una rassegna che, partita lenta, è oggi diventata un momento importantissimo di relazioni e approfondimento.

Con largo anticipo, per dare modo a tutti di organizzarsi e prenotare biglietti del treno o aerei o per allertare i propri amici per chiedere ospitalità, presentiamo l’ottava edizione de “La Terra Trema”.

Una manifestazione meditativa, frizzante e resistente. Che accoglie agricoltori e agricoltrici, vini e vignaioli di qualità, contadini resistenti provenienti da tutta Italia: tre giorni di degustazioni individuali e guidate; dibattiti e confronti pubblici; incontri informali con i produttori; acquisti diretti; concerti, proiezioni, cene a filiera diretta.

Dal 2005 si ritrovano nel cuore di Milano, al centro sociale Leoncavallo, le mille storie di agricolture partigiane e ribelli; storie di rivolta di chi abita territori assediati da cemento, capannoni, infrastrutture devastanti calate dall’alto; elaborazioni condivise e partecipate delle politiche alternative che stanno nascendo in quei luoghi minacciati, in quei luoghi dove nascono comunità nuove, consapevoli e aperte.

Nel decennale della morte del suo primo seminatore, Gino Veronelli, la La Terra Trema ed i suoi ideatori/animatori, i ragazzi e le ragazze del Folletto 25603 (centro sociale autogestito di Abbiategrasso, casello ferroviario sulla linea Milano-Mortara) calano questo ottavo appuntamento nel bel bezzo dei preparativi di Expo2015. Esempio lampante della contraddizione tra “predica e razzolamento”.

“Nutrire il pianeta, energia per la vita”: questo lo slogan con cui Milano si è aggiudicata l’esposizione universale.

Tangenti, cemento, devastazione degli ultimi parchi della cintura di Milano: queste le pratiche concrete.

Il 28, 29, 30 novembre 2014, la TERRA TREMA al Leoncavallo.

http://www.laterratrema.org

#Renziscappa

segnalato da barbarasiberiana

#Renziscappa. A lanciare l’hashtag è stato il collettivo emiliano di scrittori Wu Ming che, lo scorso 4 Novembre, ha cominciato a snocciolare in 140 caratteri fughe e diserzioni di appuntamenti istituzionali del premier Matteo Renzi, esponenzialmente aumentate negli ultimi mesi e spesso passate “sotto traccia”. Su #left in edicola la cartografia collettiva.

La guerra a casa

segnalato da barbarasiberiana

CHE ACCADE QUANDO UCCIDONO TUA SORELLA? E QUANDO L’ASSASSINO E’ IL MARITO? RESTI SOLO, SOLO UN ATTO D’UFFICIO

Di Laura Zangarini – 27esimaora.corriere.it, 24/11/2014

Damiano Rizzi dopo la morte della sorella Tiziana, uccisa dal marito nel 2013, ha fondato Tiziana vive, rete di cui fanno parte Soleterre, Pangea, Amici dei Bambini, l’Isola che non c’è e Altreconomia attive da diversi anni con progetti concreti e attività culturali per prevenire e contrastare la violenza nei confronti di donne e bambini in Italia e in diverse aree del mondo.

Per 36 anni ho avuto una sorella. Si chiamava Tiziana, è morta il 9 luglio 2013. L’ha uccisa suo marito, il padre di suo figlio, con un coltello.

Nel 2001 Damiano Rizzi ha fondato con altre cinque persone l’associazione Soleterre-Strategie di pace Onlus, di cui è presidente. Ha lavorato e coordinato progetti di sviluppo umano in Bosnia Herzegovina, Kosovo, Costa d’Avorio, Albania, Romania, Marocco, Moldavia. Per le iniziative a favore di bambini poveri e malati di cancro in Ucraina ha ottenuto con l’associazione la targa d’argento della Presidenza della Repubblica Italiana.

Ma la guerra non guarda in faccia nessuno. Ed è entrata anche in casa sua.

Il 9 luglio 2013, alle 4.55 del mattino, lo chiama sua madre. «Non abbiamo più Tiziana» gli dice. La prima reazione? «È stata fredda, di grande distacco, quasi di rifiuto. È l’unica opzione per staccarsi da qualcosa di talmente doloroso da non permettere di sopravvivere». È Damiano, con il padre, a fare il riconoscimento del cadavere di Tiziana all’obitorio. «Me la fanno vedere con il collo coperto. L’esame autoptico dirà che l’assassino ha tentato ripetutamente di decapitarla».

Per parlare di femminicidio e di violenza sulle donne ancora oggi si usano termini come “delitti d’impeto”, “momento di follia”, “raptus”. Ma il loro vero nome è “delitti annunciati”, figli di una cultura patriarcale che nel nostro Paese stenta a morire. Un Paese in cui il “delitto d’onore” è stato cancellato dal codice penale solo nel 1981, la riforma del diritto di famiglia risale al 1975, e lo stupro, fino al 1996, era classificato tra i “reati contro la morale”

«Il diritto alla vita è prima di ogni altra cosa, prima delle norme degli Stati, dei precetti della Chiesa, dei commi della Legge – prosegue Damiano –. Al funerale di Tiziana il prete mi ha detto che la strada da percorrere è lunga. Che i laici devono collaborare. Gli ho risposto che la Chiesa e la sua idea di famiglia, svuotata delle parole di Cristo che parla di amore tra individui, rischia di creare dolore e morte. La Chiesa ha grandi responsabilità e ignora la laicità dello Stato italiano. Un’ingerenza che nasconde un altro grande tabù da abbattere: l’idea di una famiglia in cui la donna deve sottostare all’uomo».

Cosa prova una famiglia che si trova nella sua situazione? «Il dramma più grande è la mancanza totale di empatia umana – risponde –. Il “sistema” e la sua falsa “umanità” finiscono per renderti vittima più volte. Il medico legale che ha assistito, per la nostra famiglia, all’autopsia, prima ancora di dirmi come era morta Tiziana, se aveva sofferto, quali erano le conclusioni, mi ha chiesto i dati per emettere la fattura. In quel momento, per la prima volta, ho pianto».

Nella nostra cultura è normale uccidere in tempo di guerra. Se il femminicidio è normale, allora è una guerra. In Italia ogni tre giorni viene uccisa una donna. Ci si chiede, come accadde per i delitti di mafia, se non siano necessarie leggi speciali

Non va meglio nell’aula di giustizia. «Alla prima udienza davanti al giudice – racconta Damiano – l’assassino e le vittime, noi, la famiglia di Tiziana, eravamo seduti a pochi passi, in una piccola stanza. L’assistente del giudice non sapeva nemmeno chi fossi: mi ha chiesto la carta di identità. Io stesso non sono mai stato interrogato. È giusto mettere vittime e carnefice nella stessa stanza? È giusto ritenere che io e la mia famiglia non avessimo nulla di rilevante da dire su mia sorella e sul suo assassino? Magistrati a cui ho chiesto che contributo avrei potuto dare, mi hanno risposto che questi processi – i processi per femminicidio – sono ormai atti d’ufficio. Atti d’ufficio? Uccidere barbaramente la propria moglie è un reato che non può essere trattato senza l’eccezionale attenzione che merita. Altrimenti il messaggio che passa è che la vita di una donna vale quanto un atto d’ufficio.Un avvocato, uno dei nostri, una volta mi ha detto: “Non faccia la vittima”. Ma io sono la vittima! Mia sorella è morta, non c’è più. È vittima anche chi rimane».

La prima causa degli omicidi di donne tra i 16 e i 44 anni nasce da una violenza subita da parte di persone con cui hanno relazioni affettive e di intimità

Cosa accomuna secondo lei le storie di femminicidio? «La disumanizzazione. Che nella relazione uomo-donna passa attraverso l’idea che quest’ultima sia un oggetto. La donna è roba, è possesso dell’uomo. Senza parità di condizioni non ci sarà mai giustizia. Nella civiltà occidentale gli uomini scrivono la storia e dettano l’ideologia. Il linguaggio maschile è il genere considerato universale. Il genere ci definisce rispetto a identità sociale e sessualità, i ruoli e le rappresentazioni di genere indicano i comportamenti che le diverse culture ritengono appropriati per maschi e femmine. È arrivato il momento di costruire un nuovo modello di uomo che sappia mantenere relazioni paritarie non dominanti e aggressive nei confronti delle donne. Se vogliamo essere veri uomini dobbiamo cambiare».

Secondo il “Gender Gap”, curato dal World Economic Forum, del miliardo e 300 milioni di persone che vivono in povertà il 70% è costituito da donne, che rappresentano i due terzi di analfabeti nel mondo. Nei Paesi in via di sviluppo è da tempo in atto il cosiddetto fenomeno della “femminilizzazione della povertà”, che ha determinato in pochi anni un aumento del 50% la popolazione femminile che vive sotto la soglia di povertà, un fenomeno dovuto anche all’ingiusto trattamento riservato alle donne nel mercato del lavoro (cosa che accade anche nel mondo occidentale). Le donne sono soggette a violenze che si declinano in maniera differente a seconda del Paese in cui vivono, ma sono tutte riconducibili ad un’unica parola: femminicidio.

Perché ha deciso di parlare? Perché ha scritto “La guerra a casa” (ed. Altraeconomia)?«Perché la nostra realtà culturale vorrebbe il silenzio, magari anche uno sconto di pena per chi ha ucciso. Vorrebbe il silenzio dei familiari. Io invece voglio parlare. Perché il Paese in cui sono nato continua a essere duramente rimproverato dalla comunità internazionale per scarsa legiferazione in materia di femminicidio. L’idea che la vittima debba tacere è quello che vuole chi ha ucciso». Le istituzioni tendono a sminuire il problema. Non c’è un ministero per le Pari Opportunità: la delega oggi ce l’ha Matteo Renzi. «Non si tratta di un’omissione simbolica: ci sono in gioco provvedimenti concreti, programmi da finanziare. La violenza contro le donne non è tra le priorità dell’agenda nazionale: eppure lo Stato italiano dovrebbe considerarla un problema “politico”, non una questione privata e di cronaca nera; un fenomeno sociale strutturato e non un’emergenza occasionale».

Il comitato CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) dell’Onu, nel 2011, ha “bacchettato” l’Italia preoccupato “per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner (femminicidi), che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato a proteggere adeguatamente le vittime”

Da dove si comincia? Come ci si salva? «Ci si salva non facendo finta di niente. Ci si salva cominciando dalla scuola e dalla prevenzione. Ci si salva finanziando in mondo continuativo i centri antiviolenza, realtà eroiche che spesso operano in assoluta precarietà: l’attuale situazione politica ed economica del nostro Paese non può essere utilizzata per giustificare il calo di attenzione e di risorse destinate alla lotta contro la violenza su donne e bambine. Nei paesi e nei luoghi dove si sono messe in pratica con continuità queste linee guida le cose sono davvero migliorate. Lo dimostrano i numeri. Ci si salva formando avvocati, magistrati, giudici. Dietro alle norme e alle procedure deve esserci un trattamento speciale per i casi di violenza e per i femminicidi. Altrimenti altre donne moriranno e ne saremo tutti responsabili, nessuno escluso. Ci si salva parlando, anche con gli esperti di “Tiziana Vive” (tizianavive.org), la rete che dopo la morte di mia sorella ho fondato con i suoi amici. Come molte altre donne, Tiziana non aveva la piena consapevolezza della propria situazione. Non aveva mai denunciato violenze. Grazie all’associazione a lei intitolata, in un anno tre ragazze hanno trovato la forza di lasciare un compagno violento. 3-1 per noi».

Leggi anche:

https://transiberiani.wordpress.com/2014/08/20/la-convenzione-di-istanbul/

https://transiberiani.wordpress.com/2014/08/20/egalite/

L’astensionismo secondo Matteo (Renzi)

Antonio Sicilia

Renzi parla delle elezioni regionali in Sicilia. E’ il 2012.
L’astensionismo è un dato che preoccupa molto Renzi, ha votato infatti solo il 47% degli aventi diritto.
Renzi intervistato dichiara:

“Le elezioni le ha vinte l’astensionismo, maggioranza assoluta di persone che non vanno a votare”

Ieri gli emiliano romagnoli hanno votato per le elezioni regionali. Il dato d’astensione è stato clamoroso. Hanno votato solo il 37% degli aventi diritto, in una Regione che sei mesi prima aveva fatto registrare un 70% di affluenza (oltre ad essere in testa alle classifiche d’affluenza italiane nelle precedenti consultazioni, questo fa capire ancor di più la gravità del dato)

Oltre il 60% di aventi diritto è rimasto a casa. Renzi premier esattamente due anni dopo, considera questa volta l’astensione un “problema secondario“, “che riguarda tutti i Partiti non solo il PD“.

Le mie preoccupazioni di oggi…

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