Month: novembre 2014

Numeri

segnalato da barbarasiberiana

Voti assoluti, confronto fra Regionali ed Europee (che poi non si capisce perché l’astensione non conta ma le percentuali si….)

Partito Maggio 2014 Novembre 2014
PD 1.212.392 535.109
M5S 443.936 159.456
FI 271.951 100.478
Lega 116.394 233.439
Lista Tsipras 93.964 44.676

Postilla: se siete dei puristi e volete confrontare mele con mele. Alle scorse regionali Errani aveva preso il 52% dei voti con il trenta per cento in meno di astensionismo.

(Dati recuperati abusivamente dalla pagina facebook di Paolo Sinigaglia)

 

La giornata tipo del civatiano

segnalato da barbarasiberiana

da volevoilrigore.it, 20/11/2014

9.30: il giovane civatiano si sveglia, ma non si sveglierebbe mai presto. È costretto a mettere la sveglia perché la scelta di Matteo Renzi di fare il suo primo tweet già alle 8.00, lo costringe a svegliarsi al massimo alle nove per poter rispondere in tempo utile.

9.35: si sveglia un po’ frastornato. La notte precedente ha fatto tardi: è stato a un concerto de Lo Stato Sociale. La prima cosa che fa è controllare sul suo smartphone il blog di Pippo. Tutto ok: anche stanotte nessuna scissione. È ancora un iscritto al PD. Ora può leggere il tweet di Renzi.

9.40: dopo aver letto e risposto al tweet di Renzi ha mal di pancia, allora inizia la giornata con una tisana bio e biscotti integrali equo e solidali.

10.00: il civatiano decide che è ora di uscire di casa, ma si muove solo in bicicletta; da qualche parte ci sarà pur uno sciopero della CGIL. Infila le cuffiette del suo iPod e comincia ad ascoltare gli immancabili Zen Circus. Il civatiano, di nascosto, guarda anche X-Factor, ma non lo dice a nessuno.

10.10: post su Instagram: una bella giornata, l’aria è pulita #èpossibile.

10.11: si ricorda che i Virginiana Miller sono stati sdoganati da Renzi e cancella il post.

10.15: nessuno sciopero della Cgil. Il civatiano continua la ricerca. Nemmeno un corteo degli studenti, un blocco stradale, un’assemblea di condominio, niente da fare. Allora prossima fermata: università. Controllando sempre sul blog di Pippo se questa mattina c’è stata la scissione. “Niente da fare, meno male”, si risponde il civatiano un po’ confuso. Il civatiano, ovviamente, è un dottorando in filosofia.

10.20: è l’ora del primo like a Marco Sarracino.

10.30: la ragazza lo chiama, è preoccupata perché non risponde ai messaggi su Whatsapp, lui la tranquillizza, spiegandole che Whatsapp è renziano e lui l’ha rottamato sostituendolo con Telegram.

11.00: in dipartimento il civatiano ascolta i Cani e le Luci della Centrale Elettrica, comincia a leggere l’editoriale di Andrea Ranieri su Left. Ha un’immediata voglia di accendersi un sigaro e di esclamare “‘orco boia!”, poi pensa che il libro che ha da studiare si legge leggendolo.

11.15: vede un tizio che legge il Foglio, pensa sia un giovane turco e decide che non ne varrebbe la pena. Poi ci ripensa e decide di iniziare una conversazione col tipo che legge il Foglio, è comunque un suo compagno di partito, anche se ancora per poco data l’imminente scissione. Con suo grande disappunto scopre che non è un giovane turco ma il possessore dall’altra copia distribuita de Il Foglio, cioè un parente di Giuliano Ferrara.

11.30: Civati non pubblica più nulla sul blog da almeno 30 minuti. Il giovane civatiano prima si dispera ma ha sempre con sé il suo asso nella manica: il blog di Walter Tocci, un intervento di Walter Tocci, un’intervista di Walter Tocci, un libro di Walter Tocci. Legge estasiato, è contento. Poi su Facebook appare una nota di Corradino Mineo. E subito l’allegria scema.

12.00: prossima fermata: biglietteria. Il civatiano va a comprare i biglietti della partita del Parma. In coda attacca bottone e gli chiedono come mai tifa Parma, e lui spiega che il Parma è in serie A ma non è obbligato a vincere. Se perde, è normale che il Parma perda, se vince è una grande impresa del Parma. Non si schiera nei litigi tra le grandi ma prende in giro tutti e in fondo non è odiato da nessuno. Il civatiano esplica la sua essenza nel tifo al Parma, più di un post di Civati stesso, più di un intervento commovente di Tocci, più di un editoriale poetico di Ranieri. Il civatiano nello scegliere di tifare Parma fonda sé stesso.

12.15: in coda, alla biglietteria, insulta quelli di #volevoilrigore perchè sfottono Pippo. Le code si fanno facendole.

12.30: finita la coda, preso il biglietto. Prossima fermata: casa. Nel percorso incontra dei suoi amici grillini che però lo sfottono e gli danno del senza attributi perché difende qualcuno che vota cose che non gli piacciono. Incontra poi i renziani che gli dicono di stare sereno.

13.30: pranzo. Voleva il pollo biologico ma, essendo in minoranza anche in famiglia, mangia tacchino allevato in gabbia. Si adegua e mangia sfiduciato il tacchino, pensando che il suo affezionatissimo Pippo sta subendo di molto peggio alla Camera dei Deputati.

14.30: caffè, è l’ora del like al post di Elly Schlein, che pare abbia occupato qualcosa a Bruxelles.

15,00: mal di pancia. Prende un Maalox. Lui e Civati si stanno bruciando tutto lo stipendio in medicinali per la gastrite.

15.10: il civatiano scrive il suo tweet pomeridiano contro il governo Renzi. Ne fa uno ogni tre ore, ma mette come sempre l’hashatg #apartelalanzetta. Lo usa sempre Pippo. Il civatiano dopo sei mesi però non può fare a meno di chiedersi chi cavolo sia questa Lanzetta. E cerca su Google: pare sia un Ministro del governo Renzi. Il civatiano si chiede perché ci sia un civatiano ministro in un governo che è il simbolo della vittoria delle forze del male. Cerca sul blog di Pippo una risposta ma nulla da fare; si sente un po’ confuso ma fortunatamente la prossima fermata è lo psicanalista.

15.30: il giovane civatiano va dallo psicanalista. Mentre entra dalla stanza, esce un tizio con la barba, una maglietta di Togliatti e il Foglio sotto il braccio. Sembra che parli da solo con una vocina. Il giovane civatiano si accomoda nello studio ed incomincia a parlare al dottore del suo dualismo esistenziale tra la Leopolda e il Leoncavallo. E ripete di continuo ad alta voce: “Prossima fermata. Prossima fermata. Dove ci fermiamo? E perché? Ci scindiamo? Si può essere uniti e scissi al tempo stesso? Perché la foto con Fassina? Perché? Ma adesso con i grillini andiamo di nuovo a cena? Taddei? No, no Taddei giocava nella Roma. Non lo conosco. Ma perché Fassina? La prossima fermata è Fassina? Ma quando ci fermiamo? Scendiamo? Andiamo alla Leopolda o al Leoncavallo?”. Lo psicanalista lo guarda perplesso e sfinito gli dice: “Guardi, dopo di lei ho appuntamento con uno che ha il poster di una certa Picierno in camera e insiste per pagarmi 80 euro, anche se gliene chiedo di meno. Mi sono rotto il cazzo.” Il giovane civatiano chiede entusiasta: “Anche lei ascolta lo Stato sociale?” La risposta: “No. No. Mi avete proprio rotto il cazzo voi del Pd. Non ce la faccio a tenervi in cura tutti. Tra un po’ al manicomio ci finisco io”. Il civatiano se ne va dallo studio un po’ confuso meditando una scissione…

16.30: esce dallo psicanalista, prossima fermata centro commerciale, nel percorso saluta un renziano, viene messo nella lista grigia di Cosseddu.

16.40: il civatiano va a fare spese. Deve buttare tutto il guardaroba acquistato quando la prossima fermata era la Leopolda. Adesso per il corteo della CGIL serve un outfit oggettivamente diverso. Cerca un panciotto verde come ce l’ha Pippo, ma si intona male con la kefiah e la maglietta artigianale comprata alla bottega del commercio equo e solidale. Vorrebbe capire come si veste Cosseddu ma poi gli viene in mente che non sa chi sia Cosseddu fuori dal web. Cerca su Google: appaiono nell’ordine le immagini di un ex calciatore degli anni 70 del Porto Torres, un attore teatrale molto in voga negli anni 80 e una società di onoranze funebri di Alghero. Ci rinuncia. Opterà per una polo a righe blu e viola alla Ranieri. Sempre meglio della sciarpa a calzino di Orfini.

17.30: #volevolrigore prende in giro Renzi, è confuso, nel dubbio like a Sarracino e tweet contro Renzi.

18.00: spritzzetto all’Arci con i componenti della mozione per costruire il cantiere della Sinistra, in dieci minuti vengono fondati un nuovo partito, tre correnti, un gruppo indie e cade il governo, poi arriva un tweet in cui si dice che Pippo ha votato con il governo e il sogno svanisce.

18.20: incontra e scambia quattro chiacchiere con un suo amico bersaniano, finisce nella lista nera di Cosseddu.

18.30: partita a calcetto. Larghe intese sulle squadre da fare ma (come al solito) a lui queste larghe intese stanno strette. Si adegua con un sorriso amaro. Le partite si giocano giocandole.

19.30: sconfitto a calcetto, chiede una commissione d’inchiesta per trovare i 101 che non hanno giocato bene, gli amici gli fanno notare che hanno giocato in 5.

19.45: doccia. L’acqua è gelata perché lo scaldabagno è rotto, incolpa Renzi, tweet contro il governo.

20.00: il giovane Civatiano chiama la propria ragazza. Lui domenica vorrebbe andare al mare. Lei pure. Allora lui dice che vorrebbe andare in montagna. Lei dice va bene. Lui l’accusa di essere dalemiana e di averlo manipolato. Lei disperata gli urla che da quando lui ha questa ossessione, lei è costretta a farsi i baffi tutti i giorni per non destate sospetti. Lui rimane qualche secondo in silenzio e poi le urla: “se ti depili di continuo allora sei anche tu una lady-like, amica della Moretti!”. Lei ci rinuncia, lo lascia e gli attacca il telefono in faccia. Lui mette un pezzo malinconico di Brunori Sas e si consola al pensiero che è rimasto fedele ai suoi principi.

20.15: il civatiano sente gli amici per organizzare il proprio sabato sera. Esordisce insultandoli e dicendo loro che preferirebbe altre comitive. Poi però dice che quello è il suo gruppo di amici e non vuole lasciarlo finché non lo cacciano. Scrive su facebook e twitter status e cinguettii di insulto a tutti i propri amici, minacciando di scindere la comitiva. E aggiungendo che però comunque uscirà con loro. Ovviamente passerà il sabato sera a casa lamentandosi, sempre su facebook e twitter, che nessuno l’ha chiamato o avvisato per uscire, non riuscendo a capire il perché.

20.30: prossima fermata: cena. Ancora una volta le pietanze propinategli non gli piacciono, ma il padre lo ammonisce di avere meno spirito critico. Allora inizia una filippica di mezz’ora (che comincia con “Caro papà, stai sbagliando…”) provando a far capire ai genitori e/o fratelli che la famiglia è una società plurale in cui va ascoltato il parere di tutti. Alla fine, comunque, mangia quello che ha davanti. Ma non gli piace.

21.00: chiede ai suoi se possono prendere un gufo come animale domestico. I suoi lo ignorano.

21.30: gioca a Football Manager allenando il Monza, sognando un mondo che non c’è mentre ascolta altri gruppi alternativi italiani: i Cani, Marta sui Tubi, Lo Stato Sociale…

22,30: viene esonerato dal Monza a Football Manager. Mal di pancia. Stavolta lo cura retwittando Nichi Vendola. Il civatiano rivede la foto di Pippo con Cuperlo, Fassina e Boccia. E si affretta a cancellare tutti i post di facebook e twitter d’insulto a Cuperlo, Fassina e Boccia. Capisce che l’impresa è troppo ardua e decide per una soluzione drastica: fa un comunicato in cui si scinde da se stesso e apre altri profili nuovi, uno su facebook, uno su twitter, uno su Pinterest, uno su Google+ e infine anche uno su Medium. Respira profondamente: poteva andare peggio, nella foto comunque non c’è D’Alema. Ma ha un presentimento, va sul blog di Ciwati, Pippo si è fatto crescere degli strani baffetti e conclude ogni frase degli ultimi post con la parola “diciamo’. Il giovane civatiano smadonna. In genovese, come farebbe Andrea Ranieri, nel dubbio mette un altro like a Sarracino.

23.00: si mette nel letto e guarda dal suo smartphone i discorsi di Civati, Mineo, Casson, Barca, Tocci, Ricchiuti, Viotti, Schlein, Bonaccorsi, Briano e… Basta. Si commuove.

23.30: il giovane civatiano pensa che quando era la destra di Bersani era comunque meno divertente che essere la sinistra di Renzi, con cui era alla destra di Bersani. E si consola pensando che stanotte leggerà sul proprio Kindle il nuovo libro di Walter Tocci.

00.00: si addormenta mentre ascolta lo storico comizio di Pippo all’Estragon di Bologna (tutto esaurito) voltandosi sul lato sinistro.

1.00: si risveglia di soprassalto e pensa di andare nel “Pippo point notturno”. Purtroppo, si ricorda che c’è solo a Genova. Si cerca di dormire. Domani sarà un’altra dura giornata di opposizione interna e mal di pancia.

Mestieri green

DALL’AGRONOMO AL BIOARCHITETTO: LA RIVINCITA DEI MESTIERI GREEN CHE FANNO CRESCERE L’ITALIA

Tre milioni di posti di lavoro e il 61% delle nuove assunzioni nelle aziende che hanno investito in prodotti e tecnologie eco-compatibili.

da Repubblica.it (29/10/2014) – di Antonio Cianciullo

Un’azienda su cinque ha scommesso sul green. In questo gruppo di eco investitori tre su dieci hanno portato a casa un’innovazione e il 18,8% ha visto crescere il proprio fatturato nel 2013 facendo salire la cifra dei green jobs italiani a quota 3 milioni. Sono alcuni dei numeri di GreenItaly 2014, il rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere che verrà presentato la prossima settimana. È un affresco che rappresenta un panorama ampio, che va dai settori più tradizionali a quelli hi-tech, dall’agroalimentare all’edilizia, dalla manifattura alla chimica, dall’energia ai rifiuti. In tutto 341.500 aziende dell’industria e dei servizi, con almeno un dipendente, che hanno investito negli ultimi 5 anni o investiranno quest’anno in prodotti e tecnologie green.

Questo raggruppamento di imprese ha un profilo decisamente più competitivo della media. Il 19,6% esporta stabilmente, contro il 9,4% di chi non investe. Sono numeri che danno forza al lavoro. Nel 2014 le aziende italiane dell’industria e dei servizi hanno programmato di assumere 50.700 figure professionali green e 183.300 figure con competenze ambientali. In tutto fanno 234mila assunzioni, il 61% del totale. Del resto questa è la prospettiva europea. Di qui al 2020, secondo la Commissione, si creeranno 20 milioni di posti di lavoro verdi: il 70% di tutte le assunzioni previste dalle aziende nel 2014 e destinate ad attività di ricerca e sviluppo sarà coperto da green jobs (nel 2013 era il 61,2%).

Ma quali sono i mestieri verdi con più futuro? L’elenco è talmente lungo che, prendendolo per intero, risulta disorientante: va dal risk manager al green copywriter, dalla guida naturalistica all’esperto di bonifiche, dall’agronomo che seleziona le specie resistenti al cambiamento climatico al geologo specializzato in dissesto idrogeologico, dal progettista di impianti solari al carpentiere specializzato nella costruzione di tetti super isolati. Ma in realtà in quasi tutti i settori ci sono segmenti, più o meno consistenti, che si riconvertono alla logica della maggiore efficienza e del minor impatto.

Certo in alcuni casi la tendenza è più netta. La chimica è in fase di riconversione verde. L’edilizia è stata segnata da un cambiamento radicale e chiede progettisti, esperti di efficienza energetica, personale specializzato nei materiali ad alta coibentazione e basso impatto ambientale. L’agricoltura vede la continua avanzata del biologico. La gestione dei rifiuti ha bisogno di chimici e manager capaci di gestire il passaggio dalla discarica al riciclo.

“La migliore risposta alla crisi per un’Italia che vuol fare l’Italia è puntare su innovazione, conoscenza, qualità, bellezza e green economy”, propone Ermete Realacci, presidente di Symbola. “Affrontare questa sfida come un dovere, come l’adempimento burocratico a obblighi internazionali significa non aver colto la posta in gioco. È un atteggiamento rassegnato che fa pensare al Gattopardo: in uno dei dialoghi più celebri del libro, il principe di Salina spiega di aver avuto sette figli dalla moglie e di non averne mai visto l’ombelico perché sulla sua impenetrabile camicia da notte campeggiava il motto ‘Non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio’. Ecco, gli investimenti green sono anche un ‘piacere’ oltre che una cosa utile”.

Capacità di reggere la competizione globale e investimenti green viaggiano in parallelo: l’Italia avanza nei settori in cui innovazione e attenzione all’ambiente non vengono meno. Dall’inizio della crisi il fatturato estero della nostra manifattura è cresciuto percentualmente più di quello tedesco: 16,5% contro 11,6%. “Questi numeri spiegano perché la green economy appaia una scommessa ragionevole anche per le nuove imprese”, aggiunge Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere. “Nel primo semestre del 2014 si contano quasi 33.500 startup green che hanno investito in prodotti e tecnologie verdi già nei primi mesi di vita o prevedono di farlo nei prossimi 12 mesi: ben il 37,1% del totale di tutte le aziende nate nei primi sei mesi di quest’anno”.

Dal mercato delle pezze allo splendore del mosaico (Patchworking Class)

di Antonio “Boka”

E finalmente capimmo che non aveva senso stiracchiare la coperta troppo corta, potevamo cucirle tutte insieme e per un capriccio del destino o di una legge unversale nota solo per il suo effetto, trovammo tutti riparo sotto quell’unico mosaico di sogni, desideri, rabbia e tanta tenerezza (estratto da un capitolo mai scritto di un libro mai stampato).

Anche se condivido la definizione di intellettuale adoperata da Hegel nelle “Lezioni di Jena”

L’intellettuale è colui il quale mentre si costruisce un ponte ad arco, arriva, inserisce l’ultima pietra e, constatato che l’opera si sostiene esclama: “questo l’ho fatto io!”

ne propongo una personale per l’occasione: l’ intellettuale è colui il quale davanti a parole non sue (ma nemmeno di altri) le rimette in ordine per farle diventare un’arma formidabile (a patto che ci siano le voci).

Gli scioperi sociali di questo e dei prossimi giorni, l’articolo di Tronti, le nostre discussioni e l’immancabile riordino del polveroso archivio mi hanno fatto pensare che, forse, risentire e rileggere tutti insieme un tempo così simile e così lontano da oggi potrebbe avere una qualche utilità.

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“La Polizia che spara ci fa tanta paura

Ma nonostante questo la lotta sarà dura”.

pagherete caro (1)

“Grigi ottusi pericolosi vogliono rendere il mondo a loro misura: grigio ottuso pericoloso. La società totalitaria del capitale vive della monotona ripetizione dell’esistente. Usa i padroni, i poliziotti, i giudici. Nessuno di essi è indispensabile alla struttura che serve. Fanno una vita di merda per essere l’unico modello di vita possibile. Ma il comunismo è giovane e bello. (…) La pratica della felicità è sovversiva quando la si collettivizza, la nostra volontà di felicità e di liberazione è il loro terrore, e reagiscono terrorizzandoci con il carcere, quando la repressione del lavoro, della famiglia patriarcale e del sessismo non bastano più. Ma allora lo dicano chiaramente: cospirare vuol dire respirare insieme e di questo siamo accusati, vogliono toglierci il respiro perché abbiamo rifiutato di respirare isolatamente, nel proprio asfissiante luogo di lavoro, nel proprio rapporto individualmente familiare, nella propria casa atomizzante. (…) Ma allora lo dicano chiaramente: è dada che terrorizza i grigi ottusi pericolosi custodi dell’ordine dello sfruttamento e della miseria” (2)

“Noi non vogliamo sedere sulle vostre poltrone, vogliamo solo rovesciarle”. (3)

“I giovani rifiutano i «sacrifici necessari». Oggi, per la terza volta consecutiva, scendiamo in piazza nel cuore della città dalla quale siamo stati espulsi. Siamo qui oggi per riaffermare il diritto di tutti i proletari di prendersi ciò che i borghesi hanno riservato per sé: lussi, privilegi, cinema, teatri, sale da ballo. Siamo qui a denunciare la «società dei sacrifici», come nel ’68 eravamo davanti alla Bussola e alla Scala a denunciare la «società dei consumi».

Sacrifici per i proletari, privilegi per i borghesi: ma stiamo imparando a colpire e a prenderci ciò che ci spetta.

Ci prendiamo i cinema, i teatri, le sale da ballo, così come ci prendiamo le case e i posti di lavoro. I sacrifici li facciano i padroni. (…) Riaffermiamo la nostra volontà di contare, di trasformare il mondo, e non di finire in pasto all’eroina, alla disoccupazione, ad otto ore di sfruttamento salariato. Vogliamo colpire anche la qualità dei films, di film che diseducano i proletari ai rapporti personali, che mercificano il corpo della donna ed ogni rapporto umano. Con questa forza, coscienza ed esperienza, prepariamo dal basso un creativo happening nazionale del proletariato giovanile e di tutti gli organismi giovanili e autonomi di quartiere il 27/28 novembre a Milano” (4)

“Compagni questo non è piu’ il ’68, è il ’77 (5)

“Gastronomia Operaia/Cannibalizzazione/Forchetta, Coltello/Mangiamoci il Padrone (6)

“Ho visto le migliori menti della mia generazione soffocate da loden sciarpe e scarpe a punta

Che vomitavano finta rabbia da coordinati nei cessi delle orecchie di povere bestie bisognose di diplomi

Che mettevano carta igienica numerata nelle urne del potere policromo

Che scalavano il monte ore in cordate…

Che suonavano davanti alla scuola canzoni di alienante alienazione pseudo-rivoluzionaria

Che copiavano versioni davanti ai cancelli seppellendosi poi in aule prigione

Cheimparavano a memoria Plotino Euripide e Spinoza e che nella loro ora di libertà compravano pizze e cornetti da mezzo milione e

Che col cuore in pace tornavano a casa su vesponi blu carta da zucchero.

Tiriamo fuori dai sotterranei della nostra coscienza LIBERTA’ e CREATIVITA’” (7)

“La Rivoluzione sarà una festa o non sarà” (8)

“Lei/FGCI/Lotta morbido morbido” (jingle lacca Cadonett) (9)

“Ora andiamo oltre. Non basta denunciare il falso del potere; occorre denunciare e rompere il vero del potere. Quando il potere dice la verità e pretende che sia Naturale, va denunciato quanto disumano ed assurdo sia l’ordine di realtà che l’ordine del discorso (il discorso d’ordine) riproduce e riflette: consolida.” (10)

Milioni e milioni di giovani, nelle condizioni economiche attuali, rischiano di non poter godere per lungo periodo di quel fondamentale diritto/dovere che la costituzione garantisce a tutti i cittadini che non posseggono altro che le loro catene, che è il lavoro salariato.

Viene a mancare così per intere generazioni lo stimolo al risveglio antelucano, una delle più vive e salutari tradizioni del nostro sistema di vita; in secondo luogo la regolarità e il buon umore che caratterizzano l’esistenza dell’onesto lavoratore cedono il passo alla confusione, all’angoscia, alla devianza. Il lavoro infatti, come sottolineano psicologi, criminologi, sessuologi, è un ottimo rimedio contro le droghe, la pederastia, il bestialismo…

Al contrario, per i lavoratori già occupati, si aprono prospettive inattese di incentivazione e di sviluppo della propria capacità lavorativa: la creatività e l’esuberanza dei lavoratori adulti potrà espandersi ora, anche attraverso il lavoro straordinario, fino a limiti che in passato sembravano irraggiungibili.

Ma non è giusto lasciarsi trascinare dall’entusiasmo di fronte a questi risultati: mentre la pianta sana dei lavoratori occupati si espande rigogliosa, si isterilisce sempre più l’arbusto secco della gioventù infingarda, marginale e teppista.

PERTANTO, LE FORZE SINDACALI E LE FORZE DEMOCRATICHE, UNITE ALL’ASSOCIAZIONE GENITORI FIGLI SCAPPATI PROPONGONO LE SEGUENTI OCCUPAZIONI PER I GIOVANI DISOCCUPATI:

a) Cancellazione delle scritte (scuole, fabbriche, università, vespasiani);

b) incremento delle vocazioni sacerdotali e monacali, oltreché poliziesche;

c) rimboschimento delle montagne calve dell’Appennino e delle isole;

d) ripulitura dei volumi giacenti nelle biblioteche pubbliche, pagina per pagina, secondo l’indicazione di Giorgio Amendola;

e) muratura dei covi della sovversione e del caos;

f) costituzione di gruppi di animazione edificante per giovani emarginati.;

g) distribuzione degli studenti fuori corso di mezzo ettaro di terre vergini in Irpinia, Aspromonte, e nelle Madonie;

h) ritovamento definitivo dei residuati bellici della Prima guerra mondiale;

i) costituzione di centri di rieducazione morale per operai assenteisti.

SACRIFICARSI NON BASTA

OCCORRE IMMOLARSI.” (11)

E su questa nota finale mi congedo (era giusto un assaggio)

  1. Collettivo Resa dei Conti di Piazza Bologna, Roma 1977, cfr, pag VI
  2. A/traverso, Alice è il diavolo, Milano, L’Erba Voglio, 1976: pp. 44-45
  3. Appunto manuale
  4. VV., Sarà un risotto che vi seppellirà, Milano, Squilibri, 1977: pp. 85-86).
  5. Come per (3)
  6. Idem
  7. Volantino “Urlo” firmato “I Sotterranei” Febbraio ’77.
  8. Come per (3)
  9. Idem (ero già nel PCI, tutta per D’ Alema…)
  10. Franco Berardi “Bifo” da qualche parte…
  11. Il Lavoro rende Liberi e Belli” manifesto apparso a Bologna, Febbraio ’77 (Marzo, forse)

Tu vuo’ fa l’imprenditore

di Lame

Se dovessi decidere che fare partendo da quelli che vedo in televisione, dovrei dire “uccidete gli imprenditori italiani”.
Non parlo solo del Brambilla, che pare la caricatura del suo nome (da Announo, qualche giorno fa, per chi non l’ha visto). Parlo anche della nuova moda di presentare “il-giovane-italiano-diventato-imprenditore-di-successo-all’estero-perché-in-Italia-non-si-può-fare-impresa”.
Ne ho visti passare alcuni, ormai, nei vari salotti stantii della tv. Tutti presentati come geni dell’imprenditorialità e come prova che “se li lasciano lavorare” loro sì che sanno fare soldi. (Per lasciarli lavorare, ovviamente, è necessario lavoro a costo zero e zero regole). Dato questo, anche il cane di Antonio sarebbe in grado, si suggerisce implicitamente, di sfondare a Wall Street.
Li ho trovati, in modi diversi ma con risultato comune, spocchiosi e supponenti. E non ne ho visto uno che abbia spiegato con quali soldi e con quali conoscenze e contatti abbia costruito la base del proprio successo. Ovvero: dimmi chi è tuo padre e ti dirò come hai fatto.
Nessuno poi si è sognato di dire una cosa banale: i-giovani-imprenditori-di-successo sono tutti posizionati nel mondo hi-tech. Tutti hanno inventato un’app, creato un network et similia. E ovviamente lo hanno fatto nel luogo dove questo tipo di “prodotti”  trovano migliore terreno di coltura, ovvero gli Stati Uniti.
Ma, decontestualizzate, queste storie diventano, nell’immaginario collettivo, esempio totale: lì si può, qui no. Anche se non ho ancora trovato nessuno che mi spieghi come si fa ad avere successo, negli Stati Uniti, producendo marmellata, per dire.
Sono profondamente convinta che il sistema normativo-burocratico italiano sia, effettivamente, una palla al piede per l’impresa. (Ma, guardate, lo è anche per il pensionato. Esempio: a mia madre, pensionata media, è arrivata una lettera dell’Inps che chiede di riempire un modulo con i suoi redditi. Modulo che lei non sarebbe in grado di capire – nemmeno io, del resto, nonostante una laurea in giurisprudenza – perchè è scritto in “inpsese”. Se non lo farà le sospenderanno la pensione).
Ma nessuno si sogna mai di dire alcune cosette. Primo: le app non si mangiano, e non ci riscaldano l’inverno. E chi fa oggi quello che mangiamo e che ci mettiamo addosso e tante altre cose? I cinesi (o qualcun altro in altre parti del mondo, ma sempre partendo da lavoro a costo quasi zero)
Questo è lo snodo che dobbiamo affrontare. Se la produzione delle cose è ormai accentrata in alcune zone del mondo, come si fa a fare gli imprenditori di successo?
E allora mi domando, perché gli imprenditori italiani non hanno il coraggio di dirlo? Perchè non mettono in discussione questo, che è la causa originaria della mancanza di lavoro? (Taccio, per carità di patria, sugli esempi alla Moncler).
Forse perché continuano a pensare che tanto loro hanno l’influenza e tutti gli altri il cancro, ma in fondo chissenefrega? Quale livello, non dico di coscienza politica, ma almeno di senso della collettività hanno coltivato negli anni? E quale orgoglio hanno dei loro prodotti, delle cose che riescono a costruire?
Mi aveva colpito, ormai un bel po’ di tempo fa, la storia di una fabbrica nel milanese. Produzioni meccaniche. Gli operai salirono sul tetto per difendere non solo il loro lavoro, ma anche l’insieme di competenze che loro erano, l’orgoglio di saper fare delle cose. Mentre il padrone voleva vendere tutto. Nonostante la fabbrica avesse ancora un mercato. Andò avanti un bel po’. Poi alla fine si fece avanti un imprenditore bresciano che comprò tutto e tenne in vita la fabbrica. Guadagnandoci, presumo, visto che faceva l’imprenditore. Beh, quell’uomo aveva settant’anni e in fabbrica ci andava tutti i giorni. Una generazione che conosceva il lavoro molto da vicino. Per la mia esperienza personale – e mo’ Gius mi toglie il saluto – fare l’imprenditore è un lavoro duro. Sei il primo ad arrivare e l’ultimo ad andar via la sera e il sabato lavori, di sicuro. Talvolta anche la domenica, se c’è un problema. E ti assumi il rischio imprenditoriale: ovvero “compri” capitale e “compri” lavoro. Li paghi e li metti in sistema. Se sei bravo ne raccogli poi i frutti. Se non lo sei, o se le cose non funzionano comunque, le conseguenze sono tue. Perché tuoi per legge sono anche i frutti succosi, quindi tue anche le responsabilità.
Mi domando se questa idea valga ancora per l’imprenditore medio italiano.

A chi interessa eliminare il giudice Nino Di Matteo?

segnalato da barbarasiberiana

http://temi.repubblica.it/micromega-online/a-chi-interessa-eliminare-il-giudice-nino-di-matteo/

di Salvatore Borsellino, da 19luglio1992.com

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Ancora una volta giungono notizie di morte. Ancora una volta, come 22 anni fa, giungono notizie di carichi di tritolo preparati a Palermo per l’assassinio di un giudice. Ancora una volta si moltiplicano da parte delle istituzioni i messaggi di solidarietà in attesa di poterli sostituire con messaggi di cordoglio, in attesa di intervenire ai funerali di Stato per verificare che, ancora una volta, un magistrato che ha osato toccare quei livelli di potere che non devono essere nemmeno sfiorati sia stato chiuso dentro una bara ed il caso possa essere finalmente archiviato. Poi si provvederà a celebrarlo come l’ennesimo eroe, a travisarne le parole, ad intervistarne i familiari, a conferire medaglie d’oro e distribuire onorificenze, sempre che questi siano disponibili ad interpretare convenientemente il ruolo loro assegnato, ad esibire le proprie lacrime e a comportarsi da vedove inconsolabili e da orfani affranti.

Ed intanto, per salvare le apparenze, si dichiara che il dispositivo di scorta è stato elevato al massimo livello, così sarà maggiore il numero di componenti della scorta da sacrificare insieme alla vittima predestinata ed il numero di bare da allineare nella cattedrale di Palermo, che però questa volta, ai funerali di Stato, verrà presidiata con i carri armati perché non sia turbata con aggressioni di un popolo esasperato, la parata degli avvoltoi di Stato.

Ed intanto dell’unico dispositivo che potrebbe, se non impedire, almeno rendere più difficile l’esecuzione di un eventuale attentato, il bomb-jammer, non parla più nessuno. Dopo le menzogne del ministro Alfano sulla sua “immediata disponibilità” del dispositivo per la scorta di Di Matteo e la successiva auto smentita senza vergogna da parte di chi ha ben appreso dal suo maestro l’arte della menzogna, su questo argomento è calato il silenzio. Tanto poi, come per la zona di rimozione in via D’Amelio nel 1992, si dirà che il decreto era già nel cassetto di qualche funzionario dello Stato che verrà rimosso promuovendolo ad un incarico più elevato.

Ma una domanda non posso evitare di pormi. A chi interessa eliminare Di Matteo? Non alla mafia, non a Totò Riina che dall’accertamento dell’esistenza di una trattativa stato-mafia non può altro che vedere elevare il suo status da sanguinario capo della mafia al livello di un capo si Stato con cui lo Stato italiano ha accettato di venire a patti, non alla cupola mafiosa, elevata dalla trattativa alla dignità del governo di uno stato parallelo con cui trattare alla pari, se non in stato di inferiorità per l’incombente ricatto delle stragi usate per alzare il prezzo della trattativa stessa.

A chi può interessare se non a chi ha mantenuto per anni una scellerata congiura del silenzio su degli “indicibili accordi” che oggi, giorno dopo giorno, grazie proprio all’opera di Di Matteo e del pool di Palermo, continuano a venire alla luce? Nonostante il silenzio di chi, in una stanza del Quirinale trasformata in un’Aula di Giustizia, di questo silenzio ha scelto di continuare ad essere il garante.

Sabato 15 novembre, le iniziative a sostegno
di Nino Di Matteo

di Movimento Agende Rosse

In seguito alle allarmanti notizie di stampa secondo cui sarebbero già “in fase avanzata i preparativi per un attentato al pm della trattativa Stato-mafia Nino Di Matteo”, il Movimento Agende Rosse, in collaborazione con il coordinamento di cittadini e associazioni “Scorta Civica”, si mobilità con una serie di sit-in/flash-mob in tutta Italia sabato 15 Novembre.

Scopo della iniziativa è incoraggiare i magistrati di Palermo e chiedere al Ministro dell’Interno Angelino Alfano quali ulteriori misure intenda adottare per garantire la loro sicurezza, oltre a dare seguito alla mai realizzata promessa di dotare la scorta del PM Di Matteo del dispositivo bomb-jammer.

Di seguito l’elenco in aggiornamento (ore 16.55 del 13/11) delle città in cui è programmata l’iniziativa nella giornata di sabato 15 novembre:

Palermo (con la partecipazione del gruppo Agende Rosse Trapani) 9.30 Piazza Croci, da dove ci si muoverà per raggiungere il Palazzo di Giustizia.
Udine 10.00 piazza Libertà
Venezia 9.30 al Ponte della Costituzione a P.le Roma a Venezia
Torino 16.30 piazza Castello – Prefettura
Milano (con la partecipazione del gruppo Agende Rosse Bergamo) 15.00 Segrate, al Centro Verdi, via XXV Aprile ore 16.00
Varese 14.30 Piazza Monte Grappa (con la collaborazione di Libera Varese)
Reggio Emilia 15.00 Piazza Martiri del 7 Luglio
Bologna 10.00 Piazza Minghetti
Modena 18.00 Piazza Grande
Roma Lunedì 17 16.00 vicino la prefettura (ss. Apostoli)
Napoli giovedì 13 17.00 piazza Plebiscito, presso la prefettura (con la collaborazione di Libera Napoli e Campania)
Andria (BT) (luogo da definire)
Galatina (LE) 17.30 Piazza Alighieri
Catania 10.00 Palazzo della Prefettura (via della Prefettura 14)
Agrigento 10.00 Palazzo della Prefettura
Cagliari 10.00 Piazza della Repubblica, 18 (Tribunale di Cagliari)
Cagliari 16.00 Piazza Giovanni XXIII

Aggiornamenti su www.19luglio1992.com

(13 novembre 2014)

Diritto di odiare

segnalato  da Chicco 

di Massimo Fini – Il Gazzettino – 24 ottobre 2014

Chi segue questa rubrica sa che io mi batto da anni contro i reati di opinione che sono in gran parte un retaggio del Codice fascista di Alfredo Rocco. In una democrazia i reati di opinione non dovrebbero avere diritto di cittadinanza.

Adesso Francesco Storace è a processo per ‘vilipendio del Capo dello Stato’ avendo definito ‘indegno’, a suo tempo, il comportamento di Giorgio Napolitano. In seguito il leader della Destra si è scusato con il Presidente che l’ha ‘perdonato’. Ma questo dal punto di vista giuridico non vuol dire nulla, perché non siamo nel diritto iraniano, dove il perdono della vittima estingue la pena, siamo ancora, bene o male, nel diritto italiano. Storace ha ricevuto una valanga di attestati di solidarietà, «da Gianfranco Fini a Vladimir Luxuria, da Silvio Berlusconi a Roberto D’Agostino». Sacrosanto, a parte la qualità dei personaggi ‘scesi in campo’ a difesa di Storace. Ma la telefonata più sorprendente Storace l’ha ricevuta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando che vedendo su twitter l’hashtag #iostoconstorace (questi ministri, come il loro premier, passano delle ore davanti ai social network) ha sentito il bisogno di scusarsi con lui. Ora, un ministro della Giustizia non può scusarsi con un imputato che è a processo secondo le leggi dello Stato italiano che lui stesso, in questo caso più di ogni altro ministro, rappresenta. Così come (è il caso Napolitano-Mancino a proposito della presunta ‘trattativa Stato-mafia) un Presidente della Repubblica non può intrattenersi a colloquio con un’imputato su questioni che riguardano il suo processo. Al massimo, ed è già tanto, può augurargli ‘buon Natale’ se si è in periodo di festività.

Il fatto è che sono saltate tutte le regole in questo straordinario Paese dove un detenuto molto speciale, e molto poco detenuto, può incontrare il capo della seconda Potenza mondiale (immagino che non si siano limitati a parlare solo di calcio-balilla).

Svegliandosi da un lungo letargo in materia anche Pierluigi Battista si è accorto che i reati di opinione sono una aberrazione in una democrazia degna di definirsi tale e sul Corriere del 21/10 scrive: «I reati di opinione sono una triste eredità del fascismo che la democrazia repubblicana e antifascista non ha mai voluto mettere in soffitta». Peccato che Battista, e tutti i Battista, non abbia emesso un guaito di disapprovazione per una norma liberticida varata in piena ‘democrazia repubblicana’. Mi riferisco alla cosiddetta ‘legge Mancino’ che punisce con la reclusione fino a tre anni «chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico…alla stessa pena soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche». È una legge chiaramente liberticida che supera quelle dei peggiori totalitarismi perché arriva a punire anche l’odio, che è un sentimento e, come tale, incomprimibile. Ed invece è stata salutata, da Battista e da tutti i Battista, come un insigne esempio del ‘democratically correct’.

Recentemente la Cassazione ha ribadito la condanna di due ragazzi che durante una manifestazione di Casa Pound «avevano urlato in coro ‘presente’ e fatto il saluto romano». La Cassazione ha visto in questi gesti ‘rigurgiti di intolleranza’. A me pare che l’intolleranza stia proprio dall’altra parte, quella democratica.

Scrive Battista, a proposito del ‘caso Storace’: «Prevale la malcelata soddisfazione per i guai giudiziari di un avversario politico». A me non pare proprio. Quella politica è l’unica, vera, classe rimasta su piazza. E si autotutela. Storace, in un modo o nell’altro, se la caverà, giustamente. A volare in questo Paese sono solo e sempre gli stracci.

Fonte: http://www.massimofini.it/articoli/i-reati-di-opinione-l-intolleranza-a-volte-si-veste-da-democrazia

I frutti velenosi di Salvini

segnalato da crvenazvezda76

Migranti. L’attuale maggioranza, che ha imbarcato un bel pezzo del vecchio centro-destra, sembra minimamente preoccupata da questa destra spregiudicata e movimentista.

da ilmanifesto.info (12/11/2014) – di Alessandro Dal Lago

Da quando Massimo D’Alema se ne uscì con la famosa trovata della «costola della classe operaia», il fenomeno Lega è stato per lo più sottovalutato. Blandito e vezzeggiato a destra e sinistra, e anche temuto quando era al governo e sembrava sul punto di prendere il potere, il partito di Bossi non è stato compreso dai più nella sua natura profondamente fascista. E quindi non solo truce nelle parole d’ordine anti-meridionali, xenofobe, secessioniste e anti-europee, ma anche profondamente opportunista, capace di mutare obiettivi e alleanze, pur mantenendo la sua natura reazionaria. Prendiamo il giovane Salvini. Nel momento in cui la Lega di Bossi si è rivelata come un partito arraffone, corrotto come qualsiasi altro, Salvini ha dato una sterzata proponendosi come alternativa «giovanile», radicale e scapestrata. Quindi, niente più elmi con le corna, frescacce celtiche e tutto il folclore che copriva gli inciuci con Formigoni e Berlusconi, ma una politica di movimento e, soprattutto, una dimensione nazionale in cui far confluire la destra estrema e iper-nazionale che non può identificarsi con il secessionismo. Ecco, allora, l’alleanza con in Europa con Marine Le Pen e poi, da noi, con Casa Pound, imbarcata in un progetto che vede la Lega come partito leader della destra italiana post-berlusconiana. Altro che Alfano, borghese democristiano e doroteo fino al midollo. Ma per realizzare questo progetto, che sembra finora coronato da un certo successo, anche se limitato, a Salvini non bastano l’anti-europeismo e il populismo, un terreno politico-elettorale su cui Grillo, anche se in declino, ha piazzato la sua ipoteca. Il leader della Lega ha bisogno di far crescere la tensione, di scaldare gli animi, di mobilitare, se non altro nell’opinione pubblica, quell’ampio pezzo di società (un tempo si sarebbe detto la «maggioranza silenziosa») che la pensa come lui in tema di tasse, Europa e immigrati, anche se magari non si dichiara ideologicamente fascista o leghista. E niente di meglio, in questo senso, che andare a provocare nomadi e stranieri, che da quasi trent’anni fanno da parafulmine per tutti i mal di pancia nazionali. Ed ecco allora la provocazione di Bologna contro i Sinti, cittadini italiani in tutto e per tutto che hanno il torto di non vivere come i buoni leghisti del varesotto e della bergamasca. Ecco gli striscioni «No all’invasione» davanti ai ricoveri di rifugiati e richiedenti asilo, gente che non è venuta lì in macchina o in Suv, come i coraggiosi leghisti, ma ha attraversato mezzo mondo a piedi ed è scampata ai naufragi. Ed ecco ora l’oscena idea di andare a Tor Sapienza, a Roma, a gettare benzina sul fuoco acceso da estremisti di destra e, sembra, dai pusher che non vogliono centri per stranieri. Provocazioni fredde, calcolate e mirate, appunto, al ventre di quella società che mai andrebbe a tirare pietre contro gli stranieri, ma si rallegra profondamente quando qualcuno lo fa al posto suo. Verrebbe voglia di archiviare tutto questo come il solito fascismo della solita Italia, ma sarebbe un errore. Perché oggi gli anticorpi sono deboli e frammentari. Né l’attuale maggioranza, che ha imbarcato un bel pezzo del vecchio centro-destra, sembra minimamente preoccupata da questa destra spregiudicata e movimentista. E basta dare un’occhiata ai commenti e ai blog dei quotidiani nazionali per capire quanto sia ampio il sostegno ai Salvini di turno. D’altra parte, è sempre la vecchia storia. Quanto più le prospettive sono incerte, il futuro opaco, il lavoro mancante, il degrado della vita pubblica in aumento, tanto più è facile scaricare la frustrazione sugli alieni a portata di mano. E anche questo è un frutto avvelenato di qual thatcherismo appena imbellettato che passa sotto il nome di renzismo.