E la borsa e la vita

segnalato da transiberiana9

RIDURRE L’ORARIO DI LAVORO? L’IDEA RILANCIATA NEL LIBRO DI CRAVIOLATTI

di Paolo Hutter – ilfattoquotidiano.it, 16/01/2015

“La riduzione strutturale dell’orario avrebbe uno straordinario impatto sulla vita individuale e sociale, attenuando la diffusa alienazione (da lavoro e dalla sua mancanza) e liberando tempo e spazio mentale per lo sviluppo personale, la partecipazione sociale, l’attività di produzione e scambio non monetario”. Così Marco Craviolatti, nel suo libro E la borsa e la vita, documentatissimo saggio-pamphlet che apre – o riapre la questione in Italia.

Attualmente l’orario medio di lavoro è in costante diminuzione. Le ore complessive lavorate dalla totalità della popolazione attiva sono sempre meno, complessivamente si lavora sempre di meno. Questa situazione non si traduce però in un aumento del tempo libero e del benessere. La diminuzione dell’orario medio, anziché essere ripartita equamente fra la totalità della popolazione attiva, è il risultato di una netta scissione fra una fascia di lavoratori che lavorano troppo e una fascia di lavoratori che lavorano troppo poco o che non lavorano affatto.

Ad esempio la media settimanale di lavoro della popolazione attiva in Inghilterra è di circa 21 ore, ben al di sotto dell’orario settimanale standard di un singolo lavoratore a tempo pieno. Questo significa che, rispetto alla quantità di lavoro di cui c’è bisogno, qualcuno lavora troppo e qualcuno è disoccupato.

Dal 1969, quando si è passati dalle 48 alle 40 ore settimanali, non si sono più registrate diminuzioni dell’orario standard di lavoro. Eppure da allora la produttività del lavoro è aumentata vertiginosamente. Nello stesso periodo i salari non sono aumentati in modo significativo: ciò vuol dire che i benefici dell’aumento di produttività sono andati quasi esclusivamente a vantaggio dei profitti.

Secondo Marco Craviolatti una politica di progressiva di redistribuzione e riduzione dei tempi di lavoro risponde alle contraddizioni e ai problemi attuali dei nostri sistemi economici. E contribuirebbe ad un significativo aumento della qualità della vita individuale e sociale.

Prima di tutto si dovrebbe contrastare la tendenza a far lavorare sempre di più gli occupati (esempio: il taglio dei riposi e l’aumento degli straordinari obbligatori chiesto da Marchionne ai dipendenti della Fiat). In Italia gli straordinari sono ancora fiscalmente incentivati mentre in altri paesi d’Europa la tendenza è opposta: in Olanda per esempio il 50% della forza lavoro ha un contratto part-time (sulle 30 ore). In questi paesi i contratti part time comprendono anche ruoli di responsabilità; in Italia invece il part-time tende ancora a costituire solo un ghetto per i lavori poco qualificati, commerciali, di servizio ecc.

Diversi studi statistici presentati dall’autore dimostrano che i costi sostenuti delle imprese, a fronte di una diminuzione dell’orario di lavoro dei propri dipendenti, non sono così gravosi. L’assunzione di nuovo personale non è proporzionale alle ore “perdute” poiché una riorganizzazione più efficiente dei tempi e dei compiti consente all’impresa di ripartire il carico lavorativo anche fra i già dipendenti. Inoltre un orario lavorativo più breve determina un aumento della produttività oraria dei lavoratori, una diminuzione degli infortuni e delle malattie e l’abbattimento degli errori per distrazione o stanchezza. “Orari di lavoro brevi vogliono dire lavoratori più motivati, efficienti e lucidi; lavorare di meno determina un miglioramento quantitativo e qualitativo della prestazione lavorativa. Questi vantaggi quindi potrebbero quasi completamente compensare l’aumento dei costi di assunzione e gestione di nuovo personale”. Un eventuale aumento del costo del lavoro contribuirebbe a stimolare gli investimenti produttivi; le imprese infatti sarebbero incentivate ad investire in innovazioni tecnologiche e organizzative per aumentare la produttività del lavoro, invece che cercare soltanto di ridurre il più possibile la quota di risorse destinata ai salari.

Un secondo passaggio proposto da Craviolatti sarebbe quello di dare la possibilità a chi vuole di ridurre il proprio orario di lavoro e quindi anche il salario. Esistono molte persone che già oggi vorrebbero lavorare meno guadagnando meno ma non possono poiché i loro contratti non lo permettono. Attualmente in Italia tutte le forme di astensione volontaria dal lavoro sono blande, ostacolate e quasi sempre non retribuite. Vicino a noi, la Swiss Telecom ha recentemente offerto ai propri dipendenti la possibilità di rinunciare a due settimane di stipendio e di lavoro per poter allungare le proprie ferie estive.

Si potrebbero poi aumentare e incentivare le forme più o meno retribuite di congedo temporaneo dal lavoro, come il congedo familiare, o ipotizzare forme nuove, come il congedo civico, dove la sospensione del lavoro sarebbe legata al proprio impegno in attività di volontariato a favore della società.

Craviolatti delinea anche una possibile riforma strutturale che vada nella direzione di una riduzione generalizzata del tempo di lavoro. La tendenza potrebbe essere quella di utilizzare degli incentivi fiscali per rendere progressivamente più convenienti orari di lavoro intermedi fra il part time e il full time (circa 30 ore settimanali) e contemporaneamente disincentivare l’adozione di tempi più lunghi o più brevi rispetto a questa fascia.

50 comments

  1. Fuori tema

    Il loro amato leader è riuscito nell’intento di abbattere un altro ‘tabù’, in voto capitario nelle banche popolari più grandi ora obbligate a trasformarsi in SpA nel giro di 18 mesi.

    Ora che tali banche avessero ormai ben poco di popolare, anche grazie a certe complicità politico-istituzionali, è un fatto.

    Ma che il principio “una testa un voto” sia un tabù da abbattere mi sembra quantomeno un’espressione infelice, ma più probabilmente un lapsus freudiano.

    A quando la cancellazione del “tabù” di “una testa un voto” alle elezioni?

  2. Da professionista della “minoranza” non mi tornano i conti sull’atteggiamento della “minoranza” (dilettantesca) del PD. Provo a ricominciare dall’inizio:

    Renzi? Legittimato a governare e ad essere segretario del PD. obiezioni di comodo e opportunistiche a caterva aleggiano da Civati a Fassina (“non è stato votato”. E quindi come funziona, la Costituzione la usiamo a passi o per intero?, ancora: “il patto del Nazareno”, sticazzi, almeno lo sappiamo che lo ha incontrato, qualcuno, probabilmente, in altre occasioni e tempi si limitava a telefonare, “ha distrutto l’identità di sinistra del PD”, ma davvero? immagino l’epidemia da distrazione dai tempi di Veltroni in poi, passando per Franceschini e alla “ditta” di Bersani ‘ vi risparmio Fassino, dovesse diventare PdR e poi rendere applicabile, retrodatato, il reato di vilipendio. “La legge elettorale e la riforma della Costituzione”, ripeto un nome, Mario Segni e vicende successive. “Orrore, il Job Act”, mi piacerebbe riprendere il discorso dall’abbandono del “salario come variabile indipendente” ma tralascio altrimenti abrogano la 180). Evito di continuare per esigua scorta di Maalox.

    Come per l’Unione Sovietica, lo Stalinismo, la Cina di Mao e tutto il resto, alcuni sempliciotti (a cui mi ascrivo con malcelato rogoglio) la risposta viene da lontano (dove sicuramente non andrà il PD o almeno questa banda di produttori di interviste, post, commenti e tweet vari):

    “Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto”.

    Punto.

    Delle due l’una, o non si condivide il fine di Renzi (e del PD) o i mezzi (riforme, leggi, gestione del partito) sono considerati ingiusti. Il risultato non cambia. Se ne vadano oppure che prendano a testate a cazzotti e pure a calci in culo il segretario nelle riunioni poi una volta fuori, ricomposti per l’occasione, tacciano.

        1. in molti paesi alcune battaglie che una volta erano tipiche della sinistra sono state fatte proprie dalla destra (poi magari le soluzioni cambiano, eh….).
          esempio, la battaglia per la casa.

          1. è che tutti i partiti hanno guardato ad un unico interlocutore, la finanza o il capitale, lasciando senza rappresentanza e senza paracadute tutte le altre categorie. Ora, chiunque le provi a rappresentarle, trova milioni di persone che, dopo anni di irrilevanza politica, sperano di trovare un canale per far sentire la propria voce.
            che il canale sia di destra o di sinistra poco importa.

          2. barbara, è un po più complesso.
            le idee e le proposte, in politica, non sono tutte uguali. la politica, quella vera, nasce da una visione di insieme della società. e su quello poggiano, dovrebbero poggiare, i programmi politici.
            questo è ciò che fa la differenze. da questo poi nascono le soluzioni.
            altrimenti ci si limita alla mera amministrazione del condominio
            ti citi come esempio la casa. la destra sociale ne ha sempre fatto un cavallo di battaglia, ma solo per alcuni (prima gli italiani (semplifico)
            la sinistra (ti posso portare ad esempio il comitato di zona a cui partecipo) lo vede come un diritto universale. punto.

      1. giusto!
        anche del voto dei bravi ragazzi di casa pund che massacrano le persone a bastonate!

        (“venite con noi. a noi interessano le idee…”. poi se le idee, per farle capire meglio, le spieghi a bastonate…è solo una questione di metodo….)

        1. Poi sono io il populista
          Se su un punto si è d’accordo, su quel punto si può votare insieme. Senza altre interazioni o obblighi.
          Io non ci vedo niente di male, poi per il resto ognuno a casa sua.

      1. no. illusione ottica ideologica: pensare che una cosa di destra sia disonesta e una cosa di sinistra onesta.
        è solo questo.
        pensare che penati sia meglio di renzi. (dico penati perché lo sosteneva civati. ma anche la cgil di cofferati, sai che bel posticino! che delizia!)

        le cose si affrontano per quel che sono. non va bene il comitato dei garanti? ok. non vanno bene le primarie? vediamo. torniamo al partito delle tessere. si può fare (e così via)

        1. e in generale non sopporto l’allupo allupo continuo.

          per dire: vendola mostro inquinante o politico accorto e sensibile? (secondo me solo un politico decente, un governatore che probabilmente ha fatto il suo dovere, a differenza di altri)

          renzi mostro o espressione politica (brutta o buona che sia?). ed eventualmente: come rispondi a questa brutta politica?

          non che porti a granché. in fondo lo scandalo funziona sempre più della normalità.
          renzi è salito al potere con lo scandalo, lo dovrà probabilmente lasciare con altro scandalo. e così via, ad libitum. con i problemi politici che restano sul piatto.
          finché viene una fornero e toglie le castagne dal fuoco (e ovviamente lo fa male)

        2. no, ciccio.
          se uno è disonesto è disonesto.
          mai difeso penati. ha fatto le sue minchiate, è finito giustamente sotto processo, spero ne paghi le conseguenze. era a capo di un sistema marcio. ed è anche colpa di questo sistema se il csx ha perso di credibilità. Quando civati “sosteneva” penati io manco sapevo chi caspita fosse civati. d’altra parte se ti candidi per un partito è normale che tu faccia campagna insieme al candidato principale del tuo partito, soprattutto se sei giovane. e non è detto che tu sappia che casini sta combinando il tuo “referente”.
          cofferati a bologna non mi pare che abbia brillato…..ma non mi risulta che si sia ficcato in guai giudiziari come quelli che sono venuti dopo di lui.

          qui non siamo nel merito delle qualità del candidato, ma nel metodo di selezione: della classe dirigente, dei candidati per ruoli di primo piano….
          non si sarebbero mai dovute tollerare ingerenze dei dirigenti di partiti “rivali”, della criminalità.
          Il fatto che ciò sia stato tollerato è uno scandalo, ma non deve diventare l’alibi perché si continui a farlo, e in maniera spudorata come adesso

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