Mese: febbraio 2015

Cortocircuito

segnalato da n.c.60

Questa volta la segnalazione non riguarda un articolo, un libro, un convegno…ma una web-tv che si occupa di criminalità organizzata in Emilia Romagna.

 

Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo

Pippo Fava, giornalista ucciso da Cosa Nostra

Cortocircuito è un’associazione culturale antimafia di Reggio Emilia, formata da studenti universitari. Nasce nel 2009 come web-tv e giornale studentesco indipendente.

Nel 2013 Cortocircuito ha ricevuto il premio, consegnato all’Università di Bologna, come migliore web-tv di denuncia d’Italia per “il coraggio nel raccontare attraverso video-inchieste e cortometraggi la criminalità organizzata in Emilia”.

Nel 2014 il presidente del Senato Pietro Grasso, durante il 20° Vertice Nazionale Antimafia a Firenze, ha consegnato il “Premio Scomodo” nelle mani del coordinatore di Cortocircuito.

Hanno parlato delle attività di Cortocircuito numerose testate nazionali (La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Il Corriere della Sera, L’Espresso, La Stampa, Rai 1, Rai 2, Radio 1 Rai, Radio Capital, Il Secolo XIX, l’Ansa). Inoltre cinque libri citano l’associazione Cortocircuito (Qui).

Cortocircuito ha vinto anche il premio “Iustitia” conferito da parte dell’Università della Calabria, con sede a Cosenza, oltre al premio “Rocco Cirino” dell’Osservatorio Molisano Legalità.

L’associazione Cortocircuito si impegna particolarmente nell’organizzazione di incontri antimafia e iniziative di informazione e sensibilizzazione sulla criminalità organizzata. Tali incontri si svolgono sia all’interno delle scuole superiori, con specifici progetti e laboratori sulle mafie, sia in luoghi pubblici, come Palazzo Allende, l’Università di Modena e Reggio Emilia, la Gabella, parco Cervi, piazza Casotti e la Sala del Tricolore (sede del Consiglio Comunale di Reggio Emilia, dove Cortocircuito ha organizzato un intenso ciclo di incontri antimafia).

LA STORIA

Cortocircuito è nato nel giugno 2009 dall’impegno di una ventina di studenti delle scuole superiori, con l’intento di fare informazione su temi spesso taciuti e trascurati dai media tradizionali.

Uno degli obbiettivi iniziali era essere un luogo di scambio di opinioni e di idee tra tutti gli studenti: dai licei ai professionali. Infatti fin dai primi mesi i lettori sono stati invitati ad esprimere le loro opinioni commentando gli articoli e inviando pareri. Già dall’inizio hanno partecipato al giornalino ragazzi di ben dodici scuole superiori di Reggio Emilia.

Dopo pochi mesi di vita, all’originario giornale cartaceo, si è aggiunta la versione online, un sito-blog dove si possono leggere tutti gli articoli e conoscere i progetti (www.cortocircuito.re.it). Nell’estate 2010 il giornale studentesco Cortocircuito è diventata anche una web-tv, realizzando cortometraggi, inchieste, interviste, videomessaggi e anche alcuni collegamenti tv a livello nazionale.

Dall’autunno 2010 l’attività è mutata progressivamente, incentrandosi sempre di più nella realizzazione di video-inchieste e nell’organizzazione di incontri pubblici con magistrati, giornalisti ed esperti, ricoprendo anche un ruolo da protagonista nelle rassegne contro le mafie di Reggio Emilia. Oltre a iniziative in altre città dell’Emilia-Romagna.

Alcune inchieste sono state proiettate in anteprima pubblicamente registrando un’affluenza di diverse centinaia di spettatori; su Youtube alcuni video hanno superato le decine di migliaia di visualizzazioni. Tre studenti universitari hanno inserito Cortocircuito nella loro tesi universitaria, come “progetto innovativo di cittadinanza attiva nel contrasto alle mafie”.

Il loro SITO

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Meglio se taci

“Meglio se taci”, contraddizioni e censura della libertà di parola sul web in Italia

Nel libro di Alessandro Gilioli (L’Espresso) e Guido Scorza (avvocato e blogger de ilfattoquotidiano.it) il caos normativo in un Paese in cui chi fa informazione online è ancora soggetto alla legge sulla stampa del 1948. E dove il digital divide è aggravato per parte politica da una “radicata subcultura nemica della libertà della rete”. 

di Eleonora Bianchini – il fattoquotidiano.it, 23 febbraio 2015

Ordine e contrordine, uguale disordine. Eccolo l’iter normativo che regola l’informazione sul web in Italia, dove i blog rischiano ancora di essere condannati per il reato di stampa clandestina e chi pubblica notizie può incorrere nell’esercizio abusivo della professione. Perché “non è possibile fare il giornalista senza tessera dell’Ordine, ma per averla bisogna fare il giornalista”.

meglio se taci internaSono solo la punta dell’iceberg delle contraddizioni riordinate in “Meglio che taci” (Baldini&Castoldi), il libro di Alessandro Gilioli (L’Espresso) e dell’avvocato e blogger de ilfattoquotidiano.it Guido Scorza. Un’inchiesta che attraverso esempi di cronaca mostra come spesso l’interpretazione delle norme si traduca in censura, obiettivo condiviso da disegni di legge presentati in Parlamento che puntano a imbavagliare il web, ignorando che i provvedimenti validi nel mondo reale sono già estesi anche in ambito digitale. Molto lontano dal “far west” immaginato da deputati e senatori, tra i quali prevale “spesso una radicata subcultura nemica della libertà della rete“.

Un caso in cui la difesa del diritto d’autore è diventato pretesto per censurare l’informazione è la vicenda del forfait di Gabry Ponte raccontata dall’emittente locale “Vera Tv Abruzzo”, che si è vista rimuovere i video su YouTube dove aveva ricostruito la vicenda. E poi c’è la vicenda di Carlo Ruta, blogger siciliano condannato per il reato di stampa clandestina in primo grado e in appello prima che la Cassazione precisasse che a un blog non è applicabile la legge sulla stampa del 1948.

Non ultima la storia di PnBox, web tv di Pordenone che dava semplicemente voce ai cittadini, segnalata all’ordine dei giornalisti per esercizio abusivo della professione. Un’accusa poi smontata davanti ai giudici: l’attività della web tv, hanno detto, “non è paragonabile a quella di un giornalista perché non prevede alcuna rielaborazione critica dei contenuti”. Stessa accusa anche per Pino Maniaci, direttore di TeleJato, tv antimafia di Palermo che dopo due rinvii a giudizio e altrettante assoluzioni, ha preso il tesserino dell’Ordine. Come se la “patente” da giornalista fosse la condizione indispensabile per denunciare fatti criminosi e infiltrazioni mafiose. E questo in cosa si traduce? Nel pagamento nel bollettino annuale all’Odg, che per Gilioli e Scorza è fatto di “burocrati e gabelle” e che “non ha più alcuna funzione se non quella di garantire stipendi, segretarie, uffici e brandelli di potere si suoi incravattati vertici”.

Lasciando da parte i casi giornalistici, in Italia il 34 per cento della popolazione non ha “mai aperto un browser” in vita sua. In più, siamo penultimi in Unione Europea per velocità della connessione misurata. Il digital divide italiano però si spinge oltre i confini della banda larga e “della scarsa penetrazione della rete nelle abitudini sociali”. Come? Ad esempio con il compenso per la copia privata promosso dal Mibac di Franceschini, che disincentiva l’acquisto di device digitali. Ed è anche il Paese dell’ostacolo al wi-fi, dove gli esercenti possono rischiare multe da migliaia di euro se mettono a disposizione della clientela alcuni tabletPerché in base all’articolo 110 del testo unico che disciplina la messa a disposizione del pubblico di apparecchi da gioco – “il cui impianto originario risale a un regio decreto del 1931″ – sono equiparabili alle slot-machine.

E se sul fronte trasparenza andasse meglio? Magari. Perché in Italia manca un Free of Information Act (Foia), legge che esiste dalla Svezia al Ruanda, per garantire ai cittadini una pubblica amministrazione trasparente. A dire il vero, ad annunciare un Foia nazionale era stato il governo Monti. Ma il testo non aveva nulla a che vedere con il modello Usa a cui avrebbe dovuto ispirarsi e ribadiva solo quello che le norme già prevedevano. Se esistesse, potremmo, ad esempio, conoscere nel dettaglio il contenuto del famigerato dossier Cottarelli sulla spending review. Proprio quello che né Palazzo Chigi né il Ministero dell’Economia allo stato attuale riescono a trovare.

Oltre i confini nazionali, poi, rimangono aperte le domande sulle policy arbitrarie di Facebook e Google, big player che godono di potere incontrastato sul mercato virtuale e che decidono anche quali notizie possono pubblicare gli utenti. In occasione della diffusione del video della decapitazione di James Foley, ad esempio, Dick Costolo di Twitter ha avvisato che la pubblicazione degli immagini avrebbe potuto causare la sospensione dell’account. Questioni in cerca di sintesi e risposte, che coinvolgono Europa e Stati Uniti. Senza spingersi tanto oltre, però, possiamo limitarci al recinto italiano. Per vedere che anche dentro i nostri confini c’è già – e ancora – molto da fare.

Scala Mercalli

Piccolo spazio pubblicità.
Domani inizierà una nuova trasmissione RAI in cui si parlerà di ambiente e sostenibilità.
Conduttore: Luca Mercalli.

OggiScienza

scalamercalli-logo
AMBIENTE – Sabato 28 febbraio, parte Scala Mercalli, il nuovo programma di Rai3 dedicato ai grandi temi ambientali. Sei puntate in prima serata per comprendere i gradi della crisi ambientale ma per scoprire anche le vie possibili per la sostenibilità. Ne abbiamo parlato con Luca Mercalli, autore e conduttore del programma.

Come nasce l’idea di Scala Mercalli?

È un’idea che ho da diverso tempo, da circa dieci anni, da quando ho iniziato a collaborare con Che Tempo che fa. Mi resi conto che i temi ambientali erano ben accetti dal pubblico ma ci voleva però più tempo per approfondire, rispetto ai pochi minuti a disposizione, così ho proposto la mia idea alla Rai e quest’estate hanno deciso che era il momento di partire.

Per che pubblico è stato pensato il programma?

Vista la collocazione al sabato sera, penso a un pubblico per la divulgazione scientifica, abituato ad appuntamenti simili…

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Chiodo e Martello (Il Comunismo nel XXI Secolo)

di Antonio “Boka”

Si parla tanto di secolarizzazione, scristianizzazione, laicità, ma, in realtà, si è sostituito un dio-fuori-dal-mondo con un-dio-nel-mondo. L’economia è la nuova religione. Le parole magiche crescita, progresso, tecnica sono la nuova trinità. La tecnica garantisce il progresso, il progresso si misura con la crescita, ma anche viceversa: la crescita ci informa e ci rassicura che il progresso avanza.

Se il progresso è alla base dell’economia, l’economia è a sua volta necessaria per convalidare il progresso. Senza un sistema di prezzi, sarebbe impossibile stabilire un parametro come il PIL pro capite e, senza l’aumento del PIL, cosa potrebbe convincere la gente che le sorti dell’umanità stanno migliorando? Tutti gli altri parametri sono opinabili e soggettivi, ma il PIL no. Il PIL è misurabile. Una religione che si traveste da scienza e che, con un ribaltamento dialettico stupefacente, in un circolo vizioso, indimostrabile (come nelle funzioni di verità, da una premessa falsa tutte le proposizioni deducibili sono vere), afferma: c’è progresso perché c’è crescita, c’è crescita perché c’è progresso (purché sia misurato da un sistema dei prezzi). Ma c’è un ma… L’economia è un’invenzione storica e, come diceva Gramsci, “la Storia insegna, ma non ha alunni”.

Per partire di nuovo, forse “ciò di cui avremmo realmente bisogno – ha scritto Derk Rasmussen – sarebbe un movimento per l’ateismo economico, un’onda lunga d’incredulità».

Come mi è capitato di scrivere in maniera frammentaria, ciò che veramente interessa alle oligarchie finanziarie è la riscrittura delle regole. Non hanno bisogno di convincerci che la crescita del PIL sia necessaria, che vadano fatti sacrifici per permettere al PIL di crescere, né di convincerci ad accettare come denaro qualsiasi nuova forma sottoscriveremo di obbligazione debitoria. Il passo finale (con un po’ di melodrammaticità) è tatuarci un codice a barre comprensivo degli interessi che i nostri figli dovranno pagare, quando saremo trapassati, in cambio del permesso di averci lasciato vivere e indebitare. Curiosamente, nella piccola micro-economia quotidiana ci sono dei piccoli cambiamenti, così piccoli (e così convenienti), in cui il capitalismo ha già superato la forma della proprietà privata. In un tempo non molto lontano, all’acquisto di un’auto, una casa, uno stereo, un telefonino, si accusavano quei poveretti degli acquirenti d’essersi venduta l’anima al consumismo, alla gioia di possedere persino ciò di cui non avevano bisogno.

Oggi, però, non è più necessario, perché nascono i mutui per il pagamento dei soli interessi. Paghi per tutta la vita, e con la tua vita, il capitale su cui hai pagato gli interessi, più gli interessi sulla tua vita, che hai assicurato per restituire quel capitale che non è mai stato tuo, ma hai potuto usare: è la vittoria del valore d’uso sul valore di scambio! O la morte totale di ogni valore d’uso, la cui esistenza è permessa solo grazie all’esistenza di un valore di scambio, non più esaurito in una sola transazione. Anzi, resta una sola transazione, ma dura tutta la vita. La lavatrice, i mobili, l’auto: tutto può essere usato (non c’è più bisogno di possedere) in cambio del pagamento di interessi su quello che ormai è un unico immenso capitale.

Oh, certo che il comunismo era la fase successiva al capitalismo. La svista (piccola) consiste nel fatto che si è cancellata la proprietà privata e instaurato il comunismo del capitale. “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo credit score“.

“Quando si ha un martello nella testa, si ha la tendenza a vedere tutti i problemi sotto forma di chiodo” (M. Twain), versione nobile della barzelletta che, tristemente, riassume la trattativa di Tsipras in Europa:

– Papà, per quanto tempo devo continuare a girare in tondo?

– Stai zitto, altrimenti ti inchiodo pure l’altro piede!

Le analisi della struttura economica sono importanti per capire le macrovariabili che hanno portato ai cambiamenti, ma non è nell’economia che riusciremo a trovare la soluzione per uscire dalla crisi e dalla sempre maggiore diseguaglianza sociale (e parlo delle opportunità in piena sintonia con gli amanti del “mercato”). E qui si torna, invariabilmente, al primato della politica, la cui dignità (nel senso astratto, generale) è stata abilmente trascinata nel fango al fine di avere una massa sempre più imponente di disaffezionati che della politica percepiscono solo l’inutilità (della partecipazione) o il livello di comitato d’affari cui, lo sanno benissimo, non saranno mai invitati.

Si tratta, come ho già scritto, di ripartire dalla democrazia con la d minuscola e dalla politica con la p minuscola. Quella di tutti i giorni, basata sull’esempio, sul ristabilire il valore del senso di comunità, ma anche sulla disponibilità a pagare i prezzi necessari. Non si tratta di trovare eroi pronti al martirio o al sacrificio personale: si tratta di far capire che opporsi a pratiche aberranti è l’esercizio di un sano egoismo e non di un purissimo altruismo. Non ci interessa costruire la sinistra dei puri e duri, ma quella degli egoisti intelligenti. Lo so, è facile parlare (o scrivere), ma se ogni giorno non ricominciamo daccapo, con pazienza infinita, a rispiegare il perché e il percome di ciò che succede e ciò che si dovrebbe fare, gli imbonitori non avranno nemmeno bisogno di essere astuti nel convincerci che ciò che accade è per il nostro bene, ma si limiteranno a un ammiccamento appena accennato e, come cagnolini ben addestrati, ci metteremo seduti, riconoscenti e pronti a essere imboccati.

Nota finale. Tutto lo sproloquio poteva essere facilmente riassunto con una citazione del buon, caro, vecchio bardo di Treviri:

Il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioè considerato come processo di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall’altra l’operaio salariato (Il Capitale, libro I, cap. XXI),

dove per operaio salariato (notate che Marx non fa distinzione fra contratti a tempo indeterminato e determinato) s’intende dall’operaio all’ingegnere.

Quel che ho cercato di fare (non mi pronuncio sul risultato) è trovare un modo per spiegarlo senza costringervi a leggere tutto il Capitale.

Un treno carico di costi

di barbarasiberiana

Qualche settimana fa si era parlato della TAV, della sua (in?)utilità, dei costi.

Ho cercato di capirci qualcosa di più, non so se ci sono riuscita, perché c’è molta discrepanza fra i dati di progetto e le cifre effettivamente autorizzate. Il grosso delle informazioni sotto riportate è tratto dall’articolo “TAV, un treno carico di costi” di Maurizio Bongioanni (Altreconomia n°168), per le info aggiuntive ho messo il link di riferimento.

Entro il 28 febbraio Lyon-Turin Ferroviaire (LTF) è tenuta a presentare alla commissione europea la richiesta per la tratta transfrontaliera della linea ad Alta Velocità tra Torino e Lione. Entro quella data un soggetto terzo, un ente certificatore, dovrà esprimere il proprio parere sui costi preventivati dalla società (partecipata da Rete Ferroviaria Italiana-RFI e Réseau Ferré de France-RFF). Al 21 gennaio (data di chiusura dell’articolo di AE) questo soggetto terzo non è ancora stato individuato (la gara si è chiusa senza risultati). In sostanza, i costi stimati della TAV non sono ancora stati asseverati.

Il progetto è suddiviso in più tratte, in particolare:

  • tratta Saint-Didier de la Tour – Montmélian, francese (11’378 milioni di € il costo stimato)
  • Montmélian – Chiusa San Michele (tratta internazionale, costi così ripartiti: 57.9% Italia, 42.1% Francia)
  • Tratta Chiusa San Michele –Nodo Torino, italiana
  • Tratta Bussoleno – Chiusa San Michele, stralciato da tratta internazionale e assegnato all’Italia

Un team costituito da ingegneri, studiosi, professori e scienziati facenti parte di Presidio Europa (www.presidioeuropa.net) e vicini al movimento no Tav ha provato a fare i conti in tasca a LTF. Questi i numeri da loro stimati:

Distanza totale                 270km

Costo complessivo          26’615 milioni di €

Il dato sui costi è confermato dalla Corte dei Conti francese (rapporto 2014 su finanza pubblica).

I dati sui costi non sono fra loro omogenei, ma proviamo a fare un po’ di chiarezza.

I dati del Progetto Preliminare (PP) del 2010 forniti da RFI, in milioni di €, sono i seguenti:

  • Tratta Bussoleno – Chiusa 2’000 circa
  • Tratta italiana 4’393 (possibile errore 30% secondo RFI)

Per quanto riguarda la tratta internazionale, abbiamo a disposizione il dato del Progetto Definitivo (PD) del 2012, fornito da LTF, che indica un importo complessivo di 8’848 milioni di €, i dati di agosto 2014 forniti da RFI stimavano l’opera in 12’000 milioni. L’indicazione di “Progetto Definitivo” è quello che compare nell’articolo di AE, ma ho il dubbio che sia un refuso (come spiegherò nel paragrafo relativo alla delibera del CIPE).

C’è da dire che i costi forniti da RFI tengono in considerazione, come da contratto, un tasso annuo di rivalutazione del 3.5%, che ai dati attuali è elevato. La rideterminazione di tale tasso dovrebbe essere fatta in fase di richiesta finanziamenti UE (ovvero a fine mese).

Applicando la percentuale di ripartizione spese, all’Italia dovrebbe competere una spesa variabile fra 5’100 e 6’900 milioni di €. Queste cifre concordano indicativamente con quelle riportate in questo articolo, al netto di ulteriori eventuali incrementi, che non si capisce se dovuti o no ad “errori” ma comunque finiti in documenti del Centro Studi di Montecitorio.

I finanziamenti UE possono coprire al massimo il 40% dell’importo, teoricamente quindi l’Italia, per la tratta internazionale, dovrebbe spendere una cifra compresa fra 3’072 (ipotesi LTF del 2012) e 4’162 (ipotesi RFI del 2014) milioni di €. Valori, però, teorici.

Secondo RFI il finanziamento pubblico è assicurato da uno stanziamento previsto nella Legge di Stabilità 2013 pari a 2’940 milioni (in realtà quelli allocati sono pari a 2’560 milioni), spalmati fino al 2029. L’Europa il suo contributo lo erogherà SOLO su quanto speso entro il 2020, e quindi su 1’370 milioni. Il contributo massimo del 40% sarà quindi su questa cifra (e pari al massimo a 910 milioni).

Quanto è già stato speso?

LTF ha rendicontato all’UE, ad oggi, spese per 708 milioni di € (studi + lavori). I finanziamenti ricevuti ad oggi ammontano a 420 milioni di € (entro il 2016 dovrebbero aggiungersene altri 158 per studi, indagini ed espropri).

Il CIPE a gennaio aveva approvato solo il progetto della parte italiana, ma senza emettere la delibera (che permetterebbe di avere copertura finanziaria).

La delibera del Cipe, 20/02/2015

Questo lo stralcio della delibera:

Approvato il progetto definitivo del Nuovo collegamento internazionale Torino – Lione – Parte comune italo-francese – Sezione transfrontaliera – Tratta in territorio italiano. Tale tratta è lunga circa 17 km di cui 12,5 in galleria e presenta un costo, a prezzi 2012, di 2,634 miliardi di euro. La quota italiana dell’opera realizzata in territorio italiano è di 1,597 miliardi di euro, che in caso di concessione da parte dell’Unione europea del contributo massimo previsto, pari al 40 per cento del totale, scenderebbe a 958 milioni di euro.

Queste cifre sono inferiori rispetto alle cifre previsto in Legge di Stabilità, e totalmente diverse da quelle previste da LTF nel 2012.

Ma a cosa è dovuto questo caos di cifre? Se leggiamo il documento inviato dai NoTav di Torino al Governo viene il dubbio che al momento non siano assolutamente stimabili i costi del Progetto Definitivo, perché questo di fatto non esiste. Esisterebbe solo quello per la parte italiana, non per quella francese (la somma indicata è la quota italiana di circa il 20% dell’intera tratta transfrontaliera?). E quindi, in teoria, il CIPE non poteva nemmeno deliberare.

Tirando le somme, se ho capito bene, allo stato delle cose l’Italia dovrebbe sborsare all’incirca 6’393 milioni per la tratta italiana e, per quella internazionale, 5’100 (dati 2012) – 640 (il 40% da delibera Cipe) = circa 4’460 milioni. In tutto sarebbero circa 10’000, volendo essere buoni, ma potrebbero essere di più (ne erano stati stimati circa 7’000).

I dubbi sulle coperture europee

I due Governi presenteranno il 26 febbraio a Bruxelles la richiesta di finanziamento comunitario al 40% per l’ammontare di tutte le opere previste nel periodo del budget (2014-2020) della Commissione europea. Stando a quanto scritto sopra, non si capisce su cosa andrà calcolato questo 40%.

Per il periodo 2014-2020 l’UE ha a disposizione un budget di 5’500 milioni di € per tutti i progetti TEN-T. Italia e Francia vorrebbero chiedere un finanziamento per un importo compreso fra 4’000 e 5’200. Un po’ troppo, forse, rispetto al totale…

Breaking news – Le inchieste

Anche in Francia hanno le loro gatte da pelare.

TAV, l’organismo anti-frode dell’UE apre un’inchiesta ufficiale

Michèle Rivasi e Karima Delli, due euro-deputate francesi del gruppo dei Verdi europei, verso la fine della scorsa settimana hanno reso noto l’avvio delle indagini sul contestato TAV Torino-Lione da parte dell’organismo anti-frode europeo (OLAF). A far muovere gli investigatori europei è stato un dossier presentato da un esponente del comitato No TAV d’oltralpe, Daniel Ibanez, congiunto alla pressione delle euro-deputate parte del gruppo dei Verdi europei.

Già a novembre Rivasi e Delli avevano infatti pubblicato sul loro sito un comunicato stampa in cui annunciavano la consegna del dossier all’Olaf e indicavano alcuni degli aspetti segnalati, tra i quali i contratti di fornitura firmati con aziende legate al crimine organizzato, le forniture non conformi agli ordini e l’aumento ingiustificato di costi. Non è chiaro quali dei tanti aspetti siano parte dell’indagine in corso, e su cui l’Olaf dovrà esprimersi entro sei mesi.

L’indagine si affianca a quella della procura distrettuale antimafia di Torino, che ha portato a 20 arresti nel luglio scorso legati all’indagine su infiltrazioni della ‘ndrangheta nella filiera della costruzione del TAV in Val di Susa.

Il resto QUI.

#MAICONSALVINI

Il 28 febbraio si terrà una manifestazione a Roma per protesta contro il comizio di Matteo Salvini. Parteciperanno centri sociali, associazioni lgbtq, antirazziste, migranti, comitati di lotta per l’acqua pubblica, circoli Anpi, sindacati di base. La grafica è di ZeroCalcare, hanno aderito anche i 99 Posse ed Elio Germano, che hanno girato dei video.

maiconsalvini

 ZeroCalcare presenta la manifestazione

Elio Germano – Salvini tornatene a casa

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Più Europa

segnalato da n.c.60

Dall’Ucraina alla Grecia, dalla Libia agli sbarchi, occorre più Europa

da romanoprodi.it, 14 febbraio 2015

Prodi: «Da Tripoli a Kiev questa Europa è assente su tutto»
Prodi boccia senz’appello la politica Ue sulle grandi crisi «Il ruolo dell’Italia nello scacchiere comunitario? Esistere…»
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Intervista di Marco Ballico a Romano Prodi su Il Mattino del 13 febbraio 2015

Il suo prossimo incarico sarà ai vertici dell’Onu? «No no, direttamente Papa». Qualche colpo di tosse, i postumi di un’influenza, ma Romano Prodi conserva lo spirito. Gli serve soprattutto quando lo si sollecita sull’Italia. «Il ruolo del nostro paese nello scacchiere europeo? Esistere». Diventa serissimo invece, il Professore, quando si parla dell’Ue: «Assente su tutto». Dalla crisi ucraina ai guai della Grecia, dalla Libia al tema più generale dei flussi migratori, l’ex presidente della Commissione, ieri al centro Balducci di Zugliano a un convegno su fedi religiose e politica, sottolinea la debolezza dell’Europa.

L’ambasciata italiana a Tripoli ha rinnovato in queste ore l’invito a lasciare il territorio per l’avanzata jihadista. Che ne pensa?

La situazione è precipitata, ma quel paese da anni non è più governato. Il fatto che sia la concentrazione delle partenze clandestine è la conferma di come risulti diviso non solo nelle regioni tradizionali Tripolitania, Fezzan e Cirenaica, ma in varie altre tribù, oltre al governo di Tobruk. Questa è la Libia.

Se l’aspettava?

Non poteva esserci diversa conseguenza di una guerra sciagurata voluta sconsideratamente dalla Francia e che l’Italia ha seguito in modo folle e incomprensibile. Non avevo mai visto un paese che paga una guerra fatta contro di lui.

Il problema dell’immigrazione rischia di essere ulteriormente amplificato?

Più amplificato di così… Quando per l’Onu fui inviato delle Nazioni Unite nell’Africa subsahariana il presidente del Niger mi anticipò che la sua popolazione sarebbe raddoppiata in meno di vent’anni. Tutto questo in un paese con un’età mediana di 18 anni. Tutto previsto. E oggi non sono nemmeno possibili accordi che, in passato, hanno quantomeno ordinato il fenomeno.

Che cosa si può fare?

Far sì che ci siano meno morti possibile.

Qualcuno ha proposto la sospensione del trattato di Schengen. Può essere una soluzione?

Schengen riguarda la circolazione interna all’Unione. Quello che serve è una politica dell’immigrazione europeaattiva, a partire dagli accordi con i governi di provenienza, da un aiuto allo sviluppo, da intese sull’entrata primitiva e sulla redistribuzione tra i diversi paesi.

L’Europa manca su questo fronte?

L’Europa manca su tutti i fronti in questo periodo storico. Speriamo almeno che si trovi l’accordo sulla Grecia. È successo altre volte che l’Europa si salvasse dall’abisso all’ultimo minuto.

Va rinegoziato il debito greco?

Certamente, ma bisogna vedere come. Ben sapendo che la Grecia non sarà mai in grado di ripagarlo.

La Ue che tratta con Putin?

Quella non è Europa, quella è la Germania.

E Hollande?

È la Germania che dà un po’ di pluralismo alla situazione, ma fa tutto da sola. A confermare che l’Europa manca. Pure formalmente data l’assenza del suo rappresentante al tavolo. Anche un po’ buffo che noi chiamiamo Europa quella che è Germania più Francia. Interessante poi che non ci fossero gli Stati Uniti al tavolo.

Come lo interpreta?

Un paese europeo si assume direttamente la responsabilità politica sul caso Ucraina. Fatto nuovo perché la Germania non aveva mai voluto in precedenza la responsabilità conseguente alla leadership.

Se c’è stato, si è minimizzato il ruolo di Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera Ue?

Fa parte della crisi europea.

Come distribuisce le responsabilità della vicenda ucraina tra Stati Uniti e Putin?

L’invasione della Crimea è un fatto molto serio e molto grave. Ma c’era un impegno quando cadde l’Unione Sovietica di non portare la Nato verso quei confini. L’atto finale del mio governo, nel 2008 alla riunione di Bucarest, vide l’Italia, assieme a Germania e Francia, votare contro la proposta di Bush di inserire Ucraina e Georgia nella Nato. Negli ultimi tempi l’Europa ha invece solo subito la politica americana, salvo in questi ultimissimi momenti di rinascita di una politica tedesca.

La via delle sanzioni contro Mosca?

Registro che non colpiscono gli Stati Uniti. Siamo andati a traino di una politica che non era né nel nostro interesse né in quello della pace.

L’accordo di Minsk per il cessate il fuoco?

Bene. Ma speriamo venga applicato.

Lei ha agito con successo per l’allargamento della Ue. Come legge la situazione attuale per una ex terra di confine come il Friuli Venezia Giulia?

La mia ultima iniziativa politica forte fu sulla Slovenia. Mi pare che non abbia dato frutti cattivi. Questa è la Ue che volevo, una Ue che non avesse il filo spinato alla stazione di Gorizia. Il fatto che oggi sia attraversata da flussi migratori non è un problema regionale, nemmeno italiano. È un problema mondiale. La parte che ha fame, vuole emigrare e ha le informazioni per farlo è enorme. Non la potremo mai assorbire tutta, ma una politica unitaria riuscirebbe almeno a gestirla. Dopo di che ci sono i casi di guerra e il problema si complica ancora di più.

Come si combatte il terrorismo?

Tutte le grandi potenze ne sono terrorizzate. È un’opportunità per convincerle a uno sforzo comune, iniziando da un’azione sui paesi satelliti amici. Non è facile, tanto più che ci sono almeno altri due posti al mondo pronti per diventare Isis. Una è la zona subsahariana, per effetto della tragedia libica. Si parla di milioni di Kalashnikov portati via dall’arsenale di Gheddafi. L’altra è il Sinai, luogo solo un po’ meno rischioso al momento.

Mobbing legalizzato

Segnalato da barbarasiberiana

LA POSTILLA E IL MOBBING LEGALIZZATO

Di Alessandro Giglioli – Piovono Rane, 20/02/2015

Nel decreto legislativo di attuazione del Jobs Act è stata inserita, in cauda, una postilla che modifica anche l’articolo 13 dello Statuto dei Lavoratori: quello che impediva il demansionamento e che recita: «Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto».

Questa modifica non si applica solo ai lavoratori che saranno assunti dal primo marzo, ma a tutti. In sostanza, è retroattiva. E permette a qualunque azienda di modificare in peggio in modo unilaterale le mansioni del dipendente, in caso di «modifica degli assetti organizzativi», che ovviamente può autodichiarare l’azienda stessa.

In altre parole, per esempio, se siete un quadro o un impiegato e quale che sia la vostra funzione, da domani la vostra azienda può mettervi a fare le fotocopie.

È, in sostanza, la legalizzazione del mobbing, tema su cui in passato ho scritto due libri basandomi su casi reali e le cui dinamiche concrete quindi un po’ conosco. Una delle modalità del mobbing (non l’unica) avviene quando un dipendente poco gradito al capo diventa per questo suo obiettivo in azienda. Ciò può accadere per svariatissimi motivi – caratteriali, professionali, ma anche politico-sindacali o per rifiuti di avance sessuali – e fino a oggi l’articolo 13 impediva, nella più parte dei casi, che ciò si trasformasse in un demansionamento; quando avveniva, c’era la possibilità di ricorrere al magistrato.

Con la postilla, da domani, il mobbing è di fatto legaizzato.

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Il traguardo del Jobs Act è finalmente raggiunto: l’introduzione dei demansionamenti unilaterali chiude il cerchio della liquefazione del lavoro. Ma c’è una raggelante novità: l’attacco ai pilastri della sicurezza del lavoro contenuto nel nuovo art. 2103 c.c. segna la strada verso la “macellazione” dei lavoratori e l’abrogazione di fatto del valore fondante della Repubblica: l’art. 1 della Costituzione.

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Last Minute Sotto Casa

 

Si chiama Last Minute Sotto Casa ed è la nuova frontiera del live-marketing di prossimità. Un’idea che, oltre alle nostre tasche, punta a fare del bene alla sostenibilità del pianeta. La considerazione che ha portato il gruppo di lavoro dell’università piemontese a sviluppare il proprio progetto è molto semplice: ogni sera migliaia di negozianti, prima di chiudere, hanno la necessità di smaltire le merci che non potranno riproporre il giorno dopo. Basti pensare a forni, pasticcerie, macellerie, pescherie, mercati rionali, piccoli market di quartiere. Quale modo migliore di farlo offrendo quei prodotti a un prezzo scontato, ricavando un profitto anziché perderlo buttando la merce?

Ma a chi indirizzare queste offerte? Come farle conoscere in tempo reale? A questa domanda ha risposto Last Minute Sotto Casa costruendo un portale che vuole far incontrare commercianti e persone che abitano nello stesso quartiere. Sono infatti due i canali in cui è diviso il sito: da una parte quello per i negozi, dall’altra quello per i clienti. In entrambi i casi una delle prime mosse sarà indicare la propria posizione geografica, il resto lo farà il sistema di geolocalizzazione.

Il negoziante, una volta registrato, sarà in grado d’inviare offerte (descrivendo il prodotto, il prezzo e la durata della promozione) in maniera mirata. Saranno, infatti, solo i clienti “posizionati” nei dintorni a ricevere (via email) l’offerta, solo per quei prodotti che avranno deciso di voler “tracciare” in fase d’iscrizione al sistema. Oppure potranno venirne a conoscenza controllando in tempo reale su mappa le offerte attive attorno a loro.

Ma perché è così necessaria la prossimità geografica nell’era dell’ecommerce? Per un motivo semplice: a parte la deperibilità del prodotto, un’altra caratteristica delle offerte di Last Minute Sotto Casa è quella di voler riattivare e mantenere saldo il rapporto tra acquirente e venditore. Così, per approfittare della svendita, ci si dovrà poter recare fisicamente e in pochi minuti nel negozio che ha lanciato la promozione.

Partito in forma sperimentale a marzo 2014 e solo per il quartiere Santa Rita di Torino (per recuperare il pane non venduto durante la giornata) oggi Last Minute Sotto Casa sta pian piano raggiungendo molte città d’Italia (e presto anche europee), potendo contare già su una rete di oltre 200 negozi di vario genere e su circa 15mila utenti registrati. È poi in arrivo un’App per rendere ancora più rapido e immediato l’accesso alle offerte. Chissà che in futuro, tornando a casa la sera, dando la solita rapida occhiata allo smartphone non si scopra che proprio a due passi da noi c’è una promozione che ci permetterà di organizzare la cena a metà prezzo.

Come usano dire gli stessi fondatori, con Last Minute Sotto Casa vincono proprio tutti: vince il negoziante, che non spreca guadagnando pure qualcosa; vince il cliente, che acquista prodotti freschi risparmiando; vince soprattutto il pianeta, perché agendo in modo cosciente e razionale si rispettano e preservano le risorse naturali che la Terra quotidianamente ci offre ma che non sono infinite.

INIZIATIVE SIMILI: LAST MINUTE MARKET

Last Minute Market è una società spin-off dell’Università di Bologna che nasce nel 1998 come attività di ricerca. Dal 2003 diventa realtà imprenditoriale ed opera su tutto il territorio nazionale sviluppando progetti territoriali volti al recupero dei beni invenduti (o non commercializzabili) a favore di enti caritativi. LMM si avvale di un team operativo giovane e dinamico affiancato da docenti e ricercatori dell’Università di Bologna. Con oltre 40 progetti attivati in comuni, provincie e regioni Italiane, LMM ha consolidato un metodo di lavoro efficace ed efficiente che permette di attivare in maniera progressiva il sistema donazioni/ritiri tenendo sotto controllo gli aspetti nutrizionali, igienico-sanitari, logistici e fiscali.

Good morning diossina

Segnalato da barbarasiberiana  

GOOD MORNING DIOSSINA, BONELLI RACCONTA TARANTO 

di Domenico Finiguerra – il Fatto Quotidiano 23/02/2015

Nel 1960 la posa prima pie­tra. Per far posto all’acciaieria, che oggi si estende su circa 15 chi­lo­me­tri qua­drati, furono abbat­tuti oltre 40.000 ulivi seco­lari. A Taranto, secondo i dati del regi­stro Ines, negli ultimi anni, è stata immessa in atmo­sfera il 93% di tutta la dios­sina pro­dotta in Ita­lia. L’ultimo stu­dio epi­de­mio­lo­gico dell’Istituto Supe­riore di Sanità for­ni­sce dati agghiac­cianti: un’incidenza dei tumori tra i bam­bini supe­riore del 54% ed una mor­ta­lità, sem­pre tra i bam­bini, supe­riore del 21% rispetto alla media della Puglia.

Ecco cos’è Taranto. Dati che tro­viamo nel libro Good Mor­ning Dios­sina, di Angelo Bonelli, por­ta­voce dei Verdi e con­si­gliere comu­nale nella città dei due mari, appena uscito e sca­ri­ca­bile gratuitamente dal sito www.verdi.it. Il libro è un ecce­zio­nale manuale sull’industria a forte impatto ambien­tale, per ana­liz­zarne le riper­cus­sioni. Uno sguardo sul dramma di cit­ta­dini e ope­rai morti di inqui­na­mento. Morti di fumo per non morire di fame, para­fra­sando Mat­tei. Una rico­stru­zione delle bat­ta­glie ambien­ta­li­ste por­tate avanti (spesso tra gli sber­leffi di poli­tici e com­men­ta­tori prezzolati) da parte di asso­cia­zioni ambien­ta­li­ste, da cit­ta­dini e mili­tanti, dalle Mamme di Taranto, che con tena­cia riven­di­ca­vano e riven­di­cano aree verdi pulite e boni­fi­cate per i bam­bini del quartiere Tam­buri. Per­ché a Tam­buri vige un’ordinanza: “Vie­tato gio­care nei giar­dini! Vie­tato l’accesso alle aree verdi non pavi­men­tate”.

Good Mor­ning Dios­sina riper­corre anche le vicende giudizia­rie, dalle prime inda­gini degli anni ‘80 (nel 1982 la pre­tura mette sotto indagine il ver­tice dell’Italsider per getto di pol­veri e inquinamento da gas, fumi e vapori, ma il diret­tore fu condannato ad un arre­sto di ben (!) 15 giorni e solo per getto di pol­veri) a quella ben più con­si­stente deno­mi­nata “Ambiente Sven­duto” portata avanti dal PM Patri­zia Todi­sco. Leg­gere gli stralci degli atti giu­di­ziari e le inter­cet­ta­zioni a capire quanto sia intos­si­cato e com­pro­messo il nostro Paese. “Gli ope­rai dell’Ilva morti per mesote­lioma pleu­rico a causa dell’amianto pre­sente nella fabbrica, pote­vano essere sal­vati se solo l’azienda, a cono­scenza della pro­ble­ma­tica, avesse agito tem­pe­sti­va­mente”. È quanto scrive il giudice Simone Ora­zio.

Il pre­zioso lavoro di Angelo Bonelli non si ferma alla denun­cia ambien­ta­li­sta, ma ter­mina in posi­tivo, avan­zando un pro­getto comples­sivo di ricon­ver­sione eco­lo­gica Taranto. Per dimo­strare che è pos­si­bile cam­biare dav­vero si portano ad esem­pio tre casi di ricon­ver­sione eco­lo­gica già rea­liz­zati: Bil­bao, capi­tale dei Paesi Baschi; Pitt­sburgh, città della Penn­syl­va­nia; la Ruhr in Ger­ma­nia. Realtà dove sono stati avviati ambiziosi pro­getti di riqua­li­fi­ca­zione ambien­tale e urbana che non solo hanno con­sen­tito di supe­rare i pro­blemi ambien­tali ma anche di uscire dalla crisi eco­no­mica investendo nel futuro. I risul­tati sono sor­pren­denti: tanti nuovi posti di lavoro creati, boni­fi­che effet­tuate, riqua­li­fi­ca­zione ambien­tale e dati eco­no­mici estre­ma­mente posi­tivi.

Cam­biare è pos­si­bile. È solo que­stione di volontà politica.