Fatti (da) furbo

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Seattle, c’è il distributore automatico di marijuana

La cannabis come uno snack. Seattle ora ha la sua prima macchinetta automatica, la ZaZZZ, che mette a disposizione marijuana per scopi terapeutici. Il distributore rilascia foglie, infusi e altri derivati in base alle ricette mediche, attraverso cui vengono verificati i dati del consumatore. A garantirne l’uso controllato, secondo la legge, è la stessa azienda produttrice, che ha sede in Arizona. ”Se esistono le macchinette per sigarette, perché non diffondere anche quelle per la marijuana?”, spiega Stephen Shearin, presidente e COO di American Green. Ad aprile una macchinetta analoga è stata installata in Colorado, uno degli Stati americani dove è stato legalizzato il consumo di THC ad uso medico (reuters).

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121 comments

  1. LIBERO MERCATO
    Metrò 1, turni anche di notte Ma gli operai sono senza paga
    Sesto-Monza. L’impresa: «Prima i fondi ai fornitori»

    tranne che ai fornitori di forza lavoro. Non sono fornitori, questi, nel senso che non possono minacciare di interromperti le forniture. Tanto più fin che non li paghi-
    Dov’è Cantone?

  2. CAPITANO, GLI INCIDENTI, MA CI SONO ANCHE I COGLIONI
    Valgrisenche, elicottero precipita e innesca valanga. Grave pilota.
    Già fare elisky è robba parecchio comoda e strana (non si impara neinte della montagna e delle sue condizioni. a volte nemmeno il nome) ma farlo quando in ntere regioni il pericolo valanghe è dichiarato ai livelli massimi…
    si pensa di poter comprare tutto con i soldi, anche l’intelligenza.

    1. a questi di costruire sulla sabbia, sull’acqua o sulla merda non gliene frega niente. BAsta costruire, mentre gi altri dissertano educati e raffinati

      1. Questo lo sappiamo.
        Ma di solito in queste conferenze si incensa l’iniziativa in oggetto e basta, tutto autoreferenziale. Vedere qualcuno che in casa dell’organizzazione dice “è una cazzata ” non capita spesso. .

  3. Fuori tema.

    Ho letto della dichiarazione di Renzi circa la legittimità del diritto di sciopero ma non del diritto di boicottaggio (relativamente alla rappresentazione della Turandot il 1° maggio).
    Mi è venuto in mente che non è la prima volta che il ragazzo utilizza questo artificio retorico ed è proprio il caso di dire che “il Diavolo fa le pentole, Manon i coperchi”. Azionista di maggioranza della fabbrichetta Manon è, evidentemente il buon PdC il quale, espressamente o implicitamente, ha affermato ad esempio:
    L’espressione del dissenso è sacrosanta, ma non deve essere imposizione di veti.
    Il nome del presidente della Repubblica deve essere largamente condiviso ma non deve essere diverso da Sergio Mattarella.

    Qualcuno mi aiuta ad arricchire il catalogo?

  4. Povertà sanitaria, 410mila italiani hanno bisogno di farmaci gratis. Ecco chi li dona

    Il rapporto della Fondazione Banco farmaceutico rivela che nei primi sei mesi dello scorso anno il volume della raccolta ha raggiunto quello dell’intero 2013, ma non basta: meno di metà delle richieste viene soddisfatto. C’è bisogno soprattutto di medicine per le malattie dell’apparato respiratorio.
    La situazione economica delle famiglie italiane continua a peggiorare. E le conseguenze si fanno sentire anche sulla capacità di far fronte a bisogni basilari come visite specialistiche e farmaci. Cresce la cosiddetta povertà sanitaria, cioè l’impossibilità di accedere a quella parte di cure che restano a carico dei cittadini perché il Sistema sanitario nazionale non le garantisce. Così aumentano sia il ricorso alle strutture sanitarie degli enti no profit, sia la necessità di medicine gratuite. Un aspetto indagato a fondo dal rapporto “Donare per curare”, realizzato dalla Fondazione Banco Farmaceutico con l’Osservatorio nazionale sulla donazione dei farmaci.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/07/poverta-sanitaria-410mila-italiani-bisogno-farmaci-gratis-li-dona/1287935/

  5. >«Il nervo sco­perto che oggi sta met­tendo in ginoc­chio milioni di con­ta­dini ha un nome chiaro: si chiama libero mer­cato, che appli­cato al cibo sta gene­rando uno scon­quasso di pro­por­zioni bibliche».

    “There is no such thing as free market.”. Non c’è mai stata. Possibile che non si capisca che insistere su questo punto serve solo a eliminare completamente conquiste di anni di lotta come lo Stato Sociale (scomparso ormai dall’orizzonte di qualsiasi pensiero). Il libero mercato è funzionale all’economia capitalistica come il peccato (e conseguente perdita del paradiso) per le religioni?

    Vabbè…

    In quanto alle droghe, ho una visione diversa (e basata su esperienze personali, di gruppo e ben sedimentate nel tempo). Condivido che la dipendenza sia una malattia, ma è un momento successivo. Negare la libertà di scelta della prima canna, della prima pasticca, del primo ago, della prima sniffata sposta l’ attenzione dal problema vero. La mia domanda è semplice, per aiutare un tossicodipendente è necessario convincersi che sia una vittima (di una malattia, della società, di quello che volete)? Personalmente ho perso amici a causa dell’eroina e ne conosco i guasti. Ho continuato ad aiutarli anche quando erano senza speranza. Costruiamo la nostra vita contemporaneamente alla nostra morte. Per provare empatia abbiamo bisogno di inventarci delle vittime? Altrimenti continueremo ad essere indifferenti? Non pretendo di essere nel giusto, semplicemente non mi va di giustificare la pietà (non la carità pelosa per liberarsi da sensi di colpa in mancanza della confessione) che ha senso solo quando è un’ azione “priva di scopo”.
    Siamo tutti dei proiettili e la società che costruiamo (o che lasciamo siano altri ad edificare ed ampliare) è l’arma con la quale diventeremo vittime od esecutori. Istituire un’ora settimanale obbligatoria di esercizi a “dire no” potrebbe sostituire la scomparsa dell’ Educazione Civica”.

    (La vagonata di aspirine non è servita a molto):

    1. …negare la libertà di scelta…
      Certo che c’è la scelta. ma questo non contraddice il fatto che ci sia una sofferenza alla base. Ed è quella sofferenza a rendere poi la prima canna, pasticca, ago, sniffata una dipendenza.
      Poi non ho bisogno di pensara che uno sia malato per provare empatia. ma anche negare la sofferenza non è sensto.

        1. La sofferenza è un effetto, non la causa…
          Devo andare a preparare il pranzo. ma ti lascio con una domanda: qual’è allora il motivo che spinge a far uso di droghe in modo compulsivo?

          1. Non condivido i tempi ed i modi di questo tipo di analisi. Le risposte sulle cause di una morte dell’anatomo-patologo saranno pure interessanti ma la causa prima è il dito (premuto) sul grilletto. Le droghe accompagnano a storia dell’uomo dall’inizio e dubito che prima di Freud e susseguente paccottiglia la “sofferenza” sia stata una delle cause primarie dell’uso di droghe. Per un momento, possiamo supporre, che invece della sofferenza una delle cause sia la ricerca di piacere o semplicemente curiosità?
            Mi devi perdonare, Laura, ma questo approccio, nella mia mente, è come il lettino del ginecologo pensato per favorire il medico e non la donna ivi compresa la posizione occidentale per partorire.

            1. Non nego piacere e curiosità. anch’io bevo (buon) vino e ne godo moltissimo. Ma dopo il quarto bicchiere ne ho abbastanza perché poi sto male e questo mi ferma. Ma il mio amico che fa colazione col tavernello non credo che goda granché. Lo trovo sempre depresso al limite del suicidio.
              Ugualmente per tutte le sostanze psicotrope (di cui l’alcool fa parte): dov’è il piacere o la curiosità quando la tua vita è governata dal bisogno di sostanze?
              Te l’ho detto: ci sono persone che ne fanno un uso ri-creativo. Ma sono poche.
              Detto questo, io sono favorevole alla totale liberalizzazione. E adesso torno a fare il pranzo.

          2. e dimenticavo, il punto chiave della mia posizione consiste nel fatto che anche se penso che l’uso di droghe con le conseguenze che conosciamo sia il frutto (quasi sempre) di scelte non mi porta a pensare che si debba evitare di aiutare chi ne subisce i danni.

            1. non potrei essere più d’accordo. tanto più visto quello che ho sostenuto finora.
              In ogni caso la scelta di aiutare una persona per me origina dall’empatia umana e non dal giudizio sulle “scelte” che ha fatto nella vita. Anzi, in questioni personali, di solito evito di giudicare. Perché non possiamo sapere cosa passa nel cuore dell’uomo.

          3. non sempre, ma in molti casi un certo tipo di sofferenza o di disagio. con gli altri o con se stessi, al quale si cerca disottrarsi procurandosi obnubilamento o piacere. Che, alla lunga, può rovesciarsi nel suo contrario, senza nemmeno eliminare il disagio

    2. anto, prova a prendere altre due aspirine, fuma una canna e prova a spiegarmi meglio la prima parte che al contrario di marco non l’ho capita e mi interessa

      1. Gius, sono (quasi) due anni che insisto su questo punto. L’ultima è nella mia risposta a Chicco (su questo thread, credo) per cui non ho capito che cosa non hai capito a parte capire che non sono stato capace di farmi capire.

        1. provo a fare l’esegesi. correggimi se sbaglio
          il libero mercato è la linfa del capitalismo. le due cose sono connaturate e il secondo non può esistere senza il primo e il primo senza il secondo non è veramente “libero”
          questo assunto vale per qualsiasi tipo di capitalismo, che sia industriale o finanziario poco cambia. qualsiasi cosa è merce e in quanto tale si può scambiare cercando di aumentarne il valore ad ogni passaggio. risultato l’accumulazione (semplifico). ma lo scambio capitalistico non è a somma zero: qualcuno deve perdere a che qualcuno guadagni. e solitamente a perdere è chi sta nella scala più bassa del sistema produttivo. in campo agricolo e alimentare, il contadino. quindi, se non sbaglio di troppo, la denuncia di petrini vuole proprio sottolineare questo fatto. senza contare, aggiungo io, che anche nel sistema capitalistico lo scambio non è libero. o quanto meno non a tutti i livelli. chi sta in alto ha il potere di impedire a chi sta in basso sia di produrre sia di scambiare la propria merce. e non è libero neppure l’accesso e il possesso dei mezzi di produzione (vedi il land grabbing, nuova formula di capitalismo fondiario)
          chi sta in alto scrive le regole che definiscono “libero” il mercato, e queste regole tutto sono tranne che eque. il che ci riporta al fatto che in questo paradigma non si gioca a somma zero
          provo a rileggerti ( “Possibile che non si capisca che insistere su questo punto serve solo a eliminare completamente conquiste di anni di lotta come lo Stato Sociale?”) a seguito della mia prolissa premessa, per farti una domanda:
          in che modo insistere a denunciare che il libero mercato, funzionale al capitalismo, cancella le conquiste di anni di lotta?

          1. Senza dio non può esserci morale e il mio dio è superiore al tuo e così la mia morale alla quale tu devi sottostare onde evitare la perdita del mio paradiso (che, ovviamente è migliore di quello del tuo dio).
            L’ arcano della merce, Gius, da tempo è rappresentato dalla scelta del consumatore (le migliaia di marchi che offrono l’illusoria scelta) e da una illusoria mancanza di barriere all’entrata (che dove non esistono per un brevissimo tempo si traducono nelle acquisizioni da parte di chi è più grande). Qual’è la differenza tra lo strapotere di Unilever, Procter & Gamble, Kraft, Nestlè con il piano quinquennale per la produzione di grano o l’allocazione forzata della forza lavoro operata dal regime staliniano? Consiste nel mancato mascheramento della tua impossibilità di scelta.
            Gli apologeti del capitalismo però imputanpere non può essere codificato. Sao errori, mancanze e deviazioni dal percorso verso la libertà ed il paradiso in terra alla mancata realizzazione della totale libertà di mercato (ergo una sola multinazionale con un numero infinito di marchi) a causa delle perturbazioni introdotte dalla presenza dello stato che altera il dispiegarsi di queste forze. Ad es., nel caso dell’istruzione il toccasana è aprire al mercato e finirla con la burocratizzazione statalista che pretende un’istruzione “uguale per tutti”. Prova a spingere agli estremi quest’argomentazione asserendo che sei d’accordo tanto è vero che pensi non ci sia bisogno di avere delle scuole e che il sapere debba essere il risultato di scelte autonome, salteranno fuori ordini, corporazioni, categorie intere di sacerdoti e l’inevitabile “preparazione al mondo del lavoro”. A seguire asili nido, ospedali e, ovviamente la produzione di cibo, ecc. ecc.
            Nessuno è più conseguente di un comunista nella affermazione della totale libertà del mercato e delle scelte dei singoli individui ma, pericolo estremo, questo porta a conseguenze deleterie per il “paradiso” che è sempre lì a portata di mano. Il nostro non è di questo mondo e i registratori di cassa ne soffrono.

            1. eh, anto, appunto.
              il consumismo, che lascia al consumatore solo la convinzione di scegliere, il livellamento delle qualità ec ecc
              ma la domanda era un’altra!
              scusa, ma su tutto ciò siamo d’accordo. e credo lo sia anche petrini
              ma dov’è l’errore di continuare a parlarne e come può inficiare il sottolineare queste contraddizioni le conquiste delle lotte passate?

              1. Ah, ho capito. Colpa mia. Non è il continuare a parlarne l’errore ma di quello di dare ad intendere che il “libero mercato” esista e sia la causa dell’attuale assetto sociale. Il libero mercato non esiste e gli ultimi che hanno interesse a realizzarne l’affermazione sono le multinazionali. Bisogna combatterli sullo stesso piano e portarne allo scoperto le contraddizioni. “Siamo d’accordo che il libero mercato sia la forma migliore di sistema economico e perciò proponiamo lo scioglimento di qualsiasi attività commerciale che detenga una quota superiore allo 0,001%”. “Non siete d’accordo? Bene, a questo punto, impossibilità di scelta per impossibilità di scelta nazionalizziamo pure i produttori di colori per mutande”.

                  1. Nel senso che concordare su un insieme di regole per diminuire gli effetti perversi del libero mercato è auspicabile piuttosto che lasciare gli “spiriti animali” liberi di depredare?
                    Se la mia interpretazione è esatta (del tuo pensiero, intendo) il punto critico sta nell’uso di “libero mercato” nella mia frase precedente. Supporre che qualcosa esista per proporne dei correttivi è l’equivalente delle malattie iatrogene per l’industria farmaceutica. Non ignoro che il vero dominio degli oligopoli/monopoli sia piuttosto (si fa per dire) recente ma è il risultato inevitabile di un processo nascosto dalla vera “ideologia” alla base dell’economia neoclassica: il meccanismo dell’accumulazione primitiva. la scarsità è artificiale (in termini relativi, ovviamente) ed è necessaria al funzionamento del capitale. Senza scarsità non c’è ottimizzazione e la controparte è la sovrabbondanza (ironicamente rappresentata dai risultati dei piani quinquennali perennemente oscillanti tra scarsità e sovrapproduzione) il cui rimedio è la generazione di scarsità. Per questo la teoria dei “beni comuni” (non quella del “vogliamoci tutti bene”) è così dirompente rispetto all’economia di mercato. La scarsità (ancora una volta, relativa) può generare cooperazione e non necessariamente competizione che a sua volta genera supremazia, accentramento e rigenera scarsità per autoalimentarsi.
                    Spero di essermi riuscito a spiegare.

                    1. Ti sei spiegato benissimo, capito il gioco va giocato a scardinare e non, anche in buona fede a legittimarlo

                    2. Ridotta ai minimi termini, la questione sembra essere se i mono(oligo)poli siano una distorsione del “libero mercato” (come tale correggibile, anche se evidentemente non corretta), o una conseguenza necessaria e quindi ineludibile. Tu sostieni la seconda, e con buone ragioni. Ma come si fa a convincere che ciò sia così, se l’economia pur ammantandosi da scienza in realtà non lo è? Come portare avanti una nuova teoria (dei “beni comuni”) che godrà delle stesse proprietà di indimostrabilità? Serve una massa critica che la adotti come prospettiva, rendendola sufficientemente attraente da essere adottata come speranza? O una massa critica di implementazioni che ne dimostri nei fatti, per lo meno, l’applicabilità?

                    3. Tutti i meccanismi messi in piedi sinora possono essere assimilati a quello del feedback negativo che tende a mantenere in equilibrio il sistema, se vogliamo il cambiamento è necessario un feedback positivo. Che poi è la trasposizione del dibattito sul socialismo in un paese solo e chi invece sosteneva che la rivoluzione doveva avvenire negli USA poichè lì il capitalismo era nella sua fase di evoluzione più avanzata. Di fatto, ci ostiniamo a non vedere che i meccanismi sono sempre gli stessi e che la globalizzazione è un risultato oserei dire quai meccanico. Le fabbriche ci sono ancora, gli operai sfruttati come ai primordi della rivoluzione industriale pure (bambini compresi) e il meccanismo della “recinzione” è sempre all’opera dalle terre africane ai territori immateriali di internet.

                1. forse è meglio precisare che qualcuno per libero mercato intende la propria libertà di agire sul mercato, determinando pure i i vincoli che lo sorreggono e i meccanismi specifici e contingenti che lo regolano. Mi pare che questo volgia dire il paragone tra la programmazione quinquennale sovietica e quella di Nestlè ecc.
                  Accettare di discutere di libero mercato senza ammettere allo stesso tempo che si tratta di decidere che cacchio è (potrebb esser il sesso degli angeli?) significa buttar tempo: non si può restituire libertà a un ente astratto che non l’ha mai avuta-
                  Si può forse costruirla,ma è un’altra cosa

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