Mobbing legalizzato

Segnalato da barbarasiberiana

LA POSTILLA E IL MOBBING LEGALIZZATO

Di Alessandro Giglioli – Piovono Rane, 20/02/2015

Nel decreto legislativo di attuazione del Jobs Act è stata inserita, in cauda, una postilla che modifica anche l’articolo 13 dello Statuto dei Lavoratori: quello che impediva il demansionamento e che recita: «Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto».

Questa modifica non si applica solo ai lavoratori che saranno assunti dal primo marzo, ma a tutti. In sostanza, è retroattiva. E permette a qualunque azienda di modificare in peggio in modo unilaterale le mansioni del dipendente, in caso di «modifica degli assetti organizzativi», che ovviamente può autodichiarare l’azienda stessa.

In altre parole, per esempio, se siete un quadro o un impiegato e quale che sia la vostra funzione, da domani la vostra azienda può mettervi a fare le fotocopie.

È, in sostanza, la legalizzazione del mobbing, tema su cui in passato ho scritto due libri basandomi su casi reali e le cui dinamiche concrete quindi un po’ conosco. Una delle modalità del mobbing (non l’unica) avviene quando un dipendente poco gradito al capo diventa per questo suo obiettivo in azienda. Ciò può accadere per svariatissimi motivi – caratteriali, professionali, ma anche politico-sindacali o per rifiuti di avance sessuali – e fino a oggi l’articolo 13 impediva, nella più parte dei casi, che ciò si trasformasse in un demansionamento; quando avveniva, c’era la possibilità di ricorrere al magistrato.

Con la postilla, da domani, il mobbing è di fatto legaizzato.

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Il traguardo del Jobs Act è finalmente raggiunto: l’introduzione dei demansionamenti unilaterali chiude il cerchio della liquefazione del lavoro. Ma c’è una raggelante novità: l’attacco ai pilastri della sicurezza del lavoro contenuto nel nuovo art. 2103 c.c. segna la strada verso la “macellazione” dei lavoratori e l’abrogazione di fatto del valore fondante della Repubblica: l’art. 1 della Costituzione.

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48 comments

  1. Mondadori punta RCS, Mediaset vuole comprare Rai Way, passata la riforma dell’articolo 18. Oggi qualcuno in riunione di redazione ha detto “come se davvero Berlusconi fosse al Governo”. Ed è sceso il gelo. Ma un gelo.
    G . Cavalli

  2. Jobs Act, cancellato il divieto di discriminare per sesso?

    Mai fidarsi dei titoli, degli slogan e delle battute strappa applausi. Nonostante la retorica traboccante, infatti, ecco spuntare nel Jobs Act un piccolo (o non tanto piccolo?) tranello non esattamente politically correct. Leggendo per intero, fino in fondo, il famoso decreto attuativo della legge 183/2014 sulla riforma delle tipologie contrattuali, decreto esaminato dal Consiglio dei ministri qualche giorno fa, si può scovare una perla della politica discriminatoria di genere, nascosta in uno degli ultimi articoli del provvedimento, per l’esattezza l’articolo 46. Nascosta molto bene, peraltro, poiché è mascherata dietro quelle formule abrogative che nessuno mai si prende la briga di controllare, dando per scontata la buona fede dell’estensore.

    Vediamo nel dettaglio. Abolendo norme ormai superate (o ritenute tali) dalla legge 183, infatti, si inserisce nell’elenco “l’articolo 3, comma 1 e 2, del decreto legislativo 151 del 2001”.
    Per chi non lo sapesse, si sta parlando della legge a tutela e sostegno della maternità e della paternità. La sorpresa è proprio qui, e se ne sono accorte, fra le altre, le consigliere di parità della Regione Marche. L’articolo cancellato è nientemeno che il divieto di discriminazione fondato sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale”.

    Il decreto di cui stiamo parlando non è ancora stato approvato definitivamente. Ma la noncuranza o quantomeno la leggerezza con cui l’ignoto estensore del testo ha ritenuto di poter abrogare con un tratto di penna anni di battaglie delle lavoratrici italiane, e non solo italiane e non solo lavoratrici di mansioni minori, è indicativa di quanto ci sia ancora da vigilare perché la discriminazione di genere nel mondo del lavoro sia mandata in soffitta.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/25/jobs-act-cancellato-divieto-discriminare-per-sesso/1453891/

  3. Meglio del malox c’è il cazzeggio…

    A.A.A. cercasi… Barbara, l’ultima volta è stata avvistata nei pressi del molo per imbarco Sicilia, sulle orme di un offerta di tre confezioni di sottilette all’aroma di pino di Svezia, in vendita presso l’Ikea di Palermo, la scadenza è in bilico per il ritorno, però la cosa non preoccupa dato che pare che l’utilizzo alternativo sia come arbre magique…
    la famiglia in evidente apprensione per la cena… attende notizie

  4. a volte andare sul sito di civati serve.
    si trovano link (ben nascosti) in cui sono scritte cose come queste, ad esempio:

    Il disegno di legge sulla concorrenza approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri su proposta del Ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi non prevede in alcun modo la reintroduzione di penali per chi recede dai contratti di abbonamento a telefoni fissi e mobili, internet o a pay-tv. E’ quanto precisa una nota ministeriale a proposito di errate interpretazioni riprese oggi da alcuni giornali.
    La norma inserita nel disegno di legge non cambia infatti le disposizioni generali in materia di recesso anticipato dai contratti di telefonia, internet e tv (già regolati dal DL 7/2007) ma disciplina i costi di uscita dalle sole promozioni relativi ai medesimi servizi (come per esempio l’uso di uno smartphone o le partite di calcio gratuite).
    In primo luogo fissa un tetto di 24 mesi alla durata delle promozioni stesse.
    Secondariamente stabilisce che le eventuali penali – già esistenti nelle promozioni – devono rispettare una serie di stringenti requisiti di trasparenza sia verso il cliente, sia verso il regolatore. In particolare, l’operatore dovrà fornire al consumatore informazione esaustiva in merito all’esistenza e all’entità di costi d’uscita. Dovrà inoltre spiegarne analiticamente al Garante delle comunicazioni, sulla base dei costi effettivamente sostenuti, la giustificazione.
    In terzo luogo, la norma impone che i costi d’uscita siano proporzionali al valore del contratto e alla durata residua della promozione.
    In sostanza, l’effetto delle norme introdotte a favore dei consumatori è quello di chiarire un aspetto precedentemente non definito, allo scopo di ridurre e comunque rendere più trasparenti i costi complessivi di uscita dalle promozioni promuovendo la mobilità del cliente.
    Ciò che era vietato fino a oggi continuerà a esserlo anche dopo l’entrata in vigore della nuova legge sulla concorrenza, e anzi le pratiche commerciali già in atto saranno soggette a vincoli più stringenti a tutela del consumatore.

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