Un genere diverso di stato

Adattamento a cura di nammgiuseppe dall’articolo di Leo Panitch del 25 febbraio 2015 su Jacobin Magazine. Per l’intervista integrale vedere il link

LeoPanitchLa posizione di Syriza è tutt’altro che invidiabile. Ha assunto il potere in un paese nella morsa della depressione economica, spaccato da reti oligarchiche e, per ora, ancora alla mercé delle istituzioni internazionali. Ciò nonostante è il primo governo europeo di sinistra radicale a memoria d’uomo e un governo le cui azioni possono non solo trasformare la Grecia, ma serviranno da punto di riferimento per la sinistra internazionale.

Syriza ha fatto ciò contro cui alcuni appena recentemente hanno ammonito la sinistra: ha assunto il potere statale. Leo Panitch ha sempre sostenuto, al contrario, che la sinistra non dovrebbe temere di assumere il potere; nel corso degli anni ha scritto estesamente a proposito dello stato, del suo ruolo nelle trasformazioni contemporanee del capitalismo e della strategia socialista.

Qui Panitch parla delle difficoltà di operare entro limiti politici tentando contemporaneamente di trascenderli, del ruolo della solidarietà internazionale e dell’importanza dell’organizzazione politica.

Il testo è tratto da un’intervista concessa al giornalista canadese  Michal Rozworski giovedì scorso, solo un giorno prima che la Grecia firmasse un accordo con l’Eurogruppo per prorogare, con modifiche, per quattro mesi il suo attuale programma di salvataggio.

***

I greci hanno pochissimo spazio di manovra e, come se non bastasse, sono impegnati a rimanere in Europa. I leader di Syriza sono molto europeisti e non hanno intenzione di lasciare l’Europa. Da anni  è mia opinione che se Syriza entra nel governo arriverà solo sin dove gli europei la lasceranno arrivare per quanto riguarda la crisi delle finanze greche nell’arena internazionale. E’ una crisi molto grave perché anche se cercheranno di accrescere la loro capacità fiscale, e sperabilmente introdurranno un’imposta patrimoniale, il pericolo è che ciò provocherà una grande fuga di capitali. E se introdurranno controlli sui capitali, quale prezzo dovrebbero pagare per questo agli europei? Sarebbero espulsi?

Ma, anche, dove troveranno i fondi per cercare di affrontare una disoccupazione giovanile tra il cinquanta e il sessanta per cento? Dove troveranno i fondi per il genere di investimenti pubblici necessari per affrontare i livelli di disoccupazione da era della Depressione che esistono in Grecia? Ciò che dovette essere fatto in Canada e negli Stati Uniti negli anni trenta fu un’enorme spesa pubblica per affrontare la cosa. Queste sono domande enormemente importanti e gli europei stanno davvero giocando duro.

La tragedia, ovviamente, è che, a parte la dimostrazione a Londra a sostegno di Syriza di cui ho letto la settimana scorsa, dove sta la sinistra europea? Non mi riferisco solo alla sinistra più vasta o più radicale, ma anche ai socialdemocratici. I socialdemocratici e i sindacati di sinistra dovrebbero ignorare i loro leader. Dopotutto i socialdemocratici tedeschi sono nel governo tedesco per grazia di Dio!

Non c’è moltissimo che la sinistra vasta possa fare, sfortunatamente, perché dispone di così scarsi veicoli politici. Non penso che le dimostrazioni farebbero male, specialmente se potessero essere in numeri considerevoli. Dovremmo anche cercare di far arrivare il più possibile nella stampa tradizionale.

Dovremmo contestare le democrazie occidentali per la loro ipocrisia; contestarle nella misura in cui dicono che fintanto che uno si attiene alle regole è eletto. “I socialisti possono essere eletti” è la linea che ci indicano, e noi dovremmo davvero insistere su questo.

A parte ciò, io penso che davvero non dobbiamo trattare la Grecia come troppo spesso la sinistra tratta i governi sui quali ripone speranze.  Negli anni ’30 Sidney e Beatrice Webb, Fabiani inglesi che non erano poi tanto di sinistra, si recarono in Unione Sovietica e dissero “Ho visto il futuro, e funziona”, perché c’era piena occupazione.

E si era al culmine dei processi farsa a Mosca. Troppi dall’occidente si sono recati in Bolivia o in Venezuela o ai Social Forum in Brasile, dove, non sapendo nulla dei bilanci partecipativi, sono state dette loro due o tre cose al riguardo e quando sono tornati hanno detto “Ho visto il futuro, e funziona”.

Ciò è ingenuo. E’ quella che chiamo mentalità del culto della nave da carico, in cui qualsiasi imbarcazione uno vede all’orizzonte con la scritta “Socialismo” sulle vele è trattata come l’arrivo del Messia. Non dovremmo comportarci così. Dovremmo guardare alla Grecia con tutti i suoi problemi e tutti i suoi limiti.

Dovremmo cercare di apprendere lezioni da come hanno costruito un partito simile nel corso di due, tre decenni, ma anche dai limiti in cui si stanno imbattendo non che dai compromessi in cui potrebbero incorrere. Ciò include l’abbraccio del parlamentarismo che mina il loro radicalismo; dobbiamo osservare questo.

A un certo livello – nella misura in cui Syriza rappresenta la sinistra greca che non è mai stata assorbita nello stato greco – quando ha promesso riforme si può coltivare la speranza che intendesse farle. Il programma del Pasok del 1980 era radicale. Tuttavia il partito si è dato allo stesso schema di clientelismo e paternalismo a proprio vantaggio.

Penso che possiamo coltivare una speranza molto maggiore – che persino i poteri forti d’Europa possano avere più speranza – che quando un governo di Syriza promette riforme, quelle che intende per riforme strutturali, si spera, non sono mercati flessibili del lavoro bensì la creazione di un sistema basato sulla legge con una burocrazia relativamente onesta.

Crisi economiche gravissime non necessariamente producono creatività politica o sostegno popolare a essa. In una crisi le persone si spaventano, anche, e si chiudono in sé stesse, non vogliono mandare tutto all’aria, eccetera.

Penso realmente che l’occasione per questo venga da un mucchio di pazienza da parte della sinistra greca e di costruzione istituzionale da parte di Syriza, questa coalizione della sinistra radicale, che risale in realtà fino agli anni ’80. Questa dovrebbe essere una lezione per noi in termini di superare la protesta, cosa in cui la sinistra è stata prevalentemente abile e impegnata nell’ultimo decennio o negli ultimi quindici anni.

Dovremmo ricominciare a prestare attenzione alla necessità di organizzazione politica, di organizzazione di un partito politico. Anche se non sembra produrre risultati in termini elettorali, implica la costruzione del genere di infrastruttura che potrebbe alla fine metterci nella condizione, in altri paesi, di essere in grado di penetrare lo stato. Penso sia questo che dimostra l’esempio di Syriza.

Abbiamo bisogno di imparare che possiamo protestare fino alle calende greche e non cambieremo mai il mondo. Non si cambia il mondo senza prendere il potere, anche se il contrario è stato uno slogan molto popolare della sinistra alter-globalizzatrice ed è in una certa misura popolare nella sinistra ecologista (che Dio sa se sta facendo un lavoro magnifico con le sue proteste). Comunque, a parte i partiti Verdi che non sono molto radicali, gli ecosocialisti sono più impegnati nelle proteste che nella costruzione di un partito.

Dunque io penso davvero che dobbiamo prendere questo molto, molto sul serio. Per quanto tempo ci voglia, per quanto lento possa essere il processo, dobbiamo sviluppare le nostre capacità politiche. Ne abbiamo bisogno non solo per impegnarci nelle proteste, ma anche per cercare di sviluppare il tipo di organizzazione politica che possa non solo penetrare lo stato, ma possa anche affrontare la politica statale in modo serio.

Non è sufficiente limitarsi a disprezzare i poteri forti come persone malvage, come liberomercatisti nelle mani di seguaci di Hayek. Questo è un tipo di politica che, ovviamente, sin troppo spesso è incoraggiato dagli intellettuali, specialmente dagli economisti radicali, che come i loro colleghi di destra pensano che le idee degli economisti governino il mondo.

Le idee degli economisti non governano il mondo. Sono usate dai politici quando affrontano le difficoltà che incontrano nel gestire il capitalismo. Dobbiamo staccarci da questo e fare davvero sul serio nel pensare a come programmare e anche a organizzare.

Non è soltanto una questione di programma, e non è soltanto una questione di organizzazione; si tratta di imparare come parlare in modo popolare e tuttavia in un modo che sia, ciò nonostante, socialista.

Parlare in un modo che sia non soltanto anticapitalista, ma dia alla gente una convalida di una concezione socialista del gestire lo stato in modo diverso; non soltanto una questione di più stato o meno stato, ma di un genere diverso di stato. Non solo più mercato o meno mercato, ma un genere diverso di economia.

Originale: Jacobin Magazine

Traduzione in italiano dell’intervista integrale: http://znetitaly.altervista.org/art/16965

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4 comments

  1. OT sul tema certezze.
    una certezza che mi pare è quella che iacona faccia reportage seri.
    non l’ho visto quasi mai, quindi ho difficoltà a dare un giudizio netto. ma posso darlo per quei dieci minuti visti ieri sera sulla germania. per far passare un’intervista a sahra wagenknecht come realtà indiscutibile e inconfutabile ci vuole un certo coraggio… per dire.

    stamani, e come poteva essere diversamente, a radio tre la telefonata di un'”insegnante” che era sorpresa della quantità di poveri creati dall’agenda 2010 di schroeder, e sperava che l’italia non finisse mai in quella situazione così deprecabile di indigenza.


    stia pur sicura, signora insegnante, l’italia non avrà mai uno stato sociale come quello tedesco. se è questo che la preoccupa, può dormire tra due guanciali.

  2. Grazie Namm, interessante anche se il finale ha bisogno di approfondimenti soprattutto nel tracciare quel “diverso” troppe volte indicato e nemmeno abbozzato :
    “ Parlare in un modo che sia non soltanto anticapitalista, ma dia alla gente una convalida di una concezione socialista del gestire lo stato in modo diverso; non soltanto una questione di più stato o meno stato, ma di un genere diverso di stato. Non solo più mercato o meno mercato, ma un genere diverso di economia.”
    Andando al link si intuisce che la risposta non sia la privatizzazione dello stato per renderlo più efficiente, ma renderlo più efficiente tramite il coinvolgimento più diretto della cittadinanza… strada molto impervia ma che ha alcuni tentativi nel panorama occidentale… può essere la risposta dato la nostra dissociazione da noi stessi e dalle regole hanno e abbiamo costruito… Ancora una volta le parole si scontrano con le nostre associazioni… la parola stato ci fa pensare a burocrazia, corruzione… dalle parole bisognerebbe passare ai “ fatti” e serve un passo minimalista ma che dimostri che può funzionare per ricreare associazioni di idee positive… le tracce di memoria sono molto condizionate da un pesante presente

  3. http://barbara-spinelli.it/2015/02/27/lapatia-della-democrazia/

    In Italia, l’acme è stato raggiunto con la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto 2011. Essa conferma in pieno l’esistenza del diritto emergenziale: lo Stato membro è giudicato incapace di autogovernarsi e di ristabilire la fiducia degli investitori, ed è così che l’istituzione sovranazionale (in tal caso la Bce) interviene entrando nei dettagli di politiche che legalmente non dovrebbero pertenerle. È trasmodando che essa fissa non solo gli obiettivi ma anche le modalità per raggiungerli, reclamando: più efficienza del mercato del lavoro; piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali, tramite privatizzazioni su larga scala; accordi a livello di impresa che soppiantino i contratti collettivi; revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti; interventi ulteriori nel sistema pensionistico; abbassamento significativo dei costi del pubblico impiego anche riducendo gli stipendi; tagli orizzontali alle spese pubbliche; uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). Per evitare lungaggini democratiche, ciascuna di queste misure va presa «il prima possibile per decreto legge». Abbiamo quindi ad opera dell’Unione una decostituzionalizzazione della democrazia, e contestualmente una sua deparlamentarizzazione.

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