Non per “Partito” preso

di Antonio “Boka”

Cerco di mettere ordine tra le cose sparse scritte sul blog. È un po’ che insisto sul ruolo fondamentale del Parlamento (il diritto) come strumento per riprendere in mano i nostri destini. Tormentata la comunità del blog per lungo tempo sul perché la critica dell’economia (e la presa di coscienza che la teoria dominante non ha nessuna ragione per essere l’unica) sia fondamentale per ricominciare a ragionare, vorrei essere più chiaro sui percorsi tortuosi del mio ragionare. Un elemento che sfugge a molti, quando si parla di Teoria Economica, è il “sistema legale”, il “diritto” teorizzato, praticato e applicato nei Paesi in cui il pensiero neoclassico (oggi conosciuto come neoliberismo) si è sviluppato. Infatti, teorie che contemplavano il conflitto come arma risolutrice o possibilità di cambiamento sono nate, invece, in Paesi in cui il sistema del diritto prevedeva un altro impianto, e particolarmente in Europa, come, ad es., Marx.

La contrapposizione fra i sistemi giuridici anglosassoni e quelli di impianto (per generalizzare) tedesco-francese si può sintetizzare con “Common Law” e “Civil Law”. Non entro nel merito: riassumiamo semplicemente la prima con “le sentenze dei giudici fanno testo” e la seconda con “le sentenze dei giudici devono conformarsi ai codici”. Piccole ricerche su google vi offriranno ampia informazione. Ora mi premono queste domande: è un caso che economisti come Hayek siano convinti della superiorità – o maggiore compatibilità – del sistema della “Common Law” nell’adattarsi alle regole dell’economia di mercato? Ed è un caso che molti economisti si siano preoccupati di mettere insieme una mole imponente di dati per dimostrare che i Paesi in cui il sistema del diritto è basato sulla “Common Law” siano quelli dove il mercato si è sviluppato al meglio, ivi incluso l’azionariato di massa, e, punto più importante, che questi Paesi siano quelli che hanno conosciuto una rapida e maggiore crescita economica?

E, infine, è sempre un caso che Weber ponesse l’accento sulla “leggi razionali”, sul “diritto” come elemento fondamentale per garantire che operassero le condizioni di prevedibilità e certezza sempre delle regole del mercato?

Certamente no.

Si tace, infatti, il dato che le più grandi crisi (e frodi) siano partite dal Paese (USA) dove la “Common Law” è imperante (per non andare troppo indietro nel tempo, direi da Enron ai subprime per approdare al robo-signing sugli sfratti di cui ho parlato tempo fa).

Ma il punto chiave è un altro: l’intreccio fra “diritto” ed “economia”. Perché ci sia una “buona” economia, è necessario un “buon” diritto”, e il “buon”diritto” nasce solo dove esiste una “buona” economia. Se pensavate che il mainstream si limitasse solo all’economia (ma non lo pensate, vero?), vi siete pesantemente distratti. Progetti come il TTIP possono essere ideati solo in Paesi in cui il pensiero “legale” si forma sulla “Common law”, come gli USA. Credo sia impensabile per qualcuno formato nell’Europa Continentale dare diritto a una multinazionale di agire contro uno Stato “Sovrano” (non più tanto). Ovviamente storicizzo, perché oggi la diffusione è tale che i nostri “esperti” valutano e decidono senza porsi nemmeno per un momento questioni pregiudiziali come la “fondatezza di una norma” (quando discutono gli accordi economici delle multinazionali, della Banca Mondiale, del FMI, etc.; mentre, se si tratta di patteggiare per un potente alla sbarra, improvvisamente il codice riappare in doppia rilegatura, pronto a essere usato come arma contundente e assolutoria).

Contrariamente a quanto si possa pensare, il sistema della “Common Law” è strutturato in favore del potere dominante, elimina le conflittualità di classe e assicura la stabilità sociale, nel senso di tenere fuori dal gioco elementi non graditi di cambiamento (ci sono generalizzazioni mostruose se pensiamo all’Italia – in merito a quello che sto per dire -, perché ci sono altri elementi fondamentali: struttura della società, civiltà giuridica, integrità come valore, senso della comunità che si rappresenta, e tanti altri elementi). Il nostro sistema, poiché prevede la sistematizzazione della “legge” in un codice, si presta invece a conflittualità enormi (prima della codifica, una volta fatta…) da risolvere nel luogo in cui le leggi si emanano: il Parlamento. Negli USA si va avanti a colpi di sentenze (senza entrare nel merito della formazione dei giudici, ricordo solo che essi provengono dall’ordine degli avvocati) emanate dai giudici (esistono ovviamente le Statutory Law, corrispondenti più o meno al nostro Diritto Pubblico, ma lavoro di scimitarra e non è mia intenzione – non ne ho le competenze – entrare in tecnicismi), sottraendoli al circuito del consenso politico necessario per emanare leggi nel nostro Paese. Intervengono tanti altri fattori, ma il mio scopo, come sempre, è quello di indicare linee di pensiero, di ricerca e anche d’azione, nell’intento di sgombrare il campo da “il mondo così com’è” (e per i più osannanti, fideisti e opportunisti, “com’è sempre stato”).

È per queste ragioni che ho così poca fiducia nelle coalizioni, nei movimenti, nella spontaneità e nelle masse. Non è per tare leniniste o infezioni non curate di “centralismo” e/o mitologie di partito. A meno di sommovimenti bruschi e veramente di massa (in cui il legislatore tiene conto dei cambiamenti sotto la pressione del tenersi cara la pelle, sempre dopo aver tentato di farla alle masse in preda ad agitazione non controllabile con gli ordinari mezzi di repressione), la battaglia si gioca in Parlamento, anche se – e varrebbe la pena di rifletterci un po’ meglio – sono proprio multinazionali e capitale finanziario ad aver spostato il campo sempre più al di fuori dei Parlamenti e degli Stati nazionali. E, che ci piaccia o no, abbiamo bisogno di una forma di lotta politica che trasformi il “sistema del diritto”, e oggi questo avviene (ancora) in Parlamento. Un partito.

Ma guarda un po’ se dovevo sprecare un migliaio di parole per arrivare sempre alla solita e mesta conclusione. In mia difesa, non lo avevo deciso, mi ci sono trovato. Così per caso e per necessità (cit.).

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159 comments

  1. Orfini: «Un Pd aperto, Antimafia Capitale»

    —  Daniela Preziosi, ROMA, 20.3.2015

    Democrack. Il presidente-commissario: i giudizi della relazione Barca sono duri ma verosimili. Non siamo noi i mafiosi, ma a Roma abbiamo sbagliato, negarlo fa solo danni. Il sindaco Marino vuole arrivare fino al 2023? Ragionevole.

    «Un par­tito cat­tivo, peri­co­loso, dan­noso». C’è scritto nell’anticipo della rela­zione di Fabri­zio Barca sul Pd di Roma. Ne par­liamo con Mat­teo Orfini, pre­si­dente del Pd nazio­nale e com­issa­rio dei dem romani.

    Orfini, «dan­noso e peri­co­loso»: giu­di­zio molto pesante.

    È pesante, d’altra parte se il Pd di Roma è stato com­mis­sa­riato la ragione è anche per­ché era ormai preda di una guerra fra bande alla quale tutti abbiamo par­te­ci­pato. C’è una respon­sa­bi­lità col­let­tiva se siamo finiti così. Que­sta guerra tra bande ha allon­ta­nato tante per­sone dal Pd e il Pd dai pro­blemi della città. Men­tre noi era­vamo presi dalla guer­ri­glia interna nella nostra città la mala­vita attecchiva.

    La destra romana, a par­tire da Sto­race, vi replica: allora lasciate le amministrazioni.

    Par­liamo di per­sone che non hanno titolo ad aprire bocca. La vicenda cri­mi­nale di Mafia Capi­tale nasce con il governo della destra. Mas­simo Car­mi­nati prima di tutto era un fasci­sta che insieme a una rete di ex came­rati ha preso il pos­sesso dei luo­ghi deci­sivi della città. Che i pro­ta­go­ni­sti poli­tici degli anni in cui acca­deva que­sto si per­met­tano di par­lare del Pd è insop­por­ta­bile e pure ridicolo.

    Alcuni pre­sunti cri­mi­nali sui quali si indaga nell’inchiesta Mafia Capi­tale hanno avuto un ruolo anche durante la sin­da­ca­tura di Veltroni.

    Finora l’unico ammi­ni­stra­tore inda­gato per il 416 bis è Ale­manno. Men­tre Marino rifiuta la scorta per­ché qual­cuno lo con­si­dera nemico. In una città in cui la cri­mi­na­lità ha infil­trato l’impresa, la poli­tica e in alcuni casi anche l’informazione, noi siamo gli unici che hanno ini­ziato un’opera di puli­zia radi­cale. Quelli che hanno molta più respon­sa­bi­lità di noi hanno fischiet­tato, e con­ti­nuano a farlo. Assi­stiamo per­sino a fan­ta­stici feno­meni di tra­sfor­mi­smo di impor­tanti espo­nenti della destra che si tra­sfor­mano in leghi­sti di Salvini.

    La rela­zione di Barca ha ’capi d’accusa’ duris­simi, ma non si fa un nome. Per alcuni mili­tanti Pd il rischio è un pro­cesso som­ma­rio a tutti.
    No, quell’analisi parla anche di un «par­tito buono e sano», quello dal quale vogliamo ripar­tire. Per ora è solo un’anticipazione. Quando arri­verà il rap­porto finale con­terrà cir­co­stanze det­ta­gliate. Il par­tito sano c’è, ma è ovvio che in una città in cui pren­diamo 500mila voti e abbiamo solo 9mila iscritti, nean­che tutti veri, il modo in cui ci pre­sen­tiamo è respin­gente per­sino per gli elettori.

    State facendo lo scree­ning delle tes­sere. Lei ha par­lato anche di filiere di potere, dai cir­coli in su fino agli ammi­ni­stra­tori e ai par­la­men­tari. Finirà con l’espulsioni anche di dirigenti?
    Si vedrà alla fine. Per ora stiamo facendo le veri­fi­che che ser­vono a iso­lare i casi di dege­ne­ra­zione e a valo­riz­zare invece i casi posi­tivi. Quando finirà il com­mis­sa­ria­mento chi ha sba­gliato dovrà pagare e quei mec­ca­ni­smi non potranno più avere cit­ta­di­nanza nel Pd.

    Alcuni diri­genti romani par­lano di un clima di sospetto gene­rale sul par­tito che non faci­lita la ricostruzione.
    È una pre­oc­cu­pa­zione infon­data. Chi ha voglia di lavo­rare per rico­struire il Pd non deve avere paura, deve pre­oc­cu­parsi chi lo ha distrutto. Siamo già a buon punto sulla rico­stru­zione, in que­sti mesi c’è stata nel par­tito una rea­zione sana.

    In un’assemblea cit­ta­dina qual­che giorno fa si è par­lato di «immo­bi­li­smo con­se­guenza del com­mis­sa­ria­mento», a pro­po­sito del Pd romano. E anche di qaul­che eccesso di «iden­ti­fi­ca­zione fra Mafia Capi­tale e Pd».
    In una bella ini­zia­tiva il pro­cu­ra­tore Michele Pre­sti­pino ci ha spie­gato che quando si parla di mafia il nega­zio­ni­smo è grave ma il ridu­zio­ni­smo rischia di fare ancora più danni. Non dob­biamo avere timore a ammet­tere che se la mafia esi­ste è anche per­ché il Pd ha fatto troppo poco. Oggi dob­biamo essere ’Anti­ma­fia Capi­tale’. Che il com­mis­sa­ria­mento pro­duca immo­bi­li­smo a me non pare: si può sem­pre fare di più, ma in mesi com­pli­cati abbiamo aiu­tato il rilan­cio dell’azione ammi­ni­stra­tiva e, quanto al Pd, stiamo lavo­rando per arri­vare ad aprile, quando aprirà il tes­se­ra­mento, pronti a pre­sen­tarci alla città con un modello orga­niz­za­tivo nuovo, tra­spa­rente e rige­ne­rato. Que­sta sfida la vin­ciamo solo se se saremo invasi dagli elet­tori. Garan­ti­sco che tro­ve­ranno un par­tito acco­gliente, con regole chiare, in cui sarà impos­si­bile ripe­tere il passato.

    Il malu­more del Pd con­tro il sin­daco, che prima del com­mis­sa­ria­mento era evi­den­tis­simo, oggi si è volatilizzato?
    Veri­fico una grande voglia di dare una mano al sin­daco nei nostri cir­coli e tra la gente. Il lavoro che sta facendo, data l’eredità rice­vuta, è dif­fi­ci­lis­simo. Ma c’è la con­sa­pe­vo­lezza che va aiutato.

    Marino ha detto che vuole restare sin­daco fino al 2023.
    Un ciclo di governo ammi­ni­stra­tivo ragio­ne­vol­mente dura due man­dati. Così abbiamo cam­biato Roma, con espe­rienze di cui siamo orgogliosi.

    Invece quando fini­sce il com­mis­sa­ria­mento del Pd romano? C’è chi chiede un congresso.
    Chi chiede il com­mis­sa­ria­mento non ha capito la gra­vità della situa­zione. Se lo faces­simo ora, lo faremmo fra i 9mila iscritti meno i falsi, cioè tra noi. Ma noi non bastiamo a rico­struire il Pd, dob­biamo diven­tare una comu­nità più larga. L’obiettivo è chiu­dere il com­mis­sa­ria­mento prima dell’inizio del Giu­bi­leo, l’8 dicem­bre. Chi chiede il con­gresso dia una mano a fare presto.

    L’8 dicem­bre è il com­pleanno del Pd di Renzi. Nel par­tito di Roma è in corso una nor­ma­liz­za­zione renziana?
    Asso­lu­ta­mente no. Se inter­pre­tassi il com­mis­sa­ria­mento come il ten­ta­tivo di costruire un equi­li­brio diverso da quello di prima sarebbe un fal­li­mento. Dob­biamo costruire un gruppo diri­gente nuovo, coeso e auto­re­vole che sra­di­chi i mec­ca­ni­smi di dege­ne­ra­zione cor­ren­ti­zia. Ci sarà certo il plu­ra­li­smo, ma quello delle idee, non di bloc­chi di potere.

    Fini­ranno fuori tutti i vec­chi dirigenti?
    Non lo decido io. Lo deci­de­ranno gli iscritti. A quell’appuntamento arri­ve­ranno più forti quelli che inter­pre­te­ranno que­sta fase con spi­rito di rico­stru­zione. E più deboli quelli che pro­ve­ranno a ripe­tere i mec­ca­ni­smi del passato.

    1. Men­tre noi era­vamo presi dalla guer­ri­glia interna nella nostra città la mala­vita attecchiva.

      Questa è la più grande coglionata, offensiva per i cittadinionesti, che Orfini e il PD potessero dire, sull scia dell’sppartamento a miainaputa di Scajola..
      Il furbino vuol farci credere che la malavita prosperava perchè, intanto, il PD si dedicava ad altro, immagino a diatribe sulla beneficenza e il sesso degli angeli..
      No, la guerriglia cui fa riferimento era, ed è, parte essenziale della malavita, come dimostrano i nomi e gli affari dei coinvolti, cooperative comprese.
      E l’intreccio affari/politici/amministratori e malavita non lo si può battere girandosi dall’altra parte, o inventando scuse puerili.
      In questo modo, il risultato che si ottiene,ammesso che prima se ne fosse fuori (cosa di cui dubito) è esattamente quello di entrare nel meccanismo malavitoso non per distruggerl,o ma per ripulirlo appena e riutilizzarlo.

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