All’ombra del Cupolone

Messa? Sì, grazie. Non è un Paese per atei

Sono centinaia le segnalazioni dell’associazione Uaar di intrusioni e sconfinamenti confessionali nella vita degli italiani: funzioni in orario di lavoro, celebrazioni obbligatorie per i militari e il “bollino di buon cattolico” in caso di affidamento e adozioni. E nella scuola, laica sulla carta, nessuna alternativa all’ora di religione.

da espresso.repubblica.it (16 febbraio 2015) – di Michele Sasso

Messa? Sì, grazie. Non è un Paese per atei </p><br /><br /><br />
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Sono piccoli gesti quotidiani, interferenze nella vita delle persone che passano quasi per scontate: la messa in orario di lavoro per società pubbliche e imprese private, cerimonie e picchetti obbligatori per gli uomini e le donne delle forze armate, la celebrazione annuale della municipalizzata capitolina Ama della Madonna della strada, “patrona presso Dio dei netturbini romani”.

Un lungo elenco di intrusioni che non risparmiano neppure i viaggi: sui voli charter con destinazioni sensibili come Fatima e Lourdes gli equipaggi sono costretti dalle comitive di pellegrini presenti a bordo a sorbirsi  preghiere ad alta quota.

Anche fare il volontario non è esente da interferenze confessionali, se decidi di dedicare il tuo tempo in associazioni come l’Avis. Sconfinamenti che, a volte, possono prendere la forma di domande imbarazzanti: gli assistenti sociali incaricati dell’affido chiedono ad una coppia il battesimo obbligatorio per la bambina.

Sono centinaia le segnalazioni arrivate allo sportello laicità dell’Uaar , l’unione degli atei e degli agnostici razionalisti.

Attacchi alla laicità sono all’ordine del giorno anche dove dovrebbe essere un valore condiviso: nelle scuole.

Lo scontro è aperto tra il cardinale Angelo Bagnasco e l’ufficio della presidenza del Consiglio antidiscriminazioni razziali, che la scorsa primavera ha diffuso tre libretti per “Educare alla diversità” con le linee-guida per combattere l’omofobia in classe. Apriti cielo. Bagnasco ha attaccatto a testa bassa: «Quei libretti instillano concetti contro la famiglia e la fede religiosa».

Concetto ribadito anche nell’ultimo consiglio della Cei, la Comunità episcopale italiana, l’assemblea permanente dei vescovi che decide i rapporti da tenere con lo Stato italiano.

Così mentre i vescovi continuano a pensare che l’educazione sia una cosa loro, tra i banchi l’assenza di alternative a l’ora di religione è la normalità. Chi si oppone, in nome della libertà di insegnamento, della libertà religiosa, della laicità dello Stato e toglie il crocefisso in aula, viene punito .

Da Bolzano a Palermo si celebrano senza problemi messe durante l’orario scolastico, benedizioni Urbi et Orbi e feste di fine anno organizzate tra le mura dell’oratorio. A nessuna latitudine si è al riparo: a Bologna il prete di una parrocchia ha avuto l’ok dal consiglio scolastico per entrare nell’istituto comprensivo Venti e benedire studenti, insegnanti e genitori prima delle prossime vacanze pasquali.

NESSUNA ALTERNATIVA ALL’ORA DI RELIGIONE

La scelta di non frequentare durante l’ora settimanale di religione non dovrebbe essere un problema, e neppure essere discriminante per chi decide di fare altro. Sono parole ripetute in leggi, sentenze della Corte costituzionale, circolari ministeriali, ma rimaste inapplicate. Negli istituti con il simbolo della Repubblica il diritto all’ora alternativa è spesso negato, o soggetto a limitazioni arbitrarie, con disagi per le famiglie e gli studenti.

Significativo il racconto di una madre con il proprio figlio iscritto in una scuola elementare del Ravennate: «Dall’inizio dell’anno ad oggi hanno fatto l’ora alternativa una sola volta. Troppo spesso l’insegnante che doveva seguirli è stata chiamata a fare supplenze e loro sono rimasti in classe a fare dei disegni, in fondo all’aula».

Le testimonianze dei genitori per la cosiddetta “ora alternativa”, che per legge dovrebbe avere pari dignità, è un cahier de doleance. «Ho deciso di non farne una battaglia, per non mettere in mezzo mia figlia – racconta una mamma – ma so per certo che l’ora alternativa non viene quasi mai rispettata. Certo, è stato molto peggio alla materna, quando mi accorsi che nonostante avessi chiesto l’esonero la bimba rimaneva a fare religione. Me ne sono accorta quando ho visto i disegni di madonnine con il bambinello e, sopra, Dio in aereo. Protestai, ma non abbastanza, consapevole di rinunciare a un mio diritto».

Tante storie fotocopia, come racconta Massimo, un padre di Ragusa: «Ho dovuto minacciare un’azione legale alla preside per fare in modo che mio figlio non fosse parcheggiato in una “classe parallela” e gli fosse garantita un’attività. I motivi del rifiuto erano imbarazzanti: non ci sono soldi e i pochi che abbiamo sono destinati al sostegno per i ragazzi disabili. Mi sembrò una cosa meschina. La preside stava cercando di addebitare a me la responsabilità di mettere a repentaglio altri servizi indispensabili e solo con le spalle al muro trovò una soluzione».
Tanti genitori, sfiniti da questa situazione, per evitare problemi decidono di iscrivere i propri figli a l’ora di dottrina cattolica pagata dallo Stato.

SE VUOI ADOTTARE MEGLIO PRATICANTE

Anche per le delicate pratiche di adozione e affido il terreno è minato: nel colloquio con gli assistenti sociali viene chiesto espressamente come requisito necessario (anche se a livello informale) una solida educazione religiosa. Come è successo a una coppia alle prese con la possibilità di affido di una bambina: «Gli assistenti sociali hanno posto come condizione, per espresso desiderio della madre che l’ha abbandonata, l’impegno a battezzarla. Anche se il servizio dell’affido è laico, il gesto è stato valutato positivamente, perché ritengono che la bambina ne possa trarre giovamento dato che anche i quattro fratelli sono stati battezzati dalle nuove famiglie. Ci siamo rifiutati categoricamente: non possiamo iniziare un rapporto con una persona che ha bisogno di affetto, stabilità e sicurezza, con una menzogna colossale».

È assurdo che per aiutare una minorenne ad uscire da una situazione disastrata lo Stato italiano ponga come condizione che due persone, considerate idonee a gestire situazioni difficili quale è un affido, debbano snaturarsi e sottostare ad una condizione di questo genere.

VIETATO ESSERE ATEO E MILITARE

Le lettere dei militari e appartenenti alle forze armate raccontato come gli ufficiali non siano gentiluomini sul terreno delle libertà personali. «Oggi il capitano che comanda la mia compagnia ha affisso in bacheca un documento con la lista dei nominativi che dovranno partecipare alla messa natalizia tra cui compare il mio nome», scrive un militare anonimo. «Io sono ateo e non me la sento di assistere a una funzione religiosa perché ritengo che non si possa agire sulla coscienza delle persone, soprattutto su decisioni che appartengono alla sfera spirituale, ma la lettera è firmata in calce e ha valore di comando che non posso non eseguire».

Tutti i militari sono sottoposti a dosi massicce di messe, picchetti e rappresentanze in funzioni civili e religiose. Il motto “Dio, patria e famiglia” sotto le armi è considerato inappellabile. «Anni di scuole e cerimonie mi hanno mostrato le indigeribili ingerenze legalmente contemplate che la religione cattolica nelle sue svariate forme istituzionali sfoggia all’interno delle istituzioni, proprio quelle Repubblicane che io difendo», racconta un ufficiale di carriera. «La mia prima reazione, per quanto fermamente “non credente”, fu di comprensione che presto mutò in rancore quando il mio desiderio pur fermo di non partecipare alle cerimonie fu autoritariamente osteggiato e ignorato. E al primo accenno di lamentela, quando ho fatto notare che sulla mia scheda personale era scritto sotto la voce “religione” la parola “ateo”, la risposta era sempre la stessa: “È un ordine”».

LA MADONNA DEI NETTURBINI

Dalle caserme alla società a controllo statale o comunale il copione non cambia. Ecco il caso dell’Enav, la società del ministero dell’Economia incaricata della gestione del traffico aereo civile in Italia, un colosso con oltre quattromila dipendenti.

«In Enav in ogni periodo festivo c’è l’abitudine di organizzare funzioni religiose nella sala conferenze dove, col benestare della direzione, si riunisce buona parte del personale per assistere alle funzioni con conseguente perdita di ore lavorative e senza nessun obbligo di recupero. Fatto salvo il naturale diritto di credere in ciò che più si ritiene adatto da parte di ogni lavoratore, un’abitudine può essere considerata un’attività lecita e liberamente praticabile dalla direzione? È legittimo che in un ente che svolge servizio pubblico vengano organizzate tali cerimonie?», si chiede sconsolato questo anonimo dipendente.

Anche per la municipalizzata Ama, la società capitolina che si occupa di igiene urbana, al centro dello scandalo di Mafia Capitale, la linea da seguire è dettata da Oltretevere più che dal Comune.

Basta leggere questo documento, un atto d’amore per la fede cattolica: «Quello tra gli operatori Ama e la Madonna della strada è un rapporto di straordinaria devozione, consolidato progressivamente nel corso del Novecento e rimasto intenso fino ai nostri giorni. Un sentimento che ha trovato un suggello ufficiale nel 2003, quando con il decreto emesso dalla Congregazione per il Culto Divino veniva concesso di celebrare e venerare la Beata Vergine Maria con il titolo Madonna della strada, “patrona presso Dio dei netturbini romani”».

E anche la visita annuale di Papa Giovanni Paolo II alla statua di Maria (nello stabilimento aziendale di Rocca Cencia) e al presepe dei netturbini sotto Natale per ventiquattro anni di fila diventa la normalità. Da posto di lavoro a luogo di culto.

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7 comments

  1. Via il crocifisso dalle aule: professore sospeso per un mese senza stipendio
    La decisione dell’Usr umbro. Franco Coppoli: «Una battaglia di civiltà per i diritti e la laicità della scuola pubblica». I Cobas: «Provvedimento da inquisizione»

    Un mese senza entrare in classe. E senza stipendio. È questa la sanzione inflitta dall’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria al professor Franco Coppoli, reo di aver tolto i crocifissi dalle aule dell’Istituto per geometri Sangallo di Terni, in cui insegna. E non è la prima volta: già nel 2009 il docente di Italiano e Storia era stato «sollevato dal servizio» per trenta giorni, per aver rivendicato «la libertà di non fare lezione sotto un simbolo di una specifica confessione religiosa». Nel nome della libertà di insegnamento, della libertà religiosa e della laicità dello Stato, anche allora Coppoli aveva compiuto il gesto di togliere il crocifisso dalla parete dietro la cattedra, all’istituto Casagrande, sempre a Terni. Ne erano nate discussioni con il preside, un braccio di ferro finito a parole grosse. E con il prof denunciato per «insubordinazione» al Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione. Ma anche un’altra volta il prof era stato punito: dodici giorni a casa, per essersi opposto all’ingresso in aula dei cani antidroga, nel corso di un’operazione di polizia («Non c’era un mandato del giudice, mi sono rifiutato di interrompere l’attività didattica, per un’azione di repressione senza legittimazione della magistratura», ha dichiarato Coppoli in quell’occasione).

    Inquisizione
    Ora la nuova condanna, dopo il procedimento disciplinare e sei ore passate a difendersi davanti ai funzionari dell’Ufficio scolastico regionale. La sospensione scatterà dall’8 aprile al 7 maggio. Un «pesante provvedimento di stampo inquisitoriale» – sostengono i Cobas della scuola, vicini alla battaglia del professore al quale hanno espresso solidarietà -, «frutto di un atteggiamento intimidatorio e discriminatorio» da parte dell’Usr dell’Umbria. Ma soprattutto un provvedimento dalla motivazione inconsistente: «L’Ufficio scrive che avrei tenuto un comportamento che costituisce “una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve essere improntata l’azione e la condotta di un docente”» – dice Coppoli. «Lo stesso gesto compiuto a dicembre, a Trieste, da un collega, il prof Davide Zotti, ha portato a un provvedimento più leggero (una semplice censura, ndr), supportato da quattro pagine di motivazioni». Sulla base dell’inconsistenza della decisione, che non chiarisce quali siano le violazioni commesse, il professore presenterà ricorso. È abituato d’altronde alle carte bollate: anche la precedente vicenda, che lui definisce «una battaglia civile di lungo corso», prosegue. A breve è attesa sulla vicenda la pronuncia della Cassazione.

    «Libertà e tolleranza»
    Coppoli invoca i principi di libertà, tolleranza, inclusività. Sulle accuse di contorno (dal danneggiamento della parete alla violenza), assicura: «Nessuna violenza. La violenza è da parte di chi impone simboli religiosi, non da parte di chi lotta per una scuola libera». «È squallido – dice il docente – che si voglia spostare il dibattito dal tema dei diritti civili per cui mi batto agli intonaci delle pareti. Non ho danneggiato nulla, anzi. Semmai ho sistemato il buco che era stato fatto per attaccare a tre metri di altezza il crocefisso». E ultimamente, anche per evitare di aggravare la sua posizione, ha coperto il simbolo della cristianità con un’immagine raffigurante la Costituzione italiana. «Rimuovendo il crocefisso dall’aula non violo nessuna norma né primaria né secondaria», sostiene. E parla di una «macchina del fango», che si sarebbe messa in moto, «per mettere il silenziatore a vertenze in corso con la dirigenza sui diritti degli insegnanti».

    Senza simboli
    «Nel nostro Paese – si legge in una nota dei Cobas – nel 2015 è ancora vietato rivendicare la separazione tra Stato e Chiesa e chiedere spazi educativi inclusivi senza simboli religiosi. Continua la crociata integralista, discriminatoria e diseducativa, di quelli che pretendono di imporre la connotazione religiosa delle aule scolastiche della scuola pubblica, nonostante non esista alcuna legge o regolamento che impongano la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole superiori».

    http://www.corriere.it/scuola/secondaria/15_aprile_02/terni-prof-sospeso-crocifisso-8e1202ae-d930-11e4-938a-fa7ea509cbb1.shtml

  2. Avendo abbastanza fede per affrontare lo sbattimento necessario a sbattezzarsi, si può fare. E’ come cancellarsi da Facebook illudendosi di non essere più un profilo attivo nel database.
    Ognuno crede (o non crede) in quel che può.

    1. da non credente, quella dello sbattezzo mi sembra un po’ una fissa.
      i tuoi genitori ti hanno battezzato? pace e amen (appunto), mica ti hanno contaminato….
      io ho preferito lavorare all’origine, mio figlio non l’ho battezzato, sceglierà lui quando sarà in grado di capire cosa vuol dire “dio”. Anche se in un paese piccolo come il mio qualche problemino potrebbe averlo.

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