Qualche consiglio per Maurizio

Segnalato da barbarasiberiana

COME DEVE FARE LANDINI PER RAPPRESENTARCI TUTTI

Di Emanuele Ferragina – left.it, 13/04/2015

È presto per capire quali siano le reali possibilità di successo della coalizione sociale lanciata da Maurizio Landini. Tuttavia è interessante che si proponga di costruire una “nuova” forza sociale senza la pretesa di parlare di partiti politici. In quest’articolo voglio soffermarmi su quali possano essere gli ingredienti vincenti in un progetto così ambizioso, mettendo in relazione l’idea di maggioranza invisibile (che ho recentemente proposto con Alessandro Arrigoni in La maggioranza invisibile, Rizzoli) e la coalizione sociale.

Il primo punto per capire quanta strada possa fare la coalizione sociale è meramente politico

Rompere con il sindacato fordista e inattuale rappresentato da Susanna Camusso, con il Pd asservito alle politiche di austerità, e con i partitini che ancora popolano la “galassia sinistra” del Paese, è un passo ineludibile per permettere alla maggioranza invisibile di essere rappresentata nel campo politico e sociale: solo quando si riuscirà a superare una visione sconfitta, settaria e residuale della sinistra, si potrà compiere l’impresa titanica di ragionare secondo schemi nuovi, avvicinando i soggetti che la compongono.

Secondo. Perché l’idea di coalizione sociale prenda piede, serve ricreare “un contesto narrativo” in cui le varie componenti della maggioranza invisibile (descritte da Alessandro Arrigoni nelle pagine precedenti) possano ritrovarsi e riconoscersi. È ironico che sia proprio Landini a proporre questo passaggio, vista la sua lunga militanza sindacale e il suo genuino lavorismo. Ma, forse, proprio questo paradosso può aiutarci a comprendere il lungo percorso di gestazione che la maggioranza invisibile dovrà intraprendere per diventare una forza politica capace di cambiare il Paese. La maggioranza invisibile, così come tutte le classi sociali in via di definizione, è un’araba fenice. Dalle ceneri degli artigiani sconfitti dall’avvento della rivoluzione industriale nacque e si sviluppò l’idea di working class, qualche decennio più tardi, dagli atelier di Sheffield alle fabbriche di Birmingham e Manchester. Oggi come allora, dalle ceneri della classe operaia italiana in via di estinzione, potrebbe prendere piede un movimento nuovo capace di andare oltre le basi sociali e politiche della vecchia sinistra.

Terzo. Comprendere le ragioni che stanno alla base del suo silenzio

Per azionare la coalizione sociale bisognerà comprendere le ragioni che stanno alla base del suo silenzio e della sua relazione problematica con le vecchie strutture della rappresentanza politica e sindacale. I fattori esterni provengono dalla grande trasformazione che ha coinvolto tutto il mondo occidentale, dal neoliberismo selettivo alla creazione di un’Europa senza solidarietà sociale, dall’assenza di un welfare universale al requiem della socialdemocrazia. Tuttavia, gli ostacoli peggiori che si parano di fronte alla coalizione sociale, che moltiplicano la capacità di veto di super-garantiti e neoliberisti, sono interni alla maggioranza invisibile stessa e la rendono cieca: la mancanza di fiducia nelle proprie capacità, causata da anni di discriminazioni e fallimenti; e una conseguente visione dello Stato, considerato come un’astrazione o come una macchina incomprensibile al servizio dei più potenti.

A causa di questi fattori, la maggioranza invisibile è sottorappresentata nello spazio sociale e di conseguenza stenta a organizzarsi. Nonostante ciò, la Storia ci insegna che la presenza in simili spazi può essere costruita nel tempo. Ed è proprio questo sentimento che dovrebbe animare chiunque voglia ricostruire una nuova coalizione sociale. Possiamo dimenticare i Levellers britannici, il biennio rosso, lo Statuto dei lavoratori, i tanti movimenti popolari che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese, dai Fasci siciliani all’occupazione delle terre e delle fabbriche.

Possiamo relegare questi eventi in vecchi libri nascosti su scaffali senza nome, abbandonarli in preda alla polvere, destinarli all’oblio delle cantine senza posarvi lo sguardo sopra per anni e anni. Possiamo scordare simili eventi del passato, ma arriva sempre il momento in cui tornano attuali: quando le contraddizioni della società giungono a maturare, servono da esempio per una nuova azione sociale e politica.

Ci sono elementi, che vanno ben al di là della buona volontà di Landini. Consci della Storia e degli ostacoli che ci si parano davanti, dobbiamo ribaltare il tavolo della discussione. Ci sono elementi, che vanno ben al di là della buona volontà di Landini, che mi portano a confidare nella possibilità di reazione della maggioranza invisibile: la strutturazione del campo sociale, con la crescita numerica della stessa maggioranza invisibile rispetto a neoliberisti e super-garantiti; e l’impoverimento progressivo dell’elettore mediano.

È una situazione inedita, in cui quest’elettore, decisivo, era parte della middle class, con la sua visione del mondo moderata e un reddito sufficiente a garantire uno standard di vita confortevole. Oggi non è più così. L’elettore mediano/moderato è sempre meno middle class e sempre più parte della maggioranza invisibile, danneggiato dall’assenza di politiche sociali universali. Anch’egli dovrebbe quindi, nel lungo periodo (con la progressiva erosione del suo livello di risparmio), volgersi verso la richiesta di una più equa distribuzione della ricchezza.

Dobbiamo lasciarci alle spalle il lavorismo, e con esso una narrazione negativa e residuale della maggioranza invisibile

Da questo punto di vista, azionare una nuova coalizione sociale significa lavorare dall’interno: la severità dei fattori esterni è stata troppo spesso usata come alibi per non guardarsi dentro, in definitiva per non agire. Sono invece soprattutto i fattori interni a provocare la cecità della maggioranza invisibile. Per analizzarli correttamente, bisogna distaccarsi dal dogma lavorista della vecchia sinistra che ci impedisce di vedere come le caratteristiche della maggioranza invisibile siano radicalmente diverse da quelle della working class fordista. Il dogma lavorista è una zavorra, che tiene ancorata la riflessione sulle riforme sociali a un mondo che non esiste più: la grande trasformazione ha fatto saltare il banco, mandando in soffitta, nei Paesi occidentali, l’organizzazione produttiva fordista e, con essa, la società di massa industriale.

Oggi attaccarsi a quel mondo è funzionale solo a difendere i privilegi dei supergarantiti, a trasformare partiti e organizzazioni sociali “di sinistra” in agenti della conservazione. Per questa ragione, dobbiamo lasciarci alle spalle il lavorismo, e con esso una narrazione negativa e residuale della maggioranza invisibile – ovvero la sua esistenza come semplice riflesso delle trasformazioni sociali – per abbracciare e diffondere, invece, una visione positiva e attiva del suo emergere, del suo essere corpo sociale in potenza. È questa la grande sfida che si para davanti alla coalizione sociale. Se avremmo intelligenza, cuore e polmoni per correre in una nuova direzione, distaccandoci dalla zavorra del passato, il futuro forse, non è poi così cupo.

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90 comments

  1. (Mi irrita questo articolo, ogni volta che lo rivedo)

    “A paperless world”.

    Tra le tante speranze e promesse di quella che si chiamava “meccanizzazione” e oggi “digitalizzazione” c’era quella di un mondo “senza carta”. La carta era ormai in via di estinzione dagli uffici. Solo documenti digitali. In realtà, con l’avvento delle stampanti negli uffici e la scomparsa delle macchine da scrivere di sicuro quello che è aumentato in maniera esponenziale è stato proprio il consumo di carta. “Se vuoi te ne stampo una copia”, “No, fammene due, non si sa mai”, “C’è un’ errore e non mi piace l’impaginazione”, “Nessun problema, modifico e ristampo” e così via, in un’orgia di cestini e distruggi-documenti insaziabili. Un’ ottima rappresentazione della qualità del dibattito politico. “La tua dichiarazione?”, “Era quella di ieri, oggi ne presento un’ altra”, “Ma non sarai in contraddizione?”, “Cosa vuoi che sia, nessuno se ne ricorda e aspettano sempre quella di domani”. Un mondo pieno di idee ed allo stesso tempo un mondo “senza idee”. Ho assistito ieri sera (14/4) a “Di Martedì” e mi colpisce come, ogni volta, con qualche trascurabile eccezione, non si risponda mai, in modo chiaro e diretto, alle domande. Qualsiasi persona dotata di normale intelligenza e una normale dose di pazienza dopo due minuti dovrebbe chiudere il televisore ed urlare “cretini!”. Urla scomposte, mancanza assoluta di fili logici, assoluto disprezzo e noncuranza per il pubblico. Contano i risolini, gli sguardi di scherno verso l’interlocutore mentre parla (ed il cameraman riprende implacabilmente per soddisfare il “guardone” in cui ci tramutiamo ogni volta che assistiamo a questi spettacoli senza dignità). Come per il consumo di carta, anche per le idee, è avvenuto lo stesso processo. La carta non ha più valore poichè non rappresenta più la “fatica” di chi aveva prodotto il documento (a meno di voler paragonare il “cancellino” al correttore ortografico o al cut/copy/paste/find/replace) lo stesso vale per le idee. Non c’è più “fatica” dietro una discussione. (Ricordate il mio mitico professore di matematica? “Vai fuori!”, “Ma, professore non ho fatto niente!”, “Appunto, tu non soffri, non stai seguendo.”.Altro che superare il lavorismo! Qui è scomparsa la “fatica”. E badate bene, non è scomparsa la fatica dal mondo del lavoro, dai campi, dalle fabbriche, dai magazzini generali di Amazon, dai Call Center, no, la fatica è scomparsa dal mondo delle idee. Quella fatica che operai e braccianti riconoscevano allo studente anche se non era fisica. Quello che ci rendeva in qualche modo lavoratori, con la schiena dolorante non per aver alzato gabbiette e sacchi, raccolto patate o lavorato ad una catena di montaggio ma per essere stati piegati alla scrivania per ore ed ore, giorno dopo giorno. La “fatica” ci fa riconoscere che quello che stiamo facendo ha un “valore” è per questo che continuo ad essere dalla parte di chi la schiena se la spezza per davvero. Perchè un pò, ma giusto un poco, qualche dolore l’ho provato (e lo provo) anch’io ed immagino che, loro, i “faticatori” la stanchezza vera la sentono ogni sera senza poter dire “domani basta!” e questo mi dà la forza di non dire “basta!” e di poter dire qualche volta di essere stanco, ma solo un pò.

    1. Ti capisco Anto’
      E come te biasimo coloro che sognano un mondo senza carta.
      La loro scarsa lungimiranza e la loro ottusità gli si ritorcerà contro un giorno, seduti sulla tazza del cesso, con in mano solo un tablet

    2. qualcuno in qualche uébb già da tempo è impegnato a riscrivere la storia, a revisionarla… e la formattazione dell’hard-disk è meno impegnativa e più economica. (non occorre acquistare fiammiferi)

        1. Digital information lasts forever – or five years, whichever comes first.
          (Jeff Rothenberg)

          Vale anche per la percezione, la memoria… e già non ricordo più cos’altro.

          1. uè Ciarli! Altri 2-3 giorni e mi sarei dimenticato di te…… in quale uébb bazzichi quando non sei qui ?

    3. Caro Antonio , vorrei sbagliarmi ma il “valore della fatica” come lo chiami tu , penso sia finito con la nostra generazioni.Certo , le eccezioni ci sono sempre ma la vedo poco anche nei miei figli che pure ho cercato di educare in una certa maniera.

    4. Antonio di fatica ce n’e’ ancora tamta in Italia, non disperare. Ieri la mamma di un compagno di scuola di mia figlia, mi faceva vedere le mani macchiate dal pelar patate. Ci sono anche tante persone che vorrebbero “faticare”, come dicevano le mie zie, ma purtroppo non hanno lavoro..

        1. Loso. E’ che vorrei che riuscissimo a parlare anche di questa parte del paese invisibile. Io vivo in un mondo piccolo, ma che ancora ce la fa, nonostante si sia risentito parecchio della crisi economica. Poi vado alla scuola di mia figlia e la realta’, nella sua crudezza mi si rivela. Ed io vivo in una zona del paese considerata ricca.

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