Milano, Italia

di crvenazvezda76

La giornata dell’inaugurazione di Expo sarà ricordata per il pomeriggio di tensione, almeno sul fronte del No.

Tutte le critiche si concentrano sui circa duecento incappucciati che hanno provocato gli incidenti: “Il solito copione. Per colpa di pochi facinorosi, le ragioni di chi voleva manifestare in modo pacifico il proprio dissenso passano in secondo piano”.

Ma siamo sicuri che sia proprio così? Sicuri che la protesta della maggioranza dei manifestanti passi in secondo piano solo per colpa del fantomatico blocco nero? Forse no. Forse le ragioni dell’inefficacia del fronte No Expo sono più profonde e vanno ricercate nel percorso che ha portato alla giornata del 1° maggio.

Che cos’è Expo Milano 2015 e quali sono i motivi per cui legittimamente si voleva e si doveva manifestare?

Expo 2015 avrebbe dovuto essere (e, per chi lo sponsorizza, lo è ancora) la miglior leva per risollevare l’economia di Milano e dell’intero sistema Italia, oltre a portare alla ribalta il tema dell’alimentazione e dell’energia per il pianeta.

Per chi osteggia(va) quest’evento, d’altro canto, Expo sarebbe (stato) strumento di speculazione, corruzione, guadagno facile a favore dei soliti noti.

A oggi, ad aver ragione sono i secondi. Expo ha fatto parlare di sé più per le mazzette, i ritardi, la gestione allegra delle gare, il lavoro gratuito e precario, la solita lievitazione dei costi, i prezzi di biglietti e servizi interni tutt’altro che accessibili a tutti, l’incertezza sulla futura destinazione d’uso del sito, la presenza di sponsor tutt’altro che “sostenibili” (McDonald’s, Enel ed Eni, San Pellegrino, Coca Cola, Eataly, e altri che non sto a elencare), etc. E non sono le sensazioni dei soliti gufi, ma dati di fatto spesso trascritti in atti giudiziari.

Quindi le argomentazioni ai No Expo non mancavano di certo, eppure la mobilitazione attorno a questi temi è stata piuttosto deludente, a prescindere dagli incidenti.

Chi conosce Milano sa che il pomeriggio del 1° maggio è da anni dedicato alla MayDay Parade, sfilata dell’area radicale e antagonista dedicata ai temi più caldi e sentiti, dalla precarizzazione del lavoro ai beni comuni, al diritto alla casa, all’accoglienza, etc. Bene, la manifestazione dell’altroieri non era più partecipata di quanto lo sia stata lo scorso anno o gli anni precedenti. Venti, forse venticinquemila persone. Tutto nella norma, eccezion fatta per gli incidenti. Normale? Direi di no. Anzi, sintomo che movimenti e area politica antagonista e radicale non godono di buona salute.

Faccio un parallelo con Genova 2001, l’unico che, secondo me, val la pena di fare (una chicca: come Expo, anche quel G8, nei proclami dei grandi, avrebbe dovuto avere come tema centrale il problema della povertà nel modo…).

Grazie al Genoa Social Forum, nel quale confluirono tutte le realtà che nel G8 (con tutto ciò che rappresenta) vedevano non la soluzione, ma la causa di buona parte dei mali della società, quel movimento ebbe la forza di portare a Genova centinaia di migliaia di persone da tutto il mondo, di ogni età, di diversa cultura politica. Per tre giorni Genova fu davvero il centro del mondo, capitale di quel vasto movimento che credeva possibile un altro mondo. Tre giorni, duri e violenti (in confronto, il pomeriggio di Milano sembrava una scaramuccia da oratorio…), ma con una partecipazione che non si vedeva da anni e che ancora sembra un miraggio.

Bene, quel movimento era frutto di un percorso partecipativo e di coinvolgimento lunghissimo, nel quale decine di anime confluirono con l’unico scopo di far sentire la loro voce fuori dal coro agli otto grandi rinchiusi a Palazzo Ducale.

Con Expo invece no. Non si è avuto un risultato nemmeno paragonabile a quello di Genova 2001, eppure la situazione politica ed economica non è certo migliore di allora. La società non mi sembra né più equa né più giusta rispetto a quindici anni fa; le differenze e le sperequazioni a livello mondiale non solo non si sono assottigliate, ma crescono di giorno in giorno.

Expo riassume tutte queste contraddizioni, ne è l’emblema: un luna park per ricchi, una fiera di paese, solo molto più grande, impattante, costosa. La vetrina di un sistema ingiusto che vorrebbe presentarsi come la soluzione a tutti i mali del mondo.

Ma su Expo non ho visto né l’attività di preparazione né lo sforzo fatto per Genova. Non è mai nata una vera piattaforma che vedesse tutte le anime No Expo cercare una sintesi e un coinvolgimento delle tante istanze, giuste e legittime, che criticano questo modello di sviluppo, che crea povertà e non dà futuro.

Il risultato lo vediamo in questi giorni. Una manifestazione giovedì scarsamente partecipata, forse un migliaio di studenti; una MayDay non troppo diversa dagli anni precedenti, che invece avrebbe dovuto essere l’apice della protesta. Azioni sparse ieri, molto colorate e carine, ma prive di qualsiasi peso politico.

Non credo che fossero questi il desiderio e l’aspettativa dei tantissimi contrari a Expo.

Ci sono, però, ancora sei mesi e tutto il tempo per recuperare. E far sentire la voce del movimento alla prossima occasione. Durante la cerimonia di chiusura, magari…

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75 comments

  1. La prova di forza che mima la rivolta che non c’è

    —  Marco Bascetta, Sandro Mezzadra, 4.5.2015

    Milano. Uno scontro giocato sul simbolico. E che non apre nessun spazio politico

    Non sap­piamo quali siano stati i motivi che hanno indotto la Rete No Expo a rin­viare l’assemblea pre­vi­sta per dome­nica 3 mag­gio (l’assemblea, si legge nel sito della rete, «si ricon­voca nei pros­simi giorni»). Resta il fatto che, dopo quanto avve­nuto in piazza durante la May­day, un impor­tante spa­zio di con­fronto poli­tico si è chiuso.

    E quelle che dove­vano essere le «cin­que gior­nate di Milano», pre­lu­dio a sei mesi di «alte­rexpo», sono state fago­ci­tate, non solo sui media main­stream ma anche nell’esperienza di migliaia di attivisti/e, da un paio d’ore di duri scontri.

    Il risul­tato è un certo spae­sa­mento dif­fuso, la dif­fi­coltà nel pren­dere parola e nel rilan­ciare la mobi­li­ta­zione (cosa che comun­que la Rete No Expo fa con un comunicato).

    Meno di due mesi fa, a Fran­co­forte, le cose erano andate in modo diverso. Il ten­ta­tivo di blocco dell’inaugurazione della nuova sede della Bce era stato accom­pa­gnato da azioni e com­por­ta­menti non dis­si­mili da quelli che si sono visti a Milano (pur in altre con­di­zioni, dispie­gan­dosi paral­le­la­mente a un insieme di bloc­chi appunto, e non durante il cor­teo che ha attra­ver­sato la città).

    E tut­ta­via la coa­li­zione Bloc­kupy, sot­to­po­sta a duri attac­chi da parte dei media e delle isti­tu­zioni, era stata in grado di riaf­fer­mare imme­dia­ta­mente le ragioni dell’opposizione all’austerity e della costru­zione di uno spa­zio trans­na­zio­nale di azione poli­tica con­tro il mana­ge­ment euro­peo della crisi. Le stesse ini­zia­tive «mili­tanti» assunte da gruppi esterni alla coa­li­zione ave­vano finito per illu­mi­nare quelle ragioni, o comun­que non le ave­vano oscurate.

    È quel che non è avve­nuto a Milano. A noi pare che nella pre­pa­ra­zione delle ini­zia­tive con­tro expo siano con­vis­sute due pro­spet­tive piut­to­sto diverse: da una parte quella che indi­vi­duava nella mani­fe­sta­zione espo­si­tiva un grande labo­ra­to­rio sociale, in cui veni­vano spe­ri­men­tate nuove forme di sfrut­ta­mento e di messa al lavoro della coo­pe­ra­zione sociale, in cui si for­gia­vano nuovi spazi urbani, nuove gera­chie e nuovi imma­gi­nari (e se ne rilan­cia­vano al con­tempo altri, niente affatto nuovi, come segna­lato ad esem­pio dalla cam­pa­gna con­tro «We-Women for Expo»); dall’altra quella che con­si­de­rava l’Expo come la rea­liz­za­zione para­dig­ma­tica di una «grande opera».

    Ci sem­bra evi­dente che la prima pro­spet­tiva, attorno a cui in que­sti anni sono nate impor­tanti espe­rienze di inchie­sta e sono stati messi in campo gene­rosi ten­ta­tivi di auto-organizzazione e di lotta, è risul­tata com­ple­ta­mente spiaz­zata durante la May­day: non è cioè riu­scita a imporsi come polo di aggre­ga­zione e di indi­rizzo poli­tico. A pre­va­lere è stata la seconda: assunta l’Expo come sim­bolo delle «grandi opere», il sim­bo­li­smo è dila­gato tra le fiamme e le bombe carta, con una serie di slit­ta­menti che dalle ban­che e dalle agen­zie immo­bi­liari sono giunti a inve­stire nor­mali negozi e qual­che utilitaria.

    È un punto che va riba­dito: a Milano tutto si è gio­cato sul piano del sim­bo­lico. Non v’è stata espres­sione di una rab­bia sociale dif­fusa (che pure non manca), ma azione orga­niz­zata di sog­getti che hanno scelto di attac­care i sim­boli del «potere» e del «capi­tale» per­ché con­vinti – almeno una parte signi­fi­ca­tiva di essi – che non vi sia alter­na­tiva a una poli­tica di pura distru­zione, che non vi sia alcuno spa­zio per una lotta capace di disten­dersi nel tempo, di con­so­li­dare delle con­qui­ste e di affer­mare nuovi prin­cipi di orga­niz­za­zione della vita e della coo­pe­ra­zione sociale. Dav­vero il para­gone con Fer­gu­son e Bal­ti­mora, con movi­menti di rivolta sociale che attra­ver­sano, coin­vol­gono e divi­dono intere comu­nità, è fuori luogo, a meno che non ci si voglia fis­sare esclu­si­va­mente sulle appa­renze, sulle forme e sulle imma­gini dello scontro!

    Si potrà poi dire che qual­che vetrina infranta, qual­che banca e qual­che auto­mo­bile in fiamme non sono nulla di fronte alla vio­lenza quo­ti­diana della crisi, della povertà e delle guerre, che il disor­dine e la vio­lenza che regnano nel mondo si sono pale­sati per una volta con segno rovesciato.

    Si potrà aggiun­gere che il riot mila­nese ha rovi­nato lo spet­ta­colo della città tirata a lustro per l’Expo, ha offerto un con­tro­canto alle fiamme tri­co­lori e agli orri­bili pen­nac­chi dei cara­bi­nieri in tenuta di gala, alle penose reto­ri­che del «futuro che comin­cia adesso» e dell’«aspirazione di rimet­tersi all’onor del mondo». A noi sem­brano, nel migliore dei casi, magre con­so­la­zioni: nelle strade di Milano, il primo di mag­gio, abbiamo visto piut­to­sto l’immagine della nostra impo­tenza, della nostra inca­pa­cità di met­tere in campo forme effi­caci di azione poli­tica orien­tata alla destrut­tu­ra­zione dei rap­porti di sfrut­ta­mento e alla tra­sfor­ma­zione radi­cale dell’esistente.

    Abbiamo sem­pre pen­sato che l’esercizio della forza da parte dei movi­menti debba essere com­mi­su­rato prima di tutto a un prin­ci­pio: quello degli spazi poli­tici che è in grado di aprire, dell’effettivo avan­za­mento del ter­reno di scon­tro che deter­mina, delle con­qui­ste e delle media­zioni che garan­ti­sce e con­so­lida. Dif­fi­cil­mente que­sto prin­ci­pio può essere appli­cato a quanto abbiamo visto a Milano: il sim­bo­li­smo dello scon­tro è stato esa­spe­rato fino ad assu­mere forme iper­bo­li­che, secondo una logica della messa in scena e della rap­pre­sen­ta­zione (mai troppo lon­tana dall’aborrita rap­pre­sen­tanza) di una rivolta che con­ti­nua a non mani­fe­starsi nella quotidianità.

    Ripen­sare forme con­flit­tuali espan­sive e con­di­vi­si­bili, radi­carle nei rap­porti e nelle lotte sociali in modi capaci di mol­ti­pli­care la par­te­ci­pa­zione, il con­senso e il «con­ta­gio» torna a essere un pro­blema poli­tico fondamentale.

    Non auspi­chiamo certo piazze e mani­fe­sta­zioni paci­fi­cate (del resto, la «nuova etica» della poli­zia cele­brata dai media, si è estinta nel giro di due giorni spac­cando le teste senza casco nero di chi fischiava Renzi a Bolo­gna): si tratta piut­to­sto di costruire col­let­ti­va­mente, e dun­que poli­ti­ca­mente, le con­di­zioni per­ché la stessa espres­sione di anta­go­ni­smo e rab­bia trovi forme di cana­liz­za­zione affer­ma­tiva, al di là di ogni este­tica della distruzione.

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