Piccole cooperative crescono. Se arriveranno alla maggiore età è altra faccenda

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe

Kazova

di Joris Leverink*www.znetitaly.org, 4 maggio 2015

“No, non ho ricevuto nessuna paga, ma ho ottenuto una fabbrica” è stata la risposta di Aynur Aydemir a uno degli ex colleghi della fabbrica tessile Kazova, quando le è stato chiesto se avesse mai ricevuto una qualche parte del denaro che ancora le dovevano i suoi ex padroni. “Che abbia successo o no, che sia vecchia o nuova, ho una fabbrica. Potremmo non avere il capitale necessario per gestire questa azienda e potremmo fallire in futuro, ma almeno abbiamo ottenuto qualcosa”.

Aynur è socia della piccola cooperativa Libera Kazova, che dopo due anni di lotta è riuscita finalmente a dichiarare vittoria a febbraio di quest’anno, quando è stata in grado di rivendicare la proprietà legale di un pugno di vecchie e usurate macchine tessili che in precedenza appartenevano agli ex padroni.

Nel corso di questi due anni Aynur e i suoi colleghi hanno occupato la loro vecchia fabbrica, sono stati malmenati dalla polizia e minacciati da violenti assoldati, hanno condotto marce di protesta e lottato sia nei tribunali sia nelle strade. Affrontando una battaglia ardua in cui hanno dovuto attaccare non solo i loro ex datori di lavoro ma anche il sistema stesso che consentiva lo sfruttamento dei lavoratori e consentiva ai padroni di uscire indenni da ogni confronto, i lavoratori della fabbrica Kazova si sono rifiutati di arrendersi. Hanno invece occupato. Hanno resistito. E oggi producono.

Occupare o non occupare?

Il calvario dei lavoratori della Kazova è iniziato nel gennaio del 2013 quando, non ricevendo la paga da quattro mesi, erano stati messi collettivamente in ferie per una settimana dai proprietari della fabbrica, i fratelli Umit e Umut Somuncu. Ai 94 lavoratori era stato promesso che al ritorno avrebbero trovato gli assegni paga, ma invece erano stati ricevuti dal legale della società che aveva annunciato loro che erano stati tutti licenziati per la loro “assenza immotivata” per tre giorni consecutivi.

Col senno di poi Aynur ritiene che se si fossero rifiutati di lasciare la fabbrica sin dal primo giorno, la loro resistenza sarebbe stata molto più forte. “Avremmo potuto non essere in grado di produrre ora, ma probabilmente avremmo ricevuto i nostri arretrati”, argomenta su una terrazza assolata del distretto centrale di Istanbul, Eyup, appena fuori dall’edificio in cui al terzo piano i suoi colleghi sono affaccendati a lavorare alla produzione di un nuovo lotto di maglioni colorati. “Per la situazione attuale è stato probabilmente un bene che ce ne siamo andati, ma alla fine 94 lavoratori hanno perso il posto senza ricevere alcun salario”.

Nei primi pochi caotici giorni dopo il loro licenziamento collettivo i lavoratori erano indecisi su quali passi intraprendere. Aynur suggerì di occupare la fabbrica, ma non ricevette molto sostegno. La maggior parte dei lavoratori era o troppo spaventata per resistere o costretta da difficoltà finanziarie a non perder tempo nel contestare l’ingiustizia. Quando alla fine un gruppo di trenta lavoratori decise di resistere era già troppo tardi per bloccare il saccheggio: i fratelli Somuncu avevano spogliato la fabbrica di tutto ciò che aveva qualche valore, comprese quaranta tonnellate di filati e molte delle macchine più piccole, sabotando quelle che erano troppo grosse da trasferire, per impedire ai lavoratori di continuare la produzione da soli.

Quando si resero conto di che cosa stava succedendo i lavoratori montarono una tenda di fronte alla fabbrica per impedire altri furti e sabotaggi. Condussero marce settimanali di protesta dalla piazza centrale del loro quartiere alla fabbrica per chiedere attenzione alla loro causa. Nei mesi successivi furono picchiati e intimiditi da teppisti assoldati e citati in giudizio dai loro vecchi padroni per aver rubato in fabbrica. Quando inscenarono una protesta il Primo Maggio, furono attaccati dalla polizia con gas lacrimogeni. Il punto di svolta si verificò il 30 giugno quando, resi incoraggiati dalle proteste nazionali per Gezi, i lavoratori restanti decisero di occupare la fabbrica.

Nascita di una cooperativa

I lavoratori hanno ricevuto una solidarietà incredibile nel corso della loro lotta di resistenza. Per Aynur questa è stata una delle esperienze più importanti: “Non mi aspettavo così tanta solidarietà dalla gente; non avevo mai visto una cosa simile prima. Pensavo che alcuni ci avrebbero aiutato per un po’ e poi sarebbero spariti, ma invece c’è stato un flusso costante di sostegno”.

Una delle migliaia di persone che avevano visitato la fabbrica per curiosità e per dimostrare sostegno è stato Ulus Atayurt, un giornalista indipendente e ricercatore sui movimenti autonomi dei lavoratori. Per lui la cooperativa Libera Kazova è un’eredità della rivolta di Gezi, uno dei pochi risultati tangibili della maggior rivolta popolare mai vista in Turchia. “Penso che i lavoratori siano stati ispirati dai movimenti di sinistra a montare la tenda di fronte alla fabbrica, ma sono stati ispirati da Gezi a fare il passo successivo e a occupare la fabbrica. Le migliaia di visitatori e di reti di solidarietà attraverso centinaia di forum popolari [fioriti in tutta Istanbul durante la rivolta] hanno fatto loro capire il potere e il significato di un’economia solidale”.

Dalla fruttuosa miscela prodotta dallo spirito di Gezi, dalle molte visite di solidarietà alla fabbrica, dai caratteri dei lavoratori e da persone come Ulus – attivisti e ricercatori con conoscenza di altri esempi di movimenti autonomi dei lavoratori – è nata l’idea di una cooperativa solidale. Presto i lavoratori rimasti – a quel punto sono un pugno di lavoratori della ex Kazova se n’era andato – hanno deciso di organizzarsi in cooperativa e hanno cominciato a fare piani su come gestire la loro futura fabbrica senza padroni.

Quella che è seguita è stata una lunga e defatigante battaglia legale in cui i lavoratori non si sono concentrati sul recupero dei salari ancora dovuti dai loro padroni bensì piuttosto sul recuperare le macchine tessili che avrebbero consentito loro di ripartire da zero, di costruire la loro propria fabbrica. A febbraio di quest’anno le macchine sono state messe all’asta. Un tribunale ha deciso che il ricavato dalla vendita doveva essere utilizzato per rimborsare i lavoratori ingannati. Se non si fosse presentato alcun acquirente potenziale le macchine sarebbero state utilizzate come risarcimento. Naturalmente i lavoratori preferivano la proprietà delle macchine alle paghe arretrate e così, quando è arrivato il giorno dell’asta e si è concluso senza alcuna offerta, i lavoratori hanno festeggiato l’esito come una vittoria.

Rottura del ciclo

Sono ora trascorsi alcuni mesi da quando la cooperativa Libera Kazova si è imbarcata nella sua avventura come una delle pochissime fabbriche a gestione operaia della Turchia. Anche se Aynur sarebbe la prima ad ammettere che non è stato facile, è intensamente felice di aver deciso di essersi messa su questa strada. “Sono molto più felice perché nessuno mi insulta più. Siamo realisti riguardo agli immensi problemi che abbiamo e che ancora ci aspettano in futuro, ma almeno non siamo più maltrattati”.

Ulus, che non ha aderito alla cooperativa ma sta aiutando i lavoratori a creare i loro canali di distribuzione, vive le difficoltà che i lavoratori hanno nell’adeguarsi quotidianamente a questi nuovi rapporti di lavoro. “Sulla carta l’auto-organizzazione, l’autogestione e il processo decisionale democratico suonano bene, ma se li si vuole applicare in fabbrica ci si rende conto che implicano un intero insieme di rapporti cui né i lavoratori né noi – quelli che li aiutano – siamo abituati”.

Aynur è d’accordo che “un’organizzazione senza capi è di per sé un peso” a causa delle responsabilità collettiva che significa che tutte le decisioni devono essere prese come gruppo. “Dobbiamo imparare un tipo di vita che non abbiamo mai conosciuto prima”, aggiunge con un sorriso che tradisce la sfida, una sfida che lei è felice di accettare.

Oggi la cooperativa produce 500 pullover al mese e li vende in rete e attraverso una rete di piccole boutique. Ma al fine di coprire tutti i costi tale numero dovrà essere aumentato a 800 pezzi al mese. I lavoratori ricavano grande soddisfazione dal fatto che oggi hanno il controllo dei loro mezzi di sussistenza e realizzare un profitto non è più ai primi posti nel loro programma. Il loro obiettivo finale è di diventare un modello per altri: autonomi e indipendenti e un esempio per quelli che attualmente sono intrappolati in un ciclo interminabile di sfruttamento, insulti e maltrattamenti.

Aynur, che percepisce il sistema attuale in Turchia come a favore del grande capitale a spese dei diritti e del benessere generale dei lavoratori, condivide il suo sogno: “Vogliamo che quando si tratterà dei nostri figli, della loro generazione, almeno abbiano il genere di sistema che oggi noi stiamo tentando di costruire”.

*Joris Leverink è un giornalista indipendente di Istanbul, redattore di ROAR Magazine ed editorialista di TeleSUR English. Questo articolo è stato pubblicato in origine su Contributoria.

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