Mese: giugno 2015

L’Europa o cambia o muore

segnalato da n.c.60

CONTRO IL TOTALITARISMO FINANZIARIO, L’EUROPA O CAMBIA O MUORE

Di Marco Revelli – ilmanifesto.info, 27/06/2015

Non solo Grecia. In effetti non si era mai visto un creditore, per stupido che esso sia, cercare di uccidere il proprio debitore, come invece il Fmi sta facendo con i greci. Ci deve essere qualcosa di più: la costruzione scientifica del «nemico». E la volontà di un sacrificio esemplare.

L’«economia che uccide» di cui parla il papa la vediamo al lavoro in questi giorni, in diretta, da Bruxelles. Ed è uno spettacolo umiliante. Non taglia le gole, non ha l’odore del sangue, della polvere e della carne bruciata. Opera in stanze climatizzate, in corridoi per passi felpati, ma ha la stessa impudica ferocia della guerra. Della peggiore delle guerre: quella dichiarata dai ricchi globali ai poveri dei paesi più fragili. Questa è la metafisica influente dei vertici dell’Unione europea, della Bce e, soprattutto, del Fondo monetario internazionale: dimostrare, con ogni mezzo, che chi sta in basso mai e poi mai potrà sperare di far sentire le proprie ragioni, contro le loro fallimentari ricette.

La «trattativa sulla Grecia», nelle ultime settimane, è ormai uscita dai limiti di un normale, per quanto duro, confronto diplomatico per assumere i caratteri di una prova di forza. Di una sorta di giudizio di dio alla rovescia. Già le precedenti tappe avevano rivelato uno scarto rispetto a un tradizionale quadro da «democrazia occidentale», con la costante volontà, da parte dei vertici dell’Unione, di sostituire al carattere tutto politico dei risultati del voto greco e del mandato popolare dato a quel governo, la logica aritmetica del conto profitti e perdite, come se non di Stati si trattasse, ma ormai direttamente di Imprese o di Società commerciali.

Ha ragione Jürgen Habermas a denunciare lo slittamento – di per sé devastante – da un confronto tra rappresentanti di popoli in un quadro tutto pubblicistico di cittadinanza, a un confronto tra creditori e debitori, in un quadro quasi-privatistico da tribunale fallimentare. Era già di per sé il segno di una qualche apocalisse culturale la derubricazione di Alexis Tsipras e di Yanis Varoufakis da interlocutori politici a «debitori», posti dunque a priori su un piede di ineguaglianza nei confronti degli onnipotenti «creditori».

Ma poi la vicenda ha compiuto un altro giro. Christine Lagarde ha impresso una nuova accelerazione al processo di disvelamento, alzando ancora il tiro. Facendone non più solo una questione di spoliazione dell’altro, ma di sua umiliazione. Non più solo la dialettica, tutta economica, «creditore-debitore», ma quella, ben più drammatica, «amico-nemico», che segna il ritorno in campo della politica nella sua forma più essenziale, e più dura, del «polemos».

In effetti non si era mai visto un creditore, per stupido che esso sia, cercare di uccidere il proprio debitore, come invece il Fmi sta facendo con i greci. Ci deve essere qualcosa di più: la costruzione scientifica del «nemico». E la volontà di un sacrificio esemplare.

Un auto da fé in piena regola, come si faceva ai tempi dell’Inquisizione, perché nessun altro sia più tentato dal fascino dell’eresia.

Leggetevi con attenzione l’ultimo documento con le proposte greche e le correzioni in rosso del Brussels group, pubblicato (con un certo gusto sadico) dal Wall Street Journal: è un esempio burocratico di pedagogia del disumano. L’evidenziatore in rosso ha spigolato per tutto il testo cercando, con maniacale acribia ogni, sia pur minimo, accenno ai «più bisognosi» («most in need») per cassarlo con un rigo. Ha negato la possibilità di mantenere l’Iva più bassa (13%) per gli alimenti essenziali («Basic food») e al 6% per i materiali medici (!). Così come, sul versante opposto, ha cancellato ogni accenno a tassare «in alto» i profitti più elevati (superiori ai 500mila euro), in omaggio alla famigerata teoria del trickle down, dello «sgocciolamento», secondo cui arricchire i più ricchi fa bene a tutti!

Ha, infine, disseminato di rosso il paragrafo sulle pensioni, imponendo di spremere ulteriormente, di un altro 1% del Pil — e da subito! — un settore già massacrato dai Memorandum del 2010 e del 2012.

Il tutto appoggiato sulla infinitamente replicata falsificazione dell’età pensionabile «scandalosamente bassa» dei greci (chi spara 53 anni, chi 57…). Il direttore della comunicazione della Troika Gerry Rice, durante un incontro con la stampa, per giustificare la mano pesante, ha addirittura dichiarato  he «la pensione media greca è allo stesso livello che in Germania, ma si va in pensione sei anni prima…».

Una (doppia) menzogna consapevole, smentita dalle stesse fonti statistiche ufficiali dell’Ue: il database Eurostat segnala, fin dal 2005, l’età media pensionabile per i cittadini greci a 61,7 anni (quasi un anno in più rispetto alla media europea, la Germania era allora a 61,3, l’Italia a 59,7). E sempre Eurostat ci dice che nel 2012 la spesa pensionistica pro capite era in Grecia all’incirca la metà di Paesi come l’Austria e la Francia e di un quarto sotto la Germania. Il Financial Times ha dimostrato che «accettare le richieste dei creditori significherebbe per la Grecia dire sì ad un aggiustamento di bilancio… pari al 12,6% nell’arco di quattro anni, al termine dei quali il rapporto debito-PIL si avvicinerebbe al 200%». Paul Krugman ha mostrato come l’avanzo primario della Grecia «corretto per il ciclo» (cyclically adjusted) è di gran lunga il più alto d’Europa: due volte e mezzo quello della Germania, due punti percentuali sopra quello dell’Italia.

Dunque un Paese che ha dato tutto quello che poteva, e molto di più. Perché allora continuare a spremerlo? Ambrose Evans-Pritchard – un commentatore conservatore, ma non accecato dall’odio – ha scritto sul Telegraph che i «creditori vogliono vedere questi Klepht ribelli (greci che nel Cinquecento si opposero al dominio ottomano) pendere impiccati dalle colonne del Partenone, al pari dei banditi», perché non sopportano di essere contraddetti dai testimoni del proprio fallimento. E ha aggiunto che «se vogliamo datare il momento in cui l’ordine liberale nell’Atlantico ha perso la sua autorità – e il momento in cui il Progetto Europeo ha cessato di essere una forza storica capace di motivare – be’, il momento potrebbe essere proprio questo». È difficile dargli torto.

Non possiamo nasconderci che quello che si consuma in Europa in questi giorni, sul versante greco e su quello dei migranti, segna un cambiamento di scenario per tutti noi. Sarà sempre più difficile, d’ora in poi, nutrire un qualche orgoglio del proprio essere europei. E tenderà a prevalere, se vorremo «restare umani», la vergogna.

Se, come tutti speriamo, Tsipras e Varoufakis riusciranno a portare a casa la pelle del proprio Paese, respingendo quello che assomiglia a un colpo di stato finanziario, sarà un fatto di straordinaria importanza per tutti noi. E tuttavia resterà comunque indelebile l’immagine di un potere e di un paradigma con cui sarà sempre più difficile convivere. Perché malato di quel totalitarismo finanziario che non tollera punti di vista alternativi, a costo di portare alla rovina l’Europa, dal momento che è evidente che su queste basi, con queste leadership, con questa ideologia esclusiva, con queste istituzioni sempre più chiuse alla democrazia, l’Europa non sopravvive.

Mai come ora è chiaro che l’Europa o cambia o muore.

La Grecia, da sola, non può farcela. Può superare un round, ma se non le si affiancheranno altri popoli e altri governi, la speranza che ha aperto verrà soffocata.

Per questo sono così importanti le elezioni d’autunno in Spagna e in Portogallo.

Per questo è così urgente il processo di ricostruzione di una sinistra italiana all’altezza di queste sfide, superando frammentazioni e particolarismi, incertezze e distinguo, per costruire, in fretta, una casa comune grande e credibile.

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Siamo di tutti i colori

Celio Azzurro, l’asilo interculturale di Roma, compie 25 anni. Ma il futuro è a rischio

Nato nel 1990, la sua missione è quella di accogliere prima di tutto i nuclei familiari meno abbienti. Nel centro sono passati più di 1000 bambini da più di 80 paesi. Il fondatore Guidotti: “Abbiamo messo a punto un metodo, vorremmo mettere a disposizione la nostra esperienza di ricerca educativa”.

di Cinzia Gubbini – Repubblica.it, 28 giugno 2015

Celio Azzurro compie 25 anni. E forse la migliore dimostrazione del successo di questa straordinaria esperienza educativa, che sorge nella “selva” del Monte Celio a Roma, è la maestra Fayo. È uno dei dieci educatori che ogni mattina fanno scuola a 60 bambini tra i 3 e i 6 anni. Ma anche Fayo è stata una delle bambine di Celio Azzurro, anzi: una delle prime iscritte. Erano in cinque quando tutto cominciò.

Giugno 1990. Per un gruppo di maestri, giovani e idealisti, arriva l’ok della Provincia di Roma: possono aprire un centro interculturale in una piccola struttura di legno, quasi una baita, che rischia di marcire sotto una fitta vegetazione. Collaborano con la Caritas Diocesana di Don Luigi Di Liegro. In quegli anni l’immigrazione non è ancora un’emergenza in Italia. Ma alla Caritas sanno che la società sta cambiando, vogliono fare qualcosa per i bambini. Proprio nel ’90 nella Capitale arriva un flusso di profughi somali e eritrei. L’amministrazione li piazza in alcuni hotel in periferia. I maestri di Celio Azzurro vanno a bussare alle porte di quelle famiglie spaventate e disorientate, cercano di far capire loro che possono fidarsi e che per i figli andare all’asilo, anche se non è obbligatorio, è importante. La pagano subito cara: nel gennaio del 1991 il centro viene dato alle fiamme. Rinasce solo grazie a una campagna di stampa.

Oggi, a due passi dal Colosseo, il Monte Celio è un ambiente molto “in”. Celio Azzurro però resta una “struttura resistente”, fedele alla missione di accogliere prima di tutto i nuclei familiari meno abbienti. Per loro la scuola è gratuita. Gli altri pagano una retta, inferiore a quella della maggior parte degli asili privati. In 25 anni qui sono passati circa 1000 bambini da più di 80 paesi, miscelando sapientemente famiglie fragili con quelle socialmente più agiate. Ogni anno Celio Azzuro deve dire di no a decine di famiglie che vengono a sostenere il colloquio sperando di far crescere il pargolo nel famoso giardino dell’asilo, in mezzo a bambini di ogni paese del mondo, dargli la possibilità di frequentare una scuola che non si vergogna di avere un progetto educativo forte e orientato alla diversità culturale.

L’esclusione delle famiglie che si candidano per entrare al Celio è il primo cruccio – ma non il solo – di Massimo Guidotti, l’unico superstite del gruppo originario dei fondatori, oggi direttore educativo del centro. Guidotti assomiglia un po’ alla sua creatura: struttura massiccia, modi semplici e spicci che nascondono una profonda e continua riflessione sul ruolo del maestro, sulla sorte della scuola oggi e su quel che resterà in futuro di un’esperienza come il Celio, arrivata a un quarto di secolo.

La previsione è amara: “Credo che Celio Azzurro morirà con noi”, dice Guidotti. Il pessimismo è dovuto ovviamente alla precarietà del finanziamento comunale con cui ogni anno deve lottare la cooperativa. Ma non solo: a “uccidere” il Celio è anche l’indifferenza. Il più bel regalo di compleanno per il centro interculturale sarebbe diventare oggetto di studio di qualche istituto di ricerca. Finora non è mai accaduto, benché il centro sia sbarcato addirittura nelle sale cinematografiche grazie al documentario “Sotto il Celio Azzurro”, di Edoardo Winspeare.  “Per carità, ci invitano ai convegni – racconta Guidotti – Ma vorremmo mettere a disposizione la nostra esperienza di ricerca educativa. Pensiamo ce ne sia un gran bisogno. Ormai possiamo dire senza presunzione di aver messo a punto un metodo. Non tutto è esportabile nella scuola pubblica, che è quella che ci sta a cuore. Ma molte cose sì”.

Quali sono allora i capisaldi del “metodo Celio”? Pochi, semplici, ma in effetti “alieni”. Prima di tutto gli orari: flessibili. “Ovviamente non vuol dire che ognuno viene e va quando vuole. Ma se un genitore si vuole fermare a prendere un caffè o a chiacchierare, vedere cosa fa il figlio, ci fa piacere. Nessuno resta fuori dalla porta, non abbiamo nulla da nascondere”, spiega Guidotti . D’altronde il secondo punto è proprio la presa in carico delle famiglie, e non solo del bambino: “La scuola non può riflettere se sia il caso di farlo o no, lo deve fare e basta. La famiglia va orientata, ascoltata, lo spazio della scuola o viene inteso come comunità oppure si creano i fenomeni di contrapposizione in cui l’insegnante perde completamente autorevolezza”.

Terzo punto: il rispetto dei tempi dei bambini: “Celio Azzurro è una scuola che va piano – dice Guidotti – qui innanzitutto si gioca. Non si sta seduti. Non si colora rispettando le cornici perché sennò c’è un problema cognitivo. Il bambino ha bisogno di correre e di saltare, ha bisogno di colorare come gli va, ha bisogno innanzitutto di relazionarsi con gli altri. Siamo sicuri – chiede il direttore del Celio – che a sei anni, in prima elementare, per un bambino sia naturale stare otto ore seduto? È un’esigenza degli insegnanti e dei genitori, o del bambino? Figuriamoci prima”. Quarto punto: la presenza di figure maschili. Per il Celio Azzurro l’educatore maschio insieme alle educatrici femmine è irrinunciabile: “Il problema è che sono sempre di meno – dice Guidotti – ormai l’insegnamento, soprattutto nell’infanzia e alle elementari, è esclusivamente femminile. E questo è un grosso guaio, perché la scuola dovrebbe rispecchiare la realtà della società. I bambini quando sono a scuola dovrebbero essere nel mondo. E nel mondo ci sono maschi e femmine”.

Ovviamente, nel mondo ci sono anche culture e lingue diverse. Ed ecco l’ultimo e più importante caposaldo del “metodo Celio”, cioè l’interculturalità: “Questa scuola è nata come profilassi a un problema sociale che secondo noi si sarebbe creato presto, e mi sembra che la storia ci abbia dato ragione. Ma anche qui: come si fa interculturalità? Vogliamo conoscere l’altro attraverso la cucina del suo paese o vogliamo conoscerlo come persona? Per noi l’interculturalità non è una materia disciplinare, ma è incontro reale – dice Guidotti – e non ci interessa partire dalle differenze, ma dalle somiglianze”.

Per ora, non è andata a buon fine neanche la richiesta di aprire una succursale di Celio Azzurro, vista la quantità di richieste. Soldi per il sociale non ce ne sono. “È sempre così: né soldi, né tempo per parlare delle problematiche di fondo”, è l’opinione di Guidotti. Che dice di sentirsi qualche volta come il Galileo di Brecht, che pensava di mettere a tacere le obiezioni degli aristotelici semplicemente invitandoli a guardare nel cannocchiale. Ma, come è noto, rifiutarono.

QUI il sito di Celio Azzurro

 

Siamo tutti migranti

Segnalato da Barbara G.

CARO MATTEO, SIAMO TUTTI MIGRANTI, ANCHE I 228 SALVINI SBARCATI A ELLIS ISLAND

Di Stefano Paolo Giussani – huffingtonpost.it, 24/06/2015

Avvertimento per razzisti: state per scoprire la componente migrante della vostra famiglia. Dopo aver consultato il “migrantometro”, potreste cambiare le vostre idee e perfino vedere sotto un’altra luce quei poveracci sugli scogli di Ventimiglia.

Continua lo scivolone continentale sulla questione migranti. Lo ammetto: leggendo la prima pagina del NYT è la prima volta che provo vergogna della mia Europa. Mi sento europeo fino al midollo, credetemi, orgoglioso di molto di quello che abbiamo fatto. Cosciente anche della sciocchezze e dei disastri, ma pur sempre con i piedi piantati a credere che l’Europa è una casa comune che ha fatto e può fare molto. Perfino imparare dagli errori e dagli orrori.

Ascolto le parole di Papa Francesco, leggo le reazioni di Matteo Salvini, guardo come oltralpe ci stanno lasciando soli. Poi penso a quanti europei hanno attraversato un mare. E trovo una risposta, che tutti possono consultare. Andate sul sito della Ellis Island Foundation. C’è molto, moltissimo. Milioni di dati raccolti con certosina pazienza. Digitate il vostro cognome. Ci sono anche 29 miei parenti sbarcati là, l’ho scoperto consultando il motore di ricerca. In buona compagnia con qualche altro nome molto italiano. Esempi?

Salvini: 228
Alfano: 2130
Maroni: 266
Zaia: 108
Gasparri: 99
Vado oltralpe:
Le pen: 16
Merkel: 1360
Cameron: 10000

Fate l’esperimento col vostro cognome, scoprite con che nave è arrivato, a quanti anni, come era catalogato in una etnia colui che potrebbe essere un vostro parente. Ah: purtroppo non trovate tutti quelli son saliti su una passerella, perché l’altra sponda non tutti l’hanno raggiunta. Perché il vascello è affondato o ci hanno respinto a cannonate appena in vista della costa. Cito:

Quando anche vi arrivavano, spesso parte della “merce” arrivava ormai senza vita a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie, trasformando la nave in quello che veniva definito “vascello fantasma”: il Museo nazionale dell’emigrazione riporta come sul piroscafo “Città di Torino” nel novembre 1905 ci furono 45 morti su 600 imbarcati; sul “Matteo Brazzo” nel 1884 20 morti di colera su 1.333 passeggeri (la nave venne poi respinta a cannonate a Montevideo per il timore di contagio); sul “Carlo Raggio” 18 morti per fame nel 1888 e 206 morti di malattia nel 1894; sul “Cachar” 34 morti per fame e asfissia nel 1888; sul “Frisia” nel 1889 27 morti per asfissia e più di 300 malati; sul “Parà” nel 1889 34 morti di morbillo; sul “Remo” 96 morti per colera e difterite nel 1893; sull'”Andrea Doria” 159 morti su 1.317 emigranti nel 1894; sul “Vincenzo Florio” 20 morti sempre nel 1894.

E son solo quelli arrivati a New York. Pensate al bacino sudamericano dove noi italiani siamo stati tra gli sbarchi più frequenti. Quindi, Salvini & Company, avete ragione quando dite che non dovete chiedere perdono ai migranti. Perché temo che, qualche minuto di ricerca, potrebbe farvi scoprire che le scuse dovreste formularle prima in famiglia.

Tsipras al Popolo Greco

 

Atene, 27 giugno 2015  

Greche e Greci,
da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.

In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.

Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.

Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.

Greche e Greci,
in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.

Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.

Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.

Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.

Greche e Greci,
a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.

La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale. E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia. E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.

In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.

Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.

Per la sovranità e la dignità del nostro popolo.
Alexis Tsipras

(Traduzione di Aldo Piroso)

GREFERENDUM

***

Tsipras: «No ai ricatti e agli ultimatum». E annuncia il referendum il 5 luglio

Grecia. Il 5 luglio referendum sull’accordo proposto dei creditori. Nel frattempo chiesta un’estensione dei finanziamenti. Sulla legittimità del referendum si esprimerà il Parlamento. Ieri giornata di tensione in attesa del nuovo Eurogruppo di oggi. Atene sembra indirizzata verso un default con la volontà di rimanere dentro l’euro, ma potrebbe annunciare che non verrà pagato il debito. La palla a quel punto passerebbe ai creditori.

di Simone Pieranni – ilmanifesto.info, 27 giugno 2015

Tor­nato ad Atene, da Bru­xel­les, Tsi­pras ha rimesso nelle mani del popolo greco la deci­sione sulla pro­po­sta dei creditori. Il 5 luglio un refe­ren­dum, che dovrà essere prima rati­fi­cato dal par­la­mento (ma Syriza ha i numeri per appro­varlo), sta­bi­lirà se la Gre­cia accet­terà o meno le ultime pro­po­ste delle «istituzioni».

Tsi­pras, come altri mini­stri, si è già espresso per il «no» in modo chiaro, ma il governo farà decidere alla popo­la­zione greca. La deci­sione di Ale­xis Tsi­pras è giunta al ter­mine di una giornata convulsa, di grande ten­sione, pro­prio quando sem­brava deci­sivo l’incontro di oggi, tra pessi­mi­smo e sce­nari apocalittici.

Se sarà no, si va verso uno sce­na­rio di default con­trol­lato, ma senza uscire dall’euro. A quel punto saranno i cre­di­tori a dover accet­tare, ingo­iando un boc­cone amaro, o sbat­tere la Gre­cia fuori dall’euro.

Ieri, infatti, dopo l’ennesimo ver­tice con Mer­kel e Hol­lande, nell’ennesima gior­nata tesa vis­suta a Bru­xel­les, il premier greco Ale­xis Tsi­pras aveva respinto l’ultima offerta dei cre­di­tori specificando che Atene non avrebbe accettato «ulti­ma­tum e ricatti». Il pre­stito di 12 miliardi fino a novem­bre, con un’aggiunta di 3,5 miliardi imme­diati del Fmi in cam­bio da subito delle riforme richie­ste (altra auste­rity) e di nes­sun accordo sostan­ziale sul debito è stato giu­di­cato da Syriza una trap­pola che non scio­glie i nodi e che, molto pro­ba­bil­mente, avrebbe por­tato il governo a trat­tare un terzo memo­ran­dum a Natale con un paese sem­pre in ginoc­chio e senza più con­senso sociale e politico.

Soprat­tutto dopo i recenti ten­ta­tivi di Bru­xel­les nel son­dare altri par­titi poli­tici, un ten­ta­tivo di golpe soft, una strada che le «isti­tu­zioni» sto­ri­ca­mente cono­scono bene: com­prare la con­tro­parte per renderla mal­lea­bile oppure sca­ri­carla con un governo tec­nico di unità nazionale.

Tsi­pras ha detto di no, con­fer­mando le parole del mini­stro delle finanze Varou­fa­kis, che aveva definito «non praticabile» l’accordo e che oggi dovrà affron­tare un duris­simo Euro­gruppo (l’undicesimo sulla Gre­cia), e una volta giunto ad Atene ha con­vo­cato un con­si­glio dei mini­stri d’emergenza per pren­dere le deci­sioni imme­diate dopo il no a Bru­xel­les. La que­stione a que­sto punto, non ha a che fare con la ragio­ne­ria e l’economia, bensì con la politica.

Men­tre scri­viamo la riu­nione è ancora in corso. Ma Atene, molto pro­ba­bil­mente, si avvi­ci­nerà al default con la volontà di rima­nere den­tro l’euro. Salvo sor­prese, sicu­ra­mente saranno dram­ma­tiz­zati i toni e attuate tutte le misure neces­sa­rie a bloc­care i movi­menti di capi­tali inclusi i ban­co­mat. Il debito pub­blico greco è dete­nuto, all’80%, da fondi Ue, paesi mem­bri, Bce e Fmi. Per­ciò la palla per ora è soprat­tutto nel campo dell’Europa che all’Eurogruppo di oggi dovrà deci­dere se accet­tare la «ribel­lione» greca e con­trol­lare gli esiti di un ine­vi­ta­bile default suc­ces­sivo al Grexit (ipo­tesi caldeg­giata ieri dal pre­mier bri­tan­nico Came­ron, che l’ha per­fino «con­si­gliato» a Merkel).

Oppure nego­ziare su basi diverse. Atene infatti non ha alcuna inten­zione di annun­ciare motu proprio un’uscita dalla moneta unica, che si scon­tre­rebbe con le pro­messe elet­to­rali e con la volontà popo­lare: più pro­ba­bile che ci pos­sano essere gior­nate di «pre­pa­ra­zione» a un’uscita, sem­pre che sia cau­sata dai creditori.

Che l’aria sia cam­biata ieri, in un tur­bine di dichia­ra­zioni a seguito del sup­po­sto «no» greco, lo hanno dimo­strato fonti euro­pee che hanno comin­ciato a par­lare di un «piano B», una sorta di «quaran­tena eco­no­mica» che dovrebbe pre­ve­dere un default con­trol­lato. Dra­ghi e i cre­di­tori sanno che quei soldi sono ormai persi (il 30 scade la dop­pia tran­che al Fmi) e devono riflet­tere se continuare a soste­nere il sistema finan­zia­rio, man­te­nendo la Gre­cia all’interno dell’euro dando però fiato ai «ribelli», vedi Pode­mos (a novem­bre ci saranno le ele­zioni in Spa­gna), oppure dare la vittoria ai fal­chi alla Schäu­ble, con una «cac­ciata» della Gre­cia che potrebbe sca­te­nare un indesiderato effetto domino.

L’ipotesi del default con­trol­lato, dun­que, poli­ti­ca­mente potrebbe essere l’opzione più sag­gia, anche se, gioco forza, segne­rebbe un suc­cesso per Tsi­pras, per­ché dimo­stre­rebbe la pos­si­bi­lità poli­tica di ristrut­tu­rare il debito con la trojka. Un momento sto­rico che, così come un’eventuale «Gre­xit», potrebbe dare vita a feno­meni poco gra­diti ai credi­tori. La que­stione è dun­que pura­mente poli­tica e com­porta rifles­sioni che coin­vol­gono tutta l’Europa.

Qual­siasi deci­sione verrà presa, l’unione eco­no­mica come l’abbiamo con­ce­pita fino ad oggi, non sarà più. Del resto, il «con­tro piano» pre­sen­tato con pre­sun­zione dalle «isti­tu­zioni» (con quelle corre­zioni in rosso, sot­to­li­neate anche dalla stampa inter­na­zio­nale, come il Guar­dian, che al contrario di certi com­men­ta­tori nostrani, rispetta il fatto che un governo di sini­stra possa dire di no alle impo­si­zioni di chi fino ad ora ha sca­ra­ven­tato un intero paese in una crisi uma­ni­ta­ria senza precedenti) era parso fin da subito inac­cet­ta­bile ai greci.

Nella serata di ieri Tsi­pras è tor­nato ad Atene per infor­mare il governo e il paese sullo stallo dei nego­ziati, men­tre veni­vano rila­sciati alcuni stralci di un docu­mento pro­dotto da Atene, nel quale veniva riba­dito il «no» all’accordo proposto.

Secondo il governo greco si trat­te­rebbe di un’intesa che por­te­rebbe ad una nuova «cata­strofe umanita­ria». «Lo stermi­nio del nostro popolo», secondo il mini­stro del Lavoro. Il governo greco, si legge, «non ha il man­dato popo­lare per accet­tare simili richieste».

Nei 7 punti del docu­mento di Atene si legge che «la pro­po­sta da parte delle isti­tu­zioni comporterebbe pro­fonde misure reces­sive, che faranno male al tes­suto sociale già ferito del Paese, come pre-condizione per cin­que mesi di finan­zia­mento, che in ogni caso, è stato giu­di­cato del tutto ina­de­guato. Se que­sta pro­po­sta venisse accet­tata dal governo e dal par­la­mento, la popo­la­zione e i mer­cati dovreb­bero affron­tare altri cin­que mesi di ulte­riore auste­rity, che por­te­rebbe ad un altro nego­ziato in con­di­zioni di crisi. Que­sto è uno dei motivi per cui la pro­po­sta delle istituzioni non può essere accolta». Lo scopo dei cre­di­tori è chiaro: stroz­zare per cin­que mesi il paese, per por­tarlo ad un nego­ziato in con­di­zioni migliori (per loro).

E men­tre in serata la Reu­ters, citando fonti euro­pee, soste­neva che in realtà le parti sareb­bero più vicine di quanto sem­bri, altre fonti testi­mo­nia­vano una rot­tura che appare insa­na­bile. L’infinito «gioco del cerino» ini­ziato cin­que mesi, ormai è alle ultime battute.

L’Eurogruppo straor­di­na­rio, fis­sato ini­zial­mente alle 17, è stato anti­ci­pato alle 14, ma l’aria che tira è delle peg­giori. Il pal­lino, in quella sede, ce l’avranno soprat­tutto Dra­ghi e Angela Mer­kel, due figure che sulla difesa della moneta unica «costi quel che costi» hanno scom­messo tutte le proprie carte.

La versione di Chicco

di Chicco

1. La scissione programmata

Istruzioni su come salvarsi da Caino e tentare l’omicidio

È notizia recente che anche Fassina se ne va dal PD, sbattendo la porta. Dico FASSINA, mica uno qualunque, forse uno scarsamente considerato tra la “gggente”, vista l’aria altezzosa e da saputello che si porta dietro, ma con più di 11.000 preferenze a Roma sicuramente ha un certo peso nel PD (che Baffino ci covi un’altra volta???).
Va beh, ma Fassina, che è uno che non profuma esattamente di sinistra, ma nemmeno di destra, va a far la sinistra del PD, insieme a cuordimicio Civati e all’ex sindacalista Cofferati.
Si dice che sia colpa di Renzi che lui se ne vada, si dice che sia merito anche degli elettori che lui abbia avuto il coraggio di farlo, e probabilmente sono vere entrambe le cose. Ma qui sento il solito profumo di gattopardismo. Di “cambio perché non mi si tolga il giocattolo”, ma soprattutto il potere acquisito.
Quindi finalmente arriva questa nuova rete a sinistra, ancora non ne annunciano il nome o il simbolo politico, ma è evidente che dall’interno del PD qualcosa si è mosso irreversibilmente. Il programma sarà probabilmente una sinistra vagamente europeista, anti austerità, del ‘vorremmo e diremo fortemente di volere, ma non potremo per colpa altrui. Tanto i nostri voti non basteranno mai, perché questo è quello che vogliamo!’.
Immagino già le reazioni: “ma se non li voti, di sicuro la maggioranza non la prendono”, “sono differenti, non puoi sapere come va a finire”, “sì, ma adesso non hanno Renzi alle spalle, saranno più liberi”, e giù invettive di vecchi compagni sgualciti.
In realtà, mi interessa analizzare le basi di questa “nuova” (ugh, scusate i conati di vomito) sinistra. Tutto è partito con la porcata delle primarie liguri, una qualche parte della “società civile” (corrente interna antirenziana?) sceglie Cofferati contro la Paita (mannaggia la miseria, ‘sta società civile che sceglie un non ligure in Liguria!). Questa parte del partito ha ovviamente appoggio nei circoli e propone un nome interessante. Se vince Cofferati, Renzi si ritrova un nemico in casa e di conseguenza, per evitare il problema alla radice, chiama le truppe cammellate amiche per risolvere il problema primarie. Ovviamente Berlusconi non ha miglior passatempo che rompere il suo giocattolo preferito, il PD.

Quindi ci si ritrova con Cofferati che perde in mezzo a mille proteste e decide virtualmente di lasciare il partito. Ricapitolando, giusto per non dimenticarlo: l’ennesimo sindacalista di lungo corso, poi diventato sindaco, poi eletto al parlamento europeo tra le file del PD, mentre è ancora all’interno dello stesso parlamento, partecipa alle primarie regionali e, secondo le regole del suo partito, dubbie e cambiate in corso d’opera, perde. Ed è per questo motivo che si dimette dal partito, per manifesto disaccordo con la gestione delle primarie: come non saperlo prima che il PD inquina primarie e congressi con voti fasulli, tessere create ad hoc e votanti pagati per votare chi gli si dice. Come diceva qualcuno, san Francesco ha fatto più danni dell’inquisizione, e Cofferati è uno di quelli che permette al PD sia di riaccendere i toni rossi del simbolo PD, sia di dirsi di sinistra, il tutto grazie al solo fatto di essere un ex sindacalista piuttosto conosciuto. Ma la storia d’amore dopo il pasticcio ligure è finita. Niente più rosso per il PD, il suo rosso lo prende e lo porta a casa. Soprattutto mettendo in tasca un testa a testa alle primarie con la candidata supersponsorizzata, ossia, in concreto, la possibilità di contare su un discreto numero di voti.

Dopo un breve periodo di riorganizzazione e memori del risultato ottenuto alle primarie, si organizza una nuova lista, di sinistra (si dice). Basandosi sui vecchi amici (Rifondazione e Sel sono solo una parte delle liste che appoggiano Pastorino), si vuole costruire qualcosa di nuovo… sarà che son pessimista io, ma mi pare già una brutta partenza… ad ogni modo, si cerca un nuovo candidato, dopo varie analisi si individua in un amico di Civati in parlamento la figura perfetta. Luca Pastorino. Tripudio di miccette! È una faccia nuova ai più, ha un curriculum di tutto rispetto e, diciamocelo, pure una bella faccia.
La carriera politica inizia nel ‘97, ma viene eletto sindaco nel 2006. Oltre a ciò, ha anche altre cariche: dal 2006 è infatti membro del comitato AATO Acque della Provincia di Genova, e dal 2007 è membro della Direzione Regionale di ANCI Liguria e della Consulta Regionale di ANCI Piccoli Comuni. Dal 2010 è anche Segretario Regionale di AICCRE Liguria, alle Politiche del 2013 diventa deputato, nonché, nel 2015, presidente del consiglio dell’Unione dei comuni del Golfo Paradiso. Tutte le altre cariche non gli occupavano tempo sufficiente e cosa fare di meglio se non aggiungere una poltrona? Non contento, partecipa, senza dimettersi da nessuna delle altre cariche, alle Regionali, dove, con il supporto di Cofferati, Civati, RC, SEL e altre liste, ottiene, insieme ad un ex sindacalista di CGIL (a volte le sinergie…), la poltrona in Regione. Nessuna rinuncia a nessuna carica pervenuta al momento.
Visto il risultato tutto sommato accettabile (un 9% alle elezioni, ricordando il buon Craxi, non si butta mai via), le basi son fondate… una sfumatura qui, un personaggio della società civile là, un Fassina che si aggiunge, una conferenza con un costituzionalista ed ecco concluso il periodo embrionale. Il nuovo (maddeche???) partito di sinistra è lì per tutti i vecchi compagni che non aspettano altro che un nuovo simbolo per mettere una croce.
È la stessa cosa della lista Tsipras, è la stessa cosa di Rivoluzione Civile: si appoggiano (i vecchi marpioni dei vecchi partiti, con a disposizione le loro sedi pagate con i rimborsi elettorali e i soliti vecchi attivisti che non riescono a guardare oltre una bandiera ormai ingiallita) a quello che trovano per sopravvivere. Sparando negli occhi degli elettori il fumo del falso idealismo di sinistra vera ottengono sempre una percentuale sufficiente a sopravvivere e campare. Le idee di sinistra mi appartengono in gran parte (redistribuzione, uguaglianza, mantenimento della cosa pubblica e dell’ambiente), ma dire che questa è la ragione per cui questa gente sta in politica è prender per il culo gli elettori… o no?

NB. Il signor Pastorino, dopo essere stato eletto come consigliere comunale, nel ‘99 finisce per lavorare qui: http://www.arte.ge.it/default1.htm, una partecipata del comune di Genova, in uno strano incrocio tra carica pubblica e funzionario pubblico in un comune retto allora dalla diessina (PD) Vincenzi (un’altra che raccomando). Il tutto svolgendo in parallelo anche attività di consulenza finanziaria. Mi posso solo augurare che nessun conflitto d’interesse sia parte del caso.

2. Il matrimonio mai morto

Dall’altro lato, invece, si assiste ad un teatrino più amichevole, ma sempre ammiccante per la maggior parte degli elettori. L’inizio dell’ultima puntata ancora in atto è qualche mese prima delle Europee. Berlusconi è allo stremo delle forze, i giudici paiono averlo messo in un angolo, da dove, fra mignotte ed evasione fiscale, non esce. Letta gli ha fregato da sotto il naso sia CL sia l’appoggio siculo di Alfano e dei suoi amici con la coppola. La Lega è ai minimi storici e Fitto ha iniziato un regolamento di conti interno. Nel frattempo Renzi vince il congresso e poi le primarie (e, fra congresso e primarie, chi osa definire il PD democratico è quantomeno generoso). E cosa fa ‘il nuovo che avanza’? Con un alleato in una situazione tragicomica e legalmente imbarazzante, ma che ha circa il 20% del parlamento alle sue dipendenze, lo riabilita iniziando il processo costituzionale, il tutto nelle più segrete stanze. FI appoggia fino ad un certo punto, giusto il tempo di tornare sotto i riflettori, ma poi le Europee son vicine e bisogna discostarsi. L’inciucio finora perpetrato a favore di telecamera deve tornare ad essere nascosto. FI toglie l’appoggio e inizia a bastonare (sempre a parole) il governo, Salvini è in TV h24, Fitto non viene mai nominato, gli amici di sempre di Fratelli d’Italia vengono truccati il giusto per non disperdersi troppo. E fra loro iniziano le solite false scaramucce. Per le Europee si prosegue tutti separati, mentre per le regionali ci si apparenta di nuovo in qualche regione, e dove ciò non avviene, si sceglie o un candidato senza bandiera vera e propria o un candidato sicuro perdente. I risultati sono piuttosto positivi. Il solito maquillage ha funzionato anche stavolta. Nel complesso i partiti di destra, se messi tutti insieme appassionatamente, come sarà probabilmente per le elezioni politiche, raccolgono in quasi tutte le votazioni percentuali ben superiori al 30%. Con l’Italicum ci si va a nozze. Con una sinistra che, invece di rimanere unita, continua nella scissione furba dell’atomo, ci si scopa all’occorrenza, proprio come si fa con una prostituta.

3. Maaaa… la morale di questi riassunti?

La mia personale morale della storia è una sola. Tutto cambia perché nulla cambi. A sinistra durante le Europee ci si è presentati piuttosto compatti per volere della destra, e il partito, in quel momento a vocazione maggioritaria, ha raccolto dalla debolezza del Banana, dopodiché, all’interno del PD, ci si sta riorganizzando come al solito per ammazzare Caino, la bruciatura dell’ennesimo premier è solo iniziata. A destra la musica non cambia dagli anni ’90. La mia speranza non è convincere chi vota Berlusconi o Renzi. Ormai quelli sono atti di fede, è come il tifo calcistico: anche se giocatori e squadra perdono, rubano partite, o le perdono apposta, non si può cambiare. La mia speranza è piuttosto far notare il gattopardismo della scena politica, dove le nuove formazioni si fondano sempre e solo sulle vecchie. Utilizzano le sedi e le firme dei loro circoli, quelle gestite dai soliti ras locali, e appoggiano, a voce, buone idee venute dal sentimento antikasta per poi, infine, non praticarle. I rimborsi elettorali, la restituzione degli stipendi, i due mandati e chissà quante altre battaglie son rimbombate nelle vostre orecchie dalle varie feste dell’Unità. Sfortunatamente nessuno rifiuta mai gli sghei!
Rinunciare ai soldi non è dimostrazione di superiorità, ma sicuramente di non attaccamento agli stessi.

Tortura, tutti gli emendamenti alla legge

segnalato da Barbara G.

Il 26 giugno la giornata delle Nazioni Unite dedicata alle vittime

Presentati oltre 80 interventi di modifica del testo approvato dalla Camera lo scorso 9 aprile, a due giorni dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Diaz. Sono poche però le proposte di modifica in linea con la Convenzione Onu, che attende pieno recepimento dal 1989. E il vicepresidente di Palazzo Madama Maurizio Gasparri propone l’impunità “in occasione di eventi legati all’ordine pubblico”

di Duccio Facchini – altreconomia.it, 23/06/2015

Venerdì 26 giugno è la giornata internazionale delle Nazioni Unite “a sostegno delle vittime della tortura”. Quella tortura che l’ordinamento del nostro Paese ancora non riesce (non vuol riuscire) a identificare e perseguire.

Il Parlamento italiano, infatti, al di là delle rassicurazioni giunte dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo a proposito dei fatti della Diaz del 7 aprile scorso, non è ancora riuscito ad approvare (dal 1989) un testo coerente alla (pur sottoscritta) Convenzione Onu contro la tortura. Anzi, leggendo gli oltre 80 emendamenti presentati a metà giugno al testo in discussione alla commissione Giustizia del Senato, sembra proprio che la “lezione” di Strasburgo -la sentenza è stata pubblicata in italiano soltanto il 23 giugno sul portale del ministero della Giustizia- non abbia lasciato che pochi e deboli ricordi.

Approvato dalla Camera due giorni dopo la storica sentenza della Cedu, il disegno di legge si è arenato. “Per fortuna”, direbbe chi ha letto la norma e preso nota delle evidenti carenze: dalla genericità del reato (“chiunque” cagiona) a un uso problematico degli avverbi (il torturatore dovrebbe agire infatti “intenzionalmente”), dalla mancata imprescrittibilità al rischio che dal nuovo reato di tortura possa rimanere escluso un altro “caso Diaz”.

Non a caso Lorenzo Guadagnucci, giornalista autore per Ae del pamphlet“sTortura” e vittima della Diaz, ed Enrico Zucca, pm del processo Diaz, hanno lanciato a maggio una sorta di appello per chiedere ai senatori di non approvare il testo, ritenuto compromissorio e lontano dalla Convenzione Onu, auspicando emendamenti migliorativi frutto di una resistenza alle pressioni pubbliche dei vertici delle forze dell’ordine.

E nonostante il gruppo di Area Popolare (Ncd e Udc, al governo) -cui appartiene anche l’ex ministro Carlo Giovanardinon abbia presentato alcun emendamento (che era stato invece promesso in aprile), sono poche le proposte che puntano peraltro ad un lieve cambio di passo, mentre continua a mancarne una in linea con la definizione Onu. Nessuna, in ogni caso, tratta dell’imprescrittibilità del reato (sancita invece dalla ratifica della Convenzione Onu, come peraltro chiarito ad Ae dal membro italiano del Comitato Onu contro la tortura, Alessio Bruni) o del fondo a tutela delle vittime della tortura.

Un solo emendamento (su oltre 80) tenta di ristabilire la “specificità” del reato -prevista invece dalla Convenzione Onu-, indicando nel pubblico ufficiale o nell’incaricato di pubblico servizio l’unico “responsabile” della tortura. Si tratta dell’emendamento presentato dai senatori della Lega Nord Stefani e Centinaio, che però continua a mantenere l’avverbio “intenzionalmente” legato all’inflizione della tortura, una causa decisamente ristretta e una pena inferiore a quella prevista dal ddl della Camera (da tre a dieci anni invece che “da cinque a quindici”).

Tra le tiepide proposte migliorative quella di sopprimere l’avverbio “intenzionalmente” (avanzata da esponenti M5s, Pd e Misto) e, per risolvere il nodo che al momento potrebbe -secondo alcuni- escludere casi analoghi a quelli della Diaz, quella di aggiungere alle condizioni del potenziale torturato quella di trovarsi “in una condizione di minorata difesa”.

A rappresentare la linea dura del “partito della Polizia” -difesa dopo la sentenza Cedu da Raffaele Cantone sebbene la Corte di Strasburgo avesse riconosciuto essersi rifiutata “impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”ci ha pensato il vice presidente di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri. Secondo lui, il torturatore dovrebbe agire “con crudeltà” (altrove nel codice penale questa è considerata un’aggravante) e le sofferenze arrecate non potrebbero essere che “fisiche”, avendo infatti proposto la soppressione della dizione “o psichiche”. In ogni caso, secondo un altro emendamento che reca la sua firma, “la punibilità è esclusa in occasione di eventi legati all’ordine pubblico” e “se fatti di violenza che causano sofferenze fisiche ovvero con accanimento vengono commessi avverso i pubblici ufficiali in servizio di ordine pubblico ovvero in occasioni di manifestazioni sportive si applica la pena della reclusione da cinque a nove anni”.

Eppure tra le “misure generali” della sentenza di aprile, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva ritenuto“necessario” che “l’ordinamento giuridico italiano” si dotasse “degli strumenti giuridici atti a sanzionare in maniera adeguata i responsabili degli atti di tortura”, impedendo che “questi ultimi” potessero così “beneficiare di misure che contrastano con la giurisprudenza della Corte”.

Ma l’Italia -il Parlamento italiano- si candida ancora una volta alla recidiva, sulla pelle delle “vittime della tortura” ricordate il 26 giugno.

Rinuncio al mio credito

segnalato da Barbara G. (e Lame)

ATENE NON E’ SOLA

La campagna. Il manifesto sostiene l’iniziativa «io rinuncio al mio credito» e invita tutti i lettori a sottoscrivere la lettera, a riprodurla e a moltiplicarla. Diciamo forte e chiaro: Atene non è sola

ilmanifesto.info, 24/06/2015

La lettera «io rinuncio al mio credito greco», è una piccola-grande risposta all’agguato di Ue e Fmi contro il governo di Syriza guidato da Tsipras. È il momento più difficile per il nuovo esecutivo di Atene, democraticamente eletto solo 5 mesi fa dopo il disastro della destra e della Trojka che ha portato alla crisi umanitaria.

Ora Tsipras ha presentato un piano contro l’asfissia finanziaria. Ma l’Ue, con rapido voltafaccia, dice ancora no: chiede il taglio delle pensioni e meno tasse alle imprese.

Insomma, torna la «vecchia» lotta di classe.

Il manifesto sostiene l’iniziativa «io rinuncio al mio credito» e invita tutti i lettori a sottoscrivere la lettera, a riprodurla e a moltiplicarla.

Diciamo forte e chiaro: Atene non è sola.

Inviate le vostre lettere a:

Ufficio di segreteria del Consiglio dei Ministri uscm@palazzochigi.it

(e se volete, per conoscenza, a comitati@listatsipras.eu e lettere@ilmanifesto.it)