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Celio Azzurro, l’asilo interculturale di Roma, compie 25 anni. Ma il futuro è a rischio

Nato nel 1990, la sua missione è quella di accogliere prima di tutto i nuclei familiari meno abbienti. Nel centro sono passati più di 1000 bambini da più di 80 paesi. Il fondatore Guidotti: “Abbiamo messo a punto un metodo, vorremmo mettere a disposizione la nostra esperienza di ricerca educativa”.

di Cinzia Gubbini – Repubblica.it, 28 giugno 2015

Celio Azzurro compie 25 anni. E forse la migliore dimostrazione del successo di questa straordinaria esperienza educativa, che sorge nella “selva” del Monte Celio a Roma, è la maestra Fayo. È uno dei dieci educatori che ogni mattina fanno scuola a 60 bambini tra i 3 e i 6 anni. Ma anche Fayo è stata una delle bambine di Celio Azzurro, anzi: una delle prime iscritte. Erano in cinque quando tutto cominciò.

Giugno 1990. Per un gruppo di maestri, giovani e idealisti, arriva l’ok della Provincia di Roma: possono aprire un centro interculturale in una piccola struttura di legno, quasi una baita, che rischia di marcire sotto una fitta vegetazione. Collaborano con la Caritas Diocesana di Don Luigi Di Liegro. In quegli anni l’immigrazione non è ancora un’emergenza in Italia. Ma alla Caritas sanno che la società sta cambiando, vogliono fare qualcosa per i bambini. Proprio nel ’90 nella Capitale arriva un flusso di profughi somali e eritrei. L’amministrazione li piazza in alcuni hotel in periferia. I maestri di Celio Azzurro vanno a bussare alle porte di quelle famiglie spaventate e disorientate, cercano di far capire loro che possono fidarsi e che per i figli andare all’asilo, anche se non è obbligatorio, è importante. La pagano subito cara: nel gennaio del 1991 il centro viene dato alle fiamme. Rinasce solo grazie a una campagna di stampa.

Oggi, a due passi dal Colosseo, il Monte Celio è un ambiente molto “in”. Celio Azzurro però resta una “struttura resistente”, fedele alla missione di accogliere prima di tutto i nuclei familiari meno abbienti. Per loro la scuola è gratuita. Gli altri pagano una retta, inferiore a quella della maggior parte degli asili privati. In 25 anni qui sono passati circa 1000 bambini da più di 80 paesi, miscelando sapientemente famiglie fragili con quelle socialmente più agiate. Ogni anno Celio Azzuro deve dire di no a decine di famiglie che vengono a sostenere il colloquio sperando di far crescere il pargolo nel famoso giardino dell’asilo, in mezzo a bambini di ogni paese del mondo, dargli la possibilità di frequentare una scuola che non si vergogna di avere un progetto educativo forte e orientato alla diversità culturale.

L’esclusione delle famiglie che si candidano per entrare al Celio è il primo cruccio – ma non il solo – di Massimo Guidotti, l’unico superstite del gruppo originario dei fondatori, oggi direttore educativo del centro. Guidotti assomiglia un po’ alla sua creatura: struttura massiccia, modi semplici e spicci che nascondono una profonda e continua riflessione sul ruolo del maestro, sulla sorte della scuola oggi e su quel che resterà in futuro di un’esperienza come il Celio, arrivata a un quarto di secolo.

La previsione è amara: “Credo che Celio Azzurro morirà con noi”, dice Guidotti. Il pessimismo è dovuto ovviamente alla precarietà del finanziamento comunale con cui ogni anno deve lottare la cooperativa. Ma non solo: a “uccidere” il Celio è anche l’indifferenza. Il più bel regalo di compleanno per il centro interculturale sarebbe diventare oggetto di studio di qualche istituto di ricerca. Finora non è mai accaduto, benché il centro sia sbarcato addirittura nelle sale cinematografiche grazie al documentario “Sotto il Celio Azzurro”, di Edoardo Winspeare.  “Per carità, ci invitano ai convegni – racconta Guidotti – Ma vorremmo mettere a disposizione la nostra esperienza di ricerca educativa. Pensiamo ce ne sia un gran bisogno. Ormai possiamo dire senza presunzione di aver messo a punto un metodo. Non tutto è esportabile nella scuola pubblica, che è quella che ci sta a cuore. Ma molte cose sì”.

Quali sono allora i capisaldi del “metodo Celio”? Pochi, semplici, ma in effetti “alieni”. Prima di tutto gli orari: flessibili. “Ovviamente non vuol dire che ognuno viene e va quando vuole. Ma se un genitore si vuole fermare a prendere un caffè o a chiacchierare, vedere cosa fa il figlio, ci fa piacere. Nessuno resta fuori dalla porta, non abbiamo nulla da nascondere”, spiega Guidotti . D’altronde il secondo punto è proprio la presa in carico delle famiglie, e non solo del bambino: “La scuola non può riflettere se sia il caso di farlo o no, lo deve fare e basta. La famiglia va orientata, ascoltata, lo spazio della scuola o viene inteso come comunità oppure si creano i fenomeni di contrapposizione in cui l’insegnante perde completamente autorevolezza”.

Terzo punto: il rispetto dei tempi dei bambini: “Celio Azzurro è una scuola che va piano – dice Guidotti – qui innanzitutto si gioca. Non si sta seduti. Non si colora rispettando le cornici perché sennò c’è un problema cognitivo. Il bambino ha bisogno di correre e di saltare, ha bisogno di colorare come gli va, ha bisogno innanzitutto di relazionarsi con gli altri. Siamo sicuri – chiede il direttore del Celio – che a sei anni, in prima elementare, per un bambino sia naturale stare otto ore seduto? È un’esigenza degli insegnanti e dei genitori, o del bambino? Figuriamoci prima”. Quarto punto: la presenza di figure maschili. Per il Celio Azzurro l’educatore maschio insieme alle educatrici femmine è irrinunciabile: “Il problema è che sono sempre di meno – dice Guidotti – ormai l’insegnamento, soprattutto nell’infanzia e alle elementari, è esclusivamente femminile. E questo è un grosso guaio, perché la scuola dovrebbe rispecchiare la realtà della società. I bambini quando sono a scuola dovrebbero essere nel mondo. E nel mondo ci sono maschi e femmine”.

Ovviamente, nel mondo ci sono anche culture e lingue diverse. Ed ecco l’ultimo e più importante caposaldo del “metodo Celio”, cioè l’interculturalità: “Questa scuola è nata come profilassi a un problema sociale che secondo noi si sarebbe creato presto, e mi sembra che la storia ci abbia dato ragione. Ma anche qui: come si fa interculturalità? Vogliamo conoscere l’altro attraverso la cucina del suo paese o vogliamo conoscerlo come persona? Per noi l’interculturalità non è una materia disciplinare, ma è incontro reale – dice Guidotti – e non ci interessa partire dalle differenze, ma dalle somiglianze”.

Per ora, non è andata a buon fine neanche la richiesta di aprire una succursale di Celio Azzurro, vista la quantità di richieste. Soldi per il sociale non ce ne sono. “È sempre così: né soldi, né tempo per parlare delle problematiche di fondo”, è l’opinione di Guidotti. Che dice di sentirsi qualche volta come il Galileo di Brecht, che pensava di mettere a tacere le obiezioni degli aristotelici semplicemente invitandoli a guardare nel cannocchiale. Ma, come è noto, rifiutarono.

QUI il sito di Celio Azzurro

 

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