La Germania in Grecia

Segnalato da Barbara G.

LA GERMANIA IN GRECIA: COM’E’ NATA E COME SI PUO’ RISOLVERE LA CRISI DI ATENE

La vicenda ellenica è una questione di democrazia, Stato sociale, sovranità. Un paese cicala può diventare un paese formica, ma serve l’intelligenza politica – anche dei creditori.

di Giorgio Arfaras – limesonline, 26/06/2015

Proviamo a immaginare la Grecia in un mondo senza euro e senza Unione Europea.

Per cominciare, i trasferimenti di capitali che si sono avuti negli ultimi anni dai paesi dell’euro verso Atene non ci sarebbero stati.

La ragione è da cercarsi nella moneta ellenica: una moneta debole che nessuno avrebbe voluto, se non in cambio di interessi proibitivi. Non arrivando del denaro da fuori, la spesa pubblica in deficit – in deficit perché in Grecia non si raccoglievano le imposte nella misura necessaria – sarebbe stata finanziata con l’emissione di poche obbligazioni (che pochi, anche greci, avrebbero voluto) e soprattutto con l’emissione di moneta. La quale, se offerta in eccesso, avrebbe (come ha fatto) alimentato l’inflazione. Con dazi elevati e una moneta debole le importazioni di beni sarebbero state frenate. Le esportazioni greche di beni erano (e sono) poco importanti, mentre rilevano quelle dei servizi turistici. Insomma: la Grecia era un paese povero, con un equilibrio economico precario, la cui importanza dipendeva dalla collocazione geografica.

Vediamo ora Atene nell’euro e nell’Ue. La moneta comune annulla il problema del cambio. Si investe in Grecia comprando il suo debito pubblico in euro, ed euro si ricevono alla scadenza dell’obbligazione. Annullato il rischio cambio, il rendimento delle obbligazioni scende. E scende molto, al punto da rendere attraente l’emissione di obbligazioni per finanziare il deficit pubblico. Il nuovo debito pubblico, infatti, costa molto poco. La spesa pubblica greca può così aumentare senza che vi sia una gran necessità di alzare le imposte. Allo stesso tempo, si ha la liberalizzazione dei mercati delle merci e dei capitali. Insomma, la crescita è trainata dalla spesa pubblica in deficit, finanziata dagli acquisti di obbligazioni del Tesoro ellenico soprattutto di origine estera.

Due numeri. Dal 1990 alla crisi del 2008, il pil greco senza inflazione passa da 100 a 165 – nello stesso periodo quello italiano e tedesco passano da 100 a 130. Il pil greco sale molto, ma la qualità dell’ascesa è modesta: la produttività totale dei fattori nel periodo resta, infatti, invariata – anche in Italia resta invariata nel 1990-2008, mentre in Germania cresce (pag. 5, qui). Scoppia la crisi e il pil greco si contrae da 165 a 125 – quello italiano cala da 130 a 115, mentre quello tedesco sale da 130 a 135.

Mentre cresceva il debito pubblico, non sorgevano le condizioni strutturali per onorarlo nel lungo termine, come si evince dalla dinamica della produttività. Dov’è finito il controvalore del gran debito? Nella spesa per i salari ai dipendenti pubblici, nelle pensioni, nelle opere pubbliche.

Sorge la domanda: possibile che dall’estero nessuno si sia accorto di niente e che quindi sia arrivata lo stesso una massa di denaro sproporzionata alla forza economica di lungo termine dell’Ellade? Il sistema bancario europeo era esposto verso la Grecia per 100 miliardi di euro nel 2005, miliardi che sono diventati ben 300 prima della crisi del 2008. Da allora l’esposizione è scesa a meno di 50 miliardi. Il sistema finanziario non si è perciò mostrato “lungimirante”, forse perché contava di essere salvato in caso di crisi grave. Sei “formica” quando crei le condizioni per la tua solvibilità, sei “cicala” se sperperi senza pensare ai tuoi obblighi verso i creditori.

Le formiche dell’Eurozona, in primis le banche francesi e tedesche, pensavano (o facevano finta di pensare) che anche i greci fossero delle formiche fino alla crisi, ma poi si sono (piuttosto) velocemente convinte che erano solo delle detestabili cicale.

Scoppia la crisi e Atene volens nolens tenta affannosamente di diventare una formica. In Grecia vi erano ben – considerando la popolazione nel complesso – 907.251 dipendenti pubblici nel 2009. A fine 2014 erano 651.717, ossia un 25% in meno (pag.290, qui). Immaginate l’impatto politico della stessa riduzione in altri paesi. Il deficit pubblico greco sul pil è passato dal 15% del 2009 al 2,5% l’anno scorso. Anche qui, immaginate l’impatto politico della stessa riduzione in altri paesi.

Insomma: la Grecia ultimamente si sta comportando da formica, ma la crescita non si è palesata, nonostante il debito pubblico durante la crisi del 2010-2012 sia all’80% finito in mano alla Trojka e costi solo il 2% – come quello tedesco, la metà di quello italiano. L’economia greca, già povera di suo, si è contratta al punto che i pur modesti debiti giunti a scadenza sono pari alla metà circa del pil di un mese. Da qui l’impossibilità di pagarli, in assenza di crescita, a meno che il debito giunto a scadenza non venga tosto rinnovato.

Assumiamo che il racconto fin qui fatto sia veritiero. Abbiamo esaurito l’argomento? No, perché vanno ancora osservate le problematiche nascoste, che sono quelle relative all’interazione fra integrazione economica, Stato nazionale e democrazia. Per evitare un discorso astratto, partiamo dalla vicenda pensionistica.

Le pensioni – in un sistema detto “a ripartizione”, laddove lo Stato è intermediario fra chi lavora e chi si è ritirato, con i primi che versano le pensioni ai secondi – sono finanziate dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. In Grecia avviene lo stesso, ma i contributi erano pari a due terzi delle pensioni erogate prima della crisi e sono diventati pari a poco più della metà durante la crisi. Il sistema pensionistico greco ha anche dei beni reali e finanziari, che però rendono poco: alla fine, la differenza fra le entrate del sistema pensionistico e le sue spese – con le seconde che sono il doppio delle prime – è a carico del bilancio pubblico. Questa differenza è pari a 13 miliardi di euro l’anno ogni anno: un esborso pari al 15% delle entrate statali.

Come mai il sistema pensionistico è sottofinanziato? I contributi dei datori di lavoro sono in linea con quelli degli altri paesi, ma non lo sono quelli dei lavoratori. Come mai? I lavoratori autonomi sono molto numerosi e con un reddito modesto, come si può immaginare che siano in un paese di servizi turistici.

I greci “privati” non vanno in pensione molto prima degli altri europei, ma contribuiscono meno – quando sono attivi – al funzionamento del sistema pensionistico. I greci “pubblici” vanno, invece, in pensione molto prima degli altri europei. Perciò abbiamo un sistema incapace di finanziare le pensioni senza il contributo dello stato. Senza il contributo dello Stato le pensioni sarebbero dimezzate. Le pensioni in un paese per il quale si può parlare di “famiglia allargata” sono molto più che delle pensioni, perché compensano la mancanza di servizi pubblici estesi. I nonni mantengono i nipoti disoccupati, potremmo dire. Per tagliare la pensione ai nonni dovresti dare un sussidio di disoccupazione o un reddito di cittadinanza ai nipoti, potremmo aggiungere. Oppure ancora, dimezzare le pensioni e non offrire i servizi pubblici estesi. (Auguri alle prossime elezioni…)

Se la Grecia fosse in grado di finanziare agevolmente le pensioni pur con tutte le loro distorsioni – alcuni sono privilegiati, come i pensionati statali, e il sistema pensionistico nel complesso svolge anche il compito improprio di “Stato sociale” – nessuno potrebbe dire niente. Insomma, se i greci votano per dei governi che tengono in vita questo sistema pensionistico, essi esercitano la propria “sovranità”. Nel momento in cui diventano un paese insolvente – ossia incapace di pagare il debito pubblico, che si è potuto accumulare grazie all’integrazione economica – debbono soddisfare le richieste dei creditori. Questi vorrebbero un sistema pensionistico moderno, ossia che distribuisca solo pensioni e che non assolva altri compiti: un sistema che però esiste solo nelle economie con una base industriale forte e Stato sociale diffuso.

Insomma, i creditori vogliono la Germania in Grecia. La democrazia esercitata in uno Stato sovrano, in assenza di crisi economica, probabilmente manterrebbe il sistema pensionistico attuale, che serve molti e diffusi interessi. In questo caso, avremmo una “sovranità” che tiene in vita un sistema arcaico. La pressione a cambiare sistema spinge, invece, verso la “modernità”, ma limita la sovranità.

Dove sta l’intelligenza politica del debitore? Supponiamo che voglia modernizzare il paese, ma che non ne abbia la forza politica. L’occasione si presenta con i creditori che ti inseguono. Non puoi posporre le decisioni, pena la crisi finanziaria. Qual è allora la soluzione? Rendere – nella misura del possibile – morbida la modernizzazione. La sovranità la eserciti negoziando condizioni morbide per riformare il sistema.

Dove sta l’intelligenza politica del creditore? Nel concedere le condizioni morbide. Anche perché, se la Grecia diventasse insolvente, fra Germania e Francia andrebbero persi circa 150 miliardi di euro. Che cosa racconterebbero a quel punto Merkel e Hollande ai loro elettori? Che hanno prestato una montagna di denaro a un paese che era ultra-esposto con le banche estere, paese che poi è fallito?

Per approfondire: Moneta e impero

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22 comments

  1. Giusto per continuare con la “stupidità dei fatti”. Posso darvi i link e le fonti, mi richiederà tempo ma son ben disposto a provare la mia ostinata pretesa ad essere stupido.
    Nel 2008 (cifre arrotondate per evitare crampi alle dita per l’elevato numero di zeri) l’ammontare del debito “tossico” originato con la crisi dei mutui “subprime” era all’incirca di 2000 milardi di euro (senza contare le decine di migliaia di miliardi di derivati ad essi legati). Questo corto circuito del sistema creditizio è all’origine della depressione (vi ricordo il “leverage index” a 26 che dimostra come l’economia sia sostenuta da una marea di carta – altro che le sigarette-banconote di Weimar).Insomma il sistema bancario era in bancarotta e l’unica, ragionevole via d’uscita era la cancellazione dei debiti come irrecuperabili. Il capolavoro è stato quello di trasferire questi debiti sugli stati. Motivo primo per cui non si può ammettere il principio di cancellazione del debito greco. La catena logica è inevitabile:
    il debito greco è impagabile, il debito greco proviene dalle banche ergo il debito delle banche era insostenibile. Punto di domanda: se era insostenibile perchè lo abbiamo trasferito? Ricordo qui il principio del FMI “non si prestano soldi ai falliti o a chi non può pagare” (ah già,la clausola di rischio sistemico con la sotto-clausola “giù nella stiva, affogare, morire e disporre i cadaveri ordinatamente in fila a tappare la falla”). Il rapporto debito pubbico/PIL in Grecia era 126% nel 2009 e dopo il salvataggio delle banche e le misure di austerità che dovevano ridurlo (nonostante il surplus greco sia stato negli ultimi anni il più elevato tra i paesi europei) sia ora 175% o qualcosa in più. Ricordo sempre per le coccie dure l’Irlanda (da 25% a 125% con annessa pistola alla tempia).
    Un aneddoto carino da ricordare è quello della battaglia di uno dei maggiori speculatori sul debito greco tale Paul Kazarian che insiste nella sua personale battaglia tesa a dimostrare che nel caso si applicassero i Principi Contabili Internazionali il debito greco si ridurrebbe ad un decimo del totale corrente. Sottolineo qui che i Principi Contabili Iternazionali sono quelli rigorosamente applicati nelle multinazionali e che contribuiscono a fornire la cornice in cui tutti allegramente ci beviamo le notizie sull’andamento dell’economia. Ma tant’è, qui la battaglia è tra pigri meridionali ed alacri e solerti lavoratori settentrionali.
    Gli americani hanno tutto l’interesse a che la faccenda si chiuda per tenere lo sporco sotto il tappeto (l’origine è sempre nella crisi dei subprime, la Federal Reserve ha allegramente stampato con il TARP “troubled Assett Relief Program” 4000 miliardi di dollari per coprire le perdite di Wall Street) infatti le banche europee avevano in portafoglio centinaia di miliardi dei subprime ed il programma complessivo europeo corrispondente al TARP americano ha avuto un valore approssimato di circa 750 miliardi di euro. Circa 485 milioni furono usati per salvare le banche che avevano prestato soldi creati con questa immondizia ai governi.
    Traducendo in termini spiccioli, immondizia travestita da denaro prestata al governo greco magicamente ritrasformata in debito vero accollato ai cittadini europei. Trattasi della magia conosciuta come l'”inchiostro” di Goldman Sachs (the vampire squid) all’origine del primo trucco dei conti greci per l’ingresso nell’euro. Il trucco consiste nel prendere un prestito fatto al governo greco, considerarlo come un “currency swap” piuttosto che in un debito vero e proprio in attesa che si ritrasformi in debito maggiorato una decina d’anni dopo. (ho un debito in dollari oggi di 1000 che scade tra 3 anni, compro uno strumento finanziario che mi permette di ripagarlo in qualsiasi altra valuta che abbia un rapporto di cambio favorevole al valore attuale odierno, scelta la valuta opportuna le – per dire – 100.000 dracme che mi serviranno per ripagare il debito tra tre anni si riducono a 50000 dracme che mi servono oggi per comprare i marchi per saldare il debito in dollari. Lo faccio veramente? No, ma potrei e riduco contabilmente il mio debito della metà, ovviamente nel caso della Grecia la valuta era l’euro, chiaramente sopravvalutato rispetto alla realtà greca con origine del deficit commerciale di cui ho parlato da qualche altra parte).
    Tornando ai 485 milioni…245 furono usati per il “salvataggio della Grecia”. Mi rendo conto che è quasi impossibile sintetizzare e mi fermo, spero di aver dato almeno l’idea del perchè Varofaukis insiste ed il suo non è un bluff, la Grecia farà fallire l’Europa (e forse non solo) ma questa volta sarà un pò più difficile nascondere quello che è stato fatto negli anni precedenti. La commissione d’inchiesta irlandese ne è un esempio. Ci vorrà tempo perchè queste nozioni siano digerite ma una volta chiare la probabilità delle forche in piazza aumenterà sensibilmente (a meno che non si lascino i poveri intellettuali e professoroni di sinistra liberi di dire mezze verità tentando di risolvere il massacro creato da altri, come ho detto la destra non è disponibile al mal di testa ed ai lunghi ragionamenti)

    1. penso che l’abbiano capito anche i muri, chi non l’ha capito non vuole capirlo pertanto è del tutto inutile la faticaccia di allegare link e fonti, cmq personalmente ti ringrazio

  2. UE, LA FEDDERAZIONE DE NOANTRI…

    per dire: Tsypras scrive ufficialmente a Dijsselbloem,presidente dei ministri delle finanze dell’Eurogruppo (non si sa da chi e da chi e cosa legittimato a trattare l’argomento Grecia, se non da accordi informali) e risponde la Merkel. che dice cosa fare e non fare.
    E qualcuno vorrebbe pure che sto guazzabuglio da banda Bassotti stesse in piedi?
    Il suddetto Dijsselbloem è lo stesso che, prima di occupare la carica in questione (non lo ha eletto nessuno) si occupava di latte in Olanda e Irlanda, e ha falsificato il suo curriculum adducendo un master universiario che non ha.
    Se non riusciamo a mandarli via con un mezzo o con l’altro (compresa la scure celtica di Salvini, se occorre) questii combinano guai ben peggiori.

  3. sono in forte OT; ma questo tweet… 🙂

    Il Pornografo™ ‏@Il_Pornografo 3 h fa

    Temo che qualcuno tiri fuori dal cappello un collegamento fica-olio di palma…
    Sarebbe la fine

  4. Romano Prodi, intervistato da Repubblica, ha bacchettato la giuda dell’Ue: «Manca una vera autorità europea, non abbiamo voluto un’autorità federale. Abbiamo delegato ogni potere ai leader nazionali, che sono ostaggi dei loro problemi di politica interna». Da qui l’invito a «creare una vera e forte autorità europea, che è stata continuamente messa in un angolo dai governi nazionali. Se l’Europa si vuole salvare deve reagire immediatamente dotandosi di una autentica autorità federale». L’ex ministro del Consiglio non crede, invece, a un addio della Grecia all’euro: «Comunque vada a finire il referendum, il danno di una uscita della Grecia dall’euro sarebbe troppo grande. Si troverà un compromesso. Se tutto il mondo, da Obama ai cinesi, continua a ripeterci che bisogna trovare un accordo, vuol dire che c’è il diffuso sentimento di una catastrofe imminente che occorre evitare ad ogni costo».

    i leader europei fanno invece terrorismo psicologico
    http://www.lastampa.it/2015/07/02/economia/varoufakis-dimissioni-del-governo-se-vincono-i-s-e-moodys-taglia-di-nuovo-il-rating-della-grecia-SIM2V2xodG14wHNT4iO6BI/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=gplus

    1. Credo che sia tardi per la creazione di un’autorita’ federale comune. Non ci crede piu’ nessuno. Sarebbe un modo per cedere ancora piu’ potere.

      1. premesso che di economia capisco poco….
        la domanda sorge però spontanea
        a che serve una UE così? (ai “poteri forti” è scontata, altra risposta…)
        non c’è una autorità federale
        non c’è esercito comune
        non c’è strategia comune su immigrazione
        per quanto riguarda la produzione, ogni tanto saltano fuori con delle perle che penalizzano produzione di qualità
        il ttip è in agguato…

        1. il problema grosso è che da poco invece abbiamo l’unione bancaria. la bce controlla le nostre banche.
          Questo forse sarà la catena che unirà le varie anime europee divise su molte cose.

        1. Chi e’ che fino a due commenti fa citava salvini nrunetta e 5*? Vedi loro e i loro elettori propensi a cedere ulteriore potere all’ europa? Con le persone in carne e ossa ci parli?

      2. federale cosa? la UE è un entità fantasma, un groviglio di tratati multilaterali e bilaterali che non hanno MAI avuto un legittimazione politica, se non come accordi tra governi di stati sovrani, che tali sono rimasti giuridicamente. come soggetto autonomo e indipndente, credo che la UE non sia riconosciuta da nessun organismo mondiale. Per dire: mica siede all’ONU

    2. Se tutto il mondo, da Obama ai cinesi, continua a ripeterci che bisogna trovare un accordo, vuol dire che c’è il diffuso sentimento di una catastrofe imminente che occorre evitare ad ogni costo»

      è una frase inquietante, soprattutto se letta alla luce di unanta affermazione di Brecht: “quando oltre confine non ci vanno più le merci, ci vanno i crri armati”.
      Il mondo continua a esser pieno di conflitti espliciti e sotterranei, sanzioni e controsanzioni, blocchi e controblocchi, altro che globalizzazione, nelle economie e nelle società reali non c’è equilibrio e nemmeno riescono a produrlo.
      Ciascuno per se, si salvi chi può, girnoper giorno.
      In Grecia, credo che uno degli elemnti principali per i quai vogliono levarsi dai iedi Tsypras non siano i debiti, ma il monopolio delle rotte energetiche e navali del meiterraneo

  5. Atene è sola, la solidarietà non basta (capito? Ndr)

    Europa. La crisi greca mette in chiaro la fine di ogni alternativa socialdemocratica. Nel Vecchio Continente il governo unico della Troika vince sulla democrazia

    Fausto Bertinotti

    EDIZIONE DEL02.07.2015

    Per Atene pas­sano vie che con­du­cono ai grandi e irri­solti pro­blemi che la crisi delle società, nelle quali viviamo, ci pon­gono quo­ti­dia­na­mente di fronte. Una di que­ste inve­ste più diret­ta­mente chi pensa che una con­di­zione neces­sa­ria per poterli affron­tare sia quella di con­tra­stare e scon­fig­gere le poli­ti­che di auste­rità e quella di met­tere in discus­sione l’assetto oli­gar­chico dell’Europa.

    La Gre­cia ci ha pro­vato, ma l’ordine che regna nell’Europa reale pare essersi impo­sto. Il mani­fe­sto con­sen­tirà il riuso di un suo titolo famoso “Atene è sola”. Qui sta il dramma delle forze del cam­bia­mento in Europa. Le mani­fe­sta­zioni di soli­da­rietà sono neces­sa­rie ed apprez­za­bili, ma non cam­biano il quadro.

    La con­tesa è stata tra il governo greco, da un lato, ed il governo dell’Europa reale, dall’altro, senza che in que­sta fosse ope­rato o si aprisse un con­flitto forte ed esteso con­tro le sua poli­ti­che. Il fatto che a Tsi­pras e ai suoi non si possa rim­pro­ve­rare alcun­ché aggrava la que­stione. Il governo greco ha pro­vato a rea­liz­zare un’impresa pres­so­ché impos­si­bile. La sua con­dotta è stata tanto effi­cace da averci per­sino indotti, in qual­che pas­sag­gio cru­ciale, a cre­dere (con­tro l’analisi di cosa sia mate­rial­mente quest’Europa) che ce l’avrebbe fatta. Que­sto qual­cosa è così pre­zioso per il futuro di tutti, anche ora che il ten­ta­tivo è stato scon­fitto, da dover con­ti­nuare a riflet­tere su di esso.

    L’Europa reale, che pre­ten­deva di aver espulso da sé, in nome dell’ineluttabilità delle sue scelte stra­te­gi­che, la poli­tica, come auto­noma capa­cità di scelta, se la vede improv­vi­sa­mente parare davanti con la vit­to­ria elet­to­rale di Syriza e la nascita di un governo che pre­tende di tenere fede al man­dato rice­vuto dagli elet­tori, come se que­sto car­dine della demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva non fosse ormai abro­gato in tutti i paesi euro­pei ove, con il voto, si può sce­gliere il governo, ma non le sue poli­ti­che, giac­ché que­ste sono pre­de­ter­mi­nate dal sistema eco­no­mico in costru­zione. Per­ché il governo greco può ten­tare l’impossibile? Per­ché si fonda su un’esperienza poli­tica straor­di­na­ria. Syriza assume pie­na­mente il con­flitto tra il basso e l’alto della società, orga­nizza mutua­lità, coo­pe­ra­zione sociale, pro­muove una par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica nell’organizzazione del par­tito, sta­bi­li­sce un rap­porto di scam­bio per­ma­nete con i movi­menti di lotta, e vede emer­gere, al suo interno, un lea­der e una lea­der­ship che inter­pre­tano poli­ti­ca­mente il biso­gno di una rot­tura radi­cale con tutto il passato.

    Syriza si da un pro­gramma di governo alter­na­tivo alla poli­ti­che di auste­rità e che ha le sue fon­da­menta nel sod­di­sfa­ci­mento dei biso­gni prio­ri­tari della popo­la­zione greca. Per­ciò può ten­tare l’impossibile. Ma un’iniezione di demo­cra­zia nella costi­tu­zione mate­riale di que­sta Europa è incom­pa­ti­bile con essa stessa quanto l’uscita dalle poli­ti­che di auste­rità (che sono mici­diali poli­ti­che di destrut­tu­ra­zione e di desog­get­ti­va­zione del lavoro).

    L’iniziativa greca ha sospeso la Troika, ma la con­tro­parte rap­pre­sen­tante del governo euro­peo che l’ha sosti­tuito, ha rive­lato che la vit­to­ria del fun­zio­na­li­smo sulla demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva si è già rea­liz­zato in Europa. Todos cabal­le­ros. I governi e i gover­nati devono appar­te­nere alla spe­cie del pen­siero unico e ten­den­ziale diven­tare parti di un governo unico, sovran­na­zio­nale ed arti­co­lato, ma nella sostanza uni­ta­rio. Ai governi nazio­nali è richie­sto di essere pro­con­soli del governo cen­trale, governo costi­tuito sal­da­mente dalla Com­mis­sione euro­pea, dalla Banca cen­trale euro­pea e dal Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale. Lo scan­dalo cau­sato dal governo greco è con­si­stito nel far vivere, in que­sto ordine oli­gar­chico, il man­dato rice­vuto dal suo popolo. Lo scan­dalo ha denu­dato il re ma la debo­lezza dei sud­diti (noi euro­pei) lo ha lasciato sul trono.

    All’emersione della poli­tica come pos­si­bi­lità di scelta pro­vo­cata dal governo di Tsi­pras, quest’Europa ha rispo­sto con la poli­tica della con­ser­va­zione del potere. Poteva per­ciò con­tare poco che la Gre­cia fosse una parte così pic­cola dell’Europa da essere inin­fluente sui suoi destini eco­no­mici. Così come poteva con­tare ancora meno che il suo debito potesse essere age­vol­mente ristrut­tu­rato. Quel che andava dimo­strato è che nes­suno può dero­gare alla Regola: non già quella del debito (altri­menti fles­si­bile) bensì quella della com­pa­ti­bi­lità richie­sta tra le poli­ti­che di un qual­siasi governo euro­peo e l’ordine eco­no­mico pro­mosso dal nuovo capi­ta­li­smo, ordine adot­tato e garan­tito dal governo reale di quest’Europa. Non si era mai vista una trat­ta­tiva così squi­li­brata nei rap­porti di forza come quella tra il governo greco e quello euro­peo. Solo una mobi­li­ta­zione dei popoli euro­pei, o meglio un’accumulazione di forze ed espe­rienze, di lotte sociali nei diversi paesi euro­pei, avrebbe potuto col­mare lo squi­li­brio. Non c’era e non c’è stata. Al con­tra­rio qual­cosa di molto pesante è avve­nuto nelle forze di governo.

    Non vor­rei che quel che è acca­duto sem­brasse scon­tato. Non vor­rei che il giu­di­zio seve­ra­mente nega­tivo che molti di noi hanno su di essi, oscu­rasse il pas­sag­gio sto­rico che è avve­nuto in que­sta vicenda. Certo, non si può dire, per senso delle pro­por­zioni, che la prima social­de­mo­cra­zia, muore sui cre­diti di guerra e l’ultima muore sce­gliendo di stare dalla parte dei paesi cre­di­tori. Ma che la Troika non abbia tro­vato un solo governo a con­tra­starla e nep­pure a dif­fe­ren­ziarsi da essa è un’enormità. La social­de­mo­cra­zia tede­sca, i socia­li­sti fran­cesi, il par­tito di Renzi, e più in gene­rale i cen­tro­si­ni­stra hanno por­tato a ter­mine, con i pro­pri governi, la pro­pria defi­ni­tiva muta­zione gene­tica. Con essa è morta in Europa ogni ipo­tesi social­de­mo­cra­tica e sono usciti defi­ni­ti­va­mente di scena, nella ver­go­gna, tutti i vari centrosinistra.

    La soli­tu­dine di Atene tocca anche noi. Tocca anche tutto il campo, varie­gato e diviso, delle forze cri­ti­che. Non è que­sta la sede per un ragio­na­mento sulla sini­stra di alter­na­tiva in Europa e sui movi­menti, ma quel che non può sfug­gire è però la con­sta­ta­zione dram­ma­tica di un’impotenza. Per rile­varla, basti solo il con­fronto con una pre­ce­dente vicenda che pure ha riguar­dato il for­marsi della costi­tu­zione mate­riale euro­pea, quello della diret­tiva Bol­ke­stein. Allora si riflet­teva cri­ti­ca­mente sul livello di ini­zia­tive e di mobi­li­ta­zione in atto; eppure esse furono incom­pa­ra­bil­mente supe­riori a quelle d’oggi e furono capaci di influire sul vit­to­rioso refe­ren­dum fran­cese con­tro il Trattato.

    “Atene sola” ci dovrebbe costrin­gere a riflet­tere cri­ti­ca­mente, corag­gio­sa­mente e in un campo largo di forze che oggi ancora non sono attive ma che potreb­bero esserlo domani, sul nostro destino. Il rischio è che il con­flitto in essere tra l’alto e il basso della società diventi, nei diversi paesi la con­tesa esclu­siva tra il campo del governo e il campo delle oppo­si­zioni popu­li­ste, dei popu­li­smi. Ma anche in que­sto caso, molti ci inse­gnano che le pro­pen­sioni popu­li­ste pos­sono dar vita a sog­get­ti­vità sociali e poli­ti­che radi­cal­mente diverse tra loro. Se qual­cosa Syriza con­ti­nua a dirci, anche con l’appello al voto del suo popolo è che nel con­flitto tra l’alto e il basso della società, una forza di cam­bia­mento nasce e vive, oggi, solo sce­gliendo di stare radi­cal­mente su quest’ultimo ver­sante e solo se lo sa agire sul suo ter­reno di scon­tro che è quello del pro­prio paese ma ormai ine­so­ra­bil­mente anche dell’Europa intera.

    Il luogo di voca­zione della rina­scita di un’alternativa, come ci inse­gna Syriza ma anche Pode­mos e come ci testi­mo­niano tutti i movi­menti di nuova gene­ra­zione, è diven­tata la piazza, una piazza che, a inten­dersi, si può anche chia­mare rivolta. Soste­nere le ragioni del “NO” di Syriza al refe­ren­dum di dome­nica pros­sima è sacro­santo, ma per stare dav­vero dalla parte di Syriza, in Europa, non basta la solidarietà.

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