Uomo di Stato

 

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  1. Ho sempre creduto (e lo penso ancora oggi) che le due bombe avrebbero dovuto/potuto innescare un grande cambiamento in Italia. E tutti gli anniversari, oltre a un pensiero rivolto tutti i martiri delle mafie, guardo queste cicatrici con grande tristezza e le vedo ancora così purulente….
    Rifletto sul quel cambiamento che, con la spinta di quei gravissimi fatti, ritenevo alla nostra portata; ripenso con tristezza alla mancata “rivoluzione” etica e culturale italiana che certamente ci avrebbe salvato, che ci avrebbe impedito di essere dove ora siamo.

    Ricordo la grandissima tensione che ci fu qualche tempo dopo durante un incontro dei demoscristiani di sinistra e/o ribelli al Palasport di Roma quando fu chiesto di alzarsi in piedi per fare un minuto di silenzio per Falcone, Borsellino e le scorte: un brivido collettivo palpabile e intensissimo che alla ripresa sfociò inevitabilmente in slogan di “guerra” che chiedevano con forza il cambiamento (ed è tutto dire vista l’occasione ed il luogo: il ribelle era Segni figlio….)

    Invece siamo qui con una confusione ancora maggiore di allora….

  2. Crocetta pronto a mollare: «Ma ho sempre difeso Lucia»
    Sicilia. Al ricordo della strage le dure parole di Manfredi Borsellino. Il governatore: «Non morirò come una merda». Alfano: «Se un’altra procura ha le intercettazioni le tiri fuori»

    La neb­bia sulle inter­cet­ta­zioni fan­ta­sma non si dirada, ma la vicenda sici­liana pre­ci­pita verso un finale. Il gover­na­tore Cro­cetta, da tre giorni trin­ce­rato in soli­tu­dine per deci­dere se mol­lare o andare avanti, ieri è crol­lato e ha aperto le dighe. È suc­cesso dopo la ceri­mo­nia di com­me­mo­ra­zione della strage di via D’Amelio, che si è svolta ieri mat­tina nell’aula magna del palazzo di Giu­sti­zia di Palermo. Dove la fami­glia Bor­sel­lino ha fatto sapere di non gra­dire la pre­senza del gover­na­tore. E dove Man­fredi, il figlio del giu­dice ucciso dalla mafia, ha usato toni duri e dolo­rosi par­lando della sorella ex asses­sora alla sanità della regione. «Lucia ha por­tato una croce, è rima­sta asses­sore fino al 30 giu­gno», dice. «Non so con quale forza ha tol­le­rato. Per amore della giu­sti­zia, per suo padre, per potere spa­lan­care agli inqui­renti le porte della sanità dove si anni­dano mafia e malaf­fare. Da oltre un anno era con­sa­pe­vole del clima di osti­lità e delle offese che le veni­vano rivolte». Il discorso del figlio di Bor­sel­lino, a sua volta com­mis­sa­rio di poli­zia a Cefalù, di fronte ai mol­tis­simi fra rap­pre­sen­tanti isti­tu­zio­nali e magi­strati e cit­ta­dini pre­senti nell’anniversario numero 23, il più tri­ste e vele­noso, è un fuori pro­gramma. Lui, come le sorelle, non doveva esserci. O comun­que, come le altre volte, non doveva par­lare. Ma a chie­der­glielo è il pre­si­dente Ser­gio Mat­ta­rella che lo incon­tra in pri­vato in mat­ti­nata. Lucia infatti non c’è. Insieme a Fiam­metta è a Pan­tel­le­ria, ricor­de­ranno il padre in pri­vato, in una chie­sina di contrada.

    A Palermo invece le parole di Man­fredi, rivolte al pre­fetto Ales­sando Pansa, pre­sente nell’aula, sono com­po­ste e per que­sto ancora più stra­zianti: «Oggi io dovrei chie­derle di essere desti­nato altrove, lon­tano da que­sta terra. Ma non solo non lo chiedo, riba­di­sco con forza che ho il dovere di rima­nere qui: lo devo a mio padre ma ora più che mai lo devo soprat­tutto a mia sorella Lucia».

    Da casa sua, Cro­cetta, quando apprende di que­ste parole, esplode al tele­fono con l’agenzia Ansa: «Se qual­cuno mi chiede di espiare una colpa che non ho, lo farò; se qual­cuno vuole che insozzi la mia vita per quella colpa, lo farò; se qual­cuno vuole la mia vita per ripa­rare a quella colpa che non ho, io la darò. Tutto accet­terò tranne che morire come un pezzo di merda in un letto». Poi rac­conta di aver sem­pre difeso Lucia Bor­sel­lino e rivela che «poteri forti vole­vano farla sal­tare sul caso della pic­cola Nicole, per poi far sal­tare me». È un fiume in piena: rife­ri­sce che fu l’ex mana­ger di Villa Sofia Sam­pieri, inter­cet­tato dagli inve­sti­ga­tori al tele­fono con Mat­teo Tutino, a rive­lar­gli l’episodio. «Sam­pieri fu nomi­nato mana­ger di Villa Sofia, avendo il pun­teg­gio più alto tra i can­di­dati; poi quando rice­vette l’avviso di garan­zia, gli tele­fo­nai lo stesso giorno chie­den­do­gli di dimet­tersi e lo fece. Dopo due anni ci fu una cir­co­stanza che ria­bi­litò Sam­pieri ai miei occhi: fu il caso della pic­cola Nicole (la neo­nata morta nel feb­braio 2015, ndr). In quei giorni mi chiamò Tutino, dicen­domi che Sam­pieri doveva dirmi cose impor­tanti», con­ti­nua Cro­cetta. «Andai nel suo stu­dio: Sam­pieri mi disse che ambienti poli­tici sici­liani erano in grado di farlo inse­rire nella com­mis­sione del mini­stero della Sanità sul caso Nicole. Chiesi a Sam­pieri di non pre­starsi a que­sto scia­cal­lag­gio e chia­mai Lucia Bor­sel­lino (all’epoca asses­sora, ndr), che sentì quella sto­ria con le sue orec­chie». Per Cro­cetta è la prova che i poteri forti vole­vano far sal­tare Bor­sel­lino e lui. «Non ho mai lasciato sola Lucia Bor­sel­lino, la sua sof­fe­renza e il suo cal­va­rio sono stati anche miei».

    È un nuovo colpo di scena. Pre­sto ne arri­verà un altro. Fin qui la Sici­lia resta appesa alla deci­sione di Cro­cetta, se restare o mol­lare, che ormai dovrebbe arri­vare a ore. Anche per­ché l’«autosospensione» annun­ciata dal gover­na­tore è solo un gesto sim­bo­lico. Il Pd regio­nale, attra­verso il segre­ta­rio Fau­sto Raciti, preso atto della smen­tita della pro­cura di Palermo non ne chiede le dimis­sioni. Eppure la crepa, da sem­pre grande fra il par­tito e lui, ogni ora si allarga. Il depu­tato regio­nale Fabri­zio Fer­ran­delli, che dieci giorni fa aveva pro­po­sto una mozione di sfi­du­cia con­tro Cro­cetta, annun­cia le dimis­sioni dall’Ars: «Non mi hanno ascol­tato. Anzi Raciti ha sen­ten­ziato che la legi­sla­tura deve con­ti­nuare e Cro­cetta, invece di dimet­tersi, si auto­so­spende, uti­liz­zando un isti­tuto fan­ta­sma. Io sono coe­rente: voglio dimet­termi». Anche dal Pd nazio­nale, da dove in un primo momento era arri­vata la richie­sta di dimis­sioni, i toni si fanno appena più con­ci­lianti: «La situa­zione è inquie­tante e va appro­fon­dita per ripor­tare il dibat­tito poli­tico sul piano della tra­spa­renza», dice Lorenzo Guerini.

    Ma sul mistero dell’intercettazione pub­bli­cata dall’Espresso ancora si bran­cola nel buio. «La fami­glia Bor­sel­lino merita delle rispo­ste e le avrà», dice il pro­cu­ra­tore di Palermo Fran­ce­sco Lo Voi a mar­gine delle com­me­mo­ra­zioni della strage. E spiega ancora la ’sua’ smen­tita allo ’scoop’ del set­ti­ma­nale: «Que­sta inter­cet­ta­zione alla pro­cura di Palermo non risulta e quindi non c’è. E se cir­cola la tesi che possa essere in un’altra pro­cura per­ché allora insi­stere a dire che l’intercettazione si trova a Palermo? Per­ché insi­stere sul filone Villa Sofia, gli atti secre­tati? Qui non c’è». Quindi qual­cun altro nel 2013 inda­gava su Tutino e lo ’ascol­tava’? Oppure, come ipo­tizza l’ex pm Ingroia «il gior­na­li­sta è stato vit­tima incon­sa­pe­vole di una fonte inqui­nata che aveva un suo obiet­tivo?». «Io credo a Lo Voi», dice il mini­stro dell’interno Alfano, «ma se ci sono altri magi­strati che sono in pos­sesso dell’intercettazione tra Cro­cetta e Tutino, la cui esi­stenza è stata smen­tita dalla pro­cura di Palermo, che lo dicano».

    http://ilmanifesto.info/crocetta-pronto-a-mollare-ma-ho-sempre-difeso-lucia/

  3. La cosa più triste è che in questo paese la parola “Stato” sembra avere ormai solo l’accezione di participio passato.

  4. E’ domenica come 23 anni fa in via D’Amelio. Ma la strada non è deserta e assolata come quella che accolse le tre auto con Paolo Borsellino e la sua scorta. Un palco, bandiere, colori e tanta gente aspettano il minuto, le 16 e 58 in cui l’auto bomba spazzò via il giudice e i cinque agenti che lo proteggevano Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Agostino Catalano. In via D’Amelio ,anche i pm Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia, il sindaco di Messina, Renato Accorinti e quello di Palermo Leoluca Orlando. Sul palco si alternano le testimonianze dei familiari delle vittime di mafia e le lettere lette dai poliziotti del Siap del reparto scorte e della squadra mobile idealmente indirizzate ai colleghi uccisi dalle stragi di mafia. A intervenire sono anche Luciano Traina e Brizio Montinaro, fratelli degli agenti Claudio Traina e Antonio Montinaro uccisi, rispettivamente, nelle stragi di via D’Amelio e Capaci. Il minuto di silenzio è stato osservato alle 16.58, quindi l’inno di Mameli.

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/07/19/foto/16_58_il_silenzio_di_palermo_per_i_morti_di_via_d_amelio-119408617/1/?ref=HREA-1#15

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