Ultime dal fronte greco

Grecia, Parlamento vota sì al pacchetto riforme. Mercati internazionali positivi

Via libera al secondo piano concordato con l’Eurozona. Favorevoli 230 parlamentari, tra cui l’ex ministro delle Finanze Varoufakis (63 i contrari e 5 gli astenuti). Il premier Tsipras riesce a ridurre lievemente il dissenso interno, ma non a stabilizzare l’esecutivo.

di Francesco De Palo – ilfattoquotidiano.it, 23 luglio 2015 

Parola d’ordine sfiducia, ma con lo screditamento che sta guadagnando rapidamente terreno. Il “sì” del Parlamento di Atene al secondo pacchetto di riforme (230 sì, 63 no, 5 astenuti) con a sorpresa anche il voto favorevole di Yanis Varoufakis, è la plastica raffigurazione delle contraddizioni politiche elleniche dell’ultimo semestre. Nonostante restino 36 (e non 39 come una settimana fa) i dissidenti di Syriza che non votano il ddl propedeutico al terzo memorandum imposto dalla Troika e accettato dal primo premier di sinistra della storia greca, i mercati apprezzano, l’euro recupera ma la politica segna ancora incertezza totale.

Certo, Alexis Tsipras ‘recupera’ cinque voti facendo ridurre lievemente il dissenso interno ma non stabilizza l’esecutivo che resta in bilico, almeno fino al prossimo passaggio parlamentare. Il voto notturno e soprattutto le ansie isteriche che lo hanno preceduto (come lo sfogo di Kostantopoulou contro Tsipras) sono il barometro di una situazione a tratti incandescente che non garantisce quell’equilibrio minimo che servirebbe al Paese, almeno in questa fase, per ricominciare a trattare con i creditori. Ieri i primi strali erano giunti proprio dalla presidente della Camera in direzione di capo dello stato e premier. In una lunga missiva la Kostantopoulu aveva scritto a Pavlopoulos e Tsipras dicendo che come deputato di Syriza non avrebbe mai votato una norma che sa tanto di colpo di Stato, mentre come presidente del Parlamento ne avrebbe volentieri ritardato tutti i passaggi. Concetti che ribadirà di persona oggi incontrando Tsipras. Forse, dice qualcuno, per consegnargli la propria lettera di dimissioni (dalla Camera e dal partito).

Di fatto se il distacco di Tsipras dalla placenta di Syriza, ovvero la rottura con la Piattaforma di Lafazanis e Kostantopoulou, fa sorridere i mercati e fa percorrere alla Grecia un altro metro nella direzione dei creditori internazionali, dall’altro non offre una chiarificazione politica. Le elezioni anticipate si terranno comunque, a questo punto più in autunno che a settembre (ma senza escludere sorprese) ma con la spasmodica necessità di Tsipras di individuare nuovi alleati, che intanto non sembrano disposti ad abbracciarlo.

L’ex ministro delle Finanze giustifica il suo sì con il fatto che quelle erano misure “che io stesso ho proposto in passato, anche se in circostanze diverse”. Il suo voto è per mantenere l’unità del partito anche se quelle riforme sono capestro e faranno solo del male alla Grecia. E quando ad esempio Varoufakis giustifica il suo voto favorevole con il fatto di voler dare ai suoi compagni la possibilità di “guadagnare tempo in modo da pianificare la nuova resistenza all’autoritarismo” non fa altro che aggiungere altra legna su un fuoco che non sarà facile spegnere. Tutti i partiti in Grecia pretendono infatti di uscire indenni dagli ultimi sei drammatici mesi.

Quella appena trascorsa è già stata ribattezzata la “lunga notte greca dei dissidenti”. Si dice che Tsipras voglia sostituirli con i “montiani ellenici“, ovvero i centristi di Potami  ma nessuno (almeno ufficialmente) intende avviare un’alleanza sotto il sole, dal momento che ne perderebbe di immagine. Il premier infatti è sempre più visto come un giocatore che ha sbagliato praticamente tutte le mosse, tra puntate e rilanci (nonostante un sondaggio che lo dà al 42,5%). Non riuscendo nemmeno ad alzarsi dal tavolo quando aveva perso tutto. “Come potrebbe oggi rimettere in moto la fiducia di un elettorato che si sente tradito e di chi, da europeista, comunque non si fida delle sue strategie strampalate?” si chiede ad alta voce un dirigente di Syriza. Tra un Syriza che diventa di colpo partito di centrosinistra come il Pasok e i socialisti stessi, gli elettori “sceglierebbero l’originale”, è il ragionamento che si fa.

Per cui, più che economico il nodo in Grecia adesso è politico ma soprattutto di fiducia. I socialisti del Pasok farebbero volentieri a meno di Tsipras, puntando su un esecutivo di unità nazionale con le altre opposizioni e cementando un fronte pro Ue e contro i populismi. I conservatori di Nea Dimokratia, con il nuovo segretario Evangelos Meimarakis, smaniano dalla voglia di ricostruirsi un’immagine dopo gli insulti che proprio Syriza ha riservato loro in campagna elettorale, accusando l’ex premier Samaras di aver consegnato la Grecia ai “creditori internazionali diventati nel frattempo strozzini”. In un clima del genere l’elettore medio che non dovesse cedere all’astensionismo potrebbe decidere di far lievitare il 7% dei voti di Alba dorata. “Almeno loro non cambiano idea, giusta o sbagliata che sia”, dice più di qualcuno dopo il voto.

Leggi anche:

http://www.repubblica.it/economia/2015/07/23/news/grecia_si_del_parlamento_al_secondo_pacchetto_di_riforme-119635970/?ref=HREA-1

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/23/foto/grecia_9mila_a_piazza_syntagma_contro_riforme_scontri_dieci_fermi-119644274/1/?ref=HREA-1#1

***

L’accordo, poi elezioni. Ecco il piano di Tsipras

Grecia. Il premier gioca d’anticipo: prima il terzo pacchetto di aiuti, poi lo show down nel partito e il voto anticipato, il 13 o il 20 settembre. Obiettivo: «Un nuovo inizio per Syriza».

di Angelo Mastrandrea – ilmanifesto.info, 23 luglio 2015

Il governo Tsi­pras 2.0 era atteso ieri a un deci­sivo “crash test” che ne avrebbe deter­mi­nato la pos­si­bi­lità di durare oltre l’autunno. Invece la sor­presa è arri­vata prima del voto sul secondo pac­chetto di riforme: si va dritti verso una Syriza 2.0 e verso il voto anti­ci­pato, già a set­tem­bre. Il pre­mier, sulla gra­ti­cola da giorni, ha gio­cato d’anticipo come gli capita spesso, ribal­tando il tavolo da gioco alla velo­cità che abbiamo impa­rato a cono­scere e dando appun­ta­mento a set­tem­bre per lo show down finale sul suo governo e all’interno del par­tito di cui è tut­tora pre­si­dente.
Cri­ti­cato per la scelta di aver fir­mato un accordo-resa senza pren­dere in con­si­de­ra­zione il piano B della Gre­xit (nella ver­sione Varou­fa­kis del default nell’Eurozona o in quella più radi­cale della Piat­ta­forma di sini­stra, con pro­gres­sivo ritorno alla dracma), nel mirino per non aver voluto incon­trare il Comi­tato cen­trale del par­tito, accu­sato dalla sinistra interna di voler tra­ghet­tare il governo e Syriza su posi­zioni mode­rate, messo in discus­sione per aver accet­tato i voti dell’opposizione che ora lo ricat­te­rebbe sulle ini­zia­tive da pren­dere, Tsi­pras ha lan­ciato il suo guanto di sfida. «Non nascon­de­tevi die­tro la mia firma sotto l’accordo», ha detto, annun­ciando un con­gresso «per chia­rire gli obiettivi e la stra­te­gia del par­tito, e le carat­te­ri­sti­che del governo di sini­stra nelle nuove cir­co­stanze», non prima però di aver por­tato la bar­chetta greca lon­tano dai marosi. L’obiettivo, ora, è otte­nere nel nego­ziato di ago­sto «il miglior risul­tato pos­si­bile», poi il pre­mier pro­verà a sfrut­tare il suc­cesso per fare il pieno nelle urne.

A pun­tua­liz­zare è stata in seguito la nuova por­ta­voce del governo Olga Gero­va­sili: «Syriza siamo tutti noi, que­sta è la verità», ha man­dato a dire al lea­der della Piat­ta­forma di sini­stra Pana­gio­tis Lafa­za­nis che aveva riven­di­cato una sorta di pri­ma­zia ideo­lo­gica. Una bat­tuta alla quale l’ex mini­stro dell’Energia ha rispo­sto riba­dendo le sue posi­zioni: «La Gre­cia non ha futuro nell’Eurozona, ma come paese pro­gres­si­sta e orgo­glioso che, nono­stante le dif­fi­coltà, combatte con­tro l’austerità». Gero­va­sili è stata molto chiara sulle pos­si­bi­lità di un «divor­zio» tra le due anime di Syriza: «Ci sono stra­te­gie diverse, dif­fe­renti punti di vista. Sarà dif­fi­cile restare insieme, forse impos­si­bile. Non è pos­si­bile andare avanti così».

Lo sce­na­rio che si apre è dun­que il seguente: voto in not­tata sul nuovo codice di pro­ce­dura civile e sulla diret­tiva ban­ca­ria (pro­ba­bil­mente con qual­che defe­zione in meno nella mag­gio­ranza rispetto alla scorsa set­ti­mana), avvio dei nego­ziati per l’accesso al Fondo salva-stati (da chiu­dere entro il 20 ago­sto) con fine dell’emergenza finan­zia­ria, congresso di Syriza ed ele­zioni anti­ci­pate, il 13 o il 20 set­tem­bre. Con l’obiettivo, spiega la por­ta­voce del governo, di un «nuovo ini­zio» per la sini­stra radi­cale greca.

In que­sto qua­dro, il voto di ieri è pas­sato un po’ in sor­dina, anche per­ché la discus­sione è comin­ciata solo alle 20, dopo che le 900 pagine da sot­to­porre al voto dei depu­tati (quanti avranno avuto il tempo di leg­gerle con atten­zione?) erano pas­sate al vaglio delle com­mis­sioni par­la­men­tari. Non fosse stato per i dolori di Syriza, la discus­sione sarebbe andata più liscia rispetto a quella per il primo pac­chetto di riforme. Can­cel­lato l’aumento di tasse per gli agri­col­tori a causa dell’opposizione di Nea Demo­cra­tia e degli alleati dell’Anel (ieri il mini­stro della Difesa Panos Kam­me­nos ha incon­trato Tsi­pras e, uscendo, ha detto ai gior­na­li­sti che i con­ta­dini non sareb­bero stati toc­cati) e rin­viata la legge sulle pen­sioni, sono andate al voto le meno con­tro­verse riforme banca­ria e della giu­sti­zia civile. Nel primo caso, si trat­tava di rati­fi­care la diret­tiva euro­pea sulle ban­che già appro­vata dagli altri par­la­menti con­ti­nen­tali (Ita­lia inclusa), che pre­vede la garan­zia dei conti cor­renti ban­cari fino a 100 mila euro ma con even­tuali per­dite sca­ri­cate sugli azio­ni­sti e non sullo Stato. Nel secondo, invece, la fina­lità è quella di snel­lire i pro­cessi civili, con l’eliminazione dei testi­moni, tra le altre cose, e la velo­ciz­za­zione della con­fi­sca dei beni.

C’era solo un punto dolente: la pos­si­bi­lità da parte delle ban­che di requi­sire le case pigno­rate e metterle all’asta. Per que­sto ieri mat­tina Ale­xis Tsi­pras ha con­vo­cato il ver­tice dell’associazione dei ban­chieri chie­dendo loro di non applicare que­sta norma almeno fino alla fine dell’anno, per dare al governo il tempo di poter inter­ve­nire sospendendo il prov­ve­di­mento. È un esem­pio di quello che il pre­mier inten­deva dire quando annun­ciava bat­ta­glia e misure com­pen­sa­tive per smus­sare gli angoli più spi­go­losi dell’accordo: c’è una riforma impo­sta, pra­ti­ca­mente dettata dalla troika senza il tempo di met­terci su le mani, che pre­vede tra le altre cose la ven­dita delle abi­ta­zioni dei morosi, e l’unico modo per inter­ve­nire è aggi­rarla non appli­can­dola nei fatti. Il pro­blema, sem­mai, sor­gerà se il governo dovesse cam­biare e il nuovo non dovesse deci­derne la sospen­sione.
Dopo il “crash test” not­turno depo­ten­ziato, le pros­sime misure dovreb­bero riguar­dare la lotta alla cor­ru­zione e il paga­mento delle fre­quenze tele­vi­sive (un punto cen­trale del pro­gramma di Salo­nicco con il quale Syriza ha vinto le ele­zioni), mirato a eli­mi­nare il mono­po­lio e i pri­vi­legi dei boss delle tv pri­vate.

Per que­sta mat­tina invece il pre­mier ha con­vo­cato al Megaro Maxi­mou, il palazzo del governo, la pre­si­dente del Parla­mento Zoe Kon­stan­to­pou­lou, che anche ieri ha chie­sto di votare no alle riforme. È pos­si­bile che, venuto a mancare il rap­porto fidu­cia­rio con il governo, le chie­derà di farsi da parte, cosa che get­te­rebbe ben­zina sul fuoco delle pole­mi­che interne a Syriza in quanto Kostan­to­pou­lou, ex avvo­cato per i diritti civili, è uno dei per­so­naggi più popo­lari dell’opposizione da sini­stra a Tsipras.

5 comments

  1. da http://ilmanifesto.info

    Un piano del lavoro per noi e loro

    Guido Viale Edizione del 23.07.2015

    È in corso in Europa una con­ver­genza mici­diale: una spinta nazio­na­li­stica e iden­ti­ta­ria ali­men­tata dalla crisi dell’euro e dal rigetto della buro­cra­zia delle sue strut­ture; l’insofferenza verso i pro­fu­ghi, in fuga dalla guerra, ma sem­pre più dif­fi­cili da distin­guere dai pro­fu­ghi ambien­tali o dai “migranti eco­no­mici”; il cini­smo con cui governi e auto­rità dell’Unione hanno fatto qua­drato con­tro il ten­ta­tivo del governo greco di cam­biare le regole dell’austerity, equi­pa­ran­done l’operato a una colpa o a mani­fe­sta inferiorità.

    C’è molto raz­zi­smo in tutti e tre que­sti pro­cessi: il gior­nale filo­go­ver­na­tivo tede­sco Die Welt ha giu­sti­fi­cato le sue accuse con­tro i greci soste­nendo che non sono i veri discen­denti degli anti­chi abi­tanti dell’Ellade, ma un miscu­glio di altre “razze”: tur­chi, alba­nesi, bul­gari. Tutte degne, ovvia­mente, di disprezzo.

    Que­sta miscela esplo­siva è il frutto avve­le­nato delle poli­ti­che dell’Unione, ridotte a un feroce con­trollo ragio­nie­ri­stico dei conti degli Stati mem­bri. Sono scom­parse dal suo oriz­zonte tutte le grandi que­stioni: la lotta ai cam­bia­menti cli­ma­tici (unica strada, anche, per rilan­ciare occu­pa­zione e soste­ni­bi­lità eco­no­mica); le guerre, dall’Ucraina al Medio­riente; la dis­so­lu­zione sociale dell’Africa; i milioni di pro­fu­ghi pro­dotti da que­ste vicende.

    Nes­suna delle idee o delle azioni messe in campo ha la capa­cità o l’intento di con­tra­stare quella mici­diale con­ver­genza di spinte auto­ri­ta­rie, iden­ti­ta­rie e raz­zi­ste. Ma tra tutte, cen­trale è ormai il pro­blema dei pro­fu­ghi. Se la rispo­sta ai ten­ta­tivi di Syriza ha unito nella comune fero­cia Stati e Governi, a spin­gere invece cia­scuno per la pro­pria strada, fatta di divieti, respin­gi­menti, bar­riere fisi­che e appelli iden­ti­tari, sono i profughi.

    In quell’allontanamento reci­proco, tra governi comun­que d’accordo, c’è però una vit­tima sacri­fi­cale. Anzi due: Gre­cia e Ita­lia. Se non ver­ranno espulse dal club dell’euro, come certo vor­reb­bero Schaeu­ble e i suoi tanti seguaci, a met­terle ai mar­gini dell’Unione sarà la scelta di con­dan­narle a essere pla­ghe su cui sca­ri­care il “peso” dei pro­fu­ghi che gli altri paesi non vogliono. Una nave inglese rac­co­glie nel Medi­ter­ra­neo cen­ti­naia di nau­fra­ghi e li sbarca in Ita­lia: «sono roba vostra». E’ la strada da seguire: la Fran­cia lo fa a Ven­ti­mi­glia; l’Austria al Bren­nero.
    In que­ste con­di­zioni interne e inter­na­zio­nali non si può più pen­sare di trat­tare quei pro­fu­ghi come un’emergenza tem­po­ra­nea, mesco­lando improv­vi­sa­zione e sfrut­ta­mento delle cir­co­stanze nel modo più bieco (non solo con Buzzi e la sua rete, per­ché a fare le stesse cose è tutto l’establishment della cosid­detta acco­glienza in mano alle clien­tele del mini­stro degli interni). Il tutto a spese sia di pro­fu­ghi e migranti, sia di ter­ri­tori e comu­nità cui viene impo­sto senza pre­av­visi e pre­pa­ra­zione l’onere di una ospi­ta­lità mal­vi­sta e, nel migliore dei casi, mal sop­por­tata; ali­men­tando così rivolte in cui sguaz­zano le truppe fasci­ste e gli appelli vele­nosi per met­terle a pro­fitto elettorale.

    Nes­suno ne vuol pren­dere atto, ma le guerre ai con­fini dell’Europa e la massa di pro­fu­ghi (oltre sei milioni) che preme su di essi ci dicono che il tempo della nor­ma­lità, quello a cui tutti vor­reb­bero tor­nare e che i poli­tici con­ti­nuano a pro­met­tere, è finito per sem­pre. Vanno messe all’ordine del giorno, pro­prio a par­tire dalla que­stione dei pro­fu­ghi, revi­sioni radi­cali a tutte le poli­ti­che: in campo eco­no­mico, ambien­tale, sociale, inter­na­zio­nale.
    Per­ché i pro­fu­ghi e i migranti ambien­tali o eco­no­mici che sbar­cano in Ita­lia sono desti­nati ad aumen­tare, e molto, per quanto dure e spie­tate pos­sano essere le poli­ti­che di respin­gi­mento adot­tate. Che fare? Gestire la loro pre­senza in modo diverso è ine­lu­di­bile: non si dovrà più con­cen­trarli in grandi gruppi e imporne la pre­senza a comu­nità impre­pa­rate ad acco­glierli. Ci vogliono pro­getti mirati per distri­buirli su tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale: con­di­zione irri­nun­cia­bile se non di inte­gra­zione, per lo meno di tol­le­ranza nei loro confronti.

    Non si potrà più tenerli per mesi o per anni a far niente, accu­diti mala­mente, o in modo bru­tale, dal per­so­nale di coo­pe­ra­tive e società a scopo di lucro lar­ga­mente ina­de­guate: è degra­dante per la loro dignità, ma è anche uno schiaffo a chi vive accanto lavo­rando per cam­pare, o senza alcun sus­si­dio, se inoc­cu­pato. Per que­sto dovreb­bero poter auto­ge­stire la pro­pria per­ma­nenza e i rela­tivi fondi (i fami­ge­rati 35 euro al giorno); impe­gnarsi nella puli­zia, nella manu­ten­zione o nella ristrut­tu­ra­zione dei locali dove vivono, negli acqui­sti e nella pre­pa­ra­zione dei loro pasti, affi­dando a per­so­nale ita­liano, ade­gua­ta­mente pre­pa­rato, solo com­piti di soste­gno e con­trollo. E se la scuola si è rive­lata un potente mezzo di cono­scenza e tol­le­ranza reci­proca tra nativi e migranti, lavo­rare insieme avrebbe un’efficacia anche mag­giore. Per que­sto dovreb­bero poter lavo­rare in forme legali e retri­buite (il loro impe­gno nel volon­ta­riato, pro­mosso da alcuni sin­daci, è sì meri­to­rio; ma scon­fina con lo schia­vi­smo; o rischia di con­so­li­dare un mer­cato del lavoro parallelo).

    Certo, anche solo pro­porre una poli­tica del genere in un paese con tre milioni di disoc­cu­pati uffi­ciali e nove effet­tivi sem­bra ere­sia; ma potrebbe rive­larsi un’opportunità straor­di­na­ria. Si potreb­bero costi­tuire coo­pe­ra­tive e imprese miste di migranti e disoc­cu­pati nativi (soprat­tutto gio­vani) per impe­gnarle nella rivi­ta­liz­za­zione di bor­ghi e ter­reni agri­coli mon­tani abban­do­nati, secondo una pro­po­sta già avan­zata da Alfonso Gianni e Tonino Perna svi­lup­pando idee di Piero Bevi­lac­qua; ma anche in tante atti­vità eco­lo­gi­ca­mente neces­sa­rie come la pro­te­zione dei suoli dal dis­se­sto, la ristrut­tu­ra­zione di edi­fici dismessi o non a norma, la puli­zia e la rina­tu­ra­liz­za­zione di spiagge e greti di fiumi, ecc. O coin­vol­gerli in atti­vità di assi­stenza a per­sone anziane o disa­bili, di istru­zione e adde­stra­mento (molti tra loro hanno pro­fes­sioni, mestieri e com­pe­tenze alta­mente qua­li­fi­cate) e in altri campi.

    Ma chi paghe­rebbe? E’ lo stesso pro­blema che pon­gono i nove milioni di disoc­cu­pati e inoc­cu­pati ita­liani: non si può aspet­tare che ven­gano assor­biti da una ripresa fan­ta­sma e da imprese che, anche quando pro­spe­rano, con­ti­nuano ad “alleg­ge­rirsi” del loro carico di mano­do­pera. Ci vuole un piano gene­rale del lavoro come quello più volte pro­spet­tato da Luciano Gal­lino. Che col­lide fron­tal­mente con le poli­ti­che di auste­rity e di disarmo eco­no­mico impo­ste dall’Unione euro­pea; ma la pre­senza di tanti pro­fu­ghi e migranti è una ragione in più, e delle più serie, per pro­porsi di rove­sciarle, quelle poli­ti­che, azze­rando così anche tanti motivi di com­pe­ti­zione e ran­core verso gli “stra­nieri”.
    Un piano del lavoro del genere non può essere gestito dall’alto: ha biso­gno di un’articolazione capil­lare e auto­noma sul ter­ri­to­rio; ma soprat­tutto di attori in grado di assu­merne la gestione e di per­so­nale for­mato per avviarlo e per assi­sterlo sia in campo tec­nico che organizzativo.

    Dove tro­varli? E’ que­sto un ter­reno deci­sivo di for­ma­zione e di sele­zione di una classe diri­gente com­ple­ta­mente nuova: quella di cui c’è biso­gno. Il terzo set­tore – che non è solo Buzzi e Co — potrebbe for­nire una prima base per met­tere in piedi ini­zia­tive spe­ri­men­tali in que­sta dire­zione; ma la sele­zione dei pro­getti e del per­so­nale dovrebbe essere affi­data non alle clien­tele di mini­steri, pre­fetti e giunte locali, bensì ad asso­cia­zioni nazio­nali e locali di cui siano già state veri­fi­cati com­pe­tenze e rigore nella gestione di atti­vità ana­lo­ghe, come quella dei beni seque­strati alla mafia.

    Tutto ciò sarebbe molto faci­li­tato soste­nen­done l’aggregazione in asso­cia­zioni delle varie nazio­na­lità. Chi sfugge a guerre e mise­ria è mes­sag­gero di pace, pronto a impe­gnarsi per­ché nel suo paese si ricreino le con­di­zioni del pro­prio ritorno, e ad atti­vare in tal senso anche i resi­dui legami che man­tiene con la pro­pria comu­nità rima­sta nei ter­ri­tori da cui è fug­gito. Per que­sto asso­cia­zioni di pro­fu­ghi e migranti potreb­bero fun­zio­nare molto meglio di tanti governi fan­toc­cio in esi­lio nel pro­muo­vere e orien­tare nego­ziati per ripor­tare pace e demo­cra­zia nei loro paesi di ori­gine.
    Un pezzo impor­tante, il migliore, di Africa e di Medio­riente si ritro­ve­rebbe così a ope­rare nel cuore stesso dell’Europa, tra­sfor­man­done radi­cal­mente i con­no­tati: esten­den­done i con­fini ideali e la capa­cità di ope­rare con­cre­ta­mente nel tes­suto sociale dei paesi dove ora domi­nano guerre, mise­ria e dit­ta­ture. E ren­dendo ogni giorno evi­dente, con la sua stessa pre­senza, che la mis­sione dell’Unione euro­pea, quella che la può sal­vare dallo sfa­celo verso cui sta cor­rendo, è pro­prio l’inclusione e la valo­riz­za­zione di chi ha rag­giunto il suo suolo, con grande rischio, alla ricerca di pace, sicu­rezza, libertà.

  2. GRECIA: NON FINISCE CERTO QUI

    Mentre si diradano i fumi dell’accordo ottenuto puntando alla tempia di Tsipras e del suo governo la pistola dello strangolamento bancario, alcune verità emergono con forza.

    Primo, la crisi greca non finisce certo qui. Al contrario, l’accordo raggiunto se per il momento, ma per quanto tempo, allontana lo spettro del Grexit, contribuirà certamente ad aggravarla. Parole chiare l’ha dette al riguardo un analista finanziario non completamente rincretinito come Wolfgang Munchau sul Financial Times: “Pensate davvero che un programma di riforme economiche come questo – un programma su cui il governo non ha alcun mandato politico, che è stato esplicitamente rifiutato attraverso un referendum e imposto con il ricatto – possa funzionare?”.

    Vari possono essere gli aspetti da mettere in evidenza al riguardo. In primo luogo lo stupro della democrazia, che è stato l’obiettivo esplicito dell’Eurogruppo e della Troika: dimostrare che quello che pensa il popolo non conta nulla e che le decisioni vanno prese nei ristretti circoli del potere finanziario. In secondo luogo l’assoluta irrazionalità delle misure imposte dal punto di vista economico. Come si pretende che possa avere una ripresa economica a fronte di politiche apertamente recessive che hanno già fatto perdere al Paese il 25% del proprio Pil? Entrambi gli aspetti ora enunciati, ovviamente, non riguardano solo la Grecia ma l’insieme dell’Europa e soprattutto la sua parte mediterranea.

    Secondo, per effetto delle scellerate politiche germanocentriche e neocoloniali volute da Schaeuble e dalla Merkel la crisi si estenderà certamente anche ad altri Stati, primo fra tutti il nostro. Il Grexit, scongiurato solo per il momento per effetto della “resa” di Tsipras ai creditori, avrebbe certamente comportato un’accelerazione della crisi. Ma il difetto sta nel manico e cioè nella posizione di supremazia che la Germania ha ottenuto e tiene a conservare e che rende impossibile il raggiungimento di una parte degli obiettivi originari dell’Europa.

    Terzo, è clamorosamente fallito l’obiettivo politico principale che Schaeuble e Merkel volevano raggiungere e cioè l’indebolimento di Syriza, che cresce nei sondaggi. Certamente si sta sviluppando al suo interno uno scontro politico che potrebbe arrivare anche alla scissione. Ma il vero problema è tenere insieme i due aspetti su cui si è registrato in modo netto il consenso del popolo greco: permanenza nell’euro e fine alle politiche scellerate dell’austerità. C’è molto da fare, in realtà, sul piano della lotta all’evasione fiscale e alla corruzione che hanno trovato terreno fertile proprio nel rapporto con questa Europa a guida germanica. La cui classe dominante la smetta di atteggiarsi a onesta e incontaminata. Bisogna ricordare come proprio il suo massimo esponente, Schaeuble appunto, abbia ricevuto il 16 febbraio 2000, e lo ammise, una bustarella di oltre centomila marchi dal fabbricante di armi Schreiber.

    E’ solo per provincialismo ed estrema ignoranza, da sempre caratteri tipici dei colonizzati, quindi, se si continua a idealizzare questa Germania, nella quale la destra assume caratteri sempre più apertamente razzisti, come dimostrato ad esempio dal fatto che il fondatore di Alternative fuer Deutschland, Lucke, ha abbandonato tale partito lasciandolo in mano a fazioni apertamente islamofobe e nazionaliste. Il peso che questa formazione è destinato ad esercitare crescerà condizionando ulteriormente il governo tedesco. Certamente ci si deve aspettare anche una crescita delle componenti di sinistra, come la Linke cui è affidato il compito di garantire la continuità degli ideali europeistici. In ultima analisi, e questo è il mio quarto punto, se si vuole che l’Europa sopravviva occorre cacciare via Schaeuble e Merkel, ovvero, nell’attesa di un cambiamento in Germania che non sarà rapidissimo, spostare il baricentro dell’Europa verso Sud. Il che richiede ovviamente cambiare i rapporti di forza in Spagna e in Italia, mandando via Rajoy e, per quanto ci riguarda, quella brutta imitazione di Berlusconi che risponde al nome di Matteo Renzi.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/21/grecia-non-finisce-certo-qui/1888958/

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