La regina è nuda

segnalato da Barbara G.

Un operaio ripara la scultura dedicata all’euro davanti alla Banca centrale europea, a Francoforte, il 6 luglio 2015. (Tim Wegner, Laif/Contrasto)

La Germania non è un modello da seguire

di Nicolò Cavalli – Internazionale.it,  27 luglio 2015

“Il sud Europa deve essere più tedesco?”. La domanda, posta dallo Spiegel nel 2012, ritorna oggi, dopo che la chiusura delle trattative greche ha restituito un mix di riforme e austerità ispirato al cosiddetto consenso Berlino-Washington e un piano di privatizzazioni ritagliato sull’esperienza della riunificazione tedesca. Guidata, alla fine degli anni ottanta, dall’attuale ministro delle finanze di Berlino e dominus delle trattative europee, Wolfgang Schäuble.

Per molti, compreso il premier italiano Matteo Renzi, la risposta è sì. Considerata alla fine degli anni novanta “la malata d’Europa”, da quel momento la Germania non conosce crisi. La sua economia è cresciuta del 10 per cento tra il 2009 e il 2014. Il tasso di disoccupazione è al 4,7 per cento, quello giovanile al 7,1.

L’export supera l’import di circa 300 miliardi di euro all’anno, per un surplus commerciale pari al record dell’8,4 per cento del prodotto interno lordo (pil). Il governo ha ottenuto il pareggio assoluto di bilancio e prevede di abbattere il rapporto debito/pil al 60 per cento entro il 2020.

Un sistema dell’istruzione non competitivo

Eppure, da quindici anni l’economia tedesca ha smesso di investire a tassi accettabili, ipotecando negativamente il suo futuro. All’appello mancano 103 miliardi all’anno, necessari per mantenere stabile lo stock di capitale dell’industria.

Le imprese hanno 500 miliardi chiusi in cassaforte, così l’investimento privato è sceso dal 21 per cento del 2000 al 17 per cento del 2013. I governi hanno la loro parte di responsabilità. Nonostante bassi tassi d’interesse sui titoli di stato, che rendono conveniente prendere a prestito, gli investimenti pubblici sono al 2 per cento del pil e servirebbero dieci miliardi in più all’anno per mantenere agibili le infrastrutture in futuro.

Anche il sistema dell’istruzione è colpito dal “divario di investimento”. Le università tedesche non riescono a competere con i migliori atenei al livello globale e rimangono indietro nelle classifiche internazionali. Solo un terzo delle persone tra i 30 e i 34 anni è laureato, una quota inferiore alla media Ocse.

Tutto ciò contribuisce al ritardo del paese nella corsa all’innovazione. Decima nell’Unione europea per livello di digitalizzazione, nel settore la Germania non sforna concorrenti al livello globale dalla fondazione della Sap) nel 1972. Ora che l’information technology aumenta il suo peso nell’industria tradizionale, compresa quella automobilistica, il timore è che questo possa diventare il tallone d’Achille della competitività tedesca.

Ma, quando il governo ha tentato di incoraggiare le iscrizioni all’università, ha generato le resistenze delle imprese manifatturiere, preoccupate dal declino delle immatricolazioni al sistema apprendistato, che oggi rappresenta il principale canale di passaggio scuola-lavoro.

Un paese sempre più anziano

La coperta, d’altro canto, è corta: la fertilità tedesca è la più bassa del mondo, con otto neonati ogni mille abitanti. Nel 2035, le persone di più di 65 anni saranno 24 milioni, con un aumento del 50 per cento. Entro il 2100, ci saranno 25 milioni di tedeschi in meno e la Germania avràcessato di essere la superpotenza demografica d’Europa.

A Lohberg, periferia nord di Dinslaken, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 28 gennaio 2015. - Dominik Asbach, Laif/Contrasto
A Lohberg, periferia nord di Dinslaken, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 28 gennaio 2015. (Dominik Asbach, Laif/Contrasto)

La soluzione, rappresentata fino a questo momento da un vero e proprio boom dell’immigrazione (400mila migranti netti nel solo 2012), è osteggiata in maniera crescente dalla politica, pronta ad alzare barriere anche per chi arriva dagli altri paesi dell’Unione. Eppure, la Germania nel 2020 avrà bisogno di 1,7 milioni di immigrati e, senza un mercato del lavoro in salute, non potrà mantenere a lungo la sua posizione di preminenza economica.

Le riforme Hartz, concluse dai socialdemocratici nel 2005, sono spesso indicate come la ragione del crollo della disoccupazione. In realtà, l’aumento della competitività tedesca è stato generato da una drastica “moderazione salariale”, interrotta solo negli ultimi anni: prima della grande recessione, gli stipendi sono cresciuti meno della produttività, abbassando i costi di produzione e i prezzi dei prodotti.

Questo è stato permesso dalla struttura di contrattazione tra imprese e sindacati più che dalle riforme, che pure hanno contribuito all’abbattimento del potere contrattuale dei lavoratori attraverso una diminuzione dei sussidi di disoccupazione e la creazione di una sacca da cinque milioni di “impiegati marginali” grazie ai cosiddetti minilavori.

L’effetto aggregato è stato l’abbattimento della “quota lavoro” sul reddito nazionale e un aumento della disuguaglianza nella ricchezza fino ai livelli più alti dell’area euro. Oggi, i poveri sono 12,5 milioni – la quota più elevata dalla riunificazione del paese.

Il sistema bancario peggiore del mondo

Aiutata dall’euro, che rende i suoi prodotti più convenienti, la Germania ha potuto esportare verso il resto del mondo (Asia in testa) quando l’Europa è entrata in crisi. Prima di quel momento, il boom dell’export verso i partner del vecchio continente era stato spinto da un intreccio di relazioni finanziarie che faceva perno sul sistema bancario tedesco.

“Uno dei peggiori al mondo”,secondo l’analista Paul Gambles. La scarsa capitalizzazione delle banche, compresa la Deutsche Bank, lascia il sistema vulnerabile a potenziali crolli.

Circa la metà delle piccole banche europee, lasciate fuori dalla supervisione della Bce, si trova proprioin Germania. Si tratta di banche regionali e municipali con un rapporto in molti casi di dipendenza dalla politica. Queste hanno in pancia debiti garantiti dallo stato pari al 145 per cento del pil tedesco, debiti che in futuro potrebbero finire per pesare sul bilancio pubblico.

Questa implicita garanzia di salvataggio ha spinto le banche a comportamenti azzardati per tutti gli anni 2000. Prestando denaro ai paesi periferici a rischio in cerca di facili ritorni, le banche hanno generato un flusso di capitali in grado di alimentare i deficit commerciali dei paesi del Mediterraneo, che riutilizzavano il denaro per comprare beni e servizi tedeschi, stimolando il boom della Germania mentre accumulavano squilibri insostenibili.

L’attacco dell’uomo Bce

Nel 2010, quando il castello di carte è crollato, l’Europa si è affrettata a salvare il sistema bancario trasferendo le potenziali perdite dal bilancio delle banche a quello dell’eurozona nel suo complesso attraverso il sistema Target2.

Beeck, nel distretto di Duisburg, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 25 novembre 2014. - Oliver Tjaden, Laif/Contrasto
Beeck, nel distretto di Duisburg, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 25 novembre 2014. (Oliver Tjaden, Laif/Contrasto)

La stoccata più dura è arrivata nelle scorse settimane da Yves Mersch, uomo della Bce, durante l’assemblea annuale della DZ Bank, quarto gruppo bancario del paese.

Un’economia che non ha abbastanza lavoratori qualificati e che non ristruttura ponti e strade consuma la sua ricchezza e non è credibile quando afferma di voler crescere in maniera dinamica e sostenibile. Una società in cui gli ottantenni aumenteranno del 50 per cento nei prossimi quindici anni rischia di perdere la sua volontà di riformare e di integrare. Questo crea una tendenza a proteggere i diritti acquisiti e a sposare il conservatorismo di una società chiusa. Per questo i governi non dovrebbero solo richiedere riforme altrove ma innanzitutto attuarle nel proprio paese.

A Berlino, che secondo le classifiche Ocse negli anni di Angela Merkel è caduta al 28º posto su 34 per propensione alle riforme, saranno fischiate molte orecchie.

I problemi sottolineati da Mersch non sono solamente tedeschi. Ma la soluzione del “consenso Berlino-Washington”, la medicina amara fatta trangugiare a Tsipras, equivale alla richiesta di barattare stabilità domestica con competitività estera.

Il modello è quello di un’eurozona con crescenti disuguaglianze, ampie sacche di disoccupazione soprattutto al sud e salari moderati con il solo scopo di aumentare l’export. Un’idea neomercantilista dell’economia che rischia di porre una pressione recessiva su tutta l’economia globale, dando nello stesso tempo fiato a elementi di destabilizzazione interna al continente.

Quello tedesco non è un modello da seguire.

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11 comments

  1. LA LOCOMOTIVA d’EUROPA

    Expo, riprendono lavori su ferrovia incompiuta. Sindaci a Delrio: “Figuraccia internazionale”
    Una figuraccia internazionale, una situazione drammatica. Così i sindaci di Arcisate e Induno Olona, in provincia di Varese, descrivono il cantiere della linea ferroviaria Arcisate – Stabio. Il tratto doveva essere pronto per Expo e ora, se tutto va bene, sarà attivo dal dicembre 2017, quando i cancelli di Rho saranno chiusi da oltre due anni. Adesso i lavori sono ripartiti e il ministro dei Trasporti Graziano Delrio è andato in visita ai cantieri per verificare lo stato dell’arte, raccogliendo l’amarezza degli amministratori locali. Anche perché, nonostante la ripresa delle operazioni, è ormai sfumato il progetto di avvicinare i visitatori svizzeri allo scalo di Malpensa durante l’esposizione universale. I cantieri sono stati inaugurati il 24 luglio 2009, ma i lavori sono stati sospesi più volte a causa della scoperta di arsenico nelle rocce oggetto di scavo. Dopo mesi di stop, le operazioni sono finalmente riprese solo da luglio. Intanto, la commessa è passata dalla ditta Ics di Claudio Salini alla romana Salcef. E mentre in Italia, per completare neanche quattro chilometri di ferrovia, ci impiegheremo otto anni, in Svizzera i lavori sono già terminati.

  2. Da la stampa 02/08/2015 Giovanni Orsini:

    Privata di autorità sulla macchina pubblica, la classe politica è diventata ancora più inefficiente. E questo, in un gioco perverso, ne ha accresciuto ulteriormente il discredito. In cima a tutto s’è aggiunto infine il «Fate presto!» di cui dicevo sopra: la richiesta sempre più urgente e isterica che la politica salvi l’Italia dal naufragio. Ma come volete che una classe dirigente pubblica già di per sé poco efficiente, e poi screditata e sconnessa da catene di autorità e responsabilità decentemente funzionanti, risolva in fretta problemi antichi, che per altro in buona misura non sono di origine politica né politicamente risolvibili? E tuttavia, questa inevitabile incapacità ha contribuito a saldare il cerchio dell’antipolitica.

    Già dal 1994, ma in maniera ancora più accelerata dal 2011, abbiamo cercato di liberarci dalla trappola cambiando i vertici, alla ricerca sempre più ansiosa di una classe politica finalmente virtuosa e capace. Ne abbiamo consumate varie, ma non ci siamo avvicinati alla soluzione dei nostri problemi. Tanto da far sorgere un dubbio: che magari uno dei problemi più seri sia rappresentato proprio dall’ansia e dalla fretta. Può sembrare assurdo parlare di pazienza – pazienza, non rassegnazione – di fronte alla metropolitana di Roma che viaggia con le porte aperte o al rischio di desertificazione umana e industriale del Mezzogiorno. Tuttavia è ben evidente che quelle porte e quel rischio hanno radici profonde decenni, che nessuna classe politica riuscirà «presto» a richiudere le prime né a scongiurare il secondo, e che se il Paese lo pretendesse da lei, finirebbe soltanto per bruciarla velocemente. Senza per questo trovarne necessariamente una migliore.

    1. A mio modesto parere il problema è proprio la classe dirigente… da noi persino i cosiddetti “tecnici” sono farlocchi.

        1. Letto, piuttosto interessante, mi pare che valga anche (o forse soprattutto) in campo politico dove le competenze sono quanto mai aleatorie…

  3. se ne parla troppo poco

    Il sultano atlantico

    Turchia. Fermare con le armi il contagio indipendentista e laico della sinistra kurda (il Pkk ma anche la coalizione politico-sociale del Rojava in Siria) è l’obiettivo di Erdogan. Ma anche della «nostra» Alleanza atlantica che applaude ogni volta che un F16 decolla per bombardare.

    Tommaso Di Francesco del 02.08.2015

    Cen­ti­naia di com­bat­tenti del Par­tito dei lavo­ra­tori del Kur­di­stan (Pkk) sono rima­sti uccisi e cen­ti­naia feriti in una set­ti­mana di raid dell’aviazione turca con­tro le basi dei ribelli. Col­piti anche vil­laggi e la popo­la­zione kurda. Tra i feriti ci sarebbe anche Nuret­tin Demir­tas, fra­tello del lea­der della for­ma­zione curda Par­tito demo­cra­tico del popolo (Hdp) Sela­hat­tin Demir­tas — che ha avuto una straor­di­na­ria affer­ma­zione alle ultime ele­zioni tur­che con il suo 13%, impe­dendo così di fatto la mag­gio­ranza par­la­men­tare all’Akp di Erdo­gan e per que­sto messo in que­sti giorni sotto accusa, lui e il suo partito.

    Sta avve­nendo, sotto i nostri occhi, una car­ne­fi­cina. Che ci riguarda diret­ta­mente. Infatti l’offensiva mili­tare — iro­nia della sorte l’agenzia parla di una ine­si­stente offen­siva con­tro l’Isis — è scat­tata dopo il ver­tice della Nato di Bru­xel­les di nem­meno una set­ti­mana fa, di fatto con­vo­cato da Ankara per avere par­te­ci­pa­zione e avallo alla sua nuova guerra con­tro i kurdi, fatta con la scusa di attac­care anche, per la prima volta le posta­zioni siriane dello Stato isla­mico. La par­te­ci­pa­zione atlan­tica piena non c’è, ma l’avvallo sì e, soprat­tuto, c’è quello degli Stati uniti.

    Ora dun­que con l’applauso dell’Alleanza atlan­tica i cac­cia­bom­bar­dieri tur­chi fanno a pezzi i com­bat­tenti della sini­stra turca, vale a dire i mili­tanti che quasi da soli finora com­bat­tono con le armi in pugno in Siria e in Tur­chia con­tro le mili­zie jiha­di­ste dell’Isis. Mili­zie invece soste­nute e finan­ziate negli ultimi tre anni pro­prio da Ankara che ha adde­strato tutte le for­ma­zioni ribelli siriane — com­presa Al Nusra, vale a dire Al Qarda, nelle sue basi a par­tire da quella Nato di Adana, come sanno tutti i governi occi­den­tali e come ha denun­ciato pro­prio la sini­stra turca.

    È stato scritto che la svolta «ambi­gua» di Erdo­gan sarebbe deri­vata dall’impossibilità per Washing­ton di sop­por­tare ancora per troppo tempo che un pro­prio alleato potesse mostrare sim­pa­tie per un gruppo ter­ro­ri­sta come l’Isis che gli ame­ri­cani ora sono impe­gnati a distrug­gere. Quando mai? Il fatto è che la Tur­chia, alla fron­tiera tur­bo­lenta della Siria in guerra, ha adde­strato, finan­ziato e soste­nuto i jiha­di­sti pro­prio su man­dato della coa­li­zione degli Amici della Siria, gui­data pro­prio dagli Stati uniti e dall’Arabia sau­dita insieme alle petro­mo­nar­chie mediorientali.

    Così adesso anche la Casa bianca (dopo l’esperienza san­gui­nosa di Ben­gasi dell’11 set­tem­bre 2012) corre ai ripari e bom­barda da mesi gli stessi jiha­di­sti che, come in Libia, ha usato per desta­bi­liz­zare l’area. E que­sto gra­zie ad Ankara che mette a dispo­si­zione la sua base di Incir­lik, men­tre gli ame­ri­cani chiu­dono tutti e due gli occhi sul mas­sa­cro della sini­stra kurda.

    Ecco dun­que il nuovo ruolo dell’islamista mode­rato Erdo­gan, il sul­tano atlan­tico. Altro che «distratto» mem­bro della Nato.

    Cin­que anni fa, scon­fitto nel ten­ta­tivo di entrare in Europa, ha ripie­gato nell’area per costruire una nuova «pax otto­mana», dalla Bosnia a Gaza„ dall’Azerbaijan alla nuova Libia in fun­zione anti-Iran. Ora invece, per accr­di­tarsi con l’Occidente, gioca la carta della «guerra ottomana».

    Con una spina nel fianco però, che deve pro­prio levarsi: il popolo kurdo. Per­ché le guerre ame­ri­cane ed euro­pee, deva­stando tre paesi cen­trali dell’area nor­da­fri­cana e medio­rien­tale — nell’ordine tem­po­rale, Iraq, Libia e Siria — hanno atti­vato sia il pro­ta­go­ni­smo jiha­di­sta, prima alleato dell’Occidente con­tro i regimi in carica, e ora diven­tato nemico; ma hanno anche chia­mato in causa il popolo kurdo, che resta diviso pro­prio tra Siria, Tur­chia e Iraq (pieno di petro­lio e nemico giu­rato del Pkk).

    Fer­mare con le armi il con­ta­gio indi­pen­den­ti­sta e laico della sini­stra kurda (il Pkk ma anche la coa­li­zione politico-sociale del Rojava in Siria) è l’obiettivo di Erdo­gan. Ma anche della «nostra» Alleanza atlan­tica che applaude ogni volta che un F16 decolla per bom­bar­dare. L’Italia atlan­tica, che si pre­para ad una nuova avven­tura mili­tare in Libia, di Pkk del resto se ne intende: ha con­se­gnato alle «alleate» galere tur­che il lea­der Oca­lan venuto da noi per trat­tare la pace.

  4. SUI MIGRANTI NIN SERVONO SERMONI
    di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

    L’Italia è un Paese con una forte disoccupazione e un alto indice di povertà. Sono molti gli italiani che vivono male, in abitazioni insufficienti, che anche se hanno un lavoro non sanno come arrivare alla fine del mese, e non godono di nessun aiuto pubblico. Stando così le cose è mai ammissibile che l’Italia abbia davvero bisogno di vedersi arrivare decine di migliaia di immigrati, e che possa permettersi di impiegare le sue risorse per accoglierli? Non solo, ma dopo quanto è accaduto in Gran Bretagna e in Francia, con i giovani africani e asiatici di seconda generazione convertitisi allo jihadismo islamico e al terrorismo, è davvero ancora possibile credere all’integrazione?
    Non sono io a fare queste domande. Me le hanno rivolte, in tono spesso infuriato, i lettori del Corriere : dai quali non ho mai ricevuto una quantità di lettere così critiche come quando ho scritto qualche settimana fa un articolo sulla necessità di far posto in Italia agli immigrati e ai rifugiati, praticando a loro favore una larga politica d’integrazione ( Corriere , «Il realismo saggio sui migranti», 25 giugno).
    Bene: alle domande critiche di cui sopra o ad altre analoghe potrei rispondere ribadendo più o meno le mie ragioni. Ma non voglio farlo, perché penso che ciò servirebbe solo a tacitare, almeno sulla carta, le ragioni dei lettori dissenzienti, che invece esistono e sono l’espressione di problemi e disagi reali, molto reali. Penso che sia più giusto, dunque, cercare di capire che cosa ci dicono tali ragioni, che cosa chiedono, per quali problemi domandano una soluzione. C hi protesta contro l’immigrazione lo fa mosso in genere da due stati d’animo molto forti: il senso d’insicurezza e il bisogno di eguaglianza.
    L’insicurezza è prodotta dal vedere un estraneo comportarsi senza alcun riguardo verso la comunità di cui si fa parte. Per esempio orinare a proprio piacere contro i muri, ubriacarsi e schiamazzare a perdifiato, non pagare il biglietto sui mezzi pubblici, accamparsi nei parchi cittadini, vendere dovunque merce contraffatta, invadere gli spazi comuni (stazioni, marciapiedi) per dedicarsi apertamente al taccheggio, o tenere analoghi comportamenti: e però venendo sanzionato, bene che vada, solo una volta su mille. Per simili gesta, infatti, le forze dell’ordine e le polizie locali non solo non intervengono quasi mai, ma quando lo fanno la cosa di regola non ha alcun esito significativo.
    Non so se i ministri dell’Interno e della Giustizia, i sindaci, si rendono contro che assecondando questo andazzo essi si assumono la grave responsabilità di contribuire ad esasperare lo spirito pubblico, ad eccitarlo al massimo contro gli immigrati. Se invece si trovasse il modo di intervenire contro le suddette infrazioni con frequenza e in senso immediatamente punitivo (sì, punitivo: guai ad aver paura delle parole), ciò avrebbe un importantissimo effetto di rassicurazione. Bisognerebbe per questo cambiare le leggi o non lo consente la Costituzione con i suoi tre gradi di giudizio? E allora? Se manteniamo un governo non è forse anche per cambiare le leggi e se occorre la Costituzione? Ad esempio per introdurre la possibilità di comminare, in sostituzione di pene pecuniarie spesso inesigibili, l’obbligo di eseguire lavori socialmente utili? Perché non pensarci? Il governo neppure immagina, mi pare, la molteplicità di effetti positivi che avrebbe sull’opinione pubblica vedere un passeggero abusivo o una taccheggiatrice costretti, che so, a spazzare una strada per una settimana o a cancellare le scritta dai muri di una scuola: nati in Italia o altrove non importa, naturalmente, ma non nascondiamoci che nel caso degli immigrati il valore di una simile politica sarebbe davvero strategico. Trasmetterebbe loro il messaggio che il primo obbligo che essi hanno, venendo in Italia, è quello di rispettare, come chiunque, le norme che regolano la nostra collettività. E ai nostri concittadini farebbe capire che in una situazione di confronto difficile con estranei che adottano comportamenti impropri (come fanno assai spesso gli immigrati, non nascondiamoci dietro un dito) essi non sono abbandonati a se stessi ma possono, al contrario, contare sull’aiuto efficace dello Stato.
    Il secondo sentimento che specie negli strati popolari è colpito più negativamente dall’immigrazione è il sentimento della giustizia, ovvero il bisogno di eguaglianza. Ogni beneficio concesso agli immigrati è visto come qualcosa tolto agli italiani, gettando così le basi per una contraddizione, politicamente micidiale, tra spesa sociale e spesa per l’accoglienza, tra «noi» (che paghiamo le tasse) e «loro».
    È sciocco negare che questa sensazione si basi su dati reali, riguardanti soprattutto i rifugiati e i richiedenti asilo: per i quali i regolamenti europei prevedono la concessione di varie provvidenze. Basti pensare che in Germania, quest’anno, la loro accoglienza peserà sul bilancio dello Stato per qualcosa come 6 miliardi di euro. Ma detto che è certamente urgente che l’Unione Europea restringa il numero di Paesi la fuga dai quali possa essere giustificata in base a «ragioni umanitarie» (è ammissibile ad esempio che ben 70 mila cittadini di Kossovo, Albania e Macedonia abbiano chiesto l’asilo in Germania per le suddette ragioni?), mi sembra comunque ancora più urgente un’altra misura. E cioè – riprendo un’idea lanciata da Giovanna Zincone sulla Stampa – che nel nostro Paese si stabilisca che ad ogni provvidenza erogata dallo Stato per gli immigrati o i rifugiati corrisponda un’erogazione di pari ammontare di beni e servizi ai territori che li accolgono (sotto forma di restauro di edifici, di nuove attrezzature pubbliche, di dotazione di asili e centri sociali, di miglioramento della pulizia e della vivibilità dei luoghi, ecc.).
    Per sortire il loro effetto, tali erogazioni, però, aggiungo io, dovrebbero avere alcuni requisiti: essere fortemente e immediatamente visibili, realizzare il proprio scopo in tempi brevi, infine essere gestite direttamente dal governo centrale (magari per il tramite dei prefetti: altro che «rottamarli»!), al fine di evitare loro eventuali «manipolazioni» e occultamenti distorsivi ad opera dei poteri politici locali e di conferire all’iniziativa il suo necessario carattere «nazionale». Bisogna convincersi che esser ostili in linea di principio al fenomeno migratorio, vederlo con apprensione, può essere sbagliato (come io ritengo), sbagliatissimo, ma è del tutto legittimo. Sta perciò a chi è favorevole pensare e adottare misure concrete per attenuare o cancellare una tale ostilità. Misure concrete però, concrete: non sermoni buonisti sull’obbligo dell’ «accoglienza» che lasciano il tempo che trovano.

  5. Solo un terzo delle persone tra i 30 e i 34 anni è laureato

    non hai bisogno di università eccezionali, se i laureati li prendi altrove e ti costano meno (non li hai formati tu)
    e nemmeno se hai un discreto sistema di formazione professionale che consente di accedere a occupazioni molteplici e remunerative

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