PD allo stato gassoso

Incapacità di risolvere i problemi e dissenso interno: la rottamazione incompiuta di Renzi
Matteo Orfini e Matteo Renzi, rispettivamente presidente e segretario del Partito Democratico 
*

di Federico Geremicca – lastampa.it, 31 luglio 2015

Secondo alcuni l’inizio di ogni guaio data ancora lì, alla grande delusione per il voto di primavera, la batosta in Veneto, la sconfitta in Liguria, ad Arezzo, a Venezia…

Un colpo secco e inatteso, insomma, a quell’alone di invincibilità che circondava Matteo Renzi e che ha messo in crisi progetti, strategie e certezze del segretario-premier.

Per altri, invece, non avrebbe potuto che finire così: con la crisi dell’«uomo solo al comando» e con la sua squadra – il partito, il Pd insomma – prima sfiancata dagli strappi del leader e poi arrabbiata e confusa da una direzione di marcia che non ama e non capisce. Una direzione di marcia – per altro – che ormai nemmeno i sondaggi premiano più.

Per Matteo Renzi non sono giorni facili, e dal fortino di palazzo Chigi non gli sfuggono i segnali che testimoniano un evidente appesantimento della situazione. Ma non sono giorni facili nemmeno per il Pd, una comunità in via di «trasformazione coatta» e che, dopo tanto inutile discutere di partiti «solidi» oppure «liquidi», ha scoperto che – proprio come in fisica – esiste un terzo stato cui potersi ridurre: quello gassoso. Un partito gassoso, sì: cioè impalpabile. E talvolta addirittura invisibile.

È su un partito così che 48 ore fa si è abbattuta una giornata che ha fatto deflagrare tutte le difficoltà che circondano ormai da tempo Renzi e il Pd. La libertà di coscienza lasciata nel voto sull’arresto del senatore Azzollini ha seminato sconcerto tra iscritti ed elettori Pd, rimasti poi sgomenti di fronte al siparietto delle tesi contrapposte espresse dai due vicesegretari – Guerini e Serracchiani – circa l’opportunità di quella scelta. «Non vi voto più – hanno scritto molti -. Siete come gli altri».

Né meno doloroso, per sostenitori e militanti, è stato assistere – nella stessa giornata – alla nascita del gruppo di senatori verdiniani, col corollario di voci che lo accompagna: entreranno nel Pd, si farà il Partito della Nazione, serviranno a liquidare la minoranza interna… Dulcis in fundo, la decisione di procedere alla nomina del nuovo Cda Rai ancora con la famigerata legge Gasparri: uno dei bersagli preferiti di Matteo Renzi al tempo della sua ascesa garibaldina.

Già, dov’è finito il «rottamatore»? L’interrogativo aleggia ormai con preoccupazione tra le stesse fila dei «fedelissimi». Il Renzi che ingaggia e perde un braccio di ferro con Ignazio Marino, non è il Renzi che conoscevano. E non somiglia certo all’«uomo della Leopolda» il premier-segretario che benedice il voto su Azzollini, che nello scontro tra Crocetta e Lucia Borsellino resta in silenzio e che riporta in auge la legge Gasparri: ritrovandosi senza maggioranza al Senato per i «no» della minoranza Pd.

Nel pieno del processo di scongelamento dopo il ribaltone che nel febbraio 2014 gli costò il governo, ieri Enrico Letta ha affidato queste parole a «Il Fatto quotidiano»: «C’è una mutazione genetica del sistema dei partiti che, anche nel campo del centrosinistra, si traduce nella personalizzazione esasperata della leadership, nell’egotismo, nell’ossessione per il consenso immediato, nell’umiliazione dei corpi intermedi». Oggetto della polemica, naturalmente, è Matteo Renzi. Si tratta di obiezioni che conosce a memoria: ma alle quali – da molti sondaggi in qua – non può più rispondere «sarà, ma vinco e ho portato il Pd al 40%…».

Dov’è finito, dunque, il «rottamatore» che tanti entusiasmi e speranze aveva suscitato anche fuori dal Pd? E cosa sta diventando il Partito democratico, la creatura così fortemente voluta dal tandem Prodi-Veltroni? Alla seconda domanda ieri ha mestamente risposto Matteo Orfini, presidente del Pd, commentando la sconfitta del governo al Senato sulla Rai: «Se il voto in dissenso dal gruppo diventa una consuetudine, significa che si è scelto un terreno improprio per la battaglia politica: così non si lavora per rafforzare il partito ma per smontarlo».

Smontare il Pd. Qualcuno ci pensa, forse; qualcun altro (da Civati a Fassina a Cofferati) ha avviato i lavori: un partito gassoso, infatti, con una «leadership egotista e ossessionata dal consenso», non era precisamente il modello immaginato dai «padri fondatori». E mentre iscritti ed elettori cercano di capire se è Renzi ad aver sbagliato partito o il Pd ad aver sbagliato leader, la crisi si avvita e rischia di produrre danni irreparabili anche sul piano elettorale.

Possibile uscirne? E come? Difficile dirlo: ma vista l’aria che si respira nel Pd, il confronto e il dialogo non sembrano più una via per raggiungere l’obiettivo. E infatti, così come qualcuno disse che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, così oggi qualcun altro teorizza che potrebbero essere le elezioni anticipate, in questo caso, la prosecuzione del confronto: ma per chiuderlo definitivamente.

«Mi chiedo per quanto ancora si debba sopportare questo atteggiamento da parte della minoranza bersaniana – ha minacciato ieri Roberto Giachetti, renziano e vicepresidente della Camera -. In queste condizioni meglio andare al voto, e fare una volta per tutte chiarezza dentro al partito». Dove per chiarezza s’intende, evidentemente, ridurre a uno stato ancor più gassoso gli oppositori interni: nella convinzione – in questo caso temiamo fallace – che liquidazione sia uguale a soluzione…

Leggi anche:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/31/enrico-letta-lettera-al-fatto-meritiamo-di-piu-della-politica-alla-house-of-cards/1922330/

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76 comments

    1. E vai con le deleghe!
      Ma perché, una volta per tutte, non sciogliamo il parlamento e deleghiamo ogni potere al governo?
      (Non ditemi che è già, di fatto, così, chè mi intristisco)

  1. Se pensiamo che il Pd gassificato sia un problema per Renzi sbagliamo di grosso.
    Per lui il Pd olografico che vediamo tutti i giorni è la condizione ideale. Non dover perdere tempo con tutte quelle minchiate di discussioni interne e magari anche votazioni della direzione e quisquiglie varie è il suo obiettivo.
    Un Pd ridotto allo stato di puro ologramma (cioè di simbolo al quale un sacco di gente è ancora affezionata) gli va benissimo.
    Poi ci sarà un momento in cui l’ologramma comincerà a tremolare – già si vedono vibrazioni qua e la – fino a svanire. Ma per allora avrà già fatto due cose:
    1. portato a termine la sua missione di distruggere il tessuto sociale e politico dell’Italia per renderlo, appunto, liquido.
    2. costruito un guscio dentro il quale riversare il consenso a-politico che sta coltivando accuratamente.

    In questo momento tutti quelli che continuano a fare la “minoranza” portano la responsabilità storica di continuare a far esistere l’ologramma. Prima se ne vanno e facendo più rumore possibile e meglio è per tutti.

    1. Quando avrete messo al governo Salvini, o Grillo che è uguale, (certamente al governo non ci sarà la “vostra” sinistra) abbiate almeno il buon gusto di non lagnarvi che al governo c’è la destra xenofoba e populista.

      La cosa più desolante è che non ve ne rendete neppure conto.

      O forse è proprio questo che volete, per poter scendere in piazza e poter dire quanto gli altri siano cattivi.
      A proposito di responsabilità…

      1. o Grillo che è uguale…
        Ecco Grillo non è candidato, innanzitutto, e le ruspe le userebbe al massimo in parlamento…

        Si legge dai tuoi commenti che hai capito che la sicurezza boriosa che vi aveva dato il 40% sta svanendo, ma ovviamente la colpa è di altri, e non di riforme fatte “a pene di segugio” (cit.)

      2. non riuscire a mantenere alfano e verdini al governo mi toglierà il sonno

        intanto iniziare con le scuse dovute, secondp la serracchiani ?
        inizi tu a farle ?

  2. Una fatica di Sisifo.

    A volte mi chiedo chi glielo faccia fare…

    Qualcuno fa coincidere la vocazione allo sconfittismo della sinistra (con venature di forte masochismo tendente al sadismo e tasso di lagna insopportabile ), dirigenti e popolo tutto, con la fine del compromesso storico e la morte di Berlinguer.

    Analisi che condivido.

    Quanti anni sono passati?
    Quanti bisogna farne passare ancora?

  3. Se c’è una cosa che a renzi è riuscita bene è proprio la rottamazione del pd.
    L’unica cosa in cui ha messo in atto l’economia circolare : dissassemblate le componenti, riciclo e reimpiego di ciò che poteva essere funzionale allo scopo, da riassemblare con alcuni pezzi nuovi (prodotti in serie), innesto di pezzi prodotti da altre case madri, reimpiego di alcuni pezzi vintage giusto per dare quel tocco retró ma totalmente inutili (un po’ come i dadi di peluche appesi allo specchietto retrovisore )
    Ecco a voi il partito della nazione.

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