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Società quali Airbnb e Google si paragonano a eroi dei diritti civili, mentre usano la loro popolarità tra i consumatori per azzerare la legge federale.

di Frank Pasquale e Siva Vaidhyanathan – the guardian – 28 luglio 2015

A febbraio l’amministratore delegato di Airbnb, Brian Cesky, ha paragonato la ribellione della sua società contro le ordinanze urbanistiche locali con la resistenza passiva di Gandhi al governo britannico. Uber si è paragonata a Rosa Parks, ribellatasi a leggi ingiuste. Chesky ha fatto rapidamente marcia indietro, di fronte a uno scherno diffuso. Imprese che agiscono per interesse privato che si paragonano a eroi nobili dei movimenti per i diritti civili sono tanto assurde quanto offensive.
Ma c’è un’analogia migliore dall’era statunitense dei diritti civili per le società dell’economia a richiesta che trasgrediscono la legge. Non è quella che i leader delle imprese reclamano. Essi sono impegnati in quella che chiamiamo “disobbedienza industriale”, seguendo le orme dei governatori e dei parlamenti del sud degli Stati Uniti che si sono dichiarati liberi di “disobbedire” alla legge federale in base a interpretazioni opportunistiche e tirate per i capelli della costituzione.
La disobbedienza è una trasgressione intenzionale delle regole, basata su qualche idea nebulosa di un bene più elevato che può tirar fuori solo chi delle regole se ne infischia. Può essere un invito a intensificare un conflitto, come fece il governatore dell’Arkansas Orville Faubus nel 1957, quando si rifiutò di cancellare la segregazione nelle scuole pubbliche e il presidente Eisenhower inviò truppe federali per imporre la legge. Ma quando società come Uber, Airbnb e Google si danno a un tentativo di trasgressione, è un tentativo di ispirazione iper-liberale di rendere popolari i propri servizi ben prima che i regolatori possano muoversi a contrastarle. Poi, quando i funzionari contrattaccano, possono appellarsi a proprio seguito di consumatori per indurre i regolatori alla resa.
Questo è successo proprio la settimana scorsa a New York City, quanto il sindaco Bill de Blasio è intervenuto per limitare il numero di auto Uber che ingorgano le strade cittadine nelle ore di massima congestione. Uber ha contrattaccato con spot pubblicitari interpretati da celebrità, tra cui la modella Kate Upton, e ha sollecitato i suoi ricchi utenti a scrivere al municipio protestando. Il sindaco de Blasio ha fatto marcia indietro. Coerentemente queste società recalcitranti affermano di star sferrando un colpo contro regole che considerano “obsolete” o “contrarie all’innovazione”. La loro principale innovazione, tuttavia, è strategica e manipolatoria ed è diretta a danneggiare necessità ed efficace amministrazione locali.
Tra il 2005 e il 2010 Google ha scattato fotografie di gran parte del mondo – e di molti dei suoi abitanti – senza permesso per il suo progetto Street View, spesso forzando i limiti della legge sulla riservatezza nel farlo. A oggi Google non ha spiegato perché si sia impossessata di tutti quei dati privati. Ha funzionato. Nonostante alcuni incidenti in cui Google ha dovuto scattare nuove foto delle scene stradali, la maggior parte dei regolatori si è ritirata perché il pubblico si era abituato al servizio oppure perché in qualche modo Google li aveva placati.
La strategia di Google è consistita nel rivoltare la frittata; chiunque dissentisse con una foto su Street View era invitato a chiedere che fosse rimossa. Così è diventato onere nostro, non di Google, proteggere la riservatezza. Google ha adottato la stessa strategia di scattare (immagini digitali) prima e di rispondere alle domande poi quando ha scannerizzato libri protetti da diritto d’autore. Alcuni si sono arrabbiati per queste mosse sfacciate. Alcuni hanno intentato causa. Google ha gestito i conflitti successivamente, a volte vincendo in tribunale (come nel caso della scannerizzazione dei libri) e a volte subendo sentenze in Australia, Corea del Sud, Giappone e Grecia, dove Street View è stato dichiarato illegale nel 2009.
L’analogia è più evidente nel caso della stessa legge statunitense sui diritti civili. Uber ha ignorato i difensori dei ciechi e di altri disabili quando hanno affermato che gli autisti di Google li discriminano. In reazione a una citazione in giudizio da parte della Federazione Nazionale dei Non Vedenti, Uber asserisce sfacciatamente di essere soltanto una piattaforma di comunicazioni, non il genere di datore di lavoro soggetto alla disciplina della Legge sugli Statunitensi con Disabilità. Alcuni giudici e regolatori accettano tale ragionamento; altri lo respingono. Ma la lezione più generale è chiara: gli aggressivi sforzi di Uber per evitare o eludere le leggi sulla disabilità non sono altro che una forma di trasgressione industriale, tanto minacciosa per lo stato di diritto quanto la disobbedienza alle leggi sui diritti civili nei giorni in cui i tribunali sentenziavano contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti.
Come se non bastasse Uber ha sfidato restrizioni effettivamente oppressive sulle licenze dei taxi in Francia lanciando un servizio chiamato UberPop. Numerose autorità in Europa hanno dichiarato illegale UberPop, ma Uber ha continuato comunque a operare interponendo appello. Ora la Francia ha accusato il direttore generale della Uber per la Francia, Thibaud Simphal, e il direttore della società per l’Europa occidentale, Pierre-Dimitri Gore-Coty, di aver consentito la guida di taxi da parte di autisti non professionisti e di “pratiche commerciali ingannevoli”.
Si potrebbe sostenere una tesi forte che la Francia trarrebbe beneficio da un numero maggiore di autisti di taxi e da maggior concorrenza. Ma sta al popolo francese deciderlo attraverso i suoi rappresentanti eletti. Lo spirito di Silicon Valley non dovrebbe imporre la politica al resto del mondo. New York, Parigi, Londra, Cairo e Nuova Delhi hanno tutte valori e problemi di traffico diversi. Le necessità locali andrebbero rispettate.
Si consideri che cosa succederebbe se un simile approccio globalizzato prevalesse. Il modello commerciale di Uber diventerebbe in generale quello di boss trasgressori della legge. Riregistratevi come”piattaforma”, intermediate le richieste dei clienti e le domande di lavoro con una app e voila!, molte meno leggi da rispettare. Peggio ancora, questo atteggiamento ribelle segnala alla cultura più generale che le leggi e i regolamenti sono obsoleti e arcaici e, quindi, ostacoli al progresso. Ciò potrebbe minare la stessa fede nel governo repubblicano.
Negli anni ’50 e ’60 i governatori del sud ritennero di aver scoperto una tattica simile per eludere le leggi sui diritti civili che detestavano maggiormente. Anche se la strategia fallì, l’idea anima ancora reazionari. L’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, che ora corre per la presidenza, ha persino suggerito che la recente sentenza della Corte Suprema statunitense sui matrimoni gay dovrebbe essere in effetti resa nulla dagli stati sovrani.
Naturalmente una repubblica non può funzionare senza autorità che rispettano il primato della legge. La disobbedienza civile da parte dei cittadini è un importante contrasto a politici corrotti o immorali, ma quando gli stessi dirigenti d’impresa cominciano a violare la legge nei loro meschini interessi, l’ordine sociale crolla. Lustrando la propria vena iper-liberale di sinistra le società dell’economia a richiesta che oggi si fanno beffe delle leggi sul lavoro e contro la discriminazione vorrebbero farci credere che seguono le orme della resistenza passiva di Gandhi, anziché la resistenza di massa dei segregazionisti. Ma la loro ricca, potente, quasi interamente bianca e maschile compagnia di amministratori delegati è più prossima a incarnare, piuttosto che a combattere, “l’uomo” [l’espressione, in gergo, ha il significato dispregiativo di “autorità”, “potere” – n.d.t.].
Come ha dimostrato il guru della Silicon Valley Peter Thiel, l’obiettivo delle società tecnologiche non consiste nel competere, consiste nel monopolizzare un settore a tal punto da divenire fondamentalmente suo sinonimo. Le conquiste auto-rinforzanti di mercati attirano più investimenti di capitale di rischio, il che a sua volta consente ulteriori conquiste e a sua volta attira altro capitale di rischio. Mentre tali concentrazioni di potere economico proseguono di buon passo, è più vitale che mai contestare le affermazioni autoincensanti degli oligarchi della Silicon Valley che essi seguono le orme degli eroi dei diritti civili.
Mentre società presunte “innovative” influenzano sempre più la nostra economia e cultura, esse devono essere chiamate a rispondere del potere che esercitano. Diversamente la trasgressione industriale radicherà ulteriormente un sistema di giustizia a due livelli, in cui i singoli e le piccole aziende rispettano un insieme di leggi e le mega-imprese creano un regime proprio di privilegi per sé e di potere sugli altri.

Frank Pasquale è docente alla Facoltà di Diritto dell’Università del Maryland e autore di ‘Black Box Society: The Secret Algorithms that Control Money and Information” [La scatola nera sociale: gli algoritmi segreti che controllano il denaro e l’informazione](Harvard University Press, 2015).
Siva Vaidhyanathan è docente di Studi sui Media presso l’Università della Virginia e autore di ‘The Googlization of Everything – and Why We Should Worry’ [La googlizzazione di tutto – e perché dovremmo preoccuparcene] (University of California Press, 2011).

Traduzione di Nammgiuseppe

Fonte: http://www.theguardian.com/technology/2015/jul/28/uber-lawlessness-sharing-economy-corporates-airbnb-google

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43 comments

  1. Per formazione e storia personale il mio modo di pensare si basa su poche proposizioni che rappresentano gli strumenti con cui non faccio altro che riconfermare l’assenza di senso e scopo del mondo e della mia permanenza in esso. Una di queste appartiene a Lord Kelvin:”quando sei in grado di misurare ciò di cui stai parlando, ed esprimerlo in numeri, allora sai effettivamente qualcosa di esso ma, quando non sei in grado di esprimerlo in numeri, allora la conoscenza al riguardo è scarsa e insoddisfacente….”.
    In questo senso propongo la contabilizzazione delle morti per lavoro (come quelle dei braccianti riportate oggi dai giornali) nel calcolo del PIL. Forse, qualcuno comincerà a prenderne atto.
    O forse Antonella ha ragione quando parlava di nazificazione della società e nessuno ricorda più l’ Himmler delle “vite indegne di essere vissute” semplicemente perchè stratificata nel profondo della coscienza immonda che usiamo chiamare senso comune

    1. O forse Antonella ha ragione quando parlava di nazificazione della società e nessuno ricorda più l’ Himmler delle “vite indegne di essere vissute” semplicemente perchè stratificata nel profondo della coscienza immonda che usiamo chiamare senso comune

      Infatti, non c’è bisogni di efferatezze estreme e palesi. Il senso comune vede e provvede, deve aver a che fare con un reale o presunto istinto di conservazione, che declina a volta in culto della putrefazione di ogni cosa

  2. 200 ….

    Sono i migranti che mancano all’appello del naufragio id ieri, eufemisticamente definiti “dispersi”.
    Ieri tutte le tv (soprattutto quelle news24) si sono distinte per aver taciuto dell’entità dell’ultima strage .
    C’era da lasciar spazio a Renzi e co, alle dichiarazione del cazzo e sul nulla.
    Stamattina, per dire, su La7 (quella che Orto va al campo ha contribuito a disastrare, così come la Maggioni ha disastrato e servilizzato RAINEWS24, decuplicando l’occupazione e abbassando lo share) un’impunita che nemmeno sa fare il suo lavoro (balbettava, incespicava, si ripeteva) è riuscita ad mandare per tre volte DI SEGUITO tre distinti servizi con Renzi come interprete.
    Ripeto: occhio a far troppi sofismi, questi stanno occupando tutto, peggio che ai tempi della peggior DC e del peggior PSI.
    Con loro, non servono delicatezze ma calci in culo.

  3. >Insomma, il lievito c’è. Come si fa per la farina?

    I “fatti” delle scienze sociali sono rappresentati da ciò che le persone pensano e credono. (Non una parafrasi semplicistica della dialettica struttura/sovrastruttura o, peggio ancora, una volgarizzazione delle innumerevoli teorie sull’ideologia ma semplicemente il riassunto di ciò che i “fatti” siano per l’analisi economica per la scuola austriaca. Insomma, conosci il tuo nemico, specialmente quando ti fornisce le armi per combatterlo). Da questa semplice affermazione, candida e con i piedi per terra (traducibile, qui non si ha nessuna pretesa di fondare una scienza, sappiamo bene di non poterlo essere ma nessuno può impedirci di spostarne il paradigma e di venderla come “nuova e diversa” scienza, oplà, aggiungiamoci sociale ed è fatta), dicevo da questo candore senza pretese parte la lunga camminata dei “faticatori di pianura”. Inutili le battaglie a colpi di analisi sofisticate, epistemologie del giorno dopo e delle predizioni prossime venture, interpretazioni corrette di dati statistici e metodologie inventate per l’occasione ma anche capitate lì per caso (un buon esempio la polemica tra L’Istat e Poletti sull’interpretazione dei dati). L’occupazione aumenta se crediamo che stia aumentando e la crisi resta anche se il PIL cresce (anche a colpi di incassi non registrati e borsa del malaffare, in fin dei conti, in ossequio alle norme IVA comunitarie, se la vendita di droga è un servizio, l’IVA va riscossa sul territorio dove la vendita è avvenuta, ovviamente cosa ben diversa se invece si considera il traffico del prodotto, lì applichiamo il “reverse charge” e così via). Il Mondo come volontà e rappresentazione, volontà di appropriarsi del profitto del lavoro e bellamente rappresentato dai principi della partita doppia.
    Insomma, Laura, inutile cercare di analizzare i “fatti”, si tratta di decidere quali siano i “fatti” che vogliamo contabilizzare. I venti euro del completo in vendita ad H&M o le condizioni di vita dei lavoratori in Bangla Desh? Le auto elettriche con zero emissioni o il carbone consumato per produrle? Le panzane tardo-fumettistiche di Renzi o le giaculatorie pessimistiche ma venate di ottimismo della volontà del Manifesto? Siamo circondati da fatti che nessuno vede perchè (odio ripetermi) esistono solo i fatti che possono essere spiegati, compresi ed utilizzati dalla “teoria” che utilizziamo (e che conosciamo). L’egemonia gramsciana è una cosa seria ma faticosa e non ha niente a che vedere con “narrazioni”, “marketing” e propaganda. Richiede quello che si chiamava intellettuale collettivo che non è un collettivo di intellettuali ad un tanto al chilo, ma un partito, ma qui….il movimento, la cosa nuova, i professionisti del dilettantismo, i vari sostantivi preceduti e seguiti da “sociale”, i soggetti nuovi, dimenticati, giusto scoperti, in divenire, anticipatori, i predicatori tardo-pentiti e convertiti come i vecchi atei in cerca dell’estrema unzione in prossimità della morte perchè non si sa mai, il secolo passato ed il nuovo che avanza, e su tutto…il nuovo sol dell’ avvenire: la Svizzera ed il referendum propositivo senza quorum che risolverà tutti i “fatti”, ovviamente quelli in cui si crede e che pensiamo siano tali.

    1. Se posso, molto affettuosamente, Antonio, considerato che c’è qui chi ti vuole presidente, e quindi dovrai parlare a una platea molto più vasta e in parte meno imparata, non potresti volgarizzare un po’ di più i concetti?
      🙂

      1. Vecchia storia, Namm, e con lo stesso affetto ti ripeto la mia (presa a prestito) solita risposta: “Scrivo difficile? Certo, scrivo per i metalmeccanici”.
        O, più seriamente, non scrivendo per nessuno in particolare, non cercando likes o followers, non saprei come scrivere altrimenti (tieni presente che il tempo che ti occorre per leggere un mio commento è in media la metà di quello che mi occorre per scriverlo, se avessi davanti un campione della mia calligrafia capiresti subito…..).

            1. Qual è il problema? Il mio suggerimento, da persona che ha dovuto (e si è anche dilettato a), comporre testi tecnici complessi nella vita professionale, è che c’è un ampio spazio di utile divertimento per sé e per gli altri nella pratica della ‘banalità’. E si impara. Come qualsiasi altra cosa. Vaste parti dei tuoi interventi sul ‘manuale delle giovani tardotte’ mostravano un’ottima capacità anche in quel campo.

              (En passant: non c’è quasi giorno che non rifletta su come mettere insieme il mio capitolo successivo, che dovrebbe riguardare niente popò di meno, la famosa questione del “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?” E continuo, a distanza di mesi, a non trovare la chiave per comunicare non delle verità ma degli stimoli a una ricerca fruttuosa in termini semplici e, possibilmente, divertenti. Forse alla fine accetterò la mia incompetenza. Ma tendo a essere testardino, anche perché leggiucchia qua, leggiucchia là, le stesse cose che ho pensato e vorrei dire, pare proprio che le abbiano pensate e dette anche persone piuttosto più in gamba di me. E le hanno dette in maniera molto più profonda di quanto sarei capace. Tanto profonda che il lettore medio ci annega)

    2. Prendo in soccorso il duo Brancaccio\Graziani, premettendo che potrei non averci capito niente ma se lo sforzo intellettuale deve essere collettivo ci provo… le pernacchie sono ben accette…

      Possiamo dire che la teoria dominante, quella con cui vediamo i “fatti” poggi sull’individualismo spinto fino quasi a non riconoscere una società ma solo uomini, donne, famiglia ma nonostante questo:

      Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, i cui modelli macroeconomici non si basano sul comportamento dei singoli individui ma partono direttamente dall’analisi di aggregati sociali come i sindacati dei lavoratori e le grandi imprese dotate di potere di mercato. Tra l’approccio critico di Graziani e l’approccio prevalente di Blanchard resta però una differenza sostanziale. Per Blanchard l’esistenza di tali aggregati sociali rappresenta una “imperfezione” del mercato che, se rimossa, consentirebbe di ottenere un migliore impiego delle risorse produttive: ridurre il potere del sindacato, ad esempio, consentirebbe di comprimere i salari monetari e i prezzi e di aumentare quindi la domanda di merci, la produzione e l’occupazione. Per Graziani, invece, l’antagonismo tra gruppi sociali non costituisce una “imperfezione” ma rappresenta un fattore immanente al modo di produzione capitalistico. La lotta di classe c’è, insomma, anche qualora non ve ne sia più coscienza. Persino quando il sindacato viene ridotto a brandelli essa continua a produrre effetti, ad esempio cancellando gli ultimi scampoli di tutele legali dei singoli lavoratori. La conseguenza ultima è al limite un aumento dei profitti per occupato, non un aumento del numero complessivo di occupati.
      Una rinnovata analisi di classe non si presta tuttavia soltanto a esaminare il tipico conflitto tra capitale e lavoro. Essa consente anche di gettare uno sguardo smaliziato sugli antagonismi interni a ciascuna classe sociale, come quelli tra capitali grandi e capitali più piccoli, che possono poi sfociare in conflitti economici tra nazioni avanzate e nazioni meno sviluppate.

      1. Boh? Ogni insieme (tranne, ma non sono sicuro, l’insieme unitario e quello nullo) è suscettibile di analisi a livello di sottoinsiemi a loro volta definiti in funzione dell’analisi che si vuol condurre. Ma se un’analisi definisce i suoi presupposti già non è più un’analisi, bensì un’interpretazione, una tesi.

        (Quando avrò tempo cercherò di spiegare a me stesso che cosa ho scritto)

        1. Cercherò di spiegarmi meglio. Pezzo di legno, vite, giravite. L’atto di avvitare è unico, ma il fatto che lo descrive (ivi compresi gli effetti) dipendono dal tuo posto nel processo. Solitamente i non possessori di capitale si trovano ad essere il legno……

      2. …per Blanchard l’esistenza di tali aggregati rappresenta un’imperfezione del mercato…
        Rinnovo l’invito a fare i compiti delle vacanze. Leggetevi “Undoing the demos” di Wendy Brown.

          1. Grande Domi, come sempre.
            E scusate se straccio i m…oni. È che la tipa, la Wendy Brown (ma si può avere un nome da soap opera e un testone di quel genere?), spiega molto bene alcune cose con cui ci incartiamo spesso.
            Ci sono alcune parti del libro che vorrei tradurre perchè io le ho trovate illuminanti. Magari solo perchè finora non avevo fatto i compiti a casa?

    1. sun, è una cosa di cui siamo consapevoli da molti anni, i siti minerari e le loro “bonifiche” ( come di tutti i siti industriali) sono scelte, tanto per rimanere in tema, ma pare che per molti non siano così direttamente proporzionali alla salute

      1. non conoscevo la realtà toscana
        si parla dei riva, ma la toscana, come la puglia (intese come amministrazioni regionali e giù a scendere) si sono comportate esattamente come loro
        a quando la confisca dei beni degli amministratori come è stato fatto per i riva ?

        1. non ho compreso bene il paragone, i danni iniziali sono risalenti alla mamma Montecatini, poi Montedison che costruisce anche l’impianto di trasformazione di Scarlino…che ha svolto estrazioni minerarie su tutta la zona delle colline metallifere… insomma c’è una bella storia lunga e controversa come tutte le storie di miniera e di “sviluppo”… così rimaniamo ancora in tema quanto “costano” le miniere… considerando l’importanza per l’Italia di Montecatini prima e di Montedison dopo inizia a frugarti in tasca anche te ahahah

  4. Primum non nocere.

    Quanto resterebbe delle scelte economiche e politiche se, politici ed economisti adottassero (almeno loro, considerato che i medici ne hanno perso il senso, cfr. liberamente il paragrafo “controindicazioni ed effetti collaterali” su qualsiasi “bugiardino” incluso nei medicinali) il principio base dell’arte medica?
    Questo semplice principio (in fin dei conti generale) conferisce alla lotta tra la sinistra abituata alla sconfitta e alla “sinistra del fare” una luce diversa. E qui, ancora una volta, riappare la definizione di leader che si può trovare non nei testi marxisti ma in quelli del management moderno. Detto e ripetuto. Il leader è quello che sceglie di fare la “cosa giusta”, il manager quello che fa “funzionare le cose”.
    “Do the right thing, do things right”. Altro che dialettica hegeliana e rovesciamento di essa. In fin dei conti siamo ancora incapaci di trovare una sintesi che sia il superamento di quelle due proposizioni che si negano a vicenda.
    In questo senso, la presunta sconfitta di Syriza è in realtà una vittoria della chiarezza. Il velo dell’ipocrisia è stato sollevato. La democrazia politica non ha niente a che fare con l’EU, alle perplessità e alle analisi sui tecnoburocrati si è sostituito un fatto semplice (fatto non verità): nonostante sia stato ampiamente dimostrato che non ci sia una base razionale sulla logica economica dell’austerità (e per favore evitate di citare il QE di Draghi come risposta o presa d’ atto di questa situazione in quanto soccorre sempre, solo e comunque le necessità del capitale finanziario, una sorta di trasfusione resa possibile solo e quando il prezzo del sangue risulta conveniente a chi ne detiene il monopolio della vendita e buona pace ai pazienti morti in attesa che il prezzo diventasse conveniente) le politiche derivanti da quello che non era altro che un inganno orchestrato con cura mascherato con analisi errate nei metodi, nelle assunzioni e nei risultati sono andate avanti.
    Perchè non c’è scelta. Scelta dei popoli, ovviamente. Abbiamo di fronte adesso con chiarezza il dispiegarsi della forza bruta e della contraddizione immanente del neoliberalismo. Il mercato di cui parlano. la libera circolazione dei capitali con conseguente florilegio di opportunità per tutti purchè piegati e proni a quelle logiche non si accompagna al libero movimento delle persone. Globalizzazione del mercato dei capitali ma per carità che le persone stiano ben chiuse nei confini dei loro paesi altrimenti come potrebbero continuare ad usare il sud del mondo come serbatoio di salari a basso costo.
    Ah, la potenza dell’innovazione, la ricerca tecnologica, il dispiegarsi delle forze intellettuali che hanno liberato il mondo occidentale, tutto questo e di più non fanno altro che rivelare una verità semplice. La stessa dalla nascita del capitalismo. Il profitto e la crescita si basano sullo sfruttamento del lavoro. Punto. I potenti risultati dell’innovazione, il mondo liberato dalla schiavitù del lavoro fisico, il dispiegarsi delle forze del capitale….ed alla fine, la misura di questa riduzione dei costi che ha reso disponibile (si fa per dire) la sempre più immane raccolta di merci (invendute) si basa sullo sfruttamento degli operai cinesi, i ragazzi che lavorano in Bangla Desh, lo sfruttamento dei diritti minerari per le risorse primarie.
    Non male, se non fosse che la quarta o quinta rivoluzione industriale sembra essere la replica della prima ma questa volta lo smog di Londra è a Pechino per cui ce ne siamo liberati.
    Le forze della competizione. ALtra balla della globalizzazione. Le imprese del Nord del mond competono tra di loro ma non con quelle del Sud che, invece competono tra loro intensificando lo sfruttamento del lavoro e permettendo alle altre di competere a colpi di innovazione tecnologica, marketing strategico e customer satisfaction (leggere: sfruttamento intensivo, inquinamento, costi sociali ed una innata propensione a delinquere).
    Vogliamo costruire una (nuova? l’uso di questo aggettivo richiederebbe dodici volumi di sei tomi ognuno o, meglio, un loop continuo del pernacchio eduardiano) sinistra unita?
    Bene, partiamo da chi vogliamo:

    Primum non nocere.

    1. ….”ma questa volta lo smog di Londra è a Pechino per cui ce ne siamo liberati”…
      Furbi eh? Invece ci torna indietro sotto forma di “bombe d’acqua” e altre simili piacevolezze meteorologiche con perdite e costi anche economici
      (le perdite di vite umane, uno spiacevole effetto collaterale)

      Ah, che gioia le “magnifichesortieprogressive”!

      (trovo sempre difficile intervenire dopo Boka, mi sento assolutamente inadeguata)

        1. solo un tentativo spiritoso (mal riuscito?) di approvazione,
          sottolineando forza la chiarezza e la competenza di boka

          per la questione dei leader: rimane un fatto delicato e complesso
          eppure
          ‘le idee sono di molti, i fatti di pochi’
          mao tzedong (più o meno)

    2. Quanto al merito, credo sia l’analisi che accomuna tutti qui dentro (meno uno, ovviamente e non serve dire chi), ma credo che il problema, anche del nostro club di statisti da tastiera, è come rendere questa visione delle cose senso comune. In modo che attivi forze di opposizione/visione alternativa.
      Insomma, il lievito c’è. Come si fa per la farina?

      1. Qualcuno, giorni fa, aveva affermato che parlare di valori è sterile, mentre è più produttivo parlare di interessi.
        Dal punto di vista dell’efficacia sono abbastanza d’accordo, anche se vi sono implicite parecchie contraddizioni e ci vuole una considerevole dose di cinismo.
        Ora, ad esempio, c’è un interesse largamente condiviso (ma non direi un valore) a scaricare le proprie frustrazioni sbroccando in rete contro questo e quell’altro o questo e quell’altro fenomeno.
        Ci vorrebbe della genialità per creare un gioco (intendo proprio un videogioco) in cui gli sbrocchi siano finalizzati a certi output diretti automaticamente alla classe politica.
        Immaginate un gioco spara-spara in cui i ragazzini sono tutti presi a sviluppare abilità per passare di livello eccetera. Solo che quello che i ragazzini non sanno è che gli avversari su cui sparano sono camuffamenti di reale riprese di droni in territorio nemico. I ragazzini combattono, e presumibilmente vincono, una guerra senza rendersene conto.(Chissà poi se è del tutto fantascienza).
        Bisogna che provi a elaborare, ma sono abbastanza certo di non avere la genialità necessaria.

          1. Yes, premio Hugo 1986, devo averlo da qualche parte insieme al suo seguito (il riscatto di Ender) la fantascienza era la mia lettura per l’estate insieme ai noir.
            I noir sono rimasti, ne ho una pila sul comodino, di ogni paese ( i noir, non il comodino…)

              1. Già sappiamo tante cose perche le abbiamo accumulate negli anni.
                Speriamo di poter continuare a ricordarle….

                (domizia è terrorizzata da eventuali degenerazioni neuronali)

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