La RAI che vedRAI

Matteo Renzi è caduto dal cavallo della Rai

Da sempre le svolte politiche maturano in Parlamento e nei partiti, ma poi si sperimentano nella tv pubblica. Così le sue nomine, dai consiglieri a Campo Dall’Orto, mostrano l’invecchiamento precoce della rivoluzione renziana.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 6 agosto 2015

Monica Maggioni con Matteo Renzi durante un dibattito tv

«Sono dolente che per il modo con cui si svolgono le cose non mi sia possibile darle le consegne e porgerle di persona il mio saluto augurale: voglia credere che questo, anche se dato per lettera, è fervidissimo e che per l’affetto che ho preso alla Rai in 15 mesi di Presidenza mi dà una sincera soddisfazione di sapere che passa nelle sue mani esperte…». Era l’inizio di agosto anche allora, quasi settant’anni fa. Il 2 agosto 1946: con un biglietto su carta intestata dell’Eiar corretta a macchina con la scritta “Il Presidente Rai”, il primo presidente dell’azienda dopo la Liberazione del 1945 Arturo Carlo Jemolo salutava il suo successore, Giuseppe Spataro.

Jemolo era uno storico e giurista insigne, fuori dai partiti. Spataro era uno dei fondatori della Dc (le prime riunioni clandestine del partito si erano svolte nella sua casa romana), il sottosegretario per la stampa e l’informazione, un notabile potente che per tutta la sua presidenza (1946-1950) resterà deputato e nella direzione di piazza del Gesù.

Eccolo tracciato, una volta per tutte, il dna della Rai. Regola numero uno: le nomine da sempre si fanno in estate, all’inizio di agosto. Regola numero due: le svolte politiche maturano in Parlamento e nei partiti, ma si sperimentano prima nelle stanze della grande azienda del servizio pubblico.

Di cosa parliamo, quando parliamo di Rai? Le nomine in viale Mazzini eccitano la fantasia di politici, giornalisti e operatori del settore più di Sanremo, campionato di calcio e premio Strega messi insieme ma raccoglie l’indifferenza del pubblico. Sbagliando, però. La Rai anticipa e riflette la politica, più che lo schermo e uno specchio.

Breve storia, abbiate pazienza.

Nel 1945-46 l’epurazione di Jemolo e l’arrivo di Spataro anticipa in Rai la lunga stagione politica dell’egemonia democristiana. Nel 1961 viene nominato direttore generale un fiorentino di 41 anni che si chiama Ettore Bernabei. Direttore del “Popolo”, uomo di Amintore Fanfani, sembra l’ennesimo democristiano parcheggiato in Rai in vista di altri incarichi. Invece durerà fino al 1974. E sotto la sua guida da «tiranno illuminato», come lo definirà molti anni dopo Andrea Barbato, la televisione diventerà uno dei motori della modernizzazione italiana e strumento decisivo di lotta politica.

Nel 1975, quarant’anni fa, c’è la prima riforma della Rai. Viene limitato il potere del governo e della Dc (con gli alleati minori, i socialisti, i famelici socialdemocratici) di nominare i vertici di viale Mazzini. La nomina del Cda Rai viene consegnata al Parlamento, alla commissione parlamentare di vigilanza in cui c’è anche il Pci di Berlinguer che quell’anni stravince le elezioni amministrative e aspira a diventare forza di governo. «La Rai comincia a riflettere la dialettica culturale e sociale del Paese e la sua articolazione diventa più complessa, meno monopolitica e centralizzata», esulta il giovane responsabile stampa del Psi che si chiama, indovinate?, Fabrizio Cicchitto. E nasce la sequenza Fibonacci di viale Mazzini, il numero magico 732111: sette consiglieri Dc, tre socialisti, 2 comunisti, uno a testa al Psdi, Pri e Pli. Un anno dopo partono il Tg1 democristiano (direttore il moroteo Emilio Rossi, ferito alle gambe dalle Br nove mesi prima della strage di via Fani) e il Tg2 laico, con la direzione di Andrea Barbato.

Una breve stagione di libertà e di concorrenza, la professionalità del Tg1, il più autorevole canale di informazione e il Tg2 corsaro di Barbato, nell’Italia degli anni Settanta delle radio libere, dei primi esperimenti di tv via cavo e della scalata di Silvio Berlusconi. Alla fine di luglio 1977, sempre in estate, il Pci rientra per la prima volta nella lottizzazione: direttore dell’informazione regionale è il dc irpino Biagio Agnes, il condirettore è il capo della Federstampa, appena assunto in Rai, il “compagno scomodo” Sandro Curzi. «Lottizzano anche i comunisti», titola il “Corriere” (29 luglio 1977).

Domenica 7 dicembre 1986 è un’altra data storica per la tv italiana: per la prima volta l’Auditel fotografa i rapporti di forza tra la Rai e la Fininvest, il cavallo di viale Mazzini ne esce agonizzante, l’audience del servizio pubblico è appena tre punti sopra quella del Biscione. «La Rai era in gravissima crisi, doveva cercare una fetta di pubblico molto fedele ma che fino a quel punto era rimasto escluso dalla yv», ha ricordato Enrico Menduni, all’epoca consigliere di amministrazione in quota Pci.

«Gli unici erano i comunisti. Furono loro i nostri “taxi della Marna”, gli arruolati dell’ultima ora che ci fecero vincere la battaglia decisiva». Decidono in tre, a tavola, nella saletta riservata di un ristorante del centro di Roma: il dc Agnes, il socialista Enrico Manca (quello che ha cacciato Beppe Grillo dalla tv di Stato) e il comunista Walter Veltroni, giovane responsabile informazione di Botteghe Oscure.

Al Pci va la direzione di Raitre con Angelo Guglielmi e la direzione del tg3 con Curzi: le due anime, l’intellettuale di avanguardia e il giornalista di partito. Il Pci riporta una paradossale vittoria nel momento del suo minimo elettorale, alla vigilia del crollo del muro di Berlino e del cambio del nome. Per il sistema politico la tripartizione Dc-Psi-Pci è la lottizzazione perfetta. E invece è vicina la fine, Tangentopoli e la Seconda Repubblica. I partiti tradizionali spariscono dalla scena in pochi mesi. Al loro posto i due super-partiti che si sono formati sulle guerre mediatiche ed editoriali degli anni Ottanta-Novanta: il partito Rai, la sinistra Dc, il Pci. E il partito Fininvest di Berlusconi, Gianni Letta, Confalonieri, i socialisti, la destra dc. Il bipolarismo all’italiana, prima che dalle leggi elettorali, nasce dalla televisione. Ancora pensate che la tv non c’entri nulla con il resto del Paese?

Nel 1993 c’è un ritorno all’antico modello Jemolo, la Rai dei professori fuori dai partiti. Dura pochissimo. E nel 2005 la legge Gasparri consacra il ritorno in grande stile della lottizzazione partitica, con la vigilanza che elegge il cda e il governo che sceglie il direttore generale. A ciascuno il suo: ex direttori di giornali di partito, ex parlamentari, ex capi uffici stampa. E tutti contenti.

Arriviamo, finalmente, a oggi. Cosa dice questa tornata di nomine in viale Mazzini dello stato di salute del governo Renzi e della politica italiana? Il premier gioca a dire che non è colpa sua se è stato costretto a scegliere i nomi con i metodi del passato perché la legge Gasparri non è stata eliminata: la colpa è sempre colpa degli altri. Ma se non cambia la musica, cambiano i suonatori. E il concerto, già mediocre, rischia di trasformarsi in un’assordante cacofonia. Partiamo dalle dichiarazioni di principio: «Fuori i partiti dalla Rai.

La governance della Tv pubblica dev’essere riformulata sul modello Bbc (Comitato Strategico nominato dal Presidente della Repubblica che nomina i membri del Comitato Esecutivo, composto da manager, e l’Amministratore Delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica».

Recitava così il punto numero 17 del programma dei cento punti presentato da Renzi alla stazione Leopolda nel 2011. In quell’edizione l’economista Luigi Zingales (nominato in seguito dal governo Renzi nel cda Eni da cui si è di recente dimesso) era stato travolto dagli applausi quando aveva tuonato contro i premiati per fedeltà al boss partitico di turno: «L’Italia è governata dai peggiori. L’80 per cento dei manager dichiara che la principale strada per arrivare al successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza arriva solo quinta».

Conoscenza o competenza? Guelfo Guelfi, per provenienza geografica, si presenta dal nome e dal cognome. La sua unica competenza, pare, sono le campagne di comunicazione della provincia di Firenze presieduta da Renzi. Ex lottacontinuista di piazza, testimone al processo Sofri-Calabresi, ma i giudici credettero a Leonardo Marino e non a lui, oggi è stato collocato nel cda Rai, una perfetta parabola craxiana.

Rita Borioni, nominata dal giovane turco Orfini, confessa di candidamente di non vedere Sky e ha all’attivo in tv il programma Stendhal per Red-tv, la rete di D’Alema che ha seguito il destino di tutte le iniziative del leader massimo, cioè il disastro. E di lei si potrebbe dire quello che gridava nel 1958 il capogruppo del Pci Pietro Ingrao nell’aula di Montecitorio chiedendo di sapere «a che titolo» il ministro delle Finanze Giulio Andreotti avesse nominato il suo collaboratore Franco Evangelisti nel cda della Rai: «Per quale merito? Nessuno riesce a saperlo. Per capacità giornalistiche? Non risulta a nessuno. Per doti particolari di amministratore? Non abbiamo notizie. Almeno informateci su questo punto!». Chissà cosa risponderebbe oggi Orfini. Perché sulla Rai, ahinoi, le domande sono sempre le stesse. Solo che cala la qualità delle risposte.

Il merito? Ciascuno può giudicare: i successi del sindacato giornalisti guidato da Franco Siddi, la qualità dei consigli di Paolo Messa all’Udc e al ministro Corrado Clini, gli ascolti di Rainews 24 della neo-presidente, la bravissima Monica Maggioni, le copie vendute dai giornali del simpaticissimo Arturo Diaconale e di Giancarlo Mazzuca, il bilancio di La7 diretta da Antonio Campo Dall’Orto, altro uomo della Leopolda.

Nel 2011 si chiedeva al raduno renziano: «Chi sono le persone che ispirano i giovanissimi?», con una risposta esattamente all’insegna dell’innovazione: «Le ricerche dicono: gli amici, il papà, la mamma». Rimane Carlo Freccero, indicato dal Movimento 5 Stelle (e da Sel) che ha compiuto la prima vera operazione politica della legislatura, semplice, pulita: votare il migliore. Perché c’è il merito, non sempre uno vale uno, Freccero per genio e sregolatezza vale tutti gli altri consiglieri messi insieme. Ed è stato lui a definire il renzismo in un’intervista a Daniela Preziosi sul “Manifesto” (30 ottobre 2014) come «fanfanismo digitale»: «Renzi fa un racconto consolatorio, una storia a lieto fine, come una soap opera. C’è la crisi e la gente non vuole essere angosciata. Il politico oggi ha il compito di tranquillizzare, infondere fiducia. Come le monarchie di una volta».

In ogni caso, come si dice, non è colpa dei nominati ma di chi ce li ha messi. E le nomine Rai mostrano l’invecchiamento precoce della rivoluzione renziana. Più che fanfanismo digitale è craxismo terminale. Non si vede per ora un disegno, un progetto, un’idea. Orfini vorrebbe essere il nuovo Togliatti, ma qui non ci sono le masse proletarie da portare nei luoghi di potere per combattere i comitati d’affari della borghesia. Non c’è la borghesia e neppure i partiti, ma piccoli circuiti di amici che si auto-assegnano qualche identità di circostanza per coprire il vuoto. Dalla grande massoneria alle loggette di provincia. Dalle sezioni del grande Pci al potere spartito con la playstation, davanti a un bigliardino. Dai potenti sindacati anni Settanta ai professionisti della (s)concertazione. Dai grandi quotidiani alle gazzette senza lettori e forse senza redattori. Dai poteri forti alle micro-lobby romane. Dal professionismo al rampantismo…

L’ennesima spartizione agostana dal 1946 a oggi, il delitto di mezza estate del 2015 è l’auto-rappresentazione di un potere in crisi, di una classe dirigente evaporata. E Matteo Renzi che si era candidato a fare la rottamazione, ancora una volta, dimostra che è più facile galleggiare sul nulla, cullarsi sui vizi del passato piuttosto che provare a costruire una nuova classe dirigente. Questa nuova-vecchia Rai è per paradosso la più anti-renziana che si possa immaginare, nel senso del Renzi prima maniera che sfoggiava autonomia, coraggio, capacità di dire di no al capo. Mentre ora il Renzi 2 sta per mettere la faccia e la firma su una nuova stagione di conformismo. L’ideologia delle buone notizie, come si chiamava ai tempi di Bernabei e della Dc, che però, almeno, sapevano raccontare il Paese.

Il cavallo di bronzo dello scultore Francesco Messina di fronte al palazzo del potere Rai di viale Mazzini è piazzato lì a testimoniare le tristi sorti dei conquistatori della tv di Stato. Nelle intenzioni dovrebbe rappresentare un destriero rampante, ma nell’immaginario si è capovolto nel suo opposto: l’ippogrifo che non riesce ad alzarsi in volo, il cavallo morente. Un simbolo rovesciato. Come il renzismo di oggi.

18 comments

  1. BREZNEVTIME

    Alla direzione PD. tutti coloro che intervengono ringraziano preliminarmete il segretario magnificandone la relazione. Poi intervengono ministri, sindaci o governatori di regione che si autoincensano e non soiegano che i miliardi di finanziamenti al sud di cui si parla e straparla son già li da tempo e li si sono buttati.
    Franceschini assicura che studieranno anche percorsi religiosi, che son meglio di quello di Santiago di Compostela,
    A questa ci credo, fa parte della tradizione, immagino per valorizzare processioni, flagellanti e visioni mistiche.

  2. MASTERPLAN DEL PD

    Tutte le volte che è stato usato questo termine, in urbanistica, edilizia, infrastrutture, s’è trovato il modo altisonante per mistificare i disastri e i buchi nell’acqua

    1. porta l’esempio della lotta alla xilella. Cazzarola: vuol eradicare tutti i pugliesi che dell’indotto della criminalità campano?

  3. TWEET PER LA DIREZIONE PD

    giulio verme @zeropregi
    Cioè avete chiuso er Coccorico ma lasciata aperta #DirezionePD?
    E allora ditelo che avvoi ve piace la drogah!

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