Vola vola F35

segnalato da Barbara G.

Notizia di ieri: il primo F35 assemblato in Italia ha fatto il suo primo volo di prova.

“L’aereo ha eseguito il test in maniera eccellente e senza alcun imprevisto”, ha commentato il ‘test pilot’ di Lockheed Martin Bill “Gigs” Gigliotti, che è decollato alle 13.05 per un volo di prova di un’ora e 22 minuti. “Sono onorato – ha dichiarato Gigliotti – di aver volato con l’AL-1 nel suo volo inaugurale e sono grato al team di Cameri che mi ha affidato un aereo fantastico. Prevediamo grandi risultati da qui alla consegna del velivolo, prevista entro la fine dell’anno”. Altri test sono previsti nelle prossime settimane, quando l’aereo verrà sottoposto alle ultime regolazioni e sarà quindi pronto per la consegna. Ad inizio 2016 dovrebbe essere pronto anche il secondo F-35. Entrambi i velivoli attraverseranno poi l’Atlantico per arrivare in Arizona, dove verranno utilizzati per l’addestramento dei piloti italiani.

Che l’aereo si sia “comportato bene” in un volo di prova mi sembra il minimo. Ma, anche dimenticando per un momento che “l’Italia ripudia la guerra” e che questo invece è un aereo da attacco, e che i soldi spesi per acquistarli (e quelli che varranno spesi per manutenzione) potrebbero essere utilizzati per fini più nobili… siamo sicuri che questo aereo sia funzionale allo scopo per il quale è stato progettato?

Diciamo che qualche dubbio c’è…

Riporto due articoli, il primo di Vignarca (Rete disarmo) da altreconomia, il secondo da “il manifesto” con le preoccupazioni degli americani. Negli articoli originali potete trovare anche link a notizie correlate.

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LE FATICHE DELL’F35

Nel luglio di quest’anno dovrebbe essere dichiarata la prima operatività degli aerei in versione B, quella a decollo corto ed atterraggio verticale

Secondo un report ufficiale ottenuto dal blog “War is boring”, il nuovissimo e costosissimo caccia -sul quale hanno scommesso diverse aeronautiche- s’è dimostrato in scontro ravvicinato chiaramente inferiore ad un jet come l’F-16, sviluppato negli anni ’70 del Novecento.

di Francesco Vignarca – altreconomia.it, 01/07/2015

Grazie all’ottimo lavoro di David Axe per il suo blog “War is boring” su medium.com in queste ore stanno circolando i commenti di un pilota militare che avuto l’opportunità di salire sul caccia F-35 prodotto dalla Lockheed Martin.

Il giudizio è davvero negativo e dovrebbe far sobbalzare dalla sedia più di un sostenitore del caccia americano: il nuovo cacciabombardiere ancora in sviluppo non sarebbe in grado di deviare lateralmente e prendere quota abbastanza velocemente da permettergli di colpire un aereo nemico in combattimento. E nemmeno per essere in grado di evitare fuoco ostile.

Considerazioni pesanti e nette che, secondo un report ufficiale ottenuto da“War is boring” derivano da esperienze svolte durante un test di inizio 2015 in cui sono stati simulati anche combattimenti diretti, definiti in termine tecnico “dogfight”, con un vecchio F-16. Uno di quegli aerei che il nuovo F-35 dovrebbe andare a sostituire nei prossimi anni nell’ambito delle aeronautiche militari di diversi Paesi.

I due jet sono stati coinvolti in esercitazioni di scontro che l’Air Force Usa ha implementato specificamente per testare le capacità del JSF in un combattimento a corto raggio comprendenti anche alti “angoli di attacco” e situazioni di configurazione avvicina definite “aggressive”. Per il pilota dell’F-35 il risultato è stato evidenziare tutti i principali problemi di design e sviluppo del nuovo caccia. Secondo Axe, che ha potuto visionare direttamente il report, le cinque pagine scritte dal pilota sono “una litania di critiche aerodinamiche nei confronti dello scomodo JSF”.

Nel valutare le considerazioni espresse va inoltre notato come le configurazioni dei due aerei fossero differenti: mentre l’F-35 era in una situazione più “leggera” e senza carico di bombe, l’F-16 era al contrario in una condizione di alto carico complessivo e quindi sicuramente in una situazione di svantaggio aerodinamico forte per un tipo di combattimento del genere. Secondo il pilota che ha condotto il test non ci sarebbe alcun motivo valido per infilarsi in un continuato scontro di manovre ravvicinate con un altro aereo, trovandosi ai comandi di un F-35. Il problema è che forse questo sarebbe l’obiettivo di un eventuale nemico, soprattutto se diventasse ancora più esplicito e conclamato questo punto debole.

Solo in un caso, ponendosi ad angoli di attacco estremi, il caccia F-35 è risultato efficace nell’attaccare l’aereo avversario, ma con una manovra così delicata e divoratrice di energia da lasciare il pilota senza alcuna opzione successiva una volta effettuata. In pratica il caccia dal costo multimilionario avrebbe “un solo colpo” a disposizione in un eventuale scontro ravvicinato.

In realtà questi problemi non sono novità: da tempo diversi commentatori hanno sottolineato la debolezza dei velivoli Joint Strike Fighter in condizioni di scontro ravvicinato. Io stesso ho condotto un’analisi precisa in tal senso nel libro “F-35 l’aereo più pazzo del mondo”, facendo eco ad un’analisi della Rand Corporation già del 2008: “il caccia F-35 non può girare, non può salire, non può correre”.

La differenza ovvia delle critiche odierne risiede nella provenienza: un documento ufficiale dell’Air Force statunitense scritto da un pilota che ha provato direttamente a volare sul caccia. E con sottolineature soprattutto sull’ambito direttamente militare del problema, certamente derivante da una fallimentare situazione tecnica (ricordiamo in particolare il limite di peso ormai già raggiunto da tutte le versioni del caccia). E senza dimenticare gli usuali dettagli comici: il pilota ha addirittura avuto difficoltà a muoversi nella cabina di pilotaggio per le eccessive dimensioni dell’elmetto.

Il risultato in definitiva è che il nuovissimo e costosissimo F-35 (aereo su cui hanno scommesso tutto diverse aeronautiche) s’è dimostrato in scontro ravvicinato chiaramente inferiore ad un jet come l’F-16, sviluppato negli anno ’70 del Novecento.

I fautori del programma Joint Strike Fighter sicuramente cercheranno di replicare a queste clamorose affermazioni dicendo che il cacciabombardiere sognato come “stealth”, cioè invisibile ai radar, è stato sviluppato per poter colpire a distanza. Peccato che questo tipo di tecnica di combattimento (chiamata BVR Beyond Visual Range) ad oggi rimanga solo un bel sogno nei manuali di tattica militare aeronautica e che invece il tipo di missioni sempre di più previsto nei conflitti di oggi e del prossimo futuro preveda soprattutto un contatto diretto con aerei nemici.

Le preoccupazioni per Lockheed Martin ed amici del Pentagono sono quindi destinate a crescere, perché anche il “timing” di queste rivelazioni risulta essere per loro molto problematico. Secondo i programmi infatti proprio in questo luglio 2015 dovrebbe essere dichiarata la prima operatività iniziale degli aerei in versione B, quella a decollo corto ed atterraggio verticale, sviluppata per in particolare per il Corpo dei Marines e per le portaerei. Una corsa contro il tempo e contro i problemi tecnici se pensiamo che un Report dello scorso marzo del Direttore delle operazioni di valutazione del Pentagono (DOT&E) ha evidenziato come la situazione oggettiva non rendeva possibile un tale passo, atteso da molto e fondamentale per lo sviluppo dei prossimi anni di produzione dell’aereo. Non per nulla Lockheed Martin sta lavorando a marce forzate e solo lo scorso 22 giugno ha fornito all’USMC l’ultimo aggiornamento del sistema ALIS (Autonomic Logistics Information System) cioè il “cervello dati” di tutti i JSF e la componente chiave non solo per raggiungere davvero le capacità operative iniziali (IOC) ma anche per rendere gli F-35 l’aereo di superiorità promesso.

Sembra però che l’F-35 non sia pronto per il suo palcoscenico naturale, cioè un vero combattimento, e nemmeno per qualche vetrina prestigiosa. Lo dimostra anche l’assenza al recentissimo salone aeronautico militare di Le Bourget a Parigi, “buco” che fa il paio con la clamorosa e discusso forfait dell’ultimo minuto alla fiera di Farnborough nel Regno Unito dello scorso anno.

Una collezione di brutte figure che, purtroppo, (anche) noi stiamo continuando a pagare. Con un conto salato.

Vedi anche

In Parlamento tornano gli F-35: dimezzamento all’orizzonte?

F-35: i costi di mantenimento sono fuori controllo

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ANCHE LA DESTRA AMERICANA VUOLE ABBATTERE L’F35

di Matteo Bartocci – ilmanifesto.info, 25/07/2015

L’F35 è la «peggiore minaccia alla sicurezza degli Stati uniti da trent’anni a questa parte». Sono sempre di più i falchi repubblicani ipercritici con il progetto dell’aereo più costoso della storia.

Sulla ultraconservatrice National Review un articolo che ripercorre tutti i difetti del caccia che l’Italia si è impegnata ad acquistare senza discussioni. La critica? Costa troppo e non funziona La «peggiore minaccia alla sicurezza degli Stati uniti da trent’anni a questa parte» non è l’ultima portaerei cinese, i silenziosi sottomarini diesel nordcoreani o i satelliti spia russi, è… l’F35. Un «programma ingestibile, insostenibile e che non raggiungerà mai i suoi obiettivi militari», «staccare la spina a questo pericoloso spreco di denaro non avverrà mai troppo tardi». Non sono slogan della campagna presidenziale del socialista democratico Bernie Sanders, ma parole di Mike Fredenburg, fondatore dell’Istituto Adam Smith di San Diego, una penna ferocemente conservatrice.

Considerazioni tanto più interessanti visto il pulpito da cui provengono, il sito dell’americana National Review, magazine della destra repubblicana dal 1955. Una rivista reaganiana, libertaria, liberista e ultra-conservatrice, che considera i sindacati un puro «strumento socialista» e l’Onu una trovata diplomatica delle élite liberal. Tra i principi dichiarati dalla redazione la «lotta senza sosta alla crescita del governo federale» e la guerra senza quartiere al comunismo, una «utopia satanica con cui è impossibile coesistere».

Insomma, mentre in Italia il dibattito sull’F35 è stato insabbiato dietro le coltri del «Libro bianco sulla Difesa» e il parlamento osserva inerte la partecipazione tricolore a questo strumento di guerra e immane spreco di risorse, negli Usa l’«aereo del futuro» è criticato ferocemente soprattutto dalla destra.

L’articolo di Fredenburg sulla National Review ripercorre tutte le promesse mancate dalla Lockheed Martin, i dubbi a mezza bocca dei generali, i difetti ripetuti nei progetti, le critiche delle varie analisi indipendenti che in vent’anni hanno esaminato il programma.

Secondo stime ufficiali del 2013, lo sviluppo dell’F35 e il suo mantenimento operativo per i prossimi 55 anni costeranno 1.500 miliardi di dollari, «il più costoso sistema di armamenti della storia dell’umanità». E alla fine – osserva spietato Fredenburg – avremo «un aereo più lento dell’F14 Tomcat del 1970, meno manovrabile dell’A6 Intruder di quarant’anni fa, con una performance operativa paragonabile a quella dell’F4 Phantom del 1960», «un aereo che in recenti test di combattimento ha perso perfino contro l’F16».

Un caccia che non caccia

Le rivelazioni su questo test sono apparse su Medium pochi giorni fa. Il combattimento simulato F16 contro F35 risalirebbe al 14 gennaio 2015, sopra l’oceano antistante la base dell’Air Force a Edwards, California.

L’F35A (designato col codice AF-02 e dotato di tecnologia stealth di serie) doveva intercettare e abbattere un normale F16D, uno degli aerei che dovrà sostituire, a un altitudine compresa tra 3mila e 9.500 metri. Le cinque pagine del rapporto del pilota descrivono l’aerodinamica del nuovo aereo sostanzialmente come un «cancello» inguidabile, incapace di abbattere il «nemico» e anzi, alla fine, destinato a essere abbattuto.

Secondo il collaudatore, l’F35 ha una sola manovra in cui è stato superiore all’F16. Sfortunatamente, questa consuma talmente tanta benzina che si tratta di una sola pallottola, poi al malcapitato non resterebbe che scappare più velocemente possibile con la coda tra le gambe. Alla fine, il collaudatore certifica che in combattimento ravvicinato l’F35A è inferiore all’F15E degli anni Ottanta.

Un programma mefistofelico

I ritardi ormai sono leggendari. Deciso dall’amministrazione Clinton nel gennaio 1994 come unico aereo per tutta le forze Usa, il programma dell’F35 o Joint Strike Fighter doveva entrare in produzione operativa nel 2010, poi nel 2012, ora nell’aprile 2019 (ma alcune funzioni sono attese dal 2021). Tutti sanno che questa data difficilmente sarà rispettata.

Ad oggi, il motore dell’F35 può prendere fuoco, ha problemi di aerodinamica (viste le funzioni richieste dai vari generali non ha ancora un design e un assetto stabili), presenta gravissimi problemi al software, al casco del pilota, ai sensori del radar, al sistema elettrico (a 270 volt, unicum nell’aviazione), alla mitragliatrice, all’alimentazione e all’espulsione sicura del carburante (infatti ancora non può essere rifornito in volo), al raffreddamento del motore e perfino alle gomme!

L’aereo è talmente sensibile ai fulmini (se colpito potrebbe esplodere sia in volo che parcheggiato a terra) che il Pentagono ne ha ufficialmente proibito l’utilizzo entro 30 chilometri da un temporale (tutto ufficiale, riassunto qui).

Il software a bordo dell’F35 ha 8 milioni di linee di codice. Per capirci, lo Space Shuttle della Nasa ne aveva 400mila. Una quantità di informazione pari a 16 volte quella contenuta in tutta l’Enciclopedia Treccani. Ma il totale del software necessario in volo e a terra è pari a 30 milioni di linee di codice. Inevitabili, sono già migliaia i «bug» di sistema difficili da scovare e risolvere.

Per dire l’ultima, soltanto il 22 luglio scorso è partita la sperimentazione sul campo della mitragliatrice da 25mm. In un aereo stealth completamente liscio, infatti, la semplice apertura del foro della mitragliatrice interna è un inedito tutto da verificare.

L’arma più costosa della storia, privatizzata

Secondo i sempre più numerosi critici (anche militari e insospettabili, per esempio l’aviazione israeliana), il progetto è partito malissimo.

Questo circolo vizioso di vecchi e nuovi problemi porta a costi di manutenzione letteralmente stratosferici: dai 32mila dollari per ora di volo preventivati si è passati a un più realistico 68mila dollari l’ora. Ma la Difesa americana non è in grado di fare la manutenzione a un oggetto così complesso, perciò è già messo in conto il ricorso totale ai contractor fino alla fine del secolo. Una manna per Lockheed Martin, Northrop Grumman, Pratt & Whitney e il loro indotto.

Nei 400 miliardi fin qui preventivati dagli Stati uniti, non sono inclusi inoltre:

  • i maggiori costi per risolvere i problemi sopra sintetizzati
  • tutti gli armamenti e munizioni
  • l’adattamento al trasporto di bombe nucleari
  • l’adattamento per serbatoi esterni di carburante
  • e nemmeno l’integrazione e la comunicazione con la flotta di F15, F16 e F22 esistente!

In breve, è l’aereo nudo e crudo. Solo questo elenco di migliorie potrebbe portare a maggiori costi per 68 miliardi di dollari, pari al costo finale di tutto il programma per l’F22.

Nel progetto del 1994, ogni aereo doveva costare tra 28 e 35 milioni di dollari a seconda delle versioni (45 e 61 milioni in dollari attuali). Non a caso, invece, le stime attendibili più recenti parlano di un costo ad aereo tra i 190 e i 270 milioni di dollari, il quintuplo.

Ma la Russia è in vantaggio

L’F35 è uno strumento di guerra tra grandi potenze. Se alla fine il Pentagono acquisterà davvero tutti gli aerei ordinati, gli Usa avranno una flotta 15 volte più grande della Cina. Ma la loro «superiorità aerea» strategica mondiale sarà tutt’altro che garantita.

Secondo gli analisti militari citati da Fredenburg, infatti, la Russia è già molto più avanti: il suo Sukhoi Su-35S di quarta generazione (finirà i test quest’anno) «è più veloce, ha un raggio operativo più ampio e porta il triplo dei missili».

Il futuro PAK T-50 stealth (previsto per il 2018) sarà ancora migliore. I «nemici», infatti, hanno già preso le contromisure, visto che il programma dura da vent’anni (l’F16, per fare un confronto, durò “solo” 5 anni).

L’F35 è un «programma troppo grande per fallire», un buco nero finanziario e militare ma non politico.

Il Pentagono ha aumentato da 34 a 57 gli aerei richiesti per il 2016, quasi il doppio dei 38 finanziati dal Congresso per quest’anno. Molto opportunamente, infatti, la Lockheed ha sparso le sue fabbriche in centinaia di collegi in 5 stati chiave, e ben pochi congressmen vogliono rischiare la perdita di 60mila posti di lavoro garantiti dal governo con soldi pubblici.

Entro l’estate alcuni F35B dovrebbero entrare in servizio presso il corpo dei Marines, che a questo punto pregheranno per non utilizzarli in combattimento, visto che i difetti accertati ufficialmente finora sono 1.151 (di cui 151 critici e inaggirabili).

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36 comments

  1. Lo pubblico qui

    «L’Europa all’Onu approvi una gestione democratica del debito»

    L’appello. Un gruppo di economisti di fama internazionale ha firmato un appello affinché i Paesi Membri dell’Unione Europea votino, durante l’Assemblea Generale dell’ONU del 10 settembre, a favore di una risoluzione per la gestione democratica dei debiti sovrani, affinché le sorti dei Paesi indebitati vengano sottratte al mercato dei debiti, come nel caso dell’Argentina prima e della Grecia poi

    EDIZIONE DEL09.09.2015

    Un gruppo di eco­no­mi­sti di fama inter­na­zio­nale ha fir­mato un appello affin­ché i Paesi Mem­bri dell’Unione Euro­pea votino, durante l’Assemblea Gene­rale dell’ONU del 10 set­tem­bre, a favore di una riso­lu­zione per la gestione demo­cra­tica dei debiti sovrani, affin­ché le sorti dei Paesi inde­bi­tati ven­gano sot­tratte al mer­cato dei debiti, come nel caso dell’Argentina prima e della Gre­cia poi.

    ***

    «La crisi greca ha mostrato che in assenza di un qua­dro poli­tico inter­na­zio­nale, che per­metta una gestione ragio­ne­vole dei debiti sovrani, e mal­grado la loro inso­ste­ni­bi­lità, uno Stato da solo non può otte­nere delle con­di­zioni pra­ti­ca­bili per la ristrut­tu­ra­zione del pro­prio debito. Durante le nego­zia­zioni con la Troika, la Gre­cia si è imbat­tuta in un osti­nato rifiuto in tema di ristrut­tu­ra­zione, in con­tra­sto con le rac­co­man­da­zioni stesse del Fmi.

    Esat­ta­mente un anno fa a New York, l’Argentina, soste­nuta dai 134 Paesi del G77, ha pro­po­sto in sede Onu di creare un comi­tato che sta­bi­lisse un qua­dro legale a livello inter­na­zio­nale per la ristrut­tu­ra­zione dei debiti sovrani. Il comi­tato, soste­nuto da un gruppo di esperti dell’Uctad, vuole adesso sot­to­porre al voto 9 prin­cipi, che dovreb­bero pre­va­lere durante le ristrut­tu­ra­zioni dei debiti sovrani: sovra­nità, buona fede, tra­spa­renza, impar­zia­lità, trat­ta­mento equo, immu­nità sovrana, legit­ti­mità, soste­ni­bi­lità, regole maggioritarie.

    Negli ultimi decenni si è assi­stito all’emergere di un vero e pro­prio mer­cato del debito a cui gli Stati hanno dovuto sot­to­stare. L’Argentina, prima in que­sto pro­cesso, ha dovuto affron­tare i cosid­detti “fondi avvol­toio” quando ha scelto di ristrut­tu­rare il pro­prio debito. Que­sti fondi, di recente, hanno otte­nuto per mezzo della Corte ame­ri­cana il con­ge­la­mento degli asset argen­tini pos­se­duti negli Stati Uniti.

    Ieri all’Argentina, oggi alla Gre­cia, domani forse alla Fran­cia o a qual­siasi Paese inde­bi­tato può essere negata nelle attuali con­di­zioni la pos­si­bi­lità di una ristrut­tu­ra­zione del debito nono­stante il buon senso. Adot­tare un qua­dro legale rap­pre­senta un’urgenza per assi­cu­rare la sta­bi­lità finan­zia­ria, per­met­tendo a cia­scun Paese di risol­vere il dilemma tra il col­lasso del sistema finan­zia­rio e la per­dita di sovra­nità nazionale.

    Que­sti 9 prin­cipi riaf­fer­mano la supe­rio­rità del potere poli­tico, attra­verso la sovra­nità nazio­nale, nella scelta delle poli­ti­che pub­bli­che. Essi limi­tano la spo­li­ti­ciz­za­zione della strut­tura finan­zia­ria, la quale ha escluso finora ogni pos­si­bile alter­na­tiva all’auste­rity, tenendo in ostag­gio gli Stati.

    L’Onu deve quindi farsi soste­ni­tore di una gestione demo­cra­tica del debito e della fine del mer­cato dei debiti.

    Un’iniziativa simile aveva fal­lito nel 2003 al Fondo Mone­ta­rio Internazionale.

    Oggi, la posi­zione degli Stati euro­pei rimane ambi­gua, nono­stante il loro sup­porto sia fon­da­men­tale affin­ché que­sta riso­lu­zione possa essere attuata. I Paesi euro­pei si sono disin­te­res­sati al pro­cesso di demo­cra­tiz­za­zione non mostrando alcun sup­porto alla crea­zione del comitato.

    Ma la situa­zione greca ha mostrato che non c’è più tempo per tergiversare.

    Se gli eventi dell’estate hanno raf­for­zato i nazio­na­li­smi e la sfi­du­cia dei cit­ta­dini verso le isti­tu­zioni inter­na­zio­nali, oggi gli euro­pei sono chia­mati a riaf­fer­mare i diritti demo­cra­tici, da ante­porre alle regole di mer­cato nella gover­nance internazionale.

    Chie­diamo quindi che tutti li Stati Euro­pei votino a favore di que­sta risoluzione».

    Primi fir­ma­tari

    Gabriel Col­le­tis

    Gio­vanni Dosi

    Hei­ner Flassbeck

    James Gal­braith

    Jac­ques Généreux

    Mar­tin Guzman

    Michel Hus­son

    Steve Keen

    Ben­ja­min Lemoine

    Mariana Maz­zu­cato

    Ozlem Ona­ran

    Tho­mas Piketty

    Robert Salais

    Engel­bert Stockhammer

    Xavier Tim­beau

    Bruno Thé­ret

    Yanis Varou­fa­kis

    Gen­naro Zezza

    (tra­du­zione Marta Fana)

    1. ieri… oggi?

      Sulla base del suo impianto teorico Graziani è stato in grado di svelare – anche con i suoi articoli ospitati su “L’Unità” tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 – le magagne dello sviluppo economico italiano. Ad esempio, chiarì sin da allora quali fossero le ragioni dell’esplosione del debito pubblico italiano, che a partire da valori inferiori al 60% del Pil nel 1980 in un quindicennio andò a superare il 120% del Pil. Soprattutto chiarì che la forte crescita del debito pubblico italiano non andava tanto spiegata con la “finanza allegra” – e quindi con disavanzi primari – bensì con l’elevato costo del debito pubblico dovuto all’elevato regime dei tassi di interesse. E questo a sua volta era l’esito di un problema strutturale di squilibrio dei conti con l’estero, legato a una insufficiente dinamica delle nostre esportazioni che andava compensata con afflussi di capitale. Il problema del debito pubblico italiano, dunque, coincideva in grande misura con l’inadeguatezza dell’apparato produttivo nazionale, di cui egli intravide il futuro declino prima di ogni altro economista. Già all’epoca di quegli scritti, Graziani evidenziava l’urgenza di una strategia di politica industriale che spingesse le nostre imprese verso un salto tecnologico e dimensionale, e metteva in guardia che inserire all’interno di una unione monetaria “un paese a struttura industriale tecnologicamente debole, che si regge nel mercato soltanto per la compressione del costo del lavoro, potrebbe rilevarsi un obiettivo assai arduo da conseguire”.

      1. Leggo intanto che il debito pubblico del Portogallo, che sta così bene, stando a sentire certi soloni, è passato dal 90 per cento al 130 per cento dopo la “cura” della Troika. E qui mi viene un vaff…roboante.

    2. Mi pare adatto citare qui un lungo passo del discorso che V-per-Vendetta ha fatto a Frangy:

      “Abbiamo lasciato che i nostri governanti provassero a fare qualcosa che non può essere fatto: de-politicizzare la moneta, trasformare Bruxelles, l’Eurogruppo, la BCE in zone libere dalla politica.
      Quando la politica e la moneta sono de-politicizzate quel che accade è che la democrazia muore. E quando la democrazia muore, la prosperità è confinata ai pochissimi che non possono nemmeno godersela, dietro i cancelli e le recinzioni che devono costruire per proteggersi dalle loro vittime.
      Per contrastare questa distopia, i popoli d’Europa devono credere di nuovo che la democrazia non è un lusso concesso ai creditori e rifiutato ai debitori.
      Forse è il tempo di un network europeo che abbia l’esplicito proposito di democratizzare l’euro. Non un altro partito politico, ma una coalizione inclusiva pan-europea da Helsinki a Lisbona, da Dublino ad Atene, impegnata a muoversi dall’Europa del “Noi i governi” a quella del “Noi il popolo”. Impegnata a far finire lo scambio di accuse. Impegnata sull’affermazione che non c’è una cosa come “I” tedeschi, “I” francesi o “I” greci.
      Il modello di partiti nazionali che formano fragili alleanze nel parlamento europeo è obsoleto. I democratici d’Europa devono riunirsi prima di tutto, formare un network, forgiare un programma comune e poi trovare modi di connetterlo con le comunità locali e al livello nazionale.
      Il realismo ci chiede che il nostro nuovo network europeo cerchi modi di adattare le esistenti istituzioni europee ai bisogni del nostro popolo. Di essere modesti e di usare le istituzioni esistenti in modi creativi. Di scordarci, almeno per adesso, di cambiare i Trattati e di fare passi federali che possono solo seguire dopo che noi e lo spettro della democrazia avremmo fatto finire la crisi.
      Prendete i quattro ambiti dove la crisi europea si sta dispiegando. Debito, banche, investimenti inadeguati e povertà. Tutti e quattro sono attualmente lasciati nelle mani di governi che sono privi di potere per agire. Rendiamoli europei! Lasciamo che le istituzioni esistenti gestiscano una parte dei debiti degli stati membri, mettiamo le banche che falliscono sotto una comune giurisdizione europea, diamo alla Banca Europea d’Investimento il compito di amministrare un programma pan-europeo di ripresa trainato dagli investimenti. E, da ultimo, usiamo i profitti dei conti che si accumulano nel sistema europeo delle banche centrali per finanziare un programma di lotta alla povertà dappertutto in Europa – inclusa la Germania.
      Chiamo questo programma onnicomprensivo “Europeizzazione decentralizzata” perché “europeizza” i nostri problemi comuni, ma non propone un tesoro federale, nessuna perdita di sovranità, nessun trasferimento fiscale, nessuna garanzia tedesca o francese per il debito irlandese o greco, nessun bisogno di modifiche ai trattati, nessuna nuova istituzione. Da più libertà ai governi eletti. Limita la loro impotenza. Restaura il funzionamento democratico dei nostri Parlamenti”.

      1. (molto interessante, e addirittura sottoscrivibile. quello che non ho capito è il rapporto tra il network, l’europeizzazione dei problemi comuni, e la restaurazione del funzionamento democratico dei nostri parlamenti. transnazionale o nazionale? è un punto logico che mi torna poco)

        1. parlamenti nazionali… diciamo che nell’idea abbozzata a livello europeo vengono gestiti parte del debito ( penso che voglia riportare tutti a quel famoso 60% e mettere gli eccedenti debiti sotto garanzia europea), stesso discorso per le banche… già questi due problemi risolleverebbero le sorti dei parlamenti nazionali che potrebbero tornare ad essere “produttivi”… certo è che se qualcuno con quel debito tira le fila difficilmente se lo farà sottrarre…

      2. Purtroppo non posso leggere ora con più attenzione le parole di V
        ma c’è una cosa che sottoscrivo a occhi chiusi, anche se credo bisogni integrare con una constatazione (?)
        De politicizzare la moneta equivale ad abbandonarsi alla finanza. Ecco perché è fondamentale ripartire dalla politica, una politica che torni ad appropriarsi del proprio ruolo, cioè la gestione della cosa pubblica su mandato democratico (revoca bile col voto libero), e cosa pubblica è anche il be dito e la finanza di uno stato.
        Ma, a mio parere, la moneta unica non ha mai avuto la forza politica che V auspica. Per il semplice fatto che in fin dei conti l’Europa stessa non ha mai fondato il suo agire su una politica comune.
        purtroppo, bisogna prenderne atto, l’Europa è stata gestita più come un’assemblea di condomini litigio si, ognuno concentrato a badare ai propri interessi, a prendere più che a dare, piuttosto che lavorare a politiche comuni, di mutualità e cooperazione come negli intenti dei padri fondatori

        1. Visto che l’hai evocato, ne ho approfittato per rifilarvi l’intero discorso di V.
          Ammetto che è, ehm, ehm, “lunghetto”, ma vi posso assicurare che è meglio di una soap. Una vera inside story della miglior qualità. Buon divertimento.

  2. Il contropelo di Massimo Rocca

    Scagliate la prima pietra

    Rimanendo alla questione dei valori, sapete chi alla fin fine dovrebbe essere più pronto a recepire gli ammonimenti del parlamento europeo sui matrimoni gay? Ma proprio quelli che temono il meticciato culturale, la conquista musulmana o africana, o – oltre Atlantico – ispanica. Perchè quanta più strada facciamo nei nostri paesi verso la pienezza dei diritti di ogni singola persona in quanto tale, l’americano “tutti gli uomini sono creati uguali” o il francese “gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”; più avanziamo sulla strada indicata da quell’età delle rivoluzioni che è davvero il momento in cui il nostro “noi” si è reso autonomo e originale da tutti i “loro” fin lì apparsi nella storia, tanto più quella pienezza renderà vero il detto che l’aria della città rende liberi, o quell’altro l’aria dell’Inghilterra è troppo pura perchè possa essere respirata dagli schiavi, rendendo impossibile tornare indietro chicchesia il vostro vicino di casa. Potete anche pensare, voi i Giovanardi o i Gasparri di turno, che i froci, le checche e le lesbiche siano diversi, non abbiano i vostri stessi diritti. Ma, senza capirlo, avete appena fatto il primo vero passo che apre le porte a Inquisitori e Califfi

  3. Ancora con questa storia che L’Italia ripudia la guerra.
    La difesa (che implica anche la possibilità di contrattaccare) è un dovere. Costituzionale oltre che ovvio.
    L’aviazione ne fa parte e i nostri aerei obsoleti andavano cambiati per ovvie ragioni di efficacia e sicurezza.
    Se non era F35 era un altro equivalente (stessi costi)

    Che bello sarebbe se vivessimo in un mondo senza odio, ma a quanto pare le cose stanno diversamente.Temo che limitare il nostro intervento offensivo al “dialogo” possa rivelarsi assai infruttuoso, il militante dell’ISIS, ad esempio (quello da cui è scappato il bimbo fotografato morto sulla costa turca che ha riempito di lacrime gli occhi delle anime belle) non sembra molto propenso alla discussione oltre a manifestare un atteggiamento piuttosto ostile.

    Non si può sempre delegare la salvaguardia del proprio culo agli altri (e alle loro vite).
    Scendiamo dal pero per per favore

    1. Ti faccio presente che Dove negli ultimi anni si è intervenuto militarmente lo si è fatto solo x interessi economici di qualche singolo stato e si è solo peggiorato situazione.
      A parte questo. Basterebbe fare l’unica cosa sensata, che consentirebbe di avere un sistema più efficiente e meno costoso. L’esercito europeo.

        1. Marco, siamo onesti. E non dar ragione per forza al governo perché renzi è er mejo
          se proprio devi comperare degli aerei, almeno compra qualcosa che funziona…..

          anzi, domanda.
          cosa pensavi dell’acquisto degli f35 quando il pd stampava il volantino che ha postato daniele x ieri?

          1. Cara Barbara, intervengo sui blog (tra cui questo) con le mie trascurabili considerazioni da anni (10?), quindi se vuoi puoi fare una ricerca dello storico. (vabbè ho cambiato una volta il nickname)

            Di sostituire i velivoli si parla dai tempi di Prodi Quello che scrivo oggi l’ho scritto anche allora.
            Ci tengo a mantenere una certa coerenza se possibile e devo dire che ci riesco abbastanza.

            P.S.
            Puntualizzo solo una volta:
            francamente sbattere Renzi con i vari peggiorativi dappertutto alla lunga è stucchevole, denota una certa frustrazione e squalifica tutto il resto dell’intervento.
            Naturalmente la cosa non mi tange (me ne sbatto allegramente la ciolla), ma mi piaceva farlo notare.
            😉

            1. ciò che io trovo frustrante è vedere una classe politica totalmente incapace di fare valutazioni di lungo periodo, e non sto parlando solo di Renzi perché sta semplicemente proseguendo nel cammino tracciato da altri. E se non sono incapaci sono in malafede (e francamente non so quale è la cosa peggiore)
              quello che invece mi manda in bestia è vedere che, se in contrapposizione con le solite ricette attuate da 20 anni o addirittura l’adozione di provvedimenti apprezzati da quelli che dovrebbero essere gli avversari politici, proponi ricette innovative e tarate sul lungo periodo vieni bollato come conservatore.

              senza offesa, ma le scelte di indirizzo che sta attuando questo governo non le considero né innovative, né di sinistra

            2. io ti ho solo chiesto di essere obbiettivo.
              perché mi sembra strano che uno che ragiona con la sua testa riporti paroparo gli slogan del governo. e che, in sostanza, non riesca a rispondere veramente nel merito quando si parla di prospettive, di modello di sviluppo.

              sono due anni che ci “conosciamo” e a domande dirette nel merito delle questioni non ho mai ricevuto risposte veramente argomentate. Ad esempio: se torniamo al discorso inceneritori, dimmi come pensi si possa incentivare la differenziata se contemporaneamente si costruiscono gli inceneritori. A me questo concetto sfugge.

              1. Barbara, mi chiedi risposte ma ho l’impressione che poi non le leggi: nel merito ho detto la mia molto chiaramente (a me pare) e ho fatto anche una riassunto.

                Ci riprovo:
                Tralasciando le finalità molto specifiche del decreto sblocca italia (il titolo mi pare chiarissimo) di cui i termovalorizzatori sono solo una delle voci tra le altre.

                La differenziata non elimina l’indifferenziata (ce ne sarà sempre nell’ordine del 30% almeno) il 40% dei rifiuti finisce nelle discariche, quindi i termovalorizzatori sono necessari comunque, soprattutto al sud.
                Proprio per arrivare a una gestione dei rifiuti efficace su tutto il territorio (e anche per evitare le paginate dei quotidiani con i cassonetti stracolmi, a proposito di salute)

                Sono due percorsi paralleli che non si escludono.

                L’indifferenziata è un discorso che va avanti ovunque (mi pare), ma nel frattempo i rifiuti vanno gestiti nella loro interezza.

                1. non funziona e te l’ho detto

                  primo perché non risolvi l’emergenza con i termovalorizzatori

                  secondo perché per incentivare veramente la differenziata servono politiche molto chiare, interventi legislativi ad hoc (e devi partire SUBITO se vuoi raggiungere gli obiettivi comunitari) che se fatte bene potrebbero rendere superflui gli inceneritori una volta che questi venissero ultimati

                  terzo perché molte regioni hanno già previsto la dismissione degli impianti obsoleti proprio perché sottoutilizzati in quanto nella zona la differenziata funziona abbastanza bene, invece con lo sblocca italia viene di fatto forzato l’impiego a saturazione di tali impianti utilizzando rifiuti provenienti da zone non autosufficienti (e quini presumibilmente non differenziati, quindi più inquinanti

                  terzo bis. le zone più virtuose se la prendono n quel posto, perché hanno lavorato con obiettivi “verdi” invece si ritrovano più inquinati di prima e (magari) non vedono nemmeno ridursi la tariffa rifiuti. Tornando al caso di Vercelli, l’inceneritore è stato chiuso perché vecchio, mi pare che quello di Torino serva più province (se non addirittura l’intera regione). la nuova legge prevede la costruzione di 12 (!!!!!) nuovi inceneritori, di cui due in Piemonte. Ti sembra una cosa normale?

                  quarto. L’obiettivo europeo è la riduzione della PRODUZIONE di rifiuti. in tal senso l’Italia non sta facendo una benemerita (all’estero invece qualcosa si sta muovendo)

                  in sintesi
                  se fai la differenziata, incentivi l’economia circolare e il riuso, riduci la produzione di rifiuti, nel giro di qualche anno gli inceneritori appena costruiti sono sottoutilizzati. Quindi secondo te cosa succederà? io faccio due ipotesi
                  – le società di gestione piangeranno e verranno finanziate con soldi pubblici per compensare le perdite
                  – le politiche di riduzione dei rifiuti, di incentivazione alla differenziata non decolleranno mai seriamente (esponendoci pure alle sanzioni ue

                  in qualsiasi caso, avremo un ambiente inquinato, non risolveremo il problema e dovremo pure pagare. Fantastico…

  4. OT (molto OT) per Andrea
    Maronn che partitone!! Essòcontenta,sò! 😉

    (scusate, Europei di Basket…e la settimana prossima anche la Coppa del Mondo di Rugby… abbiate pazienza con le vecchiette, sopportatemi…)

    1. Spettacolo puro!!!! Vai così, che emozioni!!…comunque teniamo un profilo basso. domani abbiamo un’altra gara fondamentale con la germania. Purtroppo la fanno al pomeriggio e non riuscirò a vederla. Zio bonino.

  5. c’è qualcuno qui dentro che si ricordi il primo scandalo Lookeed dei C-130?

    No, così…a pensà male si fa peccato, però….(cit. Belzebù)

      1. Già era una robetta che coinvolgeva mezzo mondo dalla Germania al Giappone e la Lockheed pagò una marea di soldi per piazzare gli aerei. Ci andò di Mezzo anche Leone che si dovette dimenttere da Presidente della Repubblica, scagionato in seguito. In Olanda la casa regnante ci fece una figura ‘e niente…

        Che ne so che magari non hanno perso il vizio…. voi che dite?

        C’erano alcune considerazioni del generale Mini sull’inutilità di ‘sta roba che valeva la pena leggere, se le ripesco le linko

        1. E’ anche peggio di allora. Un partito che ha “quasi vinto” le elezioni (“abbiamo non-vinto”, cit.) sulla promessa di NON comprare gli F35, ha gabbato gli italiani e i suoi elettori. Il nuovo slogan e’ “armiamoci, pagate e partite (emigrate)”.

    1. a me francamente tutto sto sfruguglaare attorno a queti aerei ha rotto.
      E’ come dichiarare che le scelte di costruire o acuisire un aereo da guerra sia legata a questioni tecniche.
      Ma qundo mai? Ma dove? Per le cordate internazionali che cotruiscono armi, forse, perchè diventano l’elemento di marketing per sostenere questo o quel modello.
      Se cado nel trucchetto di parlarne in questo modo, faccio marketing pure io.
      Se non siamo stati e non siamo capaci di difendere il dettato costituzionale di pace nelle sue intenzioni importanti ed evidenti, e ci siam fatti trascinare nell’arzigogolo su questo o quello, che pretendiamo?
      Una, cento, mille Lookeed.
      Con annessi e connessi, compresi il pirla di Gigliotti (che curiosamente fa rima con Pinotti) ma anche questi inesauribili sezionatori giornalistici di argomenti che è palesemente intuile sezionare.
      Con ogni evidenza, guadagnano di quel che retiterano, esattamente come i tizi che adesso, su Canale 5, stanno argomentando sul gesso della soubrette caduta per aver tentato di fare una spaccata in tv, fallendola ignominiosamente.

      Siano originali, almeno.

      1. intendo dire:
        ma se quel modello fosse perfetto, poco scostoso, consentisse davvero un occupazione innovativa e ampia, lo si doveva prendere?
        Per far che, per intercettare i razzi fatti a mano dell’Isis, i droni di Amazon o l’elicottero lanciarose dei Caamonica?
        Per cacciar fumo dal culo come le Frecce tricolori, che erano fortunatamente andate in pensione per morti procurati e ora impazzano inn tv, e il Mattarello sventola le bandierine?
        Sono i giochi di società della buona borghesia patriottarda (QUELLA CON I CAPITALI FNTASMA NELLE ISOLE FANTASMA).
        Li fa in cielo perchè giochi così in salotto non le ci stanno.
        .

        1. Sul fatto che non andrebbe comprato nulla io sono d’accordissimo.
          Ma la cosa assurda è che volevano farceli passare come strumento x missioni di pace (qualcuno pensava pure che fossero elicotteri), poi hanno fatto notare che si trattava da aerei da combattimento.
          Manco quello sono in grado di fare. …

    2. io mi ricordo quello degli F104 (è sempre quello) , per cui furono arrestati Tanassi Fanali e Crociani , ed è sempre la Lockheed-Martin

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