AYOTZINAPA

segnalato da crvenazvezda76

Ayotzinapa. Cronaca di un delitto di Stato

Partendo dalla sparizione dei 43 normalisti nello stato del Guerrero, il cineasta Xavier Robles presenta Ayotzinapa. Cronaca di un delitto di Stato, documentario che contestualizza i fatti accaduti lo scorso settembre nell’ambito dell’“economia criminale” che si sviluppa in Messico. Presentato come una “dichiarazione di principi” a favore di Ayotzinapa, il film asserisce che la sparizione è stato un “delitto di Stato”, e la collega al clima di impunità che prevale in tutto il paese.

Quella del Messico è una “politica criminale e di genocidio, che porta a molte migliaia di desaparecidos e di morti”, non soltanto durante il governo di Enrique Peña Nieto, bensì anche dei suoi predecessori, afferma il direttore. Il documentario prende le mosse dai fatti avvenuti lo scorso 26 settembre nella località di Iguala, dove 43 alunni della Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa sono stati fatti sparire, teoricamente ad opera di criminali con la complicità delle autorità locali.

L’équipe del film si è recata durante i primi giorni di novembre dell’anno scorso a Ayotzinapa ed è stata a contatto con i sopravvissuti dei fatti violenti avvenuti quel giorno e con i parenti degli studenti. Le loro testimonianze si aggiungono a quelle di personaggi come Luis Hernández Navarro (direttore della sezione degli articoli di fondo del quotidiano “La Jornada”), José Reveles (giornalista e analista politico) e Jorge Gálvez (direttore del Museo Casa della Memoria Indomita), tra altri. Robles, autore di copioni cinematografici di film come Rojo Amanecer e Bajo la metralla, asserisce che il documentario dimostra “ciò che significa” Ayotzinapa in maniera “integrale”, e lo mette in rapporto con la realtà messicana.

“C’è un patto di impunità tra tutti i partiti politici messicani, che coinvolge grandi settori di riciclaggio di denaro sporco del narcotraffico e dell’economia criminale”, afferma il regista. Anche se il film riflette soltanto gli sviluppi del caso fino a gennaio 2015, si incarica di lanciare alcune previsioni su come si svilupperanno i fatti. Le istituzioni “hanno dimostrato un indurimento a fianco di Peña Nieto” e “non possiamo aspettarci altro” se non una progressione in questo senso, mentre l’Esecutivo manterrà “la pretesa che il caso venga dimenticato”, dichiara Robles.

Quando è uscito il documentario, erano già passati otto mesi dai fatti, ma il “movimento continua”, così come “la lotta popolare” affinché appaiano; perciò “niente è più opportuno” che far vedere il documentario adesso, sia a livello nazionale che internazionale, sostiene il cineasta. Promosso dalla cooperativa El Principio, il documentario non si presenta con il fine di essere lanciato nelle grandi sale, bensì in luoghi come sale pubbliche, Ong, scuole medie inferiori e superiori, ecc. Malgrado la distribuzione sarà gratuita a livello nazionale – anche sulle reti sociali -, i responsabili del film aprono le loro porte alle apportazioni volontarie, la cui metà sarà destinata alla Normale Rurale di Ayotzinapa.

In molti paesi del mondo, come in Francia, Svizzera, Costa Rica, Argentina, ecc., ci sono istituzioni che hanno espresso il proprio interesse per la pellicola, che sarà presentata anche in festival internazionali di cinema, anticipa il direttore.

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Ayotzinapa, il luogo della speranza

di Gustavo Esteva – comune-info.net, 26 febbraio 2015

Ogni due ore, ogni centoventi minuti. Non bastano certo i numeri a raccontare il dolore che accompagna l’incredibile frequenza con la quale in Messico le persone vengono fatte scomparire. I soli numeri però lasciano senza parole. Anche perché oltre ai desaparecidos c’è l’infinità di vittime accertate degli omicidi e ci sono milioni di migranti ed esuli: un terzo dei Messicani è costretto ad andar via per molte e diverse ragioni tra le quali spesso c’è la minaccia di essere uccisi. Il massacro degli studenti di Ayotzinapa è parte di questa enorme tragedia. Solo che in questo caso la grande determinazione, la tenacia e la fantasia dei familiari e di chi ha scelto di sostenere la loro ricerca della verità e della giustizia ha svegliato milioni di persone dentro e fuori il Messico. Molti non sanno cosa fare, altri affidano ancora alle istituzioni, che sono parte del problema, le speranze di cambiare ma si estende la lotta per cambiare davvero e in profondità non solo i governi ma l’insopportabile stato di cose. La lotta per affermare la dignità delle persone è un fiume che ha varcato con impeto gli argini. Non sarà facile riportarla alle ragioni di sempre, quelle di chi finge di voler cambiare tutto per non cambiare niente. Si nutre così, ogni giorno, la speranza di dare piena realtà alla nostra emancipazione.

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La sparizione di una persona amata è uno dei mali peggiori che si possano soffrire. Non solo per l’incertezza che provoca, ma perché ci si ritrova ogni giorno a chiedersi se non le stia succedendo quello che è accaduto a molti di quelli che sono ricomparsi, i cui cadaveri mostrano i segni di una tortura selvaggia e atroce, inflitta prima che venissero assassinati. Come evitare la disperazione? Come affrontare serenamente il mistero del male, questo male opprimente che ci toglie il fiato?

Negli ultimi due anni, in Messico, scompare una persona ogni due ore. Ogni due ore. Oggi ci sono decine di migliaia di famiglie che vivono questo dramma. Ci sono poi molti altri le cui persone amate sono state barbaramente uccise, e ci sono milioni di esuli. Un terzo della popolazione si è vista costretta a vivere fuori dal paese.

I familiari degli studenti di Ayotzinapa ci hanno permesso di vivere insieme a loro questo dramma che turba profondamente, sperimentando al loro fianco una forma di risposta che non sprofondi nella disperazione. Hanno svegliato milioni di persone, dentro e fuori il paese. Con sorprendente energia, con tanto coraggio e altrettanta fantasia, non lasciano in pace nessuno. Non vogliono che gli addormentati riprendano sonno, non vogliono che torni l’indifferenza, che si propaghi l’oblio, che quelli che stanno in alto se ne lavino le mani.

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Persino l’ONU, con le mani e la lingua legate dalla struttura e dalle regole che definiscono tale organismo, ha dovuto reagire. Il Comitato delle Nazioni Unite contro le sparizioni forzate non solo comincia a riconoscere formalmente questo stato di cose, ma ha anche criticato il governo messicano per l’impunità prevalente di fronte a questi delitti quotidiani e per il fatto di non dare la necessaria priorità alla ricerca degli scomparsi. Gli ha imposto di indagare tutti gli agenti e gli organi statali che potrebbero essere stati coinvolti, così come di utilizzare tutte le linee investigative. Il Comitato ha formulato una raccomandazione cruciale ricordando la responsabilità dei gradi superiori di coloro che commettono delitti.

Persiste la combinazione di cecità e cinismo in coloro che si occupano dell’affare di governare e dei loro amici e complici. Persiste anche l’indifferenza, l’apatia o il terrore di molta gente. Persiste ugualmente l’entusiastica adesione a qualche leader carismatico e alle sue schiere da parte di coloro che credono ancora che potrebbe innanzitutto fermare l’orrore, e poi seguire il cammino progressista di altri dirigenti dell’America Latina. Sebbene lo scontento sia sempre più generale, anche fra i patrocinatori e i beneficiari dell’attuale governo, molti non sanno che fare, altri non considerano realistiche le vie che non passano per l’esercizio elettorale e altri ancora sono disposti a cambiare tutto… perché non cambi niente: che si sostituiscano tutti i responsabili del nostro dramma, che si diano bruschi colpi di timone e che ci sia un gran chiasso, ma il tutto all’interno del quadro vigente, nello Stato-nazione, la democrazia rappresentativa, la società economica, lo sviluppo, il capitalismo… Ritengono che sia illusorio o pericoloso tentare altre vie.

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Nello stesso tempo, si estende e acquista vigore e organicità la mobilitazione cittadina. Il 5 febbraio sono state avviate due iniziative parallele che cammin facendo potrebbero intrecciarsi per portare avanti varie cose. È impressionante la coincidenza delle loro diagnosi sulla crisi politica attuale, anche se appaiono notevoli differenze nella portata e nello stile delle loro proposte. Entrambe illustrano, ciascuna a suo modo, il desiderio e la capacità di dare forma organica al malcontento generalizzato, alla resistenza, alla ribellione e all’impeto trasformatore. Invece di paralisi e disperazione, il dramma nazionale sta generando reazioni lucide, vigorose e organizzate.

Un’altra di queste iniziative prenderà forma oggi (16/2, ndt) con l’installazione a Cuernavaca di una Commissione poliedrica composta da universitari, attivisti e membri del Congresso Nazionale Indigeno. Si propone di contribuire al dialogo e all’armonia fra le diverse culture a cui apparteniamo. Noi componenti di questa Commissione siamo convinti che non ci sarà giustizia, pace e sicurezza nel paese finché l’ordine sociale non sarà costruito sulla diversità. Si tratta di dare un senso concreto ed efficace all’idea formulata dagli zapatisti vent’anni or sono: abbiamo bisogno di costruire un mondo in cui trovino spazio molti mondi.

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L’attuale effervescenza ha già permeato tutte le fasce sociali e raggiunge gli angoli più isolati del paese. I nostri demoni si sono scatenati da tempo e hanno creato questo insopportabile stato di cose in cui siamo immersi. Ora si sono messe in moto le forze che potranno fermarli, avanzando serenamente nella ricostruzione nazionale. Il genio è uscito dalla bottiglia e non sarà possibile rimetterlo dentro. Si nutre così, ogni giorno, la speranza di dare piena realtà alla nostra emancipazione.

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Fonte: la Jornada

traduzione per Comune-info: Camminar domandando

Gustavo Esteva vive a Oaxaca, in Messico. I suoi libri vengono pubblicati in diversi paesi del mondo. In Italia, sono stati tradotti: «Elogio dello zapatismo», Karma edizioni: «La Comune di Oaxaca», Carta; e, proprio in questi mesi, per l’editore Asterios gli ultimi tre: «Antistasis. L’insurrezione in corso»; «Torniamo alla Tavola» e «Senza Insegnanti». In Messico Esteva scrive regolarmente per il quotidiano La Jornada ma i suoi saggi vengono pubblicati anche in molti altri paesi. In Italia collabora con Comune-info.

L’adesione di Gustavo Esteva alla campagna Ribellarsi facendo di Comune-info

Tutti gli altri articoli di Gustavo Esteva usciti su Comune-info sono qui

Un piccolo nucleo di amici italiani di Esteva, autodenominatosi “camminar domandando”, nei mesi scorsi ha stampato il testo della conversazione tenuta da Esteva a Bologna nell’aprile 2012 (i temi in parte sono gli stessi degli incontri tenutisi nell’occasione a Lucca, in Val di Susa, Torino, Milano, Venezia, Padova, Firenze e Roma):  “Crisi sociale e alternative dal basso. Difesa del territorio, beni comuni, convivialità”. (chi vuole, può scaricarlo su www.camminardomandando.wordpress.com).

2 comments

  1. Un anno senza i 43

    Messico. Una settimana di mobilitazione per gli studenti scomparsi

    Geraldina Colotti – il manifesto 25.09.2015

    Grande allarme, in Mes­sico, tra i movi­menti e i fami­gliari dei 43 stu­denti scom­parsi il 26 set­tem­bre dell’anno scorso. Si teme una nuova ondata di repres­sione: annun­ciata dall’intervento vio­lento della poli­zia che mar­tedì ha attac­cato la caro­vana di madri che cer­cava di rag­giun­gere la capi­tale: «Siamo arri­vati al limite della pazienza — ha dichia­rato Roge­lio Ortega, gover­na­tore dello stato del Guer­rero -, da adesso in poi, chiun­que attac­chi le isti­tu­zioni dovrà rispon­derne di fronte alla legge». Si rife­riva alla pro­te­sta dei fami­gliari che hanno fatto irru­zione nei locali della Pro­cura gene­rale per gri­dare slo­gan con­tro l’impunità e il nar­co­stato. Quanto alla lega­lità vigente nel Guer­rero, spec­chio di tutto un paese, val­gono le cifre for­nite dallo stesso pre­si­dente neo­li­be­ri­sta Enri­que Peña Nieto: almeno 25.000 scom­parsi dal 2006, la mag­gio­ranza dei quali durante la sua gestione.

    Il 26 set­tem­bre dell’anno scorso, un gruppo di stu­denti delle scuole rurali di Ayo­tzi­napa è stato vio­len­te­mente attac­cato da poli­zia locale e nar­co­traf­fi­canti. Il bilan­cio è stato di sei morti — due stu­denti, due gio­vani cal­cia­tori, un tas­si­sta e una pas­seg­gera -, nume­rosi feriti e 43 desaparecidos.

    Gli stu­denti delle com­bat­tive scuole rurali pro­te­sta­vano con­tro le poli­ti­che di pri­va­tiz­za­zione del governo. Erano arri­vati a Iguala per rac­co­gliere fondi per cele­brare un altro mas­sa­cro, com­piuto dall’esercito il 2 otto­bre del 1968: la strage di Tla­te­lolco, una delle tante di cui è costel­lata la sto­ria del Mes­sico. Allora, i reparti spe­ciali dell’esercito e della poli­zia ucci­sero oltre 300 gio­vani, a pochi giorni dalle Olim­piadi di Città del Mes­sico. L’anno scorso, gli stu­denti ave­vano «preso in pre­stito» alcuni auto­bus, com’è loro con­sue­tu­dine durante le mobi­li­ta­zioni. Dopo un primo scon­tro con un gruppo di uomini armati accom­pa­gnati da agenti della poli­zia locale, gli stu­denti hanno cer­cato di rac­con­tare l’episodio ai gior­na­li­sti, ma i loro auto­bus sono stati presi di mira da altri indi­vi­dui armati di fucili mitra­glia­tori. In quel fran­gente è stato attac­cato anche un pull­man di cal­cia­tori che tor­nava da una par­tita. Chi non è riu­scito a fug­gire — all’inizio si è par­lato di 58 scom­parsi — è stato inghiot­tito nel buco nero del Messico.

    Secondo la ver­sione uffi­ciale, la poli­zia ha con­se­gnato gli stu­denti ai nar­co­traf­fi­canti, che li hanno uccisi e bru­ciati in una disca­rica del cir­con­da­rio, a Cocula. Un’indagine basata sulle dichia­ra­zioni dei pen­titi, ma subito con­te­stata dalle con­tro­in­chie­ste gior­na­li­sti­che e dalle peri­zie indi­pen­denti. Di recente, il Gruppo Inter­di­sci­pli­nare di Esperti Indi­pen­denti (Giei), isti­tuito dalla Com­mis­sione Inte­ra­me­ri­cana per i Diritti Umani — organo dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa) -, ha pre­sen­tato un rap­porto di 500 pagine che con­futa i risul­tati uffi­ciali. Per lo stato, quella con­se­gnata ai media e alle fami­glie, è la verità «sto­rica». Così l’aveva defi­nita l’ex Pro­cu­ra­tore gene­rale Murillo Karam. La sua rispo­sta alle domande del pub­blico — «adesso mi sono stu­fato» — è diven­tata lo slo­gan capo­volto dei mani­fe­stanti in piazza, che hanno urlato: «Io mi sono stan­cato» delle false verità di stato.

    Il Giei ha invece evi­den­ziato l’impossibilità di bru­ciare un così gran numero di corpi in quella disca­rica. Ha chia­mato in causa le com­pli­cità dell’esercito e della poli­zia fede­rale, ed ha anche avan­zato l’ipotesi che gli stu­denti quel giorno pos­sano aver messo le mani su un grosso carico di droga tra­spor­tata su uno dei pull­man. Finora, sono stati iden­ti­fi­cati i resti cal­ci­fi­cati di due stu­denti. Ma gli esperti indi­pen­denti avan­zano dubbi: intanto, i fram­menti di un dito e di un dente non cer­ti­fi­cano la morte; e poi, nes­suno ha visto il sacco nero con­te­nente i resti nella disca­rica di Cocula; e ancora: se gli stu­denti sono stati ince­ne­riti, dove può esi­stere un forno cre­ma­to­rio così grande? Nelle caserme mili­tari — rispon­dono i fami­gliari — dove si tor­tura e si uccide. Una pra­tica pro­vata in tutti quei paesi — come la Colom­bia e il Mes­sico — dove i para­mi­li­tari fanno scom­pa­rire le loro vit­time con la com­pli­cità dell’esercito.

    In Mes­sico e in altre parti del mondo, è ini­ziata una set­ti­mana di mobi­li­ta­zioni. I fami­gliari degli scom­parsi hanno ini­ziato uno scio­pero della fame. Anche quelli dei gio­vani cal­cia­tori, il cui pull­man è stato attac­cato un anno fa, chie­dono giu­sti­zia e un incon­tro urgente con il pre­si­dente Nieto. Chie­dono anche che gli esperti Giei pos­sano inda­gare per altri sei mesi. Nieto ha pro­messo una com­mis­sione d’inchiesta indi­pen­dente a cui nes­suno crede: anche per­ché, al Senato, l’arco dei par­titi non ha tro­vato un accordo per for­marla. Cin­que madri degli scom­parsi hanno intanto rag­giunto gli Stati uniti, dove con­tano di incon­trare il papa e di espor­gli le ragioni dello scio­pero della fame. Hanno già par­te­ci­pato a una veglia per i diritti dei migranti e con­tano di recarsi al Con­gresso a Washing­ton per chie­dere a Obama che ritiri il soste­gno a Nieto e alle sue poli­ti­che narco-militari. Il 27, andranno poi a Fila­del­fia, dove si recherà Ber­go­glio per pre­sen­ziare all’Incontro mon­diale delle fami­glie. Spe­rano dica qual­cosa con­tro le spa­ri­zioni forzate.

    Anche in Ita­lia sono annun­ciati dibat­titi e ini­zia­tive. E’ già attiva una cam­pa­gna per ricor­dare il gior­na­li­sta Ruben Espi­nosa, ucciso di recente. Si sono espresse asso­cia­zioni come Amne­sty inter­na­tio­nal, che ha dedi­cato ampio spa­zio al Mes­sico degli scom­parsi nel suo ultimo rap­porto. Sabato a Roma (Cen­tro sociale La Strada) si pro­iet­terà un video a par­tire dal libro-inchiesta di Fede­rico Mastro­gio­vanni, edito da Derive Approdi. Ieri, alla Camera, il gior­na­li­sta — che vive in Mes­sico — ha par­te­ci­pato a una con­fe­renza stampa indetta da Sel, che chie­derà al governo Renzi san­zioni con­tro Peña Nieto.

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