Mese: ottobre 2015

Pablo è vivo e lotta insieme a noi

di Pablo Iglesias (da esseresinistra.wordpress.com, 29 ottobre 2015, segnalato da n.c.60)

Parlamento europeo, Strasburgo – 27 ottobre 2015

Signor Presidente, la prima volta che ho parlato qui era quindici mesi fa per conto di questo gruppo. E’ stato un onore farlo ed è stato un onore competere con lei per la presidenza di questo Parlamento. Dissi allora che aspiravamo a un’Europa diversa, che fosse un po’ meno dura con i deboli e un po’ meno accomodante con i potenti. Credo, purtroppo, che la dichiarazione di quindici mesi fa rimane valida ancora oggi.

Ho ricordato, in quel discorso di quindici mesi fa, i soldati spagnoli che hanno combattuto contro il fascismo e contro l’orrore come il miglior contributo del mio paese per il progresso in Europa, come il miglior contributo del mio paese per un’ Europa sociale, un’ Europa democratica, un’ Europa rispettosa dei diritti umani. Quando sento le grida xenofobe in quest’Aula ricordo che nel mio paese, a quelli che insultavano, a coloro che terrorizzavano i deboli è stato detto «No pasarán». Ma mi dà fastidio sentire una certa ipocrisia in quest’Aula da coloro che piangono lacrime di coccodrillo e difendono – dicono di difendere – i diritti umani.

Signor Weber, lei ha parlato di estremisti per riferirsi a ciò che potrebbe accadere in Portogallo. Imparate a rispettare la democrazia. Comprendendo che, a volte, i cittadini votano diversamente da ciò che gli fanno credere di rappresentare.

(Applausi)

Il signor rappresentante del gruppo liberale –  spero che mi perdonerà, se dopo quindici mesi di pratica ogni mattina allo specchio, sono ancora incapace di pronunciare il suo nome – ha detto che questo non è un problema di socialdemocratici, liberali o popolari. In effetti, è così. In effetti, tutti loro hanno concordato gli elementi chiave che ci hanno coinvolto in una politica estera europea che stiamo pagando e che ha a che fare con la miseria e l’umiliazione di migliaia di famiglie che vivono sulla soglia dell’Europa.

Oggi si parla, ancora una volta, della guerra e della desolazione alle porte d’Europa, di famiglie a cui si sta rispondendo con il filo spinato. E io dico che noi europei non possiamo dimenticare che cosa significa la guerra, non possiamo dimenticare che cosa significano l’orrore e la povertà e del dovere di abbandonare l’orrore e la povertà. E non possiamo umiliare queste persone, perché ummiliare queste persone significa umiliare l’Europa. Come è umiliare Europa, signor Weber, eliminare il welfare state. Come è umiliare l’Europa eliminare i diritti sociali. E’ umiliare l’Europa consegnare i governi all’arroganza dei poteri finanziari e sferrare un attacco alla sovranità popolare. E’ umiliare l’Europa incoraggiare la frode fiscale, come ha fatto lei, Presidente Juncker. Proprio come lei, che ha favorito, quando era ministro Capo del Governo e Ministro delle Finanze – accordi commerciali segreti con le multinazionali di modo che potessero pagare le tasse al 1%, mentre i cittadini europei devono pagare altre tasse. E poi si parla di bilancio. E ci si siede lì, Jean-Claude Juncker, perché persone come lei, onorevole Pittella, ha permesso al signor Juncker di sedersi lì; perché voi, i socialisti,  state mantenendo una grande coalizione con i popolari in quest’Aula.

Quindi, e non le cito Dante, onorevole Pittella, si schieri con la gente e la faccia finita con questa dannata grande coalizione.

(Applausi)

Io ritorno al mio paese per non avere, perchè in Spagna non ci siano ancora persone come lei nel governo, signor Juncker, ma voglio chiederle una cosa prima di partire: cambi la sua politica.

La crisi dei rifugiati non si risolve con filo spinato. La crisi dei rifugiati non si risolve con la polizia. Quello che funziona è una politica responsabile. Smettere di giocare a scacchi con i popoli del Mediterraneo. Lavorare per la pace, piuttosto che fomentare guerre. Aiutare le persone in fuga dall’orrore. Non continuare a distruggere la dignità dell’Europa, Jean-Claude Juncker.

(Applausi)

QUI il testo originale in spagnolo.

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Vago

segnalato da Chicco

di Giovanni de Mauro – internazionale.it, 16/10/2015

Parla dopo un rinfresco e ha l’occhio lucido di chi forse ha bevuto un bicchiere di troppo. Quando sale sul piccolo palco per rivolgersi a una platea di manager, uomini d’affari e diplomatici, Alexandre de Juniac, 52 anni, amministratore delegato del gruppo Air France-Klm, sembra dimenticare che il suo intervento sarà ripreso in video.

Titolo: “Le conquiste sociali di fronte alle sfide mondiali”. De Juniac mette da parte gli appunti e parla liberamente, a braccio. Le conquiste sociali? Sono un concetto “vago”. Le 35 ore? “La durata del tempo di lavoro sembra una conquista sociale, ma cosa vuol dire?”. L’età della pensione? “Che senso ha?”. Il lavoro minorile? “Prima abbiamo vietato il lavoro ai bambini di meno di otto anni, poi il divieto è stato portato a dodici anni, poi a sedici. Ma chi è un bambino? Bisogna farli lavorare o non bisogna farli lavorare? Non lo so”. Il diritto di sciopero? “Come mi diceva ieri il mio collega della Qatar Airways a proposito degli scioperi: ‘Monsieur de Juniac, da noi questo non succederebbe, li avremmo messi tutti in carcere’”.

Il video è del dicembre 2014, ma l’ha scovato qualche mese fa il sito Mediapart. Dal 2012 a oggi Air France-Klm ha licenziato diecimila lavoratori, e un nuovo piano presentato prima dell’estate prevede il licenziamento di altri 2.900 dipendenti. La settimana scorsa hanno fatto molto discutere le foto di due manager della compagnia aerea inseguiti dai dipendenti, strattonati, costretti a scavalcare i cancelli per mettersi in salvo.

Abbiamo vissuto, anche in Italia, epoche in cui il conflitto sociale è stato davvero duro, aspro, a tratti brutale. Per non tornare a quegli anni bisogna ripensare l’attuale modello sociale, che crea disuguaglianze sempre più forti, e non sembra considerare una forma di violenza il licenziamento di diecimila persone.

Cara Cgil, ti presento gli operai

segnalato da Barbara G.

Cara Cgil, ti presento gli operai

di Piergiorgio Paterlini – paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it, 20/10/2015

Francesca Lupo per Le Nuvole

Mi chiamo Francesca, ho 37 anni e sono una libera professionista iscritta all’Ordine degli Architetti di Firenze.

All’ingresso nella professione, mi sono appassionata alle attività di Iva Sei Partita, mirate a portare all’attenzione pubblica il problema delle false partite Iva negli studi di architettura e ingegneria. Io non ero una falsa partita Iva, ero e sono una partita Iva povera, ma la questione mi toccava. Per giustizia sociale, e per solidarietà.

Partecipare alla Consulta delle Professioni durante questi anni ha significato confrontarmi con gli altri autonomi, dagli archivisti agli avvocati ai traduttori, e scoprire che sotto l’apparente frammentazione delle carriere, delle competenze, delle Casse, degli Albi e delle tassazioni, avevamo problemi molto simili. Avevo un bagaglio di diffidenza verso il sindacato: quasi tutti i miei colleghi erano stati respinti sulla soglia della Camera del Lavoro perché erano autonomi. E quelli che venivano accolti li si compativa e assisteva come se fossero precari.

Però qualche pioniere c’era anche lì dentro. Col tempo ho avuto sempre più chiaro che con l’aiuto delle competenze del sindacato potevamo tutti avere un altro raggio d’azione rispetto a quello delle associazioni di base. Mi era anche abbastanza chiaro che il sindacato aveva bisogno di noi, se non voleva perdere il contatto col mondo del lavoro contemporaneo.

Ma è tempo vi dica di cosa stiamo parlando. Di quante Francesche ci sono.

I professionisti come me si definiscono anche autonomi cognitivi, per distinguerli da commercianti e artigiani. Sono circa 3 milioni e mezzo fra iscritti a Ordini e non. Contribuiscono al Pil per circa il 18%. I redditi medi dei titolari di partita Iva individuale oscillano fra i 15mila e i 18mila euro all’anno. Un reddito di 18mila euro lordi non può essere in alcun modo un mezzo di sostentamento, non dà riconoscimento professionale né dignità. Manca un proporzionamento della fiscalità: il mio lavoro mi deve fruttare letteralmente meno di 5mila euro o più di 70mila per garantirmi un reddito netto appena decente. Niente vie di mezzo. Eppure la media, abbiamo detto, è 18mila euro. Il regime agevolato – almeno fino a oggi –  si può applicare solo in casi limitati e per i primi anni di attività: è strutturalmente inadeguato alla crisi dei nostri redditi. È così che tanti di noi chiudono la partita Iva, e rinunciano all’alta formazione acquisita cambiando lavoro. O peggio rinunciano alla permanenza in Italia ed emigrano. Di nuovo: cittadinanza negata.

Non c’è bisogno di specificare che non è per pigrizia che guadagniamo poco, o per indisponibilità a rimboccarci le maniche: siamo già flessibili al massimo. E non c’è più bisogno di specificare che l’evasione fiscale non basta a spiegare queste cifre, del tutto realistiche. L’evasione non è giustificabile, mai. Ma non è giustificabile nemmeno la presunzione di colpevolezza che continua a essere il criterio alla base delle nostre imposte. Non sanno se evadiamo, ma lo presumono, e ci trattano di conseguenza. Fra contributi e tasse paghiamo oltre il 50% del fatturato. E dobbiamo sostenere da soli formazione, organizzazione del lavoro, assicurazioni obbligatorie, strutture, strumenti, tempi morti, investimenti.

La Costituzione dice che “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”. Ma la mia esperienza negli anni mi dice che di due fatture emesse, una resta non pagata. Un cliente su due non mi paga e sa che può permetterselo. Dovrei fargli causa. Ma la mia fattura tipo è di circa 1.000 euro. Rinunciare a 1.000 euro ogni 2.000 che mi sono meritata mi costa sempre meno che incaricare un avvocato di difendere i miei diritti. Quel pezzo di Costituzione, purtroppo, non è per me. Questa non è cittadinanza.

I nostri contributi li paghiamo noi. Le nostre Casse professionali ci impongono dei versamenti minimi annui non commisurati ai nostri redditi ma a cifre 5 o 6 volte superiori. Alcune Casse invece ci impongono un’aliquota contributiva unica che taglia le gambe ai piccoli redditi, senza darci granché in cambio. Non pagare i contributi causa l’interdizione a esercitare in proprio. E se si è studiato tanti anni per una professione e si perde l’abilitazione la soluzione è emigrare o andare a lavorare per un altro professionista.

Come ci siamo ridotti a questo? Io penso che ciò accade perché tutto il sistema degli autonomi è fondato sull’assenza di diritti. In tempi di vacche grasse, il riposo, la malattia e la maternità avevano la parvenza di privilegi e chi poteva se li è comprati accantonando grandi fatturati. Ma se te li devi comprare, semplicemente, non sono diritti.

C’è una cosa che mi turba del Jobs Act: il diritto al lavoro è stato messo in vendita. Mi turba la cosa in sé, ma soprattutto mi turba pensare che la nostra assenza di diritti sia stata usata contro chi li aveva, per farli apparire dei privilegi. Di questo passo un giorno qualcuno potrà dire: “gli autonomi hanno sempre fatto senza una vera indennità di malattia. Allora potete farcela tutti”. Invece i nostri diritti di persone e lavoratori sono gli stessi e vanno salvaguardati con strumenti adatti al nostro lavoro, in modo da proteggere anche quelli altrui. Non voglio essere usata né per dimostrare che c’è gente che sopravvive senza welfare, né per far sembrare “privilegi” i diritti degli altri.

Con la crisi e il prosciugarsi delle risorse si sono svelate le brutture “sommerse” – il vero sommerso è (anche) questo – del sistema. Non ci basta auspicare il ritorno dei grandi redditi e fingere che non sia successo niente: vanno sanate le storture, vanno estesi e garantiti i diritti agli individui. A prescindere dalla loro forma lavorativa.

Noi più di tutti abbiamo un bisogno vitale di rappresentanza, ma il sindacato ha bisogno di imparare a rappresentarci. Non fosse altro che per superare una delle tante guerre fra poveri che noi, però, non vogliamo combattere.

Il governo sul «tetto» che scotta

di Andrea Colombo – ilmanifesto.info, 27 ottobre 2015

Tasse. Scontro sulla direttrice dell’Agenzia delle entrate e sul contante a 3mila euro: Padoan difende Rossella Orlandi. Il sottosegretario Zanetti: «Serve un chiarimento politico con Renzi». Il ministro Franceschini: «Il limite più alto per i contanti non mi piace. Ma stavolta ha vinto Alfano».

Enrico Zanetti © Lapresse

Scon­tro nel Pd, nella mag­gio­ranza, nel governo. Si parla di tasse, anzi peg­gio, di eva­sione fiscale: quando la lin­gua batte dove il dente duole il puti­fe­rio è ovvia con­se­guenza. Ad aprire il fuoco era stata, due giorni fa, la diret­trice della Agen­zia per le entrate Ros­sella Orlandi, e non era andata leg­gera, denun­ciando senza mezzi ter­mini una spe­cie di boi­cot­tag­gio da parte del governo: «Le agen­zie rischiano di morire. Restano in piedi solo per la dignità delle per­sone che ci lavo­rano». Le quali sono peral­tro desti­nate a dimi­nuire, dal momento che la spen­ding review pre­vede un taglio di 55 diri­genti su 1.095.

La replica, ancora più dura, arriva dal sot­to­se­gre­ta­rio all’Economia Enrico Zanetti, tar­gato Scelta civica: «Se con­ti­nua, le sue dimis­sioni diven­tano ine­vi­ta­bili». Parere per­so­nale? Mac­ché, «il governo è con me» giura il sot­to­se­gre­ta­rio. La mino­ranza Pd coglie l’occasione e attacca con Roberto Spe­ranza: «Affondo inac­cet­ta­bile. Ancora un segnale che nel governo c’è chi lavora per allar­gare le maglie della lotta all’evasione». E Arturo Scotto, capo­gruppo di Sel alla Camera, rin­cara: «Così si dele­git­tima l’Agenzia. È peri­co­loso e dimo­stra scarso senso delle istituzioni».

A que­sto punto il Mini­stero dell’Economia non poteva evi­tare un inter­vento, e in realtà non poteva fare altro che offrire la sua coper­tura a Orlandi, che invece in via Nazio­nale è assai poco popo­lare. Tut­ta­via di fronte al rischio di pas­sare per com­plici degli eva­sori non c’è impo­po­la­rità che tenga. Il mini­stero dif­fonde una nota che in parte risponde alle cri­ti­che della diret­trice, negando però ogni adde­bito, ma si con­clude con una ricon­ferma: «L’Agenzia svolge un ruolo cru­ciale. Le com­pe­tenze del per­so­nale e della diri­genza costi­tui­scono un patri­mo­nio che il governo intende sal­va­guar­dare. Nel con­te­sto di immu­tata stima nel diret­tore, que­sto mini­stero è impe­gnato nell’attività di raf­for­za­mento orga­niz­za­tivo e ope­ra­tivo dell’Agenzia». Tra le righe si nota qual­che pru­denza, in fondo il Mef non va oltre una tutto som­mato poco impe­gna­tiva «immu­tata stima», ma se la ricon­ferma della fidu­cia nella diret­trice è clau­di­cante, la scon­fes­sione di Zanetti è invece piena. Il sot­to­se­gre­ta­rio prima nega l’evidenza e giura che tra le sue posi­zioni e quelle di via Nazio­nale non c’è poi grossa distanza. Poi tri­pu­dia per­ché «ho fatto imbe­stia­lire l’intera sini­stra e così non ho più dubbi di essere nel giu­sto». Quindi tenta il rilan­cio e chiede, a nome di Scelta civica, un «incon­tro poli­tico diri­mente e chia­ri­fi­ca­tore» con il premier.

Fosse un altro par­tito, per­sino l’Ncd ine­si­stente nel Paese ma robu­sto in par­la­mento, si dovrebbe par­lare di grosso pro­blema. Ma Sc è un par­tito che non c’è nel Paese e nep­pure in par­la­mento, quindi il rug­gito di Zanetti non impen­sie­ri­sce il pre­mier. A dif­fe­renza del brac­cio di ferro tutt’altro che con­cluso con l’Agenzia. Per valu­tare appieno la por­tata del guaio biso­gna tenere pre­sente che Ros­sella Orlandi non viene affatto dalla cor­data di Befera, il suo pre­de­ces­sore inviso a Renzi. Il posto che ha lo occupa anzi gra­zie a un impre­vi­sto colpo di scena dovuto al mede­simo Renzi, che decise di silu­rare il vice di Befera, Marco Di Capua, la cui nomina, indi­cata dallo stesso diret­tore uscente e già vistata da Mef, pareva cosa cer­tis­sima. Ma Di Capua avrebbe pro­se­guito con il metodo Befera, tutt’altro che popo­lare, e il quasi-papa fu affos­sato in extre­mis per fare posto alla Orlandi, che aveva la fidu­cia del capo e il cui com­pito era pro­prio quello di cam­biare strada rispetto alla «stra­te­gia dei blitz» dell’Agenzia. Ma qual­cosa non deve aver fun­zio­nato, per­ché se Zanetti si è per­messo l’affondo in que­stione è per­ché sapeva che il malu­more nei con­fronti della Orlandi non è con­fi­nato nel suo stu­dio o nel mini­stero di via Nazio­nale, ma coin­volge in pieno anche Palazzo Chigi.

Non è l’unico inci­dente. L’ulteriore scon­tro chiama in causa un mini­stro e diri­gente del Pd di serie A: Dario Fran­ce­schini. Con­fessa di essere con­tra­rio all’innalzamento del tetto del con­tante e indica il respon­sa­bile: «Lo avevo già bloc­cato altre volte. Sta­volta ha vinto Alfano». Il quale con­ferma: «Ha ragione». Per Alfano, in effetti, van­tare il risul­tato in que­stione è un suc­cesso. Per Renzi, invece, non è affatto posi­tivo, in ter­mini di imma­gine, che una norma denun­ciata da più parti come soste­gno nep­pure masche­rato all’evasione e al lavoro nero appaia come impo­sta da uno dei lea­der meno apprez­zati dall’elettorato di cen­tro sinistra.

Dice il saggio…

segnalato da Barbara G. & transiberiana9

Abbiamo catturato la vostra attenzione?

Benissimo. Ora possiamo parlare di cose serie. Facciamo parlare un saggio di altro genere, anche se il titolo dell’articolo è un po’ fuorviante. E vediamo quali sono i dati riportati nello studio dell’OMS.

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Oms: “Carne lavorata cancerogena”. Intervista a Umberto Veronesi: “Ora è nero su bianco, la via vegetale è l’unica, non ci sono più dubbi”

di Giacomo Talignani – huffingtonpost.it, 26/10/2015

Un assist “certificato” per la sua battaglia nella lotta ai tumori. Esulta Umberto Veronesi, presidente e fondatore della Fondazione Veronesi, vegetariano convinto e da anni in prima linea per promuovere una via alternativa alla carne, o per lo meno all’abuso, per prevenire la formazione del cancro. Oggi l’Oms, con i dati forniti dallo Iarc, ha definito le carni lavorate come wurstel, pancetta, prosciutti, salsicce, carne in scatola, secca o preparati a base di sughi di carne come “cancerogene” e le ha inserite nel gruppo 1 delle sostanze che causano il cancro a pericolosità più alta come il fumo e il benzene. Inserendo nella lista delle “probabilmente cancerogene” anche le carni rosse.

Dottor Veronesi, che cosa significano le indicazioni dell’Oms?
“Che per la prima volta la massima autorità internazionale in tema di cancro, lo IARC, ha messo nero su bianco che la carne può causare diversi tumori. Secondo le conclusioni redatte dai 22 esperti che compongono il board di valutazione, si afferma che “ci sono evidenze sufficienti a lasciar pensare che il consumo di carni processate causi il tumore del colon-retto”. Non solo, il legame è stato riscontrato anche per i tumori del pancreas e della prostata. Una relazione che, occorre sottolinearlo, è dipendente dalle quantità consumate”.

Per lei non è una novità. Da anni porta avanti la battaglia per una “via alternativa” alla carne. Ma allora, a quali risorse alimentari dovremmo fare riferimento?
“Sì, le conclusioni non sono di certo una novità e rappresentano un motivo in più per intraprendere la strada vegetariana. Da anni con la Fondazione che porta il mio nome promuoviamo il messaggio che smettere di mangiare carne è salutare per l’uomo. Ormai ci sono pochi dubbi che un regime alimentare povero di carne e ricco di vegetali sia più adatto a mantenerci in salute. Frutta e verdura rispondono perfettamente ai bisogni del nostro organismo e contribuiscono a proteggerlo. In questi prodotti della terra abbiamo scoperto risorse preziose, vitamine, antiossidanti e inibitori della cancerogenesi come i flavonoidi gli isoflavoni. Studiamo le funzioni protettive delle molecole contenute in alcuni alimenti, come il licopene nei pomodori maturi contro i tumori della prostata, il resveratrolo nell’uva per i tumori gastro-intestinali, gli isotiocianati e l’indolo delle crucifere che hanno mostrato un’azione antitumorale in varie forme di cancro. Non solo, i valori pressori dei vegetariani sono nettamente più bassi, sia come “massima” che come “minima”, rispetto a quelli delle persone onnivore.

Però l’Oms non si è espressa su una dieta vegetariana.
“E’ vero che i vegetariani tendono ad avere uno stile di vita più salutare in genere, non fumare, bere poco, fare movimento, per cui è difficile attribuire certi benefici alla sola alimentazione. Ma tutte le evidenze puntano lì: chi mangia poco e vegetariano vive più a lungo e più in salute. Per contro diversi dati scientifici indicano da tempo un nesso fra il consumo di carni, specie quelle rosse e lavorate, e alcune malattie croniche, come tumori o patologie cardiovascolari. Lo stesso dicasi per l’obesità”.

E poi nella sua battaglia c’è una questione ambientale.
“Siamo ormai 7 miliardi di esseri umani che hanno il diritto a cibo e acqua pulita, un miliardo di persone soffre la fame e la denutrizione, mentre un miliardo soffre delle malattie della sovralimentazione, come diabete, cardiopatie, tumori: non possiamo più permetterci di consumare 15mila litri d’acqua per ogni chilo di carne prodotto (“ne bastano mille per produrre un chilo di cereali”), né di destinare quasi la metà delle calorie prodotte in agricoltura a carburanti e mangimi per 4 miliardi di animali d’allevamento oltre a 20 miliardi di polli”.

A cui lei, cresciuto in campagna, aggiunge l’etica sugli animali.
“Sono cresciuto in una cascina delle campagne lombarde, con cani, gatti, galline, vitelli. Gli animali sono stati i miei primi compagni di giochi e mi ripugna l’idea di ucciderli (“senza alcuna necessità”) per mangiarli. Lev Tolstoj, con un passato da cacciatore, nel suo scritto “Il primo gradino” raccontò della visita un macello, e commentò: “E’ orribile non solo la sofferenza e la morte di questi animali ma il fatto che l’uomo, senza alcuna necessità, fa tacere in sé il sentimento di simpatia e compassione verso le altre creature viventi e diviene crudele, facendo violenza a se stesso””

Se dovesse indicare un solo motivo per consumare meno carne, quale sarebbe?
“Di buoni motivi per smettere di consumare carne ce ne sono parecchi. Le conclusioni dello IARC sono solo il punto di arrivo di quanto già molti studi affermano da tempo. Mi auguro che man mano la nostra cultura alimentare si decida a cambiare, ad abbandonare la carne. Abbiamo il dovere di ragionare sul modello di sviluppo del nostro pianeta e garantire la possibilità di sopravvivenza per tutti”.

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Quello che sappiamo davvero sulla storia della carne cancerogena

Dobbiamo smettere di mangiare le bistecche? Gli insaccati fanno male come il tabacco? Domande e risposte per capire cosa dice l’Organizzazione mondiale della sanità

di Francesco Zaffarano – lastampa.it, 26/10/2015

Dopo giorni di anticipazioni lo studio dell’Organizzazione mondiale della Sanità sul consumo di carne rossa e carni lavorate è stato pubblicato e il responso è quello temuto: gli studiosi hanno riscontrato un legame tra il consumo di questi tipi di carne e la comparsa di forme di cancro al colon-retto, ma anche al pancreas e alla prostata. Ma questo vuol dire che la carne fa venire il cancro? Oltre all’articolo, comparso su The Lancet Oncology e citato dai maggiori media del mondo, l’Oms ha pubblicato anche un documento per fare maggiore chiarezza.

QUALI SONO LE TIPOLOGIE DI CARNE INCRIMINATE?  

Sono le carni rosse e le carni lavorate: con le prime si intendono manzo, vitello, maiale, agnello, montone, cavallo, e capra; le seconde, invece, sono quelle trattate attraverso salatura, stagionatura, fermentazione e affumicazione, come wurstel, prosciutto, salsicce e pancetta.

I DUE TIPI DI CARNE SONO UGUALMENTE DANNOSI?  

No. Il consumo di carni rosse è stato classificato come probabilmente cancerogeno per gli umani (gruppo 2A), mentre quello di carni lavorate come cancerogeno per gli umani (gruppo 1). Per quanto riguarda le carni rosse, l’Oms sostiene di avere solo prove limitate del fatto che queste possano causare il cancro e di non poter escludere che i casi di cancro riscontrati siano in realtà legati ad altri fattori.

LA CARNE ROSSA FA MALE COME IL TABACCO?  

No, la carne rossa è stata classificata nel gruppo 2A, quello delle sostanze probabilmente cancerogene. Il fumo, invece, è classificato come cancerogeno (senza il probabilmente).

MA ALLORA LA CARNE LAVORATA FA MALE COME IL TABACCO?

Neanche. Nonostante la carne lavorata sia stata classificata nel gruppo 1, lo stesso in cui si trova anche il tabacco, questo non significa che le due sostanze siano ugualmente dannose. La classificazione dell’Oms si limita a indicare come cancerogena una certa sostanza, senza esprimersi su quanto sia dannosa o meno la stessa. L’Oms, in sostanza non si esprime sul fatto che la carne lavorata sia più o meno cancerogena del tabacco.

QUANTI CASI DI CANCRO ALL’ANNO SONO CAUSATI DAL CONSUMO DI QUESTE SOSTANZE?  

Secondo le stime del Global Burden of Disease Project, spiega l’Oms, circa 34 mila morti per cancro seguivano una dieta caratterizzata da un alto consumo di carni lavorate; in 50 mila casi, invece, la dieta era ricca di carni rosse. Per fare un confronto con altre sostanze, secondo la stessa fonte sono un milione i casi di morti per cancro che fumavano, 600 mila quelli che consumavano alcol e 200 mila quelli esposti a un alto tasso di inquinamento dell’aria.

È QUANTIFICABILE IL RISCHIO CONNESSO AL CONSUMO DI QUESTE CARNI?  

Secondo i dati dell’Oms, che è molto cauto su questo tipo di calcolo, il consumo quotidiano di 50 grammi di carni lavorate può aumentare del 18% il rischio che compaia un cancro al colon-retto. Il consumo quotidiano di 100 grammi di carni rosse, invece, fa aumentare il rischio del 17%.

DOBBIAMO SMETTERE DI MANGIARE CARNE?  

No, l’Oms non invita nessuno a smettere di mangiare carne e sottolinea che sia la dieta vegetariana sia quella che prevede il consumo di carne hanno vantaggi per la salute, sebbene diversi.

QUANTA CARNE DEVO MANGIARE PER ESSERE AL SICURO?

L’Oms non ha dati a riguardo, anche se ha riscontrato che i rischi aumentano con l’aumentare del consumo di carne (proprio come vale per le altre sostanze cancerogene o probabilmente cancerogene).

CI SONO TIPI DI COTTURA PIU’ RISCHIOSI?  

Una cottura ad alta temperatura può dare forma a dei composti che possono essere cancerogeni, anche se l’Oms non ha ancora chiarito quale sia il ruolo effettivo di questi nella comparsa del cancro. Quello che sappiamo è che è più sicuro non cuocere la carne a contatto diretto con il fuoco o con una superfice rovente (come nel caso del barbecue).

Smontiamo l’Italicum

Italicum, 15 ricorsi in Corte d’appello su premio di maggioranza e ballottaggio. Due quesiti referendum in Cassazione

L’iniziativa è stata promossa dal Coordinamento democrazia costituzionale ed è guidata dall’avvocato che smontò il Porcellum. Tra i firmatari anche esponenti della minoranza Pd.

di F. Q. | 26 ottobre 2015

Ricorsi in quindici corti d’Appello e due quesiti per altrettanti referendum abrogativi depositati in Cassazione. La guerra all’Italicum è iniziata e a guidarla è il Coordinamento democrazia costituzionale che ha scelto di affidarsi all’avvocatoche già vinse una volta contro il Porcellum: Felice Besostri. Il legale, ex candidato M5S alla Consulta, a dicembre 2014 insieme al collega Aldo Bozzi riuscì ad ottenere la bocciatura da parte della Corte costituzionale della precedente legge elettorale. Al centro delle contestazioni sul nuovo sistema di voto: ancora una volta il premio di maggioranza, il metodo del ballottaggio e le norme sulle minoranze linguistiche.

Tra i firmatari dell’iniziativa ci sono diversi esponenti della minoranza Pd (Alfredo D’Attorre, Paolo Corsini, Lucrezia Ricchiuti, Corradino Mineo, Felice Casson e Walter Tocci). Poi i giuristi Gustavo Zagrebelsky, Nadia Urbinati e Sandra Bonsanti e rappresentanti dell’opposizione in Parlamento: l’ex Pd Stefano Fassina, gli esponenti Sel Loredana De Petris e Giorgio Airaudo. Il Movimento 5 Stelle ha annunciato di volersi accodare all’iniziativa. Da Palazzo Chigi fanno sapere di essere tranquilli e di valutare i ricorsi “prematuri” in quanto la legge, approvata a maggio 2015, entrerà in vigore a luglio 2016. “Sono un’iniziativa assolutamente rispettabile”, ha commentato il capogruppo Pd Ettore Rosato, “ma non siamo preoccupati rispetto alla tenuta del testo della legge elettorale, che è coerente con i principi affermati dalla sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum”.

Obiettivo dell’azione giudiziaria: veder dichiarate incostituzionali parti del sistema di voto, seguendo un iter analogo a quello che portò allo stesso risultato rispetto al cosiddetto Porcellum. Destinatari dei ricorsi i 26 distretti di Corti d’Appello, ma anche singoli Tribunali civili. “Non possiamo aspettare 7 anni come l’altra volta”, aveva detto Besostri a maggio scorso a ilfattoquotidiano.it, “e speriamo che almeno un giudice faccia ricorso alla Consulta. Sono interventi riservati al singolo cittadino elettore”. Secondo l’avvocato i tempi questa volta potrebbero essere più rapidi: “Dipende dal magistrato: ma la questione si potrebbe risolvere anche in pochi mesi. Nel precedente del Porcellum si è perso tempo perché il tribunale e la Corte d’appello non avevano accettato il ricorso e abbiamo dovuto aspettare la Cassazione. Ma poi tra il deposito e la sentenza sono passati pochi mesi”. La seconda strada su cui intende muoversi il Coordinamento è quella del referendum abrogativo. In mattinata una delegazione ha depositato due quesiti sulla cui ammissibilità dovrà esprimersi la corte di Cassazione: questi riguardano la cancellazione della priorità assegnata alla figura dei capilista nei vari collegi con la facoltà loro concessa di candidature plurime e l’abbandono del meccanismo del premio e del ballottaggio.

Secondo Besostri sono 5 i punti di criticità che presenta l’Italicum. Innanzitutto “delegittima la Corte costituzionale“. Poi il premio di maggioranza: “Espresso in una percentuale minima di seggi, anche se prevede una soglia, non supera la contraddizione fondamentale che è tanto più consistente quanto minore è il consenso elettorale della lista beneficiaria”. Sotto accusa anche “la distribuzione del premio nelle circoscrizioni” perché sarebbe affidata a un algoritmo influenzato dalla partecipazione elettorale e dall’entità dei voti per liste sotto soglia nei collegi e nelle circoscrizioni. Inoltre il ballottaggio che “costituisce un modo di aggirare la necessità di una soglia minima per l’attribuzione del premio”. Infine le minoranze linguistiche: “Eleggono i loro rappresentanti al primo turno, ma contano ai fini del premio di maggioranza e partecipano al secondo turno, mentre gli italiani all’estero no”.

La nuova legge elettorale è stata impugnata con una serie di ricorsi analoghi, depositati in contemporanea, tra cui compaiono le sedi di Roma, Milano, Napoli, Venezia, Firenze, Genova, Catania, Torino, Bari, Trieste e Perugia. Ora spetta ai giudici valutare se accogliere le istanze. La vicenda ricorda quello che successe solo due anni fa con la precedente legge elettorale. La Consulta infatti a dicembre 2014 stabilì che il “Porcellum” era incostituzionale. I giudici hanno bocciato il premio di maggioranza del vecchio sistema perché, come si legge nelle motivazioni della sentenza, “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione e può produrre una distorsione, perché non impone il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”. Ma nel mirino c’erano anche le liste bloccate “lunghe“, senza però escludere la possibilità di fare ricorso a delle liste “corte” che prevedono un “numero dei candidati talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi”.

Beata Polonia

di Bernard Guetta – 26 ottobre 2015 – Internazionale

Annunciata e scontata, questa vittoria ha assunto le proporzioni di uno tsunami. Secondo gli exit poll, la destra nazionalista ha conquistato il potere in Polonia dopo che il partito Diritto e giustizia (Pis) ha ottenuto il 39 per cento dei suffragi contro il 23 per cento della maggioranza uscente dei centristi di Piattaforma civica.

Se confermato, il risultato concederà la maggioranza assoluta a Diritto e giustizia, che aveva già vinto le presidenziali della scorsa primavera. Inoltre, se ai 242 seggi ottenuti dal Pis si aggiungono i 44 conquistati da un rocker altrettanto estremista, ci rendiamo conto che l’insieme delle destre nazionaliste occuperà i tre quinti della dieta, il parlamento polacco.

La Polonia si è buttata a destra, così nettamente che le sinistre, incapaci di superare la soglia di sbarramento, non avranno nemmeno un deputato. La tendenza, in ogni caso, non è solo polacca.

Una nuova rivoluzione industriale

In un’Europa già nettamente spostata a destra, quasi ovunque le destre reazionarie o estreme ottengono un avanzamento netto, strappando elettori alle sinistre e alle destre moderate e imponendo un tripartitismo che sta sconvolgendo tutti gli scacchieri politici, al livello nazionale ed europeo.

Le ragioni del fenomeno sono tanto profonde quanto chiare. Il rallentamento delle industrie tradizionali e la nascita di nuovi settori di attività ha prodotto una nuova rivoluzione industriale che genera società a due velocità in cui agli emarginati si oppone una classe emergente, urbana, giovane e saldamente piantata in questo nuovo secolo. Questo scontro produce traumi e una grande nostalgia dei tempi in cui lo stato era più forte.

La nostalgia, a sua volta, genera un ritorno dell’aspirazione a un nazionalismo delle frontiere e a un meccanismo di protezione ormai perduto, un sentimento che si esprime in un rifiuto crescente dell’unità europea, percepita come il cavallo di Troia della globalizzazione, e questo nonostante sia chiaro che solo una potenza pubblica europea (un’Europa politica) potrebbe avere la forza di controbilanciare l’onnipotenza del denaro.

Le nuove destre, in Polonia e altrove, si appoggiano ai movimenti sociali e al nazionalismo nutrendosi della paura dell’islam, come dimostra il rifiuto paradossale di accogliere i profughi siriani provenienti dalle classi medie e in fuga dal terrorismo, dalla guerra e dalle dittature.

L’unità dell’Europa è solida e in quasi sei decenni si è talmente radicata da non poter sparire da un giorno all’altro. Ma allo stesso tempo il progetto europeo è indebolito dal divorzio tra l’Europa e i suoi cittadini, dalla disoccupazione giovanile, dall’assenza di obiettivi comuni e dalla crisi dei profughi a cui gli europei non riescono a trovare una soluzione unitaria. Questo terremoto nazionalista in Polonia non farà altro che accentuare le divisioni dell’Unione in quasi tutti i campi.

fonte: http://www.internazionale.it/opinione/bernard-guetta/2015/10/26/polonia-vittoria-destra-nazionalista-tendenza-europa

Marino non molla

Marino, folla e delirio in Campidoglio. “Non vi deluderò, voglio un confronto col Pd”

“Marino resisti: il Pd con il padrino, noi con Marino”. Sono questi alcuni dei cartellli sventolati oggi in Campidoglio da centinaia di manifestanti a favore del sindaco dimissionario di Roma. E Ignazio Marino decide di ricambiare i suoi sostenitori: “Questa piazza mi dà la forza di andare avanti, non vi deluderò, la democrazia non si fa nelle stanze chiuse”. E ancora: “Serve un confronto con il Pd, il partito che ho contribuito a fondare”. Poi si concede un bagno di folla. Una ressa di giornalisti l’accompagna lungo il tragitto, ma il sindaco non chiarisce se revocherà le dimissioni accettando il rischio di farsi sfiduciare in un Consiglio comunale.

Il molliccio siberiano

di Michele Serra – L’Espresso – 18 settembre 2015

(nonostante l’autore ultimamente faccia un po’ schifo, questa era davvero “telefonata” e non potevamo esimerci)

loadingGrande entusiamo nel mondo mediatico, alla notizia che un virus siberiano (Mollivirus sibericus) sta per risvegliarsi a causa dello scioglimento dei ghiacci. Dopo i risultati tutto sommato deludenti dell’epidemia di aviaria e di Ebola, i media mondiali sono da tempo a corto di nuove fonti di panico sanitario da dare in pasto a un pubblico sempre più avido di sensazioni forti. Mollivirus si dimostrerà all’altezza, dopo tante deludenti performance di virus e batteri indegni della loro fama, incapaci di mantenere le loro promesse di sterminio di massa? È ancora presto per lasciarsi andare a previsioni ottimistiche; ma è certo che i presupposti, dal punto di vista mediatico, sono eccellenti, tanto che Mollivirus è esposto come guest star alla Fiera Mondiale dell’Ansia, organizzata come ogni anno dalla Federazione internazionale conduttori di telegiornale con l’alto patrocinio dell’Associazione inserzionisti pubblicitari.

Una star

Il virus arcaico, appena scongelato, è già una star: il fatto di tornare alla luce dopo molte migliaia di anni, come i mammuth e i neoborbonici, raddoppia la sensazione di raccapriccio e consente di fare titoli come “il virus resuscitato”, “il virus che viene dalla preistoria”, “il virus che uccise Adamo ed Eva”. Qualche problema ai primi esami microscopici: Mollivirus appare come una insulsa pallina beige. Ma basteranno pochi ritocchi, assicurano gli esperti, per dare al virus l’aspetto mostruoso che il pubblico si attende: l’aggiunta di peli neri può fare miracoli; speciali filtri ottici possono esaltare la consistenza mucillaginosa; ma sono soprattutto le musiche di sottofondo lugubri e incalzanti che possono peggiorare enormemente l’immagine del virus.
Il test

In un test effettuato su campione di pubblico televisivo, l’immagine di una normale pallina da golf, se accompagnata da musiche lugubri e incalzanti, ha provocato paura e disagio; se accompagnata da una canzoncina allegra, ha provocato serenità e buon umore; se mostrata a persone residenti nei pressi di campi da golf, ha suscitato autentico terrore qualunque fosse la musica di sottofondo.

La ricerca

La caccia alle nuove malattie gravi, specie se epidemiche, prosegue ininterrotta. Sulle piste di Médecins sans frontières si muove, da anni, “Cachabal sans frontières”, un’agenzia giornalistica specializzata in panic-news, l’unico genere in grado di dare sollievo all’audience. Pedinando i volontari di Médecins sans frontières e frugando nelle loro cartelle mediche, i volontari di Cachabal sans frontières cercano di carpire qualunque informazione utile a diffondere preoccupazione e sgomento nell’opinione pubblica mondiale. Dal raffreddore all’occhio di pernice, non c’è sindrome che, opportunamente trattata, non sia degna di una breaking news; o almeno di un’inchiestina in seconda serata.

I rivali

Nessuno dei rivali di Mollivirus pare in grado di contrastarlo sul mercato mondiale del panico mediatico. Gli asteroidi che dovrebbero cadere sulla Terra, distruggendola, si sono rivelati, a un esame più attento, modesti ciottoli cosmici in grado, al massimo, di distruggere un’aiuola di petunie. L’inquinamento fa benissimo ai cinesi, che al riparo della enorme nube nera che li nasconde al resto del mondo si moltiplicano a dismisura e copiano indisturbati le Ferrari, il Borsalino e quant’altro. Solo Equitalia sembra avere mantenuto intatta la sua capacità di atterrire gli esseri umani e colpirli a freddo, anche nel sonno; ma è un fenomeno solo italiano ed è poco credibile all’estero, dove nessuno è abituato a vedere nel fisco un mostro insaziabile.

Il talent

Un talent show per diffusori di panico: è questa l’idea vincente del network “Brainoff Tv”, popolarissimo negli Usa. Migliaia di concorrenti hanno dato vita a una sfida appassionante. Ha vinto Rita Chu, che è riuscita a simulare una diretta di sei ore su un’epidemia mortale di alito pesante; ha battuto per un soffio Gilbert Moya, autore di un’applauditissima inchiesta basata sulla scoperta che il professor Richter, inventore della temutissima scala sismica, era jihadista.