Il dibattito sul reddito base: aspetti politici, filosofici ed economici

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe

BasicIncome

di Daniel Raventós e Julie Wark – znetitaly.altervista.com, 21 agosto 2015

Barcellona

Il sostegno a un reddito base universale (definito qui [in inglese – n.d.t.]) sta crescendo. In Europa, ad esempio, la città di Utrecht sta per introdurre un esperimento che mira “a contestare l’idea che chi riceve soldi pubblici deve essere tenuto sotto controllo e punito”, per dirla con un responsabile di progetto del consiglio comunale di Utrecht. Nijmegen, Wageningen, Tilburg e Groningen sono in attesa del permesso dell’Aia per condurre programmi simili. In Svizzera sono state ottenute le centomila firme necessarie per indire un referendum su se i cittadini svizzeri debbano ricevere un reddito base incondizionato di 2.500 euro il mese, indipendentemente dal fatto che lavorino o no. Il 16 giugno il governo di centrodestra della Finlandia, in cui il 79% della popolazione è a favore di un reddito base universale, ha mantenuto la sua promessa elettorale e ratificato l’attuazione di un “reddito base sperimentale”. Un recente sondaggio in Catalogna (dal 13 al 17 luglio) mostra che il 72,3% della popolazione (fondamentalmente con l’eccezione della destra e dei settori più ricchi) appoggerebbe un reddito base di 650 euro il mese e, contrariamente a un’affermazione fastidiosamente abusata, l’86,2% afferma che continuerebbe a lavorare se fosse introdotta la misura. Cosa più rimarchevole, l’84,4% dei disoccupati afferma che continuerebbe a voler lavorare.

Si tratta di misure temporanee o incomplete ma sono anche significative perché significano dare potere alle persone, economicamente – e anche politicamente – in una situazione in cui il potere globale è largamente nelle mani di istituzioni non elette e di altri organismi oscuri, come ha reso più che chiaro il recente strazio della Grecia. Tuttavia il crescente interesse per il reddito base non significa un’agevole avvio all’implementazione. Argomenti da lungo tempo smentiti continuano a essere sollevati contro di esso e sono brandite dubbie proposte “alternative” quali il “lavoro garantito”, la “piena occupazione” e il reddito minimo garantito condizionato. Con un reddito base le persone non accetteranno il lavoro salariato, le donne saranno confinate in casa, gli immigrati “sciameranno” (come direbbe David Cameron), ci vorrebbe una rivoluzione per introdurlo e ammazzerebbe lo stato sociale. Indipendentemente dal fatto che queste affermazioni sono stato solidamente rigettate in numerose diverse lingue, esse continuano a rialzare la loro stupida testa. Ci sono ancora altri malintesi (o vere e proprie menzogne) che vanno affrontati poiché le disuguaglianze economiche e sociali si stanno amplificando così rapidamente e il reddito base è una misura ideale per combatterle.

Innanzitutto c’è la questione del finanziamento. Non c’è ancora molto materiale dettagliato su questo aspetto chiave ma uno studio recente condotto in Spagna, basato su due milioni di dichiarazioni dei redditi presentate nel 2010 (nel mezzo della crisi economica) è eloquente. Lo studio è stato basato su tre criteri: 1) il reddito base di 623 euro dovrebbe autofinanziarsi e non influire sulla spesa pubblica in sanità, istruzione, ecc.; 2) l’impatto distributivo dovrebbe essere fortemente progressivo in modo che ne benefici più dell’80 per cento della popolazione; e 3) le aliquote fiscali effettive dopo la riforma non dovrebbero essere molto elevate. Il reddito base deve essere al livello della linea della povertà (623 euro in Spagna) o superiore. Non sarebbe soggetto all’imposta personale sul reddito e sostituirebbe tutte le provvidenze assistenziali inferiori a 623 euro, mentre si riceverebbero interamente le provvidenze superiori a tale somma.

Finanziare questo reddito base per tutti gli adulti in Spagna – 43,7 milioni di persone – è possibile con un’aliquota fiscale unica del 49% che, combinata con un reddito base esente da imposte, sarebbe fortemente progressiva. Per il decile più povero tale 49% diventerebbe in realtà un – 209% (negativo poiché, in questo caso, sarebbe un trasferimento netto). Ne guadagnerebbe circa l’80% della popolazione e l’importo totale trasferito dai ricchi ai poveri sarebbe di circa 35 miliardi di euro. Ciò senza prendere in considerazione il problema dell’evasione fiscale (calcolata in circa 80 miliardi di dollari) in Spagna.

“Ah sì” – dicono – “Ma questo modello di finanziamento ‘inciderebbe negativamente sulle classi medie’”. Classi medie? In Spagna chi guadagna solo 3.500 euro il mese si situa nei due decili più elevati, mentre quelli che guadagnano 4.500 euro appartengono al 5% al vertice. Questi dati provengono da dichiarazioni ufficiali dei redditi! O per ignoranza o per malafede molti non riconosceranno che ciò segnala un enorme problema di frode fiscale che richiede attenzione urgente se deve essere intrapresa una qualsiasi riforma fiscale a favore della popolazione non ricca. Dati pubblicati dalla società di servizi finanziari globali UBS AG rivelano che solo 22 miliardari spagnoli hanno un patrimonio totale pari al 5% del PIL spagnolo  (cioè, ad esempio, circa il 60% del bilancio nazionale dell’assistenza sanitaria). Se i veri membri più ricchi della popolazione fossero individuati attraverso la loro dichiarazione personale dei redditi, il finanziamento del reddito base sarebbe più facile, l’aliquota fiscale inferiore e settori che potrebbero perdere nel modello attuale potrebbero finire col guadagnare. Questa ostinata idea che il reddito base sarebbe un’aggressione alle classi medie incoraggia alcuni atteggiamenti di farsesco attendismo. Così il PSOE (Partito Socialista) afferma di appoggiare il “reddito base” (ma intende il reddito minimo garantito) mentre altri della sinistra più o meno postmoderna sono entrati nella serie A del contorsionismo intellettuale affermando che il reddito base e il reddito minimo garantito sono “più o meno la stessa cosa”. Questi luoghi comuni sono politicamente dannosi, perché hanno indotto i progressisti a sostenere proposte “più moderate”.

Sfortunatamente il nuovo partito di sinistra Podemos sta cercando di eludere la questione del reddito base. Anche se la sua base preme molto forte per un reddito base, Podemos ha proposto un Piano di Reddito Minimo Garantito, apparentemente senza fare i conti. I nostri calcoli mostrano che il 50% della popolazione sarebbe colpito negativamente a causa del cambiamento dell’attuale struttura fiscale senza compensazione con un reddito base. Ciò è molto diverso da una politica che colpisce il 20% più ricco. Sembra che alcuni leader di Podemos, mostrandosi sordi alle idee di membri della loro base, stiano affermando che il reddito base è “troppo radicale”. Ma davvero? Garantire l’esistenza materiale dell’intera popolazione è troppo spaventoso quando il divario di ricchezza in Spagna è il maggiore d’Europa e, in termini globali, entro il 2016 l’un per cento al vertice avrà un patrimonio superiore a quello del 99%?

Quella che è davvero spaventosa è la generale accettazione di uno status quo in cui la maggior parte delle persone diventa sempre più povera, persino quando recenti studi dimostrano che la cosiddetta economia della “ricaduta dall’alto” si traduce in un flusso di reddito verso l’altro fino a quando vi ristagna come ricchezza tesaurizzata. Ciò ostacola la creazione di ricchezza nell’economia, come ha concluso l’Institute for Policy Studies dopo aver utilizzato modelli moltiplicatori economici standard per dimostrare per ogni dollaro extra pagato a un lavoratore a basso salario aggiunge circa 1,21 dollari all’economia statunitense. Se tale dollaro andasse a un lavoratore a salario elevato aggiungerebbe solo 39 centesimi al PIL. In altri termini, se i 26,7 miliardi di dollari pagati in premi ai giocatori d’azzardo di Wall Street nel 2013 fossero andati a lavoratori poveri, il PIL sarebbe salito di circa 32,3 miliardi di dollari.

Il denaro in basso è più di tre volte più efficace nel muovere la crescita economica del denaro al vertice. E’ buon senso, anche se la teoria ha il titolo sofisticato di “propensione marginale al consumo”: chi ha un reddito minore spende più rapidamente i suoi soldi mentre i ricchi li tesaurizzano. Con il mostruoso divario di ricchezza odierno la velocità del dollaro nell’offerta monetaria totale è più bassa di quanto sia stata mai. E’ anche logico. In effetti un nuovo modello prodotto da Ricardo Reis e Alistair McKay mostra che “i programmi di tassazione e trasferimento che incidono sulla disuguaglianza e l’assicurazione sociale possono avere un effetto più vasto sulla volatilità aggregata”. Persino dati del FMI suggeriscono che aumentare la quota del venti per cento al vertice di solo l’1% della ricchezza totale riduce la crescita economica di 0,08 punti. Ma se il venti per cento più in basso ricevesse la stessa quota dell’1% , la crescita economica aumenterebbe di 0,38 punti. Dunque non sarebbe una buona idea introdurre un reddito base universale? Scott Santens calcola che, negli Stati Uniti, la redistribuzione sotto forma di reddito base di 1.000 dollari il mese per ogni cittadino adulto e di 300 dollari per i minori di diciotto anni costerebbe circa 1,5 trilioni di dollari – circa l’8,5% del PIL – tenendo conto dell’eliminazione delle agevolazioni non più richieste una volta che sia operativo il reddito base. Il costo totale della sola povertà infantile è circa il 5,7% del PIL.

Se la disuguaglianza sta uccidendo la crescita economica, allora l’economia neoliberista ha sicuramente fallito. L’OCSE rileva che “l’aumento della disuguaglianza è stimato aver abbattuto di più di 10 punti percentuali la crescita in Messico e in Nuova Zelanda negli ultimi due decenni fino alla Grande Recessione. In Italia, Regno Unito e Stati Uniti il tasso cumulativo di crescita sarebbe stato da sei a nove punti percentuali più elevato se le disparità di reddito non si fossero accentuate …” Il punto chiave qui è che i programmi contro la povertà non possono mai essere sufficienti perché “l’impatto della disuguaglianza sulla crescita deriva dal divario tra il 40 per cento più in basso e il resto della popolazione, non solo del 10 per cento più povero”. Se il programma di trasferimento di denaro deve essere efficace, deve beneficiarne circa la metà della popolazione. Ciò suona molto simile alla proposta di reddito base universale presentata in Spagna. Ridurre la concentrazione di reddito al vertice dove il denaro produce altro denaro da accumulare è più di una questione morale o di una questione di giustizia; è competenza economica, come sta ora riconoscendo un numero crescente di economisti rispettabili, ad esempio (il barone) Robert Skidelsky.

Per quanto solidi possano essere gli argomenti economici e per quanto a lungo posso aver circolato in Spagna, soluzioni parziale continuano a essere promosse come “alternative” al reddito base. Il lavoro garantito è una di queste, promosso, tra gli altri, dal partito di sinistra Izquerda Unida (IU) anche se è molto più costoso (circa 10 euro lordi l’ora costerebbero allo stato 233,422 miliardi di dollari) nel lungo termine e meno efficace di un reddito base, che entrerebbe immediatamente in vigore per alleviare le dure condizioni di lavoro (o di non lavoro) e di vita del settore più povero. Peggio, il “lavoro garantito” (che non tiene conto del lavoro domestico o volontario) ha la patetica idea di libertà. Suppone che le persone debbano lavorare per un salario, l’implicazione essendo che se le persone avessero un reddito base se ne andrebbero in giro tutto il giorno a girarsi i pollici. La Spagna ha i dati di disoccupazione peggiori dei paesi OCSE (più del 15% in 25 degli ultimi 37 anni, mentre la seconda posizione peggiore, quella dell’Irlanda, ha toccato queste cifre solo in nove di tali 37 anni) e inoltre le proposte di lavoro garantito sono state ideate per economie con numeri relativamente ridotti di disoccupati. In breve l’idea è una pura sciocchezza, specialmente quando è dimostrato che un reddito base rafforzerebbe le posizioni negoziali dei lavoratori e stimolerebbe un maggior numero di piccole imprese.

Un’altra critica stramba (ma non per questo meno diffusa) è che il reddito base non combatterebbe la “divisione sessuale del lavoro”. Nemmeno il sistema di assistenza sanitaria pubblica porrebbe fine alla divisione sessuale del lavoro! Il reddito base affronterebbe parecchi problemi sociali, ma non questo. Quello che può fare è dare alle donne molta più autonomia in molti aspetti delle loro vite, il che non è poca cosa. Il reddito base non è una politica economica completa. Sarebbe parte di una politica economica che favorisce la popolazione non ricca. Altri problemi sociali come la divisione sessuale del lavoro, la generalizzata indifferenza al sapere scientifico, poteri privati che impongono la loro Weltanschauung a tutti gli altri, corruzione, traffico di esseri umani, brutalità nei confronti dei profughi e degli immigrati … vanno anch’essi affrontati, ma con strumenti appropriati specifici. Si potrebbe sostenere che una società con minor disuguaglianza e maggior interesse per gli esseri umani avrebbe maggiori probabilità di produrre tali strumenti.

Arriviamo poi a qualche dibattito più economico. Brandendo argomenti della Scuola Austriaca, alcuni a destra declamano i vantaggi di basse aliquote fiscali su una base vasta. Un aumento delle aliquote fiscali a favore del reddito base, affermano, ridurrebbe la base fiscale, le imposte incassate e l’elasticità della base fiscale, aggiungendo che non tener conto di questa elasticità annullerebbe qualsiasi conclusione. In realtà dati empirici da studi in Spagna mostrano che imposte aumentate non causerebbe minor elasticità con un effetto negativo sull’attività economica ma produrrebbero maggiore elasticità: maggiori imposte, maggiore PIL e accresciute entrate fiscali. Maggiori imposte ai ricchi consentono una spesa pubblica maggiore, con un effetto positivo sull’attività economica, generando maggior reddito e compensando possibili disincentivi. Era oltre la portata dello studio spagnolo sul reddito base calcolare in dettaglio gli effetti positivi che il reddito base potrebbe avere sull’attività economica e, di qui, sulle entrate fiscali ma, chiaramente, l’80% più povero della popolazione che ne guadagna consumerebbe più del 20% più ricco, dunque uno stato sociale più forte, finanziato da imposte e con un sistema di provvidenze sociali, compreso un reddito base, realizzerebbe una maggior partecipazione della forza lavoro e maggiori tassi di occupazione e, ne segue, maggior uguaglianza e benessere generale oltre a un’economia più resiliente in un sistema globale instabile.

Il reddito base non è solo una misura contro la povertà ma sarebbe una parte integrante di una politica economica complessiva che stimolerebbe la crescita economica e darebbe a tutti i membri della società un’esistenza materiale garantita e con essa una libertà effettiva. La libertà effettiva dei non ricchi reca il seme di un potere politico sovversivo ed è per questo motivo che la destra presenta pannicelli caldi quali il reddito minimo garantito che gli entusiasti di Hayek, che ritengono che le tasse siano una rapina, appoggiano come una forma di carità. Ma la carità è l’antitesi della giustizia. Dipende da umori liberamente decisi dei più abbienti donare ai poveri non liberi cui è negata la dignità umana precisamente perché sono costretti a essere destinatari della carità. Il reddito base non beneficia tutti ma si interessa di alleviare il fardello della parte non ricca della popolazione. Le sue fondamenta anti-neoliberiste sono da ricercare nel pensiero repubblicano classico e nella sua insistenza che una persona non può essere libera se non le sono garantiti i mezzi dell’esistenza materiale. Uno dei molti vantaggi del reddito base universale è che libererebbe le persone dalla tirannia del mercato dell’occupazione in cui sono semplici merci, garantendo il diritto umano più fondamentale di tutti, quello dell’esistenza materiale. Un reddito base sostiene non solo il diritto a una vita dignitosa ma, in termini pratici, consentirebbe anche alle persone di ampliare le loro vite e di difendersi dalle aggressioni alla loro libertà e dignità.

Infine, poiché questi diritti umani fondamentali sono dichiarati universali, c’è un ulteriore mito sul reddito base che andrebbe abbattuto, cioè che si tratta di una politica che può essere contemplata solo dai paesi ricchi. Esperimenti in Brasile, Namibia e Sudafrica, Messico, India, Kenya e Malawi mostrano che progetti modesti e parziali di reddito base hanno risultati economici e sociali impressionanti. In Namibia, ad esempio, un progetto pilota biennale (2007-2009) in Otjivero-Omitara, un’area rurale a basso reddito, in cui 930 abitanti hanno ricevuto un versamento mensile di 100 dollari namibiani ciascuno (12,4 dollari) ha ridotto la povertà dal 76% al 16%; la malnutrizione è scesa dal 42% al 10%; gli abbandoni scolastici sono precipitati dal 40% a quasi zero; i debiti medi delle famiglie sono scesi del36% e la polizia locale ha segnalato che i dati sulla delinquenza era del 42% inferiori; e il numero di piccole imprese è aumentato, così come è aumentato il potere d’acquisto degli abitanti, creando così un mercato per nuovi prodotti.

L’ostacolo principale al reddito base oggi è politico (e psicologico se l’avidità è da intendersi come patologica) perché no, non favorisce i ricchi ma, piuttosto, in termini morali e solidamente economici, chiede loro di contribuire con solo un pizzico della loro ricchezza a salvaguardare il diritto a un’esistenza dignitosa per tutti. Ma non si tratta solo di far sborsare i ricchi. Il vero problema è che chi sta più in basso, invece di stendere la mano per afferrare l’inesistente ricaduta, possa cominciare a trasformare la società e l’economia coerentemente con le proprie visioni e a difesa della propria dignità. E’ improbabile che l’un per cento costituito da persone disgustosamente ricche se ne stia con le mani in mano ad assistere alla propria estinzione.

Daniel Raventós è docente di economia all’Università di Barcellona e autore, tra gli altri, di ‘Basic Income: The Material Conditions of Freedom’ (Pluto Press, 2007) [Reddito base: le condizioni materiali della libertà]. Fa parte del comitato editoriale della rivista di politica internazionale Sin Permiso. Julie Wark è membro del comitato consultivo della rivista di politica internazionale Sin Permiso. Il suo ultimo libro è ‘The Human Rights Manifesto’ (Zero Books, 2013) [Il manifesto dei diritti umani].

Originale:

http://www.counterpunch.org/2015/08/21/the-basic-income-debate-political-philosophical-and-economic-issues/

Traduzione © 2015 znetitaly.org Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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7 comments

      1. La materia è complessa e le semplificazioni giornalistiche o propagandistiche non aiutano.
        Bisognerebbe innanzitutto chiarire i concetti e cercare poi di capire quali siano le conseguenze della loro applicazione corretta e scorretta.
        Io ho idee vaghe, ma quel che mi pare di aver capito è che
        a) reddito base è un reddito elargito a tutti i cittadini a partire da una certa età e diverso nelle varie proposte nazionali; quello che non ho capito bene è il fatto che in contropartita sono tagliati, per pari importo, certi servizi prestati gratuitamente dallo stato (in particolare l’assistenza sanitaria, dove c’è). Quel che ho capito ancor meno è come quadrano i conti.
        b) il reddito minimo garantito andrebbe forse meglio chiamato reddito minimo condizionato;
        non è elargito a tutti ma solo ai disoccupati per un certo tempo e a condizioni che, per quel che ho letto del Regno Unito, possono diventare una vera e propria persecuzione: obbligo di frequentare certi corsi, di presentarsi un certo numero di volte ad agenzie, private, di collocamento, di non rifiutare proposte di lavoro, eccetera che, a occhio, possono costare agli interessati economicamente (spese di trasferimento, ma credo, anche dei corsi) e psicologicamente tanto da indurli ad accettare qualsiasi posto che paghi almeno quanto il reddito minimo garantito pur di sottrarsi al tormento (e ai costi). Insomma una specie di “indennità di disoccupazione” piuttosto vessatoria nella sua attuazione ‘perversa’ (ma probabilmente normale).

        Quanto ai sondaggi, credo tu ti riferisca a chi, pur potendo godere del reddito base, opterebbe per lavorare.
        Io ci credo. Solo che bisogna decidere che cosa consideriamo lavoro socialmente utile.
        Consideriamo soltanto il lavoro che comunque fa la maggior parte della casalinghe, per esempio, che non entra nel concetto economico standard di lavoro e, dunque, non si ritiene debba essere retribuito.

        1. Guarda…quando la filiale della ditta dove lavorava il mio compagno ha avviato le procedure di mobilità, la maggior parte degli operai erano ben contenti di prendere soldi per stare a casa, non è che si siano sbattuti per trovare qualcosa d’altro e quelli che hanno accettato il trasferimento sono stati il 25%. Vero è che la somma è appena sufficiente ad uscire dalla soglia di povertà…ma francamente le percentuali indicate mi sembrano alte.

          Lo scopo del reddito minimo garantito, secondo le proposte che ho visto io, è quello di consentire l’inserimento nella società dei cittadini: assegno per integrate reddito almeno alla soglia di povertà vincolata a frequenza di corsi per riqualificazione professionale e obbligo di accettare i lavori offerti da centro x impiego (ammesso numero limitato di rinunce se motivate). Alcune proposte affiancano supporto psicologico e non solo, inoltre le proposte mirano ad accorpare e riordinare i vari sussidi (e magari la fiscalità) in modo da ottenere un sistema più equo e progressivo. Se all’estero vogliono approfittarne xx tagliare sanità non so. Qui lo fanno comunque, senza introdurre il reddito minimo…

          1. La materia è complessa, non c’è dubbio. Io avevo cominciato ad informarmi perché a Cremona dovevamo parlarne in una assemblea, poi è saltato tutto…quando ho un po’di tempo riordino il materiale e lo posto, perché credo sia molto interessante.

      2. In Italia, con tutto ol lavoro nero che c’e’, cosa cambierebbe. Una persona che fa le pulizie in nero, se intascasse il reddito base, starebbe a casa ad aspettare che la che la chiami il centro dell’impiego?

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