SBOOM

segnalato da crvenazvezda76

Sboom foto

In libreria per Giovanni Fioriti Editore il nuovo saggio di Roberto Sommella Sboom, siamo ancora capaci di sostenere il cambiamento? Presentazione di Francesco Boccia. Un’analisi dell’impatto della terza rivoluzione digitale della rete su economia, media e società europee. Informazioni e e-book su www.fioriti.it e  www.sboom.eu.

**Roberto Sommella è Direttore delle Relazioni Esterne dell’Antitrust.  I suoi articoli sono pubblicati sul Corriere della Sera, Messaggero, Milano Finanza e Huffington Post.

*Francesco Boccia è presidente della Commissione Bilancio della Camera.

*** 

EDITORIA: ECCO LE CIFRE DELLO ‘SBOOM’, PIÙ CAPITALE MENO LAVORO

Ad un euro di crescita del Pil reale in Europa ne corrispondono quasi due dell’economia digitale; gli occupati di Apple negli Usa sono un decimo di quelli della General Motors negli anni Sessanta, ma la ‘’mela’’ macina profitti dieci volte superiori; il settore editoriale tradizionale in Italia ha perso 2 miliardi di fatturato ma i dati personali di ciascun utente di Google valgono oltre 400 dollari; mentre in Europa i disoccupati sono 27 milioni e in media il 24% dei suoi cittadini è a rischio povertà, i Paperoni in Grecia e in Italia sono aumentati negli anni della crisi più che nel resto del mondo (e solo ad Atene i patrimoni dei nuovi ricchi sono pari a 70 miliardi di euro, quasi il valore del nuovo prestito concesso dall’Unione Europea). Sono solo alcuni esempi di come, il combinarsi degli effetti della rivoluzione digitale con quelli della crisi dell’euro, abbiano prodotto un aumento delle differenze sociali nelle società occidentali: servono sempre meno occupati per creare più ricchezza, più debito e meno investimenti per migliorare le condizioni di tutti i cittadini, meno giornalisti per pubblicare in rete sempre più notizie.  

Che società stiamo costruendo dopo gli anni della grande crisi? È la domanda a cui prova a dare una risposta il nuovo saggio di Roberto Sommella, Sboom, che illustra come la terza rivoluzione industriale, quella della rete, abbia completamente stravolto i meccanismi economici, sociali e informativi. Complice la dematerializzazione di molti processi produttivi, serve sempre meno lavoro per produrre molto più capitale, i ricchi aumentano e i nuovi poveri dilagano, le notizie proliferano anche se i lettori sono sempre meno. L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra i fattori della produzione,ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari. E’ in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi a famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web.

Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha presentato un incremento del 5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Pil è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. L’opera analizza anche il pensiero di alcuni guri del momento che cercano di spiegare cosa stia accadendo: da Krugman a Piketty, passando per Roubini e Rifkin, alcuni sembrano totalmente infatuati dalla nuova geografia del potere, altri la temono come la catastrofe finale. La realtà è che la crisi sembra provenire da un’implosione dei valori cardine dell’uomo occidentale. E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa (la grande malata) e Stati Uniti (la patria dell’innovazione distruttiva). Nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale: il dato medio di questo esercito sulla popolazione complessiva comunitaria è salito dal 24,3 del 2011 al 24,5% del 2013 nell’Ue, con picchi in Portogallo (27,5% contro il 24,9% del 2011), Spagna (27,3% contro 24,7%), Italia (28,4% contro 24,7%), Irlanda (29,5% contro 25,7%), Grecia (35,7% contro 27,6%). Persino nel Regno Unito, che cresce meglio di tanti altri paesi, le persone che stanno cadendo nel baratro dell’inconsistenza reddituale sono passate dal 22% del totale al 24,8%. L’indice S&P 500 della borsa di New York, invece, è aumentato in un anno del 20% mentre i salari sono cresciuti solo del 2%. Le divergenze tra economia digitale ed economia reale non si fermano qui. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di utili dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. E non è finita. Nel libro, che affronta anche alcuni capitoli ancora oscuri della costruzione europea, come la caduta del governo Berlusconi e gli effetti paradossali del Quantitative Easing della Bce, vengono ricordati alcuni dati inediti che spiegano bene la rivoluzione che stiamo vivendo. Se si considera la capitalizzazione di borsa e il numero di clienti, i dati personali valgono 405 dollari ciascuno per Google e 194 dollari per Facebook. Forse anche per questo si spiegano l’acquisizione di WhatsApp e i piani telefonici di Facebook, i progetti bancari di Apple, la scelta di Google di diventare operatore tlc. E’ in atto una generale ritirata dei vecchi processi, che colpisce tutto, anche la società. Ci si accorge del cambiamento solo quando è troppo tardi.

Nella presentazione del volume, Francesco Boccia, esperto dell’economia digitale, scrive che per governare il cambiamento è necessario guardare la trasformazione del nostro mondo e della società europea con occhi diversi. Attualmente quella europea è l’unica importante economia del pianeta a non crescere, configurandosi come un’area che perde progressivamente peso rispetto a tutte le altre, in particolare quella americana, cinese e quelle di altri paesi emergenti. Ma è anche l’area che, a fronte di circa il 25% del prodotto lordo mondiale e del 7% della popolazione, sostiene il 50% delle spese mondiali per il welfare: spese che la bassa dinamica demografica tende a far crescere. Alla fine del 2007, l’area euro si presentava con un debito pubblico mediamente del 66,4% sul Pil nei 17 paesi della zona euro ed una spesa pubblica al 45% del Pil. Sembra, quindi, opportuna una riflessione sulle regole europee.

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48 comments

  1. Il contropelo di Massimo Rocca
    (scusate il ritardo)

    Ogni limite ha una pazienza

    E ci sono giornate così in cui per l’usura di dover trovare sempre qualcosa da dire sei costretto a ravanare nel fango. Dove trovi dichiarazioni di politici che ti fanno cascare le braccia. La tranquillità con cui un presidente del consiglio dice apertis verbis che intendiamo truffare l’Unione. Se ci danno i miliardi per l’emergenza emigrazione li usiamo per abbassare l’Ires quest’anno. Se no se ne riparla nel 2017. Poi Salvini che ripropone il servizio militare obbligatorio per insegnare l’onore ai giovani, così senza fare un plissè dalla lega separatista, quella dell’ex sottosegretario Rocchetta appena accusato di associazione terroristica perchè voleva rioccupare Piazza San Marco con il tanko, alla mimetica in stile alleanza nazionale, come passare dai diamanti di Belsito alla giunta Maroni insomma. E poi ravanando riscopri Di Maio a delirare sui geologhi da Floris, ma soprattutto sul reddito di cittadinanza che sarebbe questa roba qui. Ti licenziano come geologo da un ente inutile, ti formano come infermiere, ti reinseriscono in altro ambito lavorativo. Mentre ti formano, a 780 euro al mese, gli devi dare pure otto ore di lavori pubblici. Un incubo che manco durante la Rivoluzione culturale. Io scendo, salutatemi il paese

  2. MARONI GARANTISTA E L’AUTOCONSOLAZIONE

    Il nostro Longobardo le collaboratrici le ha anche assunte in modo diciamo così spericolato,
    Niente che stupisca, se anche Emiliano ha stabilito questa settimana che il portaborse di un consigliere regionale può esser un parente.
    Resta da vedere poi un’altra cosa, non secondaria: la massima carica dii una istituzione si può chiamar fuori da quel che i suoi collaboratori (amministrativi e politici) fanno nell’esercizio delle loro funzioni? Se sì, in cosa consistono le attribuzionii (diritti e doveri) che legittimano e costituiscono quella carica?
    Per quale motivo, insomma, l’AD di Volkswagen può esser ritenuto responsabile di quel che fanno i suoi subordinati fino all’ultimo meccanico e Maroni no?
    Che Mantovani fosse implicato in vicende esecrabili lo si sa da anni, l’han salvato i suoi predecessori (dimentichiamo Formigoni, Don Verzè, CL, FI?) e i ritardi della magistratura.
    Io, da certi commenti, capisco solo che per evitare la correttezza, in nome di un garantismo che vale solo per lorsignori, si accetta ormai di tutto.
    Salvo, poi, lamentarsi che accada di tutto
    Così che all’acclarata impotenza politica e civile si aggiunge pure una impotenza critica e analitica.
    Il risultato è una concentrazione di malaffare politico/amministrativo tollerato, spesso nelle regioni, così da – probabilmente – poter condizionare il dibatttitp e gli esiti del mutamento del titolo V° e del rapporto stato/regioni e tornare a concentrare nello Stato, (che dal 900 è stato il cancro di questo paese) funzioni che lo rifanno depositario della crescita di ogni clientelismo e malaffare.
    Ah, il decisionismo, che bella cosa.
    Ah, la rapidità che bella cosa.
    Peccato la si faccia funzionare solo quando porta incassi ai partiti e alle loro clientele.
    Allora le leggi viaggiano ad alta velocità, negli altri casi c’è sempre una rifilessione e un rinvio.
    Credo che la risposta a questa schifezza dilagante, che ha contaminato anche gran parte della sinistra (vedere ieri in TV Gennariello Migliore, strabulletto di straquartiere) stia in questo: sappiamo di esser governati, a livello centrale e locale, da gente che in buona parte non faremmo entrare in casa, come non ci facciamo entrare i finti esattori dell’Enel ma, non potendo liberarcene (per pavidità, individualismo, ossequio al potere,, conformismo), ci liberiamo della consapevolezza di quel che sono, prevalentemente corruttori e ladri.
    E, così, ci costruiamo un paese che non c’è e riusciamo a viverci

    1. non è vero che accetto di tutto.
      mi sono solo stancato di buttare tutto in caciara. da anni lo facciamo e non ha portato a nulla.
      perché quel buttare in caciara è espressione e produce persone e realtà sociali addirittura peggiori di quelle che si vorrebbero criticare.
      non è, la mia, una posizione politica, è una posizione personale, di stanchezza e pure peggio verso tutti i pistoleros di questa povera italia. chi invece ci si trova bene, insista pure.

      1. Heiner, marino/maroni, cosa sarebbe accaduto se fosse accaduto in un altro paese ? francia, germania, gran bretagna, stati uniti, giappone, ?
        non solo si sarebbero dimessi, avrebbero cessato l’attività; politica
        cosí facendo avremmo probabilmente perso per strada qualche valido politico, ma forse non assisteremmo allo scempio odierno
        solo da noi si cavilla sempre e di cavillo in cavillo ci ritroviamo ad oggi

        sono stanco, vi voglio bene ma sono stanco, di cavilli, se, ma, però, distinguo e poi vivere in mezzo a soprusi, abusi ed impunità.
        ma sembra che a vederla così sia una percentuale minima del paese, una percentuale non influente. Sognatori, nel migliore dei casi, sciocchi o invasati, andando a scendere. Giustizialisti, populisti, secondo te
        forse hai ragione, forse è che sono stanco, mi fermo

        1. caro sun, ognuno esprime la propria idea. magari la stanchezza è la stessa, ma evidentemente giungiamo a conclusioni diverse.
          comunque, non è che in questo blog ci sia un pullulare di garantismo à go-go 🙂
          anche al mio commento hanno risposto negativamente in tre, con te quattro. e che sarà mai. è un bar. ognuno dice la sua, e via, finito il caffè, si riparte.

  3. Più o meno a tema

    CULTURA

    Il Leviatano di Silicon Valley

    Internet.. Un’intervista con il teorico della Rete Evgeny Morozov, in Italia per partecipare a un seminario a Settimo Torinese. Internet non è solo una semplice tecnologia del controllo, ma anche il laboratorio dove ha preso forma e si sviluppa il nuovo capitalismo neoliberale

    Benedetto Vecchi il manifesto 15.10.2015

    Il per­corso teo­rico di Evgeny Moro­zov è eccen­trico rispetto il main­streamintel­let­tuale su Internet.

    Cre­sciuto in Bie­lo­rus­sia ha par­te­ci­pato al movi­mento d’opinione che chie­deva una cesura del paese con il suo pas­sato sovie­tico. In quella con­giun­tura ha fre­quen­tato corsi di gior­na­li­smo on line, diven­tando in pochi mesi un mediat­ti­vi­sta che vedeva nella Rete un potente stru­mento per vei­co­lare istanze di libertà e di inno­va­zione sociale. È con que­sta con­vin­zione che è sbar­cato negli Stati Uniti, diven­tando in breve tempo un blog­ger noto per la sua capa­cità di met­tere a fuoco i punti forti e le pos­si­bile con­ta­mi­na­zioni della net­work cul­ture con il mondo dei media tradizionali.

    Anni di lavoro gior­na­li­stico e teo­rico, che lo por­tano a guar­dare con scet­ti­ci­smo la rete come «incar­na­zione» di un regno della libertà.

    La pub­bli­ca­zione del volume Le inge­nuità della Rete (Codice edi­zioni) è un con­den­sato di que­sta presa di distanza dal «cyber-utopismo», dove Inter­net più che regno della libertà è descritta come una tec­no­lo­gia di controllo.

    La pole­mica di Moro­zov, dive­nuta nel frat­tempo docente uni­ver­si­ta­rio, è con­tro chi con­ti­nua a chiu­dere gli occhi sul potere eser­ci­tato dalle imprese dell’high-tech, sull’uso della Rete da parte dei governi nazio­nali per con­trol­lare le comu­ni­ca­zioni dei cit­ta­dini, ridotti a sud­diti di un potere che non tol­lera forme di dis­senso e alte­rità rispetto il pen­siero dominante.

    Descritto come un teo­rico con­ser­va­tore, pri­vi­le­gia invece un «libe­ra­li­smo radi­cale» come back­ground per cri­ti­care i mono­po­li­sti della Rete e della deci­sione politica.

    Ma le sor­prese che lo stu­dioso bie­lo­russo non fini­scono con la pub­bli­ca­zione di due pam­phlet. Uno è dedi­cato alla mitiz­za­zione di Steve Jobs come cam­pione di inno­va­zione (Con­tro Steve JobsCodice edi­zioni) e Inter­net non sal­verà il mondo (Mon­da­dori), j’accuse con­tro i tec­no­crati del web.

    Moro­zov radi­ca­lizza infatti la sua posi­zione e comin­cia ad usare un les­sico mili­tante, nel quale sono forti gli echi della cri­tica mar­xiana al capi­ta­li­smo. In una inter­vi­sta alla «New Left Review e in un arti­colo scritto per «Le Monde Diplo­ma­ti­que», arriva a pro­porre, pro­vo­ca­to­ria­mente, l’espropriazione dei Big Data e la neces­sità di una rin­no­vata teo­rica cri­tica del capi­ta­li­smo neoliberale.

    Full text of my FT oped on what safe har­bor deci­sion means for “tech­no­lo­gi­cal sove­rei­gnty” http://t.co/VutSTiKc5V pic​.twit​ter​.com/​o​Q​s​I​4​w​0​KtT

    — Evgeny Moro­zov (@evgenymorozov) Octo­ber 9, 2015

    Moro­zov sarà ospite oggi a Torino di due seminari.

    Il primo è alla scuola Hol­den (ore 11), il secondo è pre­vi­sto invece per oggi pome­rig­gio a Set­timo Tori­nese come ante­prima del «Festi­val dell’innovazione e della scienza» che ini­zierà il 19 otto­bre. L’incontro di oggi pome­rig­gio, invece, orga­niz­zato da Codice edi­zioni e dal Nexa Cen­ter for Inter­net & Society — Poli­tec­nico di Torino, vedrà Moro­zov dia­lo­gare con Luca de Biase (gior­na­li­sta del Sole 24 ore) e il giu­ri­sta Carlo Blengino.

    In un recente sag­gio ha scritto che occorre odiare Sili­con Val­ley. Per­ché dob­biamo odiare la «valle del Silicio»?

    La ragione prin­ci­pale per odiare la Sili­con Val­ley è sem­plice: i ragaz­zotti che vi lavo­rano si sen­tono degli intoc­ca­bili e le imprese che hanno la loro sede lì si amman­tano di non so quale manto di uma­ni­ta­ri­smo nobile. In realtà sono le imprese più rapaci che si pos­sono incon­trare. Molto più di molte che ope­rano a Wall Street. Ho matu­rato que­sto punto di vista negli ultimi tre anni. Ho però con­sta­tato che è molto dif­fi­cile tro­vare uomini e donne che si pon­gano dubbi e domande sull’operato delle imprese tec­no­lo­gi­che della Sili­con Val­ley. Que­sta dif­fi­coltà è dovuta al fatto che quelle stesse imprese rie­scono a imporre alla discus­sione pub­blica una rap­pre­sen­ta­zione del loro ope­rato indi­scu­ti­bile: chi fa domande o esprime dubbi sul loro ope­rato è dipinto come un oscu­ran­ti­sta. I miei scritti, ad esem­pio, sono stati liqui­dati come l’espressione di un tec­no­fobo che vive nelle fore­ste per­ché odia la moder­nità. A nes­suno, però, ver­rebbe in mente di squa­li­fi­care in que­sto modo le mie posi­zioni se, ad esem­pio, cri­ti­cassi Wall Street o le com­pa­gnie petrolifere.

    Alcuni anni fa, Eric Sch­midt, uno del trium­vi­rato a capo di Goo­gle, ha detto, con fare pro­fe­tico, che la Sili­con Val­ley e società come Goo­gle rap­pre­sen­tano l’essenza del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo con­tro il quale è vana ogni forma di pro­te­sta e oppo­si­zione. È venuto però il tempo di affron­tare seria­mente, e con one­stà intel­let­tuale, la posi­zione di Eric Schmidt.

    La Sili­con Val­ley è un un feno­meno sociale, eco­no­mico e poli­tico emerso in una par­ti­co­lare con­giun­tura nella sto­ria del neo­li­be­ra­li­smo, quella che vede dispie­garsi pro­cessi di pri­va­tiz­za­zione e deregulation.

    È solo par­tendo da que­sto pri­ma­rio ele­mento che pos­siamo com­pren­dere e aiu­tare a far com­pren­dere che Goo­gle, Face­book e le tan­tis­sime star­tup for­mate e spesso fal­lite nella Sili­con Val­ley non sono com­po­ste da per­sone disin­te­res­sate, altrui­ste, bene­vole. Sono ragaz­zotti che hanno lavo­rato inten­sa­mente per cam­biare i rap­porti di potere nella società, ren­den­doci più dipen­denti, ostag­gio delle imprese di quanto acca­desse in pas­sato. L’esito del loro ope­rato è una com­pleta e radi­cale finan­zia­riz­za­zione di ogni aspetto della vita quo­ti­diana. Que­sto è il sot­tile e tut­ta­via più peri­co­loso fat­tore che emerge con lo svi­luppo della Sili­con Valley.

    Penso che que­sta sia la strada obbli­gata per svi­lup­pare una cri­tica pun­tuale del ruolo svolto dalla tec­no­lo­gia nel ridi­se­gno dei rap­porti di potere, a favore delle imprese, va da sé, nella società.

    Lo slo­gan ini­ziale di Goo­gle era «don’t be a devil», non essere il dia­volo. Per molti, invece la società di Moun­tain View è pro­prio un dia­volo per­ché si appro­pria dei nostri dati per­so­nali per fare affari. Per altri, invece, que­sta espro­pria­zione è il prezzo da pagare per usare gra­tui­ta­mente un buon motore di ricerca che faci­lita la nostra vita in Rete. Quale è il suo punto di vista?

    Parto da una con­sta­ta­zione. In poco più di un decen­nio si sono for­mate delle imprese glo­bali che hanno con­qui­stato posi­zioni di potere, eco­no­mico e non solo, su scala glo­bale. Goo­gle è una di que­ste imprese glo­bali. Per i sin­goli, l’elemento impor­tante è che pos­sono usare il suo soft­ware e i ser­vizi gra­tui­ta­mente, senza sof­fer­marsi sul fatto che con­di­vidi con una società pri­vata molti dati per­so­nali sen­si­bili. Il suo modello di busi­ness è molto astuto e all’apparenza «inno­cente», ma non lascia molti mar­gini di manovra .

    Nes­suno in Europa, a dif­fe­renza di quanto invece è acca­duto in Rus­sia, Cina e alcuni paesi dell’America latina, ha mai lavo­rato seria­mente per svi­lup­pare società e modelli di busi­ness che ridu­ces­sero la dipen­denza dal potere di Sili­con Val­ley nel pla­smare le nostre vite. Que­sto non è dovuto a un approc­cio inge­nuo verso la tec­no­lo­gia, quanto a una certa inge­nuità euro­pea verso l’«impero americano».

    Solo così si spiega, ad esem­pio, il con­senso di molti paesi euro­pei al Ttip: con­senso che rimuove qual­siasi ana­lisi sulle impli­ca­zioni geo­po­li­ti­che, «impe­riali» e tec­no­lo­gi­che del trattato.

    La Rete è anche una tec­no­lo­gia del con­trollo. È usata dagli stati nazio­nali per spiare e con­trol­lare i cit­ta­dini. È altresì usata dalle imprese per rac­co­gliere, ela­bo­rare e «impac­chet­tare» infor­ma­zioni sen­si­bili per essere ven­dute. Potremmo dire che gli stati nazio­nali e le imprese hanno dato vita a un com­plesso militare-digitale, che si affianca a quello militare-industriale. Costi­tui­sce, anch’esso, un peri­colo per la democrazia?

    Parto dalla con­vin­zione che la Natio­nal Secu­rity Agency e l’intelligence mili­tare sta­tu­ni­tense sono molto con­tenti, se non felici del ruolo svolto dalle società tec­no­lo­gi­che. Il potere occulto che abbiamo chia­mato com­plesso militare-industriale non è scom­parso e  quello che vediamo in azione è una sua evoluzione.

    Non è certo pro­dut­tivo fare pro­fe­zie sul futuro, ma alcune ipo­tesi sui rap­porti tra imprese e intel­li­gence sono utili per capire come si sta strut­tu­rando uno «stato di sicu­rezza nazio­nale» che ha come archi­trave pro­cessi di pri­va­tiz­za­zione e di con­cen­tra­zione monopolista.

    Fac­cio un esem­pio: c’è un paese dove la comu­ni­ca­zione avviene attra­verso una infra­strut­tura di pro­prietà pub­blica, che garan­ti­sce affi­da­bi­lità, riser­va­tezza, ano­ni­mato. L’intelligence di quel paese ha già il mate­riale con il quale lavo­rare, visto che l’accesso ai dati è pre­vi­sto se viene invo­cata la sicu­rezza nazio­nale. Può acca­dere che quella infra­strut­tura venga poi pri­va­tiz­zata e acqui­sita da una impresa. I dati per­so­nali sono così nelle mani dell’intelligence e delle imprese pri­vate. È quello che è acca­duto in molte parti del pianeta.

    La pri­vacy è un diritto uni­ver­sale, dicono giu­ri­sti e atti­vi­sti. Ma la pri­vacy è anche un busi­ness cre­scente nella Rete. I ric­chi, viene soste­nuto, pos­sono acqui­stare ser­vizi e soft­ware che garan­ti­sce la loro pri­vacy, i poveri no. Cosa nel pensa?

    La logica del capi­ta­li­smo neo­li­be­rale è tra­sfor­mare ogni cosa in merce. E que­sto vale anche per la privacy.

    Finora il discorso sul diritto alla riser­va­tezza era rele­gato al campo giu­ri­dico o alle norme che rego­lano le rela­zioni tra gli Stati. Le rive­la­zioni di Edward Sno­w­den hanno fatto molto scal­pore, ma non hanno avuto grandi effetti, né aggiunto molto a ciò che era noto.

    La logica del capitalismo neoliberale è trasformare ogni cosa in merce. E questo vale anche per la privacy.

    Ciò è dovuto al fatto che Sno­w­den non ha mai dimo­strato una dispo­ni­bi­lità a cri­ti­care il capi­ta­li­smo o la poli­tica di potenza degli Stati Uniti. Ele­mento, quest’ultimo, pre­sente anche in Julian Assange. In ogni caso l’affaire Sno­w­den è sem­pre stato affron­tato su un piano pre­va­len­te­mente giu­ri­dico. Non è mai emerso nella discus­sione pub­blica nes­sun accenno alla strut­tura mono­po­li­stica del capi­ta­li­smo, né è stato messo a fuoco il pro­cesso di pri­va­tiz­za­zione in atto.

    Sno­w­den d’altronde non è molto inte­res­sato di chi è la pro­prietà e come opera l’infrastruttura della comu­ni­ca­zione. Essendo un liber­ta­rio, potrebbe anche mani­fe­stare sen­ti­menti posi­tivi verso il fatto che le imprese della comu­ni­ca­zione siano pri­vate invece che statali.

    D’altronde, i liber­tari ame­ri­cani sono indif­fe­renti al tema delle forme di pro­prietà. Sono por­tati a rap­pre­sen­tare i governi nazio­nali come aste­roidi distinti e sepa­rati da quelli delle imprese pri­vate. Nulla dicono dei mono­poli, delle rela­zioni tra lo stato e il mercato.

    Non sono dun­que sor­preso che il tema della sor­ve­glianza, della pri­vacy non con­tem­pli mai la mer­ci­fi­ca­zione della vita o la pri­va­tiz­za­zione dei beni pub­blici. Eppure a Ber­lino ci sono decine e decine di start up, alcune delle quali senza fini di lucro, che stanno svi­lup­pando app di qua­lità per la tutela della pri­vacy in Rete.

    Non sono così inge­nuo da cre­dere che il capi­ta­li­smo neo­li­be­rale sarà scon­fitto da una appli­ca­zione per la Rete, così come non credo che le poli­ti­che di auste­rità pos­sano essere con­tra­state svi­lup­pando una app.

    Ritengo più rea­li­stico imma­gi­nare lo svi­luppo di movi­menti sociali con una auto­noma pro­po­sta poli­tica e ana­lisi eco­no­mica sulle dina­mi­che che hanno por­tato a que­sto tipo di capi­ta­li­smo. È così infatti che si pos­sono indi­vi­duare delle solu­zioni e un supe­ra­mento di que­sto stato di cose, com­presa anche la difesa della privacy.

    In recenti inter­venti e inter­vi­ste lei ha affer­mato che i Big data dovreb­bero essere socia­liz­zati. Ci sono echi di poli­ti­che socia­li­ste di nazio­na­liz­za­zione in que­sta posi­zione. Vuol dire che lo spet­tro del comu­ni­smo si può aggi­rare nuo­va­mente nel mondo?

    Non sono inte­res­sato a discu­tere se il comu­ni­smo è morto o se sta risorgendo.

    Pongo solo il pro­blema di come resti­tuire le infor­ma­zioni per­so­nali che sono andate a costi­tuire i Big Data. Ho posto il pro­blema cioè della loro pro­prietà e della mer­ci­fi­ca­zione dei dati personali.

    Occorre cioè imma­gi­nare modelli di gestione alter­na­tivi al dogma domi­nante neo­li­be­rale. Que­sto sia a livello nazio­nale, ma anche sovra­na­zio­nale. È la par­tita attorno ai Big Data che occorre gio­care. E si deve andare in campo con la giu­sta pre­pa­ra­zione e un’adeguata strategia.

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