Il gioco vale la trivella?

Segnalato da Barbara G.

A quanto pare, persino alcuni esponenti delle principali compagnie petrolifere stanno mettendo in discussione l’opportunità (e l’economicità) di continuare basare le strategie energetiche sui combustibili fossili, mentre in Italia le attività di trivellazione sono considerate “strategiche” sulla base del decreto Sblocca Italia. Riporto di seguito alcuni contributi ed analisi nei quali si “fanno le pulci” alla strategia (?) energetica del nostro governo (minuscolo non casuale).

Buona lettura

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#NoTriv, per un nuovo sistema energetico

Di Stefano Catone – possibile.it, 13/08/2015

La mobilitazione #NoTriv, contro le concessioni che il decreto Sblocca Italia fa alle trivellazioni, sta scaldando l’agosto italiano. Ad essa si saldano altre questioni, dalle autostrade agli inceneritori, che rendono evidente il disegno strategico tracciato dal governo Renzi. Un disegno strategico all’avanguardia, se fossimo negli anni ’50. Forse.

Per quanto riguarda la strategia energetica, in particolare, abbiamo dialogato con Vincenzo Balzani, professore emerito presso l’Università di Bologna, che, dati alla mano, ci ha spiegato come questa scelta – e tutto lo schema argomentativo a sostegno – sia semplicemente sbagliata.

(Al termine dell’intervista potete scaricare un documento molto dettagliato prodotto dal prof. Balzani e da altri studiosi).

Professor Balzani, partiamo da un’analisi dello scenario macro. Qual è il contesto internazionale in campo energetico? Quali prospettive si stanno delineando?

Un dato certo dal quale partire è 80%. Il fabbisogno energetico mondiale è soddisfatto, infatti, per l’80% da combustibili fossili, cioè da risorse non rinnovabili, destinate a diminuire e a esaurirsi, il cui consumo produce anidride carbonica, un gas serra: il principale responsabile dei cambiamenti climatici. La buona notizia è che la quasi totalità della comunità scientifica è d’accordo con questa analisi, ed è ormai chiaro a molti – se non a tutti – che è necessario abbandonare questo sistema il più presto possibile, attuando una transizione che ci porterà verso l’utilizzo massiccio di fonti rinnovabili, in particolare energia solare.

Ci sta dicendo che un sistema energetico fondato sulle energie rinnovabili è praticabile nei fatti? Non sarà la solita storiella che raccontano «quattro comitatini» ambientalisti?

È diffusa la credenza secondo la quale le energie rinnovabili siano risorse “di nicchia”, cose con cui divertirsi. E invece sono sufficientemente abbondanti per soddisfare tutti i bisogni energetici. Se c’è un collo di bottiglia questo non è assolutamente la disponibilità di tali risorse ma, semmai, la loro conversione. Trasformare l’energia solare in calore o elettricità, infatti, comporta la produzione di strumenti, e quindi l’utilizzo di materiali da estrarre dalla terra: anche questi non sono infiniti. Ecco perché la prima cosa da fare per avviare la transizione è ridurre i consumi energetici – il 10% sarebbe un ottimo risultato -, che non significa tornare all’età della pietra, ma efficientare gli edifici, promuovere il trasporto pubblico, privilegiare il trasporto su ferro rispetto a quello su gomma, adottare comportamenti consapevoli.

La transizione energetica, in Italia, sembra un miraggio. Come se la passano nel resto del mondo?

A diverse velocità, la transizione verso un altro modello energetico è un fenomeno che sta prendendo piede in tutto il mondo. Ci sono degli ostacoli che determinano le diverse velocità, a partire dal fatto che dietro ai combustiibili fossili si concentrano interessi giganteschi, nelle mani di persone che spostano enormi capitali.

Detto questo, l’Unione Europea ha assunto dei buoni impegni, come quello di portare la quota di energie rinnovabili utilizzate all’80% del totale entro il 2050. Negli Stati Uniti abbiamo appena visto l’impegno assunto da Obama. Così come in Cina (accusata di aver sviluppato numerosissime centrali a carbone, ma bisogna ricordare che il consumo energetico pro capite in questo paese è un terzo di quello degli Stati Uniti) le rinnovabili stanno facendo progressi notevoli, sia sufficiente pensare che l’eolico ha superato il nucleare.

E in Italia, a che punto siamo?

L’Italia è in una buona posizione, se pensiamo che circa il 40% dell’energia proviene da idroelettrico, eolico e fotovoltaico. Il problema, però, sta diventando politico, nel senso che stiamo imboccando una strada che comprometterà la nostra strategia energetica per i prossimi venti o trent’anni: Renzi è andato alle Nazioni Uniti per ribadire il nostro impegno in questo campo, poi è tornato in Italia per autorizzare le trivellazioni. Non si può ripartire con le trivellazioni: non servono nemmeno per gestire il presente, perché i pozzi ce li tireremo avanti per venti e trent’anni, ipotecando il futuro energetico. E’ una cosa molto grave.

Ci dicono che senza trivellazioni non c’è futuro, che sono fondamentali per la crescita economica. È davvero così?

Cercare le ultime quattro gocce di petrolio nel nostro Paese è un esercizio poco utile e dannoso. In primo luogo perché è poco, appunto. Se estraessimo tutto il petrolio e tutto il metano che si trova sul nostro territorio, questo basterebbe per coprire il fabbisogno energetico italiano per poco più di un anno.

Quanti posti di lavoro potrebbero crearsi investendo nell’industria petrolifera?

Relativamente pochi, se pensiamo che l’industria del petrolio e del metano è a forte intensità di capitale, ma genera pochi posti di lavoro. Ma soprattutto teniamo conto di altri due fattori: investire in rinnovabili vuol dire investire nell’industria manifatturiera italiana, perché – come dicevamo – sono necessarie macchine per convertire l’energia. E l’industria manifatturiera è la nostra industria. In secondo luogo, riusciamo solo a immaginare quali danni potrebbe provocare un incidente in un mare come l’Adriatico? Sarebbe la fine per il turismo, che invece rappresenta una fonte sicura di reddito.

Cosa pensa della strategia referendaria?

Penso che possa essere vincente: abbiamo l’esempio del nucleare. Su questi temi le persone si mobilitano, perché sono coscienti che c’è in gioco il proprio futuro e quello dei propri figli.

Per chiudere, quali consigli possiamo dare, per dare il via, anche nel nostro piccolo, alla transizione verso un nuovo sistema energetico?

La prima operazione che dobbiamo fare è di tipo culturale: ognuno deve essere consapevole del fatto che stiamo parlando del futuro nostro e del pianeta. E che si può agire localmente – riqualificando gli edifici, pensando a un’altra mobilità -, pur tenendo presente che la sfida è globale. In questo senso possiamo anche dire che le energie rinnovabili sono più democratiche: si trovano in tutto il mondo, sono a disposizione di tutti. Non sono concentrate nelle mani di pochi, con le conseguenze internazionali che ben conosciamo.

Scarica il documento redatto dal prof. Balzani e dagli altri studiosi del gruppo energiaperlitalia.it

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Trivelle: 10 Regioni depositano 6 referendum

Ansa.it, 30/09/2015

I rappresentanti dei Consigli regionali di dieci Regioni – Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise – stanno depositando in Cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni entro le 12 miglia e sul territorio.

Capofila dell’iniziativa è la Basilicata. I sei quesiti chiedono l’abrogazione di un articolo dello Sblocca Italia e di cinque articoli del decreto Sviluppo. Questi ultimi si riferiscono alle procedure per le trivellazioni. Su cinque articoli oggetto dei quesiti referendari presentati stamani in Cassazione dai dieci Consigli regionali, è attesa anche la decisione della Consulta che si pronuncerà da gennaio ad aprile sulla questione trivellazioni.

“Chiediamo che non ci siano trivellazioni entro le 12 miglia e che siano ripristinati i poteri delle Regioni e degli enti locali mettendo inoltre i cittadini al riparo dalla limitazione del loro diritto di proprietà perché, ad esempio, un articolo dello ‘Sblocca Italia’ prevede che per 12 anni sia concesso il permesso di ricerca sui terreni privati alle società estrattrici”. Lo sottolinea il presidente della Basilicata, Pino Lacorazza, presentando i quesiti antitrivelle in Cassazione.

“Nella nostra Regione, la Basilicata – ha spiegato il presidente Pino Lacorazza – abbiamo già la presenza di 70 impianti di trivellazione: non è che siamo affetti dal ‘nimby’, ossia che non vogliamo ‘sporcare il nostro giardino e spostare il problema in quello degli altri, ma crediamo che la politica energetica dell’Italia debba raccordarsi con l’Unione europea, che non può soltanto occuparsi di moneta e burocrazia”. Ad avviso di Lacorazza, “più che fare altre trivellazioni, il nostro Paese deve limitare i consumi energetici e arrivare alla piena efficienza energetica costruendo diversamente gli edifici e ammodernando quelli già esistenti”. In proposito, Lacorazza ha ricordato i buoni risultati ottenuti con gli “ecobonus, che in questo settore hanno funzionato”.

“E’ la prima volta che dei quesiti referendari sostenuti dai Consigli regionali vengono presentati da dieci Regioni, che rappresentano il doppio del quorum richiesto”. Lo ha detto il presidente della Basilicata, Pino Lacorazza, depositando in Cassazione sei quesiti ‘anti Trivelle’ e aggiungendo che “anche la Sicilia e la Lombardia hanno dimostrato di apprezzare la nostra iniziativa e l’Emilia Romagna ha detto ‘no’ ma Bonaccini ha detto che approva la ‘carta anti trivelle di Termoli'”, ha aggiunto Lacorazza.

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Petrolio, referendum e Sblocca Italia: il gioco vale la trivella?

di Angelo Romano – valigiablu.it, 17/10/2015

Articolo in partnership con i quotidiani locali del gruppo Espresso.

Ha collaborato Antonio Scalari , contributi di Andrea Colasuonno, Francesco Dondi, Ilaria Bianchini, Pietro Dommarco, Riccardo De Cristiano, Sergio Ferraris, Tiziana Bisogno.

L’articolo intero, con immagini e grafici, lo trovate QUI. E’ suddiviso nei seguenti capitoli:

  1. Referendum: i sei quesiti presentati dalle Regioni
  2. Una questione di metodo: le competenze tra Stato e Regioni
  3. Una questione di merito: le ricerche di idrocarburi sono “opere strategiche, urgenti e indifferibili”?
  4. Gli idrocarburi in Italia
  5. Il fabbisogno e la speranza del raddoppio della produzione
  6. Le Royalties fanno la felicità?
  7. La qualità del petrolio
  8. L’impatto ambientale: il rischio subsidenza
  9. La tecnica air-gun
  10. Il gioco vale la trivella? Per noi no, ecco perché
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25 comments

  1. “Mi chiede di Renzi? È riuscito dove Craxi e Berlusconi non riuscirono: ha ucciso i comunisti”
    dice Cicchitto.

    Renzi stesso lo potrebbe dire specificando però che lui non ha ucciso nessuno, ma ha democraticamente permesso l’eutanasia. 🙂

    1. C’è De Luca e De Luca

      “Io sono stradaccordo sull’eliminazione della tassa sulla prima casa, anche per ville e case di lusso perché continuo a far notare che anche le case di lusso vengono costruite dagli operai e non solo le case popolari”

      “Aldilà del mio trascurabile caso personale, considero l’imputazione contestata un esperimento, il tentativo di mettere a tacere le parole contrarie. Confermo la mia convinzione che la linea sedicente ad Alta Velocità va intralciata, impedita e sabotata per legittima difesa del suolo, dell’aria e dell’acqua”. Sabotare, verbo nobile e democratico pronunciato e praticato da Gandhi e Mandela con enormi risultati politici”.

        1. Tutti in fila alla ricerca di un nuovo Celeste, finora sono in 16 + De Luca 17. Speriamo decidano di sedersi tutti allo stesso tavolo sotto l’albero della vita ….. vedi mai …… in autunno.

      1. Tutto sommato è bene che, entro certi limiti, le persone dicano anche delle castronate. Le rende più umane ed evitiamo di costruirci dei miti.
        Tra l’altro De Luca ha anche il difetto di mostrare a volte, forse involontariamente?, un concezione un tantino esagerata di sé stesso. Anche in questa occasione.

          1. Ci sono cascato. Troppa fretta. Ho pensato che entrambe le frasi fossero attribuibili allo stesso De Luca, lo scrittore. Comunque riconfermo il concetto. Solo Dio e Renzi non dicono mai stupidate, almeno secondo i credenti.
            Quanto al concetto un po’ esagerato di sé stesso, l’ho percepito a volte (saranno solo modi espressivi?) in De Luca scrittore.

            1. beh, de luca è bravissimo, ma non sono solo modi espressivi. d’altronde, difficile chiedere modestia a un artista (con o senza apostrofo). e su de luca conosco anche una storiella poco edificante. ma il processo era ovviamente un’assurdità (ah, questa magistratura… 😉 )

            2. De Luca per me….. È sempre quello che ha circa 55anni ha liberato una via di 8a (o forse qualcosa di più) alla grotta dell’argonauta. Sperlonga.
              Come scrittore, per quel pochissimo che ho letto…fa un po’troppo l’artista compiaciuto per le sue parole (mia sensazione). Ma qui… Per carità….
              Che poi…non mi pare sia reato dissentire, almeno per il momento. Ci sono cose invece che sono veramente reato e nessuno si sogna di mandare avvisi di garanzia. Quando proveranno a processare qualcuno di cadapound per ricostituzione del partito fascista?

              1. Credo meriti di essere ricordato chi ha denunciato lo scrittore: “l’avvocato Alberto Mittone, legale di Ltf, la società italo-francese che si è occupata del progetto e delle opere preparatorie della Torino-Lione”

                Prima o poi bisognerà che qualcuno metta mano a una normativa sulle ‘denunce temerarie’.

                Come vanno le cose, bisogna dare ragione a L.Ron Hubbard, fondatore di Scientology:
                ” Lo scopo di una causa legale è molestare e scoraggiare, piuttosto che vincere. La legge può essere facilmente usata per molestare e sufficienti molestie contro chi è semplicemente e comunque sul lato più debole […] saranno generalmente sufficienti a causare il suo decesso professionale. Se possibile, naturalmente, rovinateli del tutto”.

                Non riesce sempre, per fortuna. Ma spesso sì.

                  1. A proposito di cause legali. Ho sentito di una class action dei grandi azionisti Volkswagen per 50 miliardi (Euro? Dollari?) contro la società.
                    Sbaglio o questi stanno facendo causa a sé stessi?

  2. OMBRINA MARE.
    Facciamo un po’ di chiarezza. Il progetto petrolifero “Ombrina mare” è alle battute finali. E non si può chiedere ora, nell’ottobre del 2015, che il diritto risolva un problema che la politica non ha saputo risolvere in tutti questi anni: dieci anni; anzi di più: dal 2001, quando fu varata la legge obiettivo.
    Non si può chiedere oggi al diritto di portare sulle sue spalle il peso della responsabilità politica di una classe dirigente, che in tutto questo tempo non ha saputo che pesci pigliare.
    Il diritto è quel che è e fa quel che può, consapevole dei propri limiti rispetto ad un problema tutto politico. Ora che siamo alle battute finali e che lo scontro istituzionale si è acuito, la bacchetta magica non ce l’ha nessuno. C’è solo il meno peggio, non c’è il meglio. Nessuno si illuda. L’unica strada che resta da tentare è quella del referendum, che andrebbe ad abrogare i progetti petroliferi che non hanno trovato ancora realizzazione. E tra questi quello relativo ad “Ombrina mare”. Ma perché il referendum possa andare a buon fine occorre “metterlo in sicurezza”, altrimenti – se e quando si andrà al voto nella prossima primavera (Corte costituzionale permettendo) – “Ombrina mare” non potrà essere più bocciata definitivamente: sarà già da tempo realtà. Per questo motivo, perché questo non accadesse, occorreva giocare l’unica carta possibile: approvare una legge regionale (illegittima), che avesse un unico obiettivo: “prendere tempo”. Molto probabilmente il Governo reagirà. Magari si limiterà ad impugnare la legge dinanzi alla Corte costituzionale; magari non si accontenterà di questo e deciderà di adottare un decreto-legge o chiederà ai suoi parlamentari di introdurre una piccola norma in qualche legge in corso di approvazione: un decreto-legge o una piccola norma che stabiliscano che “Ombrina mare” deve diventare realtà. Ma questo epilogo rischierebbe di esserci in ogni caso: anche qualora la Regione pensasse di intraprendere una strada diversa, come quella del parco marino (che solo uno sprovveduto può pensare che serva di per sé a risolvere il problema “Ombrina mare”) o quella di una proposta di legge da far approvare alle Camere (un autentico specchietto per le allodole). Ecco, è questa la lunga premessa che fa da sfondo alla richiesta di approvazione della legge regionale sul divieto di esercizio delle attività petrolifere entro le 12 miglia nel tratto di mare prospiciente la costa abruzzese. Perché – aprano bene le orecchie gli ornitologi del diritto – una legge regionale, sebbene illegittima, deve trovare comunque applicazione; e ciò fino a quando la Corte costituzionale non ne dichiari, appunto, l’illegittimità. Quindi, cari giornalisti e improvvisati costituzionalisti, prima di lanciare nell’etere le vostre cartucce a salve, abbiate almeno la decenza di aprire un qualsiasi manuale di diritto costituzionale. Così scoprireste che nessuno “appena varcata la soglia della facoltà di giurisprudenza” si sognerebbe di dirti “che per la gerarchia delle fonti una legge regionale non può modificare una legge nazionale così come un sindaco non può abolire con una ordinanza il reato di omicidio”.
    Il rapporto tra le leggi regionali e le leggi statali non si informa affatto al criterio gerarchico, bensì a quello della competenza. Lo sa chiunque abbia appena messo piede in una facoltà di diritto. E, al netto di qualunque altra iniziativa deciderà di intraprendere il Governo, che la Regione non avesse alcuna competenza a decidere con legge su “Ombrina mare” lo potrà stabilire soltanto la Corte costituzionale. E nessun altro.
    Enzo Di Salvatore

  3. “E’ tempo che la Regione Basilicata pensi alle strategie per chiudere la stagione delle attività petrolifere. I costi estrattivi ed impiantistici sono elevatissimi. A fronte della legittima richiesta dei territori delle migliori tecnologie per la sicurezza, e mi chiedo come sia possibile per le compagnie garantire la sostenibilità sia economica che ambientale con il barile ad un prezzo così basso’’.

    ’’In Basilicata si estrae a migliaia di metri di profondità, non è come estrarre petrolio dal deserto – aggiunge Lacicerchia – e sono molto elevati i costi per garantire la sostenibilità sulla diseconomicità che comporta questo genere di attività perché con il barile del petrolio a 35 euro non è più possibile fare utili. Oltretutto – sottolinea il sindaco di Craco – di pari passo vi è la riduzione di royalties e di compensazioni per la Regione e per i Comuni. Perciò, non lo dico da oggi, bisogna chiedersi se bisogna proseguire su questa strada e, per quanto mi riguarda, bisogna uscire da questa fase’’.

    “Il referendum va benissimo – dice Pino Lacicerchia – e mi auguro venga ammesso e inserito in calendario prima possibile. Ci batteremo per far valere le nostre regioni. Vanno abrogate assolutamente le norme che prevedono
    una nuova centralizzazione delle competenze, spogliando gli enti locali del loro ruolo. La sussidiarietà, invece, è la migliore forma di gestione di un territorio. Altrimenti – aggiunge il primo cittadino di Craco – si fa prima commissariare i Comuni e a far prendere le decisioni a funzionari del ministero, anziché far esporre i sindaci davanti ai cittadini’’.

    http://www.olambientalista.it/?p=40451

    1. traduzione:
      so’ trivellatore se mi pagano abbastanza

      del resto: hanno impestato isole e sud con le pale a vento. questi non hanno il problema del Nimby: han il problema di quanto ci si incassa a venderlo

      1. Si e no.
        Mi spiego.
        Le trivelle le hanno da una vita. Hanno toccato con mano quanto sia farlocco lo sviluppo portato localmente da queste attività, anche se c’è chi dice che in Italia si possono creare 40000 posti di lavoro. Non possono vendersela in termini elettorali, la gente non ci casca più.
        Inoltre i bilanci degli enti sono dopati dalle royalty, c’è da rimettere in discussione tutto il sistema

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