Condominio solidale

Modena, inaugurato condominio solidale. Per avere la casa bisogna aiutare i vicini

Lo stabile è stato ristrutturato dal Comune della Ghirlandina, in collaborazione con Acer Emilia Romagna, ed è costituito da 19 appartamenti in cui vivono altrettante famiglie o anziani soli e in difficoltà, selezionati, oltre che sulla base della loro situazione economica, anche per la disponibilità a favorire coesione e integrazione. Il sindaco Muzzarelli: “È un modello che privilegia le relazioni tra vicini, in un sistema in cui ciascuno ha il dovere di fare la propria parte occupandosi anche degli altri”.

di Annalisa Dall’Oca – ilfattoquotidiano.it, 24 ottobre 2015

La regola è una, ma va rispettata: bisogna essere solidali nei confronti dei propri vicini di casa. Perché è sull’aiuto reciproco fra dirimpettai che si basa il condominio sociale, lo stabile di via Gottardi a Modena che il Comune della Ghirlandina, in collaborazione con Acer Emilia Romagna, ha inaugurato lo scorso 21 ottobre. Diciannove appartamenti in cui vivono altrettante famiglie o anziani soli e in difficoltà, selezionati, oltre che sulla base della loro situazione economica, anche per la disponibilità a collaborare. “All’atto pratico – spiega Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena – è un modello abitativo che privilegia le relazioni tra vicini, in un sistema in cui ciascuno ha il dovere di fare la propria parte aiutando gli altri”.

I compiti richiesti ai condomini di via Gottardi, quindi, riguardano sia la cura dello stabile, sia quella dei propri vicini di casa. Si va dall’occuparsi a turno delle zone comuni, all’aiutare gli anziani che abitano sullo stesso pianerottolo con le necessità quotidiane. O ancora, dall’apertura e il riordino dei locali del pianoterra utilizzati per attività di socializzazione, fino all’obbligo di garantire, a rotazione, una presenza continuativa nel condominio per poter intervenire in eventuali situazioni di bisogno, allertando con tempestività, in caso di necessità, medici curanti e 118.

Un esempio tra i primi in Italia, spiega il Comune, che introduce un elemento di novità: quello, appunto, di accostare agli anziani soli, famiglie disposte ad assisterli. L’amministrazione, per realizzarlo, ha deciso di riqualificare un edificio di proprietà pubblica rimasto vuoto per anni, in collaborazione con Acer. “Il risultato è che in via Gottardi vengono condivise le risorse personali tra i residenti in un’ottica di reciprocità – spiega Giuliana Urbelli, assessore cittadino al Welfare – mentre le fragilità, dovute all’isolamento e al senso di solitudine, possono divenire una risorsa grazie al tempo disponibile da dedicare agli altri”.

La gestione condominiale è in collaborazione con Acer, che si occupa degli interventi di manutenzione a carico della proprietà, del servizio di vigilanza dello stabile, della gestione condominiale e della riscossione dei canoni. “Tali canoni per gli anziani sono commisurati al reddito e partono da un minimo mensile di 50 euro, per chi percepisce fino a 600 euro”. Per quanto riguarda le famiglie, invece, l’affitto varia sulla base dell’Accordo territoriale del Comune di Modena, che riduce i canoni previsti del 30% per i genitori con due figli a carico, e del 40% per i nuclei più numerosi.

“Le famiglie che abitano oggi nel condominio – spiega l’amministrazione – sono 4, mentre gli altri appartamenti sono occupati da 12 persone in condizione di fragilità, di cui due coppie di anziani, otto persone anziane sole e una ragazza adulta”. I nuclei familiari residenti in via Gottardi sono stati scelti, partendo dalle liste d’attesa di Agenzia Casa, sulla base di diversi colloqui, “che ne hanno sondato la propensione e la motivazione a risiedere in un contesto particolare come il condominio solidale. “Si tratta di tre famiglie italiane e una di origine marocchina – spiega l’amministrazione – che è anche la più numerosa, con nonna e quattro figli, di cui due universitari e due adolescenti, che vivono con mamma e papà”.

Gli anziani del condominio sociale, invece, hanno avuto accesso agli alloggi (mini appartamenti privi di barriere architettoniche e adatti a utenti disabili) attraverso un bando dell’assessorato al Welfare del Comune: “Sono persone non completamente autosufficienti, ma comunque in grado di provvedere ai loro bisogni primari, la cui fragilità è soprattutto legata alla solitudine, alla mancata vicinanza di familiari o alla loro impossibilità a occuparsene”. Una sperimentazione, che però Modena spera di poter esportare anche al di fuori delle mura cittadine. “Sappiamo che intervenire sulle relazioni non è mai facile – precisa Urbelli – ma le famiglie che abitano qui sono molto motivate, e intenzionate a far funzionare al meglio questo modello di condominio in cui le persone si conoscono e si aiutano. Speriamo soprattutto che quest’esperienza funzioni da apripista per un nuovo tipo di welfare in grado di favorire la coesione e l’integrazione sociale”.

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73 comments

  1. sostituiamo una scatola d’acciaio con un condominio. se possibile un condominio sito a modena.
    poi al gatto andiamo a sostituire un gruppo di anziani e persone parzialmente autonome.
    all’interno del condominio si ponga, stando attenti che i residenti non possano toccarla, la seguente macchina infernale: alcune famiglie, in condizioni di bisogno, che, collegate a un contatore geiger, con all’interno del quale è posto il frammento di una qualche sostanza radioattiva, la cui decadenza aziona relais di un martello, che attivato romperà, in modo del tutto casuale:
    a. una fiala di solidarietà;
    b. una fiala di cianuro
    c. la maniglia che apre la porta della camera della pingon

    ps. rimettete il gatto all’interno del condominio.

    dopo aver lasciato indisturbato questo sistema, così come sopra descritto, cosa si troverà davanti l’osservatore che aprirà le porte del condominio?

    gatto vivo e anziani morti?
    anziani morti e gatto vivo?

    e la pingon? beh, non è possibile conosce contemporaneamente posizione e quantità di moto di una particella…..

  2. Colgo uno spunto offertomi da Antonella per riconsiderare la questione del progetto.
    Antonella dice che il lavoro va pagato e che in questo caso si richiede lavoro. E fin qui siamo d’accordo. Antonella afferma tuttavia che si tratta di lavoro non pagato. E qui non siamo d’accordo.
    La forma denaro non è il solo modo di corrispondere una remunerazione.
    Penso in particolare all’esercito e alle forze dell’ordine in qui, se le cose non sono cambiate di recente, una parte della remunerazione consiste, appunto, in un canone d’affitto agevolato in locali di proprietà dell’amministrazione.
    E’ abbastanza facile, ma troppo noioso per me, tradurre tutto in termini monetari.
    Ora, ammesso questo, non si tratta più di ragionare in termini di solidarietà, bensì di un lavoro pagato più o meno adeguatamente e più o meno adeguatamente controllato nella sua prestazione e sanzionato in caso di ‘assenteismo’.
    Credo che in questi termini, mettendo da parte questioni morali, diventi più facile ragionare.
    Credo.

  3. perché non provare a recuperare ciò che di buono c’era prima?
    Umanità

    vedo ora nello scorrimento veloce questo appunto di barbara (non ho molto tempo).
    sarebbe da scrivere per ore, e alcune cose sono già state dette, ma insomma… mi limito a dire che non esagererei. a volte il buon selvaggio ci fa dimenticare che c’erano anche, per dire, le buone selvagge, le squaw che dovevano sposare un marito scelto dai genitori, oppure la fame vera, per non dire di omosessuali o lesbiche, che non avevano vita facile.
    nelle montagne sopra casa dei miei sessanta, settanta anni fa lo stupro della figlia da parte del padre era normalità (sebbene limitato alle poche famiglie che vivevano così isolate). e così via. insomma, un pensierino ce lo farei.

    1. infatti ho parlato di quello che c’era di buono
      se è per quello si dice che dalle mie parti un grosso proprietario terriero pretendesse favori dalle novelle spose dei suoi dipendenti
      una specie di ius primae noctis (non so se è scritto giusto, ho fatto geometri…)

  4. faccio una piccola, modesta osservazione.
    spesso in questo blog si è parlato di “reti”, del fatto che la società, vista la crisi, si sarebbe salvata se le persone avessero ri-incominciato a collaborare, a scambiarsi favori….scambio non monetario ma di azioni. Su questo Lame ha sempre insistito molto
    E che cosa è S4A, di cui tutti abbiamo tessuto le lodi?.

    Ecco, per me questo è un modo par favorire la nascita di una rete.
    E’ un’occasione.
    mettere insieme persone con una determinata ATTITUDINE alla collaborazione

    ATTITUDINE è una parola chiave, requisito per poter entrare nel programma. Ma ho l’impressione che questa parola sia passata molto inosservata.

      1. a trento hanno aperto una casa dove trovano alloggio anziani e studenti universitari fuori sede, che hanno la possibilità di avere un alloggio a prezzo più basso del consueto

        a torino esistono esperienze simili

        tempo fa avevamo segnalato un altro caso di alcuni nuclei in difficoltà residenti nello stesso palazzo, che si aiutavano e avevano la stessa assistente (se non ricordo male non era una vera e propria badante, ma una assistente messa a disposizione dai servizi sociali…)

        di esempi ce ne sono tanti, se stanno prendendo piede evidentemente c’è convenienza da parte di tutti

        e c’è una convenienza non monetizzabile, che è la sensazione di non sentirsi soli, di avere qualcuno su cui contare

    1. Non capisco, mi spiace. Chi e’ che avrebbe l’attitudine? Come scegli chi ce l’ha o non ce l’ha? Cosa c’entra S4 dove chi partecipa lo fa su base volontaria. Qui stiamo parlando di un comune, che usa le tasse di tutti per fornire una casa a chi e’ in graduatoria sulla base di alcuni criteri, io trovo che questi criteri siano opinabili. Tutto qui. Non voglio convincere nessuno.

      1. allora, ricapitoliamo

        il comune ha una serie di alloggi popolari
        fra questi ce n’è UNO destinato a questo esperimento/progetto, chiamalo come ti pare

        le persone che vi accedono HANNO REQUISITI DI REDDITO (quindi comunque avrebbero diritto ad alloggio popolare), semplicemente viene fatta una graduatoria ulteriore, sulla base di colloqui e menate varie (avranno degli psicologi, suppongo, e faranno anche valutazione sulla base di altre informazioni sul nucleo familiare coinvolto). quelli che vengono selezionati sulla base di questi criteri, fra quelli che sono COMUNQUE in graduatoria per reddito, partecipano al progetto, gli altri vanno negli altri alloggi popolari

        dubito che nel comune siano così coglioni da mettere in un alloggio popolare gente che non ha diritto solo perché in un colloquio a domanda “prometti di aiutare la vecchina ad attraversare la strada?” questi rispondono “si, lo prometto, faccio il bravo”

        non trovi?

        è spreco di denaro pubblico? non credo. anzi, l’utilità c’è per tutti.
        -per chi vive in situazioni di fragilità, perché hanno un supporto ULTERIORE rispetto a quello dei servizi sociali
        – per chi da disponibilità a fare qualcosa che magari fa già altrove sotto altre forma, e magari riesce ad avere l’assegnazione dell’alloggio un po’ prima (o meglio, ha avuto, visto che le case se non ho capito sono già occupate)
        – per l’integrazione (nella fattispecie, una famiglia è straniera e con figli che comunque studiano , e magari possono essere da sprone per i loro conterranei)
        – per il comune, che magari riesce a gestire certe situazioni con più flessibilità

        a me non sembra

        inoltre…non so se di solito gli alloggi popolari hanno locali per svolgere attività in comune. anche quello ha il suo significato, secondo me, se nei non ci sono altri luoghi di ritrovo per anziani e non solo

        1. La commissione preposta, nominata con determinazione del Dirigente responsabile del Settore Politiche Sociali Sanitarie e Abitative, valuta le richieste pervenute. Punto.

            1. il problema (teorico) sta su quali requisiti prendi in considerazione.
              perché quelli stabiliscono se il modello è o no esportabile, se è in grado di reggere l’urto della quotidianità, e quali eventuali contromisure possono essere prese, e su che base.

              non va presa per forza come una stroncatura del progetto, ma come un dubbio legittimo, se vogliamo trarne qualcosa di più.

    2. è il motivo che ti spinge a partecipare che “ti” contestano boka ed antonella
      che venga fatto per un “tornaconto”, questo rende tutto il discorso viziato in principio
      non lo fai per coscienza sociale, per amicizia o per bontà, lo fai per un tornaconto, diventi un infermiere, un assistente sociale. Fai sicuramente del bene, ma fai il tuo lavoro, non “crei” una rete sociale.
      ed in parte la penso come loro
      di contro, penso che conoscere le persone, aiutarle, spesso crea un “ciclo virtuoso” che spero possa travalicare i limiti del progetto

  5. prima… adesso…

    prima, è vero esisteva una “rete” sociale più strutturata, ma era la società ad essere strutturata diversamente. Si veniva da una società dove pochi avevano la possibilità di muoversi, si viveva nel raggio di un paio di chilometri, non si andava in ferie, le risorse erano limitate per tutti (o per la maggioranza), era normale conoscere le necessità del vicinato e consuetudine darsi una mano, non perché eravamo più buoni ma perché più “vicini”

    adesso le cose che prima avevano un raggio di un paio di chilometri, hanno il raggio di pochi metri, la facilità di movimento ci fa conoscere molte cose lontane e ci fa dimenticare o non conoscere chi ci abita vicino. Non facciamo lo sforzo di conoscere il vicinato perché non ci è necessario, viviamo tranquillamente lo stesso. Non è essere più o meno buoni, abbiamo meno occasioni di contatto

    personalmente, mi capita spesso con i cugini di mia moglie, abitiamo in una bifamiliare e se qualcuno fa un lavoretto di manutenzione, non si ferma al suo lato lo estende a tutta la casa. Questa estate ho imbiancato il muretto esterno ed ho fatto entrambi i lati, lo scorso anno ho ricevuto lo stesso “regalo” per la ringhiera, il mio orto è “aperto” se hanno bisogno di qualcosa e cosi il loro. Se qualcuno fa un lavoro fuori, di norma si chiede se c’è bisogno di aiuto etc.
    non siamo da libro cuore, solo “ci conosciamo”.
    30 metri da casa mia, non so chi ci abita e siamo un paesino di 2000 abitanti scarsi. Ma il giorno prendo la macchina esco alle 8 e rientro alle 20, il sabato andiamo a far spesa al supermercato, non frequento la chiesa e neppure il circolo o il bar (visto che nn conosco quasi nessuno), forse qualcuno avrebbe bisogno di una mano, ma non lo so.

    trovo che sia barbara che boka (o antonella) abbiano delle ragioni, anche se la posizione di barbara (o del comune) mi sembra più un voler creare artificialmente qualcosa che solo se nasce in maniera naturale ha un senso.
    Anche se il messaggio “abbi cura degli altri e gli altri avranno curati te” è un messaggio positivo che vale la pena di sostenere.
    ma è la struttura della società che rende difficile attuarlo, non le persone prese singolarmente

  6. Tessuto sociale…
    I miei nonni, mezzadri da scarpe bucate, vivevano in una società in cui la collaborazione e il mutuo soccorso erano le basi fondanti della propria economia… La mietitura, la vendemmia, l’olive etc etc vedevano una partecipazione di tutto il comprensorio agricolo, con il dare e avere ben alternato per le varie componenti, inoltre molte volte c’erano legali parentali… In una società così strutturata la cooperazione era nel DNA dei nostri antenati, anche quando si spostavano in altri luoghi e le terre via via venivano abbandonate… Oggi è una società individualista e competitiva in cui è bene per prima cosa ricordare e difendere diritti, vanno bene le buone intenzioni ma senza abbassare la guardia, l’uccello padulo e’ sempre in agguato

    1. I miei nonni avevano qualche appezzamento che lavoravano insieme agli operai / braccianti che chiamavano in aiuto (nelle foto i miei nonni a sessant’anni sembravano i miei a ottanta), i braccianti venivano pagati. Mia madre mi raccontava che mei periodi peggiori a loro non e’ mai mancato il cibo, perche’ lo producevano, pero’ non avevano soldi. Durante la guerra arrivavano persone dalle citta’ per cambiare abbigliamento in cambio di generi alimentari. Non mi ha mai descritto una societa’ idilliaca, ma duro lavoro. Mio padre che veniva da una situazione analoga, mi disse che si era dedicato allo studio anche perche’ si era reso conto che si trattava di una vita molto faticosa. Il padre aveva vinto un concorso in comune in epoca fascista, senza averne la tessera, lo avevano escluso per questo, ma lui aveva fatto causa e avevano dovuto assegnargli posto. Aveva un mezzadro per un suo piccolo appezzamento di terreno. Non capisco la nostalgia per uno ieri duro e faticoso piu’ di oggi e dove non mi risulta che i rapporti sociali fossero migliori di oggi. Certo noi oggi compiamo delle scelte, probabilmente sbagliate e forse di e’ dbagliato anche trent’anni fa, ma se ieri era vamo solidali come mai non abbiamo imparato niente da quelle esperienze?

            1. Sei tu con alcuni altri che ritornate sempre su questo tasto, io mi limito a ritenere che oggi non sia peggio di ieri e certamente non posso dimostrarlo, ma non vedo perche’ dovrei considerare la nostra societa’ peggiore, diversa con altri problemi, ma non peggiore.

              1. è diversa
                per certe cose meglio, per altre peggio.
                ma perché non provare a recuperare ciò che di buono c’era prima?
                Umanità
                ci si lamenta che non c’è più. e poi addosso a chi prova a riportarne un po’…
                perché poi ci lamentiamo se c’è chi vuole sparare ai barconi, mentre noi, nel nostro piccolo, per aiutare il vicino a portare la spesa vogliamo essere pagati.
                Per me il nocciolo della questione è questo. e mi scuso se insisto e posso sembrare noiosa…ma le opinioni degli altri se non concordano con le nostre possono essere noiose, è vero.
                Ma la solidarietà per me dovrebbe essere parte integrante del bagaglio della sinistra, soprattutto di una sinistra che si propone di migliorare concretamente la società
                La solidarietà non deve solo essere verso il profugo, ma verso chiunque è in difficoltà
                possiamo fare tutte le petizioni on line che vogliamo, partecipare alle raccolte fondi per le emergenze più disparate, dall’alluvione in liguria, a quella per il pastificio rummo, a quella per i migranti (c’è anche chi fa petizioni per Rossi, ma questo è un altro discorso)…ma se non sappiamo essere d’aiuto per chi ci sta vicino e che magari per pudore non sbandiera la sua condizione di disagio, allora per me c’è qualcosa che non va…

                1. La gente e’ piu’ solidale di quanto tu non pensi, ho visto cose che voi umani. La solidarieta’ imposta in cambio della casa non e’ solidarieta’

                  1. Scusami ma da quello che so io qui non c’e’ nessuna imposizione, le famiglie aiutanti fanno parte di un progetto, sono state selezionate fra tante ed hanno aderito a questa cosa. Poi sara’ da vedere ( e controllare) se effettivamente saranno solidali e che le richieste d’aiuto non travalichino certi limiti . (Ecco il punto i limiti , non so se sono stati concordati bene, scritti nero su bianco insomma, lo spero ).

      1. (come detto qualche giorno fa:) la solidarietà nasce più facilmente in condizioni di indigenza comune (e dove non si vedono rapide scappatoie).
        occorrerebbe passare dalla solidarietà per necessità a quella per scelta, ma ovviamente, ehm…

        sul fatto che il dare e l’avere fossero ben alternati, come dice marco sopra… ho dei dubbi. ho visto con i miei occhi la povertà contadina. vero è che l’entrata a gamba tesa della società dei consumi ha rovinato alcuni equilibri, e che il benessere ha portato con sé molto malessere (soprattutto nella fase di transizione). ora che guardo a quarant’anni di distanza le stesse famiglie contadine, oggi diventate borghese, con casa di proprietà, auto di proprietà, ditte proprie, indistinguibili dalle altre famiglie borghesi di ‘tradizione’… non so.
        poi il ricordo porta a edulcorare, e a rimpiangere quello che sappiamo non tornerà più (che è la gioventù, certo, ma anche alcune realtà, visioni, speranze).

        1. Il dare avere era strettamente legato a famiglie in eguali condizioni, cioè altri mezzadri, e chi ha vissuto la mezzadria sa quanto sia stronza… Il mio esempio era solo per ricordare come alcuni atteggiamenti e cooperazioni erano date da fatti contingenti alla struttura economica, se no torno ancora indietro e vado al passaggio da cacciatori/raccoglitori ad agricoltori con la scoperta del surplus che ha cambiato meglio rivoluzionato la società

  7. Intanto sarebbe già una gran cosa che fosse più solidale anche “il condominio transiberiano”, non intendo inneggiare al pensiero unico, ma ultimamante non facciamo che beccarci come polli di batteria.

    #gallinavecchia

      1. Non pretendo la calma piatta (per quanto ami molto l’atmosfera lacustre) ma mi è sembrato di sentire un aria “acrimoniosa” che non apprezzo.
        Se ho sbagliato, meglio così.
        (magari è che non ci… sento più tanto bene e ci vedo anche poco)

        #catorcio

        1. Cara Domizia, non so se tu ti riferisca al blog in generale o allo scambio ultimo tra me e Barbara. Da parte mia non c’è nessun tipo di risentimento e non prendo quasi mai niente sul personale (due tre volte dai tempi di Civati e mi sembra normale avendo superato il test di Turing). Credo che Barbara sia “passionale” nel difendere le sue opinioni ed abbia una reale voglia di cambiare le cose. Piuttosto il difetto è dalla mia parte anche se in realtà sono estremamente calmo anche quando mi incazzo sul serio, anzi più mi incazzo più divento “calmo”. Questioni di carattere (ivi compreso il training a colpi di sale sulle ferite aperte).
          Un abbraccio.

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