Month: ottobre 2015

Condominio solidale

Modena, inaugurato condominio solidale. Per avere la casa bisogna aiutare i vicini

Lo stabile è stato ristrutturato dal Comune della Ghirlandina, in collaborazione con Acer Emilia Romagna, ed è costituito da 19 appartamenti in cui vivono altrettante famiglie o anziani soli e in difficoltà, selezionati, oltre che sulla base della loro situazione economica, anche per la disponibilità a favorire coesione e integrazione. Il sindaco Muzzarelli: “È un modello che privilegia le relazioni tra vicini, in un sistema in cui ciascuno ha il dovere di fare la propria parte occupandosi anche degli altri”.

di Annalisa Dall’Oca – ilfattoquotidiano.it, 24 ottobre 2015

La regola è una, ma va rispettata: bisogna essere solidali nei confronti dei propri vicini di casa. Perché è sull’aiuto reciproco fra dirimpettai che si basa il condominio sociale, lo stabile di via Gottardi a Modena che il Comune della Ghirlandina, in collaborazione con Acer Emilia Romagna, ha inaugurato lo scorso 21 ottobre. Diciannove appartamenti in cui vivono altrettante famiglie o anziani soli e in difficoltà, selezionati, oltre che sulla base della loro situazione economica, anche per la disponibilità a collaborare. “All’atto pratico – spiega Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena – è un modello abitativo che privilegia le relazioni tra vicini, in un sistema in cui ciascuno ha il dovere di fare la propria parte aiutando gli altri”.

I compiti richiesti ai condomini di via Gottardi, quindi, riguardano sia la cura dello stabile, sia quella dei propri vicini di casa. Si va dall’occuparsi a turno delle zone comuni, all’aiutare gli anziani che abitano sullo stesso pianerottolo con le necessità quotidiane. O ancora, dall’apertura e il riordino dei locali del pianoterra utilizzati per attività di socializzazione, fino all’obbligo di garantire, a rotazione, una presenza continuativa nel condominio per poter intervenire in eventuali situazioni di bisogno, allertando con tempestività, in caso di necessità, medici curanti e 118.

Un esempio tra i primi in Italia, spiega il Comune, che introduce un elemento di novità: quello, appunto, di accostare agli anziani soli, famiglie disposte ad assisterli. L’amministrazione, per realizzarlo, ha deciso di riqualificare un edificio di proprietà pubblica rimasto vuoto per anni, in collaborazione con Acer. “Il risultato è che in via Gottardi vengono condivise le risorse personali tra i residenti in un’ottica di reciprocità – spiega Giuliana Urbelli, assessore cittadino al Welfare – mentre le fragilità, dovute all’isolamento e al senso di solitudine, possono divenire una risorsa grazie al tempo disponibile da dedicare agli altri”.

La gestione condominiale è in collaborazione con Acer, che si occupa degli interventi di manutenzione a carico della proprietà, del servizio di vigilanza dello stabile, della gestione condominiale e della riscossione dei canoni. “Tali canoni per gli anziani sono commisurati al reddito e partono da un minimo mensile di 50 euro, per chi percepisce fino a 600 euro”. Per quanto riguarda le famiglie, invece, l’affitto varia sulla base dell’Accordo territoriale del Comune di Modena, che riduce i canoni previsti del 30% per i genitori con due figli a carico, e del 40% per i nuclei più numerosi.

“Le famiglie che abitano oggi nel condominio – spiega l’amministrazione – sono 4, mentre gli altri appartamenti sono occupati da 12 persone in condizione di fragilità, di cui due coppie di anziani, otto persone anziane sole e una ragazza adulta”. I nuclei familiari residenti in via Gottardi sono stati scelti, partendo dalle liste d’attesa di Agenzia Casa, sulla base di diversi colloqui, “che ne hanno sondato la propensione e la motivazione a risiedere in un contesto particolare come il condominio solidale. “Si tratta di tre famiglie italiane e una di origine marocchina – spiega l’amministrazione – che è anche la più numerosa, con nonna e quattro figli, di cui due universitari e due adolescenti, che vivono con mamma e papà”.

Gli anziani del condominio sociale, invece, hanno avuto accesso agli alloggi (mini appartamenti privi di barriere architettoniche e adatti a utenti disabili) attraverso un bando dell’assessorato al Welfare del Comune: “Sono persone non completamente autosufficienti, ma comunque in grado di provvedere ai loro bisogni primari, la cui fragilità è soprattutto legata alla solitudine, alla mancata vicinanza di familiari o alla loro impossibilità a occuparsene”. Una sperimentazione, che però Modena spera di poter esportare anche al di fuori delle mura cittadine. “Sappiamo che intervenire sulle relazioni non è mai facile – precisa Urbelli – ma le famiglie che abitano qui sono molto motivate, e intenzionate a far funzionare al meglio questo modello di condominio in cui le persone si conoscono e si aiutano. Speriamo soprattutto che quest’esperienza funzioni da apripista per un nuovo tipo di welfare in grado di favorire la coesione e l’integrazione sociale”.

Il cibo che uccide

segnalato da Barbara G.

Festival della Fotografia Etica

Alicia Baja – Colonia Aurora, Provincia di Misiones.
Lucas Techeira ha tre anni ed è nato con l’ittiosi, una malattia della pelle che causa screpolature e secchezza. Il piccolo è conosciuto nella zona come “il bambino di cristallo”. Suo padre Arnoldo ha dovuto abbandonare il lavoro nelle piantagioni di tabacco quando è nato il figlio. Sua madre, Rosana Gaspar di 32 anni, durante la gravidanza utilizzava sempre il glifosato nel suo orto. Lucas è l’ennesima inerme vittima di un’emergenza umanitaria che in ‪#‎Argentina‬ colpisce 12 milioni di persone, un terzo della popolazione nazionale.
Gli scatti di “El costo humano de los agrotóxicos” (http://bit.ly/1JApy9P) documentano gli effetti devastanti dell’utilizzo delle colture geneticamente modificate e il conseguente impiego indiscriminato di diserbanti. L’autore, Pablo Piovano, sarà presente domenica alle 16:30 presso l’ex Chiesa di San Cristoforo di ‪#‎Lodi‬, in occasione dell’ultima giornata di ‪#‎FFE2015‬, per raccontare la genesi e lo sviluppo del suo fotoreportage. Un lavoro che mostra il tragico presente del Paese sudamericano, ma capace di porre anche scomodi interrogativi sul futuro della sicurezza alimentare globale.

Il velo alzato sul mondo dei morlock

segnalato da Andrea

di Benedetto Vecchi – ilmanifesto.info, 10/10/2015

Tempi presenti. «Il regime del salario», le analisi di un gruppo di ricercatori e attivisti raccolte in un volume. Dal jobs act al job sharing, la discesa negli inferi della condizione lavorativa. Dai quali uscire senza sperare in facili scorciatoie.

L’inferno degli atelier della produzione non è necessariamente un luogo dove ci sono forni accesi, rumori assordanti, caldo insopportabile e dove gli umani sono ridotti a bestie. Il lavoro può essere infatti svolto in ambienti lindi dove viene diffusa musica rilassante e piacevole; oppure in case dove la sovrapposizione tra vita e lavoro è la regola e non l’eccezione. L’immagine più forte del lavoro non è data certo da «Tempi moderni» di Charlie Chaplin. L’omino con baffetti, cappello e bastone risucchiato negli ingranaggi delle macchine rappresenta con lievità l’orrore della catena di montaggio. Strappa un sorriso di fronte la disumanità dell’organizzazione scientifica del lavoro. Ma la rappresentazione del lavoro non è viene più neppure dalla folla rabbiosa di Metropolis di Fritz Lang. Sono due film dove è presente l’imprevisto dell’insubordinazione, della rivolta. Ma in tempi di precarietà diffusa, occorre leggere le pagine o far scorrere i fotogrammi del film tratto dal libro di Herbert George Wells La macchina del tempo per avere la misura di come è cambiato il lavoro.

Il romanzo dello scrittore inglese è utile non tanto perché ci sono gli eloi, umani ridotti a ebeti che possono consumare di tutto in attesa di essere divorati dai morlock umani-talpa che vivono nel sottosuolo per produrre chissà cosa. La macchina del tempo è un testo significativo perché rappresenta una società che ha occultato gli atelier della produzione, li ha sottratti allo sguardo pubblico. Sono come le community gated delle metropoli: zone dove lo stato di eccezione – limitazione dei diritti e della libertà personale — è la normalità. Per gli attivisti e ricercatori del gruppo «Lavoro insubordinato» sono espressione di un regime che non conosce faglie distruttive e dove la crisi è la chance che il capitale ha usato per affinare e rendere più sofisticate, e dunque più potenti, le forme di assoggettamento e di compressione del salario del lavoro vivo. Lo scrivono in un ebook dal titolo programmatico Il regime del salario che può essere scaricato dal sito internet www.connessioniprecarie.org. Ha una introduzione di Ferruccio Gambino e saggi di Lucia Giordano, Isabella Consolati, Roberta Ferrari, Piergiorgio Angelucci, Eleonora Cappuccilli, Floriano Milesi e Francesco Agostini. Sono testi sulle nuove normative che regolano il rapporto di lavoro, dal Jobs Act, all’introduzione dei voucher, al job sharing. E se per il Jobs Act il lavoro critico è facilitato dalla mole di materiali usciti sulla legge varata in pompa magna dal governo di Matteo Renzi come panacea per la precarietà diffusa e la disoccupazione di massa, meno facile è invece restituire il valore performativo che le disposizioni sui voucher e il job sharing hanno per l’intero «regime del salario».

L’impianto analitico proposto è efficace e condivisibile. Più problematiche sono le proposte politiche avanzate nel volume. Non perché impossibili, ma perché problematica è la prospettiva indicata come necessaria: organizzare l’inorganizzabile, cioè quelle nuove figure del lavoro, disperse, frammentate, sempre più individualizzate. È con questa prospettiva che occorre fare i conti. Il limite che emerge dalle proposte avanzate è infatti il limite che si incontra quando si cerca di lacerare il velo che occulta il lavoro contemporaneo. Fanno dunque bene gli autori a nominarlo. Non ci sono infatti facili scorciatoie da imboccare.

Il mimetismo che paga

Il Jobs Act è ritenuta la forma giuridica che istituzionalizza la precarietà. Matteo Renzi e la sua squadra di governo hanno aggirato lo statuto dei lavoratori vigente, modificandone l’articolo 18 (quello sul licenziamento senza giusta causa), ma non si sono mai scagliati contro la «filosofia» garantista dello Statuto. Hanno mimetizzato l’obiettivo — rendere normale la precarietà — con la retorica di sviluppare forme di tutela per i giovani precari. Così facendo sono però riusciti a produrre consenso alla istituzionalizzazione della precarietà, visto che il Jobs Act permette il licenziamento e prevede forme di significativi sgravi contributivi per le imprese, motivando le misure come incentivi all’assunzione dei lavoratori a tempo determinato e dunque alla crescita occupazionale, cresciuta sopra il 10 per cento dopo il 2008 a causa della crisi economica globale. Che questo non sia accaduto è oggetto delle polemica politica quotidiana, con errori e omissioni da parte del Ministero del lavoro, come ha testimoniato e denunciato la ricercatrice Marta Fana sulle pagine di questo giornale. Nel volume di «Lavoro Insubordinato» viene però messo in evidenza un altro aspetto, meno presente nella discussione pubblica. Il Jobs Act ratifica anche la compressione salariale in auge da decenni in Italia. Precarietà e salari stagnanti sono inoltre le fondamenta della progressiva e tendenziale trasformazione del lavoro vivo in un esercito di working poor.

Ma queste, direbbero i soliti buon informati, sono cose note. Meno evidente è la diffusione dei voucher e del job sharing.

Sull’uso dei voucher poco si sa. Le recenti statistiche parlano di una crescita esponenziale del loro uso da parte delle imprese. Si tratta della possibilità da parte delle imprese di «assoldare» lavoratori e lavoratrici per brevi periodi, ma anche per poche ore in cambio di un voucher che può essere ritirato dal singolo in alcuni luoghi preposti. Si tratta di un’attivazione al lavoro – l’espressione tecnica parla di lavoro occasionale — che non prevede nessuna forma di regolamentazione della prestazione lavorativa. Il singolo, infatti, non ha un contratto o una forma di collaborazione codificati dal diritto del lavoro. È solo fissato un tetto economico – i voucher non possono superare la cifra dei 7mila euro l’anno per il singolo lavoratore – ma nulla più. È una delle forme più radicali di precarietà che sono state imposte al lavoro vivo. E contempla anche una colonizzazione del tempo di vita: il singolo deve essere pronto a lavorare in ogni momento. A ragione, i voucher sono considerati la forma assunta da una logica di «usa e getta», che scarica inoltre sui singoli l’attivazione di tutele individuali riguardo la pensione, la formazione, la salute. Devono cioè intraprendere la discesa negli inferi della privatizzazione del welfare state. Lo stesso si può dire del job sharing, cioè la condivisione tra due persone della stessa mansione.

Immaginata come una forma di tutela per le donne entrate nel mercato del lavoro ma che non vogliono rinunciare alla cura dei figli, il job sharing rivela anche in questo caso il progressivo abbandono dello Stato nei servizi sociali. L’assenza di asili nido, scuole materne ricade sulle donne: cosa anche questa nota. Ma questo si traduce in una condizione di assoggettamento delle donne che condividono lo stesso lavoro. È infatti prerogative loro trovare la compagna di «avventura»; e ricade su di loro la perdita di salario e una scansione della giornata che solo i «creativi» della pubblicità possono rappresentare come espressione di una onnipotenza femminile che passa dal lavoro sotto padrone a quello di cura come se niente fosse, sempre senza mai scomporsi e mantenendo un seducente sorriso sulle labbra.

Neppure i cosiddetti ammortizzatori sociali sono omessi in questo volume: ogni acronimo e sigla usata nasconde la riduzione delle tutele a elemosine per i «senza lavoro». La disoccupazione è ridotta a fatto domestico, privato, del quale lo Stato non si cura, se non nelle forme compassionevoli dell’assistenza ai poveri.

Organizzare l’inorganizzabile 

È da qualche lustro che minoranze intellettuale e gruppi di attivisti segnalano che uno degli effetti delle politiche neoliberiste è la trasformazione dell’insieme del lavoro vivo nella marxiana «fanteria leggera del capitale». Possono essere molte le forme giuridiche usate, ma rimane il fatto, incontestabile, che l’universo dei diritti sociali di cittadinanza è stato sostituito da dispositivi dove la cittadinanza è vincolata all’accettazione del «regime del salario». Quello che veniva definito come tendenza, è quindi divenuto realtà.

Quale prospettiva politica attivare per un lavoro vivo frammentato, disperso, che spesso non ha luoghi dove incontrarsi? «Organizzare l’inorganizzabile» non è solo una suggestione, bensì un programma di lavoro politico per rendere maggioranza ciò che è patrimonio di minoranze teoriche e politiche. Il primo passo è il reddito di cittadinanza, va da sé, ma c’è un suggerimento del libro del quale fare tesoro.

Il reddito di cittadinanza non può essere immaginato come una ingegneria istituzionale, delegando alla Stato sia le forme che le modalità di erogazione. Se così accadesse tutte le forme di ricatto e di nuovo assoggettamento dalle quali il reddito di cittadinanza favorirebbe l’emancipazione, ritornerebbero sulla scena dei rapporti di lavoro. Per questo va messo in relazione proprio con il regime del salario.

La presa di parola proprio del lavoro vivo nella sua eterogeneità è certo un fattore primario, ma non risolutivo del problema. Serve immaginare forme di sciopero sociale efficaci. E attivare coalizioni sociali, sottraendole però alle alchimie autoconservative che assegnano alle organizzazioni sindacali date e della cosiddetta società civile il ruolo di gate keeper delle stesse coalizioni sociali.

Partita di giro

segnalato da Barbara G.

Alcune considerazioni sulla legge di stabilità e il voto di fiducia.

Nb gli articoli sono di un paio di giorni fa.

*****

Stabilità 2016, una colossale partita di giro

L’ammontare reale della legge presentata dal governo la settimana scorsa si aggira intorno ai 14 miliardi di euro; i 16 miliardi che permetterebbero una manovra nominale di trenta dipendono dal giudizio della Commissione europea. Il taglio fiscale sulla prima casa rappresenta la principale, e forse unica, scommessa. Numerose le copertura “in prospettiva”, che non paiono esistere.

Di Alessandro Volpi (Università di Pisa) – altreconomia.it, 19/10/2015

C’è una nota molto assurda nella legge di stabilità varata dal Consiglio dei ministri, ed è forse la prova più lampante dei limiti delle politiche di bilancio imposte dall’Europa: nell’insieme infatti la manovra assomma a 27-30 miliardi, una forbice che dipende dalla possibilità o meno per il governo italiano di ottenere dalla Commissione europea uno “sconto” dello 0,2% del Pil, circa 3 miliardi, rispetto ai vincoli previsti per riportare il rapporto tra deficit e Pil vicino allo zero. In altre parole, non esiste ancora un’unica cifra complessiva della manovra per il 2016, in quanto è necessario attendere il responso della stessa Commissione a cui l’Italia ha spedito i propri conti perché venissero preventivamente esaminati.

Ma l’aspetto ancora più cervellotico è un altro: il nostro Paese dovrebbe deliberare aumenti del carico fiscale, tra Iva e accise, pari nel 2016 a circa 17 miliardi di euro, nel caso in cui non rispettasse i già ricordati vincoli imposti dall’Europa. Per scongiurare tale, insostenibile, rischio, il governo Renzi ha deciso di utilizzare poco più di 13 miliardi di euro, derivanti dalla differenza fra l’1,4% nel rapporto deficit-Pil, che rappresenta il limite fissato dai trattati europei, e il 2,2% che il medesimo governo ritiene “più giusto” dato lo sforzo sostenuto nel percorso di risanamento.

Se si sommano i due dati qui citati, e dunque il rapporto tra deficit e Pil salisse al 2,4, con il consenso della Commissione, ben 16 dei 17 miliardi necessari per evitare che scattino le ricordate clausole di salvaguardia deriverebbero dal mero allentamento dei parametri europei.
Per essere ancora più chiari, su una manovra nominale di 30 miliardi, 16 sono una colossale partita di giro dettata dalle strampalate regole europee. Per di più dal giudizio della Commissione europea discende la possibilità di realizzare questa stessa partita di giro, che con l’economia reale davvero non ha nessuna relazione.

Dunque l’ammontare reale della legge di stabilità, al netto degli astratti “europeismi”, si aggira intorno ai 14 miliardi di euro, una cifra decisamente più modesta, in gran parte destinata  a finanziare il taglio fiscale sulla prima casa, che costituisce la principale, e forse unica, scommessa della manovra. Una parte di questa cifra dovrebbe trovare le proprie coperture in una spending review drasticamente ridotta a poco meno di 6 miliardi, che rappresentano peraltro la più certa delle risorse a cui si unisce la riduzione della de-contribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato.

Più incerti sono invece i 3,1 miliardi derivanti dalla generica dizione “ulteriori efficientamenti” e i circa 2 miliardi che dovrebbero provenire dal rientro volontario dei capitali dall’estero, una misura ovviamente una tantum. In questo senso, la legge di Stabilità 2016 rappresenta una sorta di manifesto della fine del rigore da un duplice punto di vista. Da un lato, infatti, si procede alla sterilizzazione dell’effetto dei vincoli europei attingendo a piene mani alle rimodulazione degli impegni già assunti in materia di riduzione del deficit, mentre dall’altro si utilizzano numerose coperture “in prospettiva”, che non paiono esistere nel momento in cui la legge viene disegnata e spedita in Europa.

La dimostrazione ancora più evidente di una simile impostazione emerge dai numeri del bilancio pluriennale che contengono tutte le clausole di salvaguardia imposte dai più volte citati vincoli europei e che non sono, al momento, in alcun modo rimovibili; l’impressione è, in sintesi, quella di una manovra che procede con una rotta descritta per il brevissimo periodo e che si affida alla forza della stabilità politica piuttosto che a quella delle cifre. Del resto, qualora la scelta fosse quella di costruire una manovra con le risorse reali, sarebbe davvero inevitabile dichiarare che la crisi è tutt’altro che finita. Appare dunque doveroso aggiungere un aggettivo molto esplicito al documento fondamentale in materia di finanza per il 2016, qualificandolo come “legge di Stabilità politica”; solo così risulta possibile comprendere la sua vera natura.

*****

La minoranza dem: ‘Non possiamo far cadere Renzi sulla manovra’

Il premier pensa al voto di fiducia. E così la sinistra del partito spera in qualche modifica, per giustificare il voto, dopo le accuse che parlano di una manovra «di destra» e addirittura «anticostituzionale»

Di Luca Sappino – espresso.repubblica.it, 20/10/2015

Mentre il ministro Gian Carlo Padoan deve spiegare al Sole24ore perché abbia cambiato idea (lui come molti renziani) sul limite per i pagamenti in contanti («Ho cambiato idea e rivendico il diritto a farlo», dice, «l’evidenza mi dice adesso che non c’è una correlazione tra il limite al contante e la dimensione dell’economia sommersa») nel Pd continuano i malumori sulla finanziaria del governo Renzi.

Ultimo punto di frizione è il ritardo sull’invio, a cinque giorni dall’annuncio, di un testo della manovra, di tabelle e schede da spulciare. L’hanno notato le opposizioni, come Forza Italia, l’hanno notato alcuni giornali, e l’hanno notato nella minoranza del Partito democratico. Si ricorda giustamente che la legge di stabilità andrebbe per legge consegnata alle camere entro il 15 ottobre di ogni anno, insieme al bilancio dello Stato.

E per rispondere all’obbligo di legge non bastano le slide mostrate in conferenza stampa, che sono l’unica cosa licenziata dal Consiglio dei ministri, però, evidentemente, almeno stando a quanto ammette lo stesso Padoan, che durante un convegno, sabato – come riporta il Fatto quotidiano – ha ringraziato i tecnici della ragioneria che starebbero lavorando giorno e notte per limare il testo. Sarebbero bastati gli annunci di Renzi, comunque, ad alimentare per settimane il dibattito nel Pd. Dall’abolizione indiscriminata della Tasi e dell’Imu, all’aumento del limite per i contanti, fino a canone Rai e al miliardo che il governo vuole tirare su autorizzando altre 22mila sale per i giochi d’azzardo, sono diversi i punti dove si registra una distanza.

Ma tra l’annuncio di una controfinanziaria e decine di interviste rilasciate ai giornali, cosa farà, questa volta, la minoranza dem? «Finirà come al Senato dove sulla riforma costituzionale si sono fatti approvare una scialuppa di salvataggio che non risolve il problema dell’elezione dei senatori e poi hanno votato disciplinati», dice un senatore polemico del gruppo misto. In realtà qualcosa di più è già successo.

Alfredo D’Attorre, ad esempio, ancor prima di vedere come andrà a finire la battaglia, ha alzato bandiera bianca e lasciato Renzi alla sua deriva, che fa così contenti Fabrizio Cicchitto e Angelino Alfano («La finanziaria è piena di nostre idee», dicono entrambi). «Il prossimo sarà un anno di campagna elettorale e noi dobbiamo costruire un nuovo soggetto di sinistra da presentare alle elezioni del 2017», dice D’Attorre a Goffredo De Marchis, su Repubblica: «Possiamo farlo solo partendo da una battaglia sulla Finanziaria e contro le ingiustizie sociali che porta con sé. Non potevamo farlo sulla riforma del Senato, non ci avrebbero capito».

D’Attorre, quindi, a giorni formalizzerà il ricongiungimento con gli altri ex Pd – Stefano Fassina, Sergio Cofferati e Giuseppe Civati – nel travagliato cantiere della Cosa Rossa, che però è per il deputato sempre meglio che votare l’ennesima fiducia. Già, perché da palazzo Chigi l’opzione fiducia è ormai data per certa. E questo però fa il vuoto attorno a Pier Luigi Bersani, che più di altri ha alzato i toni («Che cosa vogliamo fare dell’articolo 53 della Costituzione, che parla di progressività?», si è chiesto retorico: «Le norme sulla casa introducono per via di fatto un 53 bis: chi ha di più paga di meno»).

Da Roberto Speranza a Gianni Cuperlo, fino al presidente della commissione bilancio della Camera, Francesco Boccia, sono tutti al lavoro per «migliorare» la manovra. In particolare si punterà a strappare qualcosa sulla tassa sulla prima casa o forse, anche grazie all’intervento di Cantone, un parziale passo indietro sull’aumento del contante. Ma ancora Repubblica scrive ad esempio che il senatore Federico Fornaro, sempre della minoranza e componente della commissione Finanze, avrebbe schiettamente confidato al cronista che Renzi non può certo cadere sulla manovra. La fiducia, insomma, è la fiducia e pare Renzi se la meriti ancora. Nonostante le delusioni che la minoranza dem ha già avuto dall’Italicum, dal jobs act, dalla riforma del Senato. Nonostante Verdini e il ponte sullo Stretto.

Un elettore scrive tra l’allarmato e il provocatorio sulla bacheca facebook di Fornaro: «Corrisponde al vero quanto pubblicato da Repubblica stamattina, ovvero che il sen, Fornaro avrebbe detto che non si può fare cadere il governo sulla legge di stabilità, per cui se Renzi mette la fiducia, la sinistra del Pd mette la coda tra le gambe?». «Sull’eventuale voto di fiducia sulla legge stabilità è evidente che non si potrebbe invocare la libertà di coscienza», è l’educata risposta di Fornaro. Che poi rassicura: «Sarò tra quelli che lavorerà per migliorarla».

Lo stesso dice Roberto Speranza, con l’ufficialità di una comparsata ad Agorà, su Raitre: «Davanti ad una richiesta di fiducia al governo, io non penso ci siano le condizioni per far mancare la fiducia». Non si dica però che si rinuncia alla battaglia: «Ma non voglio partire da qui, perché altrimenti non c’è un dibattito possibile nel partito», continua l’ex capogruppo, «l’alternativa non può essere o esci dal Pd o mi fai l’applauso anche quando faccio qualcosa che non va bene».

Pago in contanti

Evasione, turismo e commercianti. Gli imbarazzi del contante a 3000 E

«Meno il denaro è tracciato, più alta è la possibilità di denunciare al Fisco volumi a piacere». 

di Milena Gabanelli – corriere.it/economia, 21 ottobre 2015

La decisione di alzare l’utilizzo del contante a quota 3.000 euro, il governo la spiega così: a) necessità di uniformare il limite agli altri Paesi, b) non serve a contrastare l’evasione, c) dà impulso al turismo, d) ne beneficiano i commercianti. Sarebbe necessario vedere le analisi tecnico-economiche il cui approfondito studio ha spinto il premier a fare queste proposte.

Tutti gli esperti, inclusi i dipendenti del governo, hanno sempre sostenuto che è un errore. Un anno fa il ministro Pier Carlo Padoan (stimato economista che ha lavorato all’Ocse e al Fmi) disse che il limite al contante accompagnato da incentivi all’uso di pagamenti tracciabili ha prevedibili effetti positivi sui consumi. L’Agenzia delle Entrate ha detto più volte che l’uso eccessivo del contante rende possibile una buona parte dell’evasione. Tutte le organizzazioni mondiali dicono che criminalità organizzata, riciclaggio e corruzione hanno la vita più facile grazie all’assenza di limiti all’uso del contante.

Oggi il ministro ha cambiato idea, motivando che ci sono altri strumenti più efficaci per il recupero dell’evasione. È vero, grazie al controllo incrociato delle banche dati è possibile controllare tutto di tutti, ma questo strumento è tanto più efficace, quanto più basso è il limite al contante, che invece può stare sotto il materasso, ed è noto che l’economia sommersa non fornisce «dati» da incrociare, altrimenti si chiamerebbe «economia emersa».

Ma andiamo con ordine: il trattato di Maastricht dice che quando un’eccessiva circolazione di contante costituisce un problema, ogni Paese può decidere come e quanto limitarne l’uso. Quindi ogni Paese deve fare i conti con la propria realtà interna. Pertanto:

A) quando diciamo di volerci uniformare agli altri Paesi, bisogna elencare «quali Paesi», senza prescindere dai dati sull’evasione (dove l’Italia è seconda solo alla Grecia) e da quelli sul sommerso, che in Italia è del 21%; mentre in Francia è del 10,8, in Inghilterra del 9,6, in Germania del 13,3, in Olanda del 9,2, in Austria del 7,8, in Spagna del 18. Vuol dire che i cittadini di questi Paesi sono tendenzialmente un po’ più onesti, e le loro amministrazioni in grado di esercitare un miglior controllo. I Paesi che invece hanno zone grigie più elevate sono: Grecia, Romania, Bulgaria, Croazia, Messico. Sono modelli a cui tendere?

B) non serve a contrastare l’evasione. Anche su questo punto sono state fornite solo opinioni, mentre è un fatto che meno il denaro è tracciato e più alta è la possibilità di dichiarare al fisco i volumi che vuoi.

C) aiuta il turismo, cioè i turisti da noi vorrebbero fare tanti acquisti in contanti sopra i 1.000 euro, ma è troppo complicato. Il presidente di Confesercenti ha dichiarato di aver riscontrato difficoltà con la clientela alberghiera che pagherebbe volentieri gli extra in contanti. Avremmo quindi un problema con le «consumazioni» al bar? Qualcuno conosce turisti che arrivano in Italia con borse piene di cash? Io li ho sentiti lamentarsi del fatto che in alcuni luoghi non accettano la carta di credito, a partire dai taxi. Ma prendiamo i dati disponibili, partendo da una considerazione di buon senso: chi fa acquisti «importanti» (e sopra i mille euro possiamo considerarli tali) di solito sfrutta l’accordo internazionale che prevede il rimborso dell’Iva. Il più grosso operatore al mondo di tax free, che si chiama Global Blu, fornisce i seguenti dati: nel 2010 gli acquisti di beni di lusso da parte di cittadini extraeuropei in Italia ammontavano a 2,7 miliardi di euro. Nel 2011 (anno in cui è entrato in vigore il limite dei 1.000 euro) il giro di affari è stato di 3,6 miliardi di euro. Nel 2012 di circa 5 miliardi di euro, nel 2013 di 5,7 miliardi. Per il 2014 i dati sono ancora parziali, ma secondo le indicazioni dovremmo essere intorno a 6,4 miliardi. Quindi gli acquisti sono in aumento. Qualche esperto può dimostrare che se non ci fosse stato un tetto avremmo incassato di più? Dove stanno questi studi per cui lo straniero va a comprare a Berlino invece che a Milano per via del fatto che può pagare in contanti? Qual è la fotografia di questo particolare cliente al quale dedichiamo un’attenzione così religiosa?

D) ne beneficiano i commercianti. Su questo non c’è alcun dubbio, ma anche tutti i liberi professionisti (avvocati, notai, dentisti, medici, psicologi, farmacisti, estetisti, parrucchieri, meccanici, muratori, idraulici), per una nota ragione: niente scontrini, niente fatture, sconto sul prezzo. Non è stata invece ascoltata la voce di quei commercianti che da anni chiedono migliori condizioni sul pagamento di commissioni bancarie, che erode buona parte del margine di guadagno.

Noi paghiamo commissioni più alte, ma su questo punto non c’è nessuna volontà di uniformarsi al resto del mondo. Mentre è bene ricordare che i consumatori non hanno nessun beneficio dall’incremento a 3.000 euro, e chi acquista usando una carta di credito o bancomat non paga né tasse né commissioni sull’acquisto. Allora dove sta la necessità di questa proposta? Si vogliono incentivare i consumi di coloro che dispongono di grosse cifre in contanti ma che non hanno un conto in banca (forse perché non riuscirebbero a giustificare la provenienza del denaro)? Oppure ha come obbiettivo il fenomeno che la polizia del Canton Ticino ha denunciato nel rapporto del 2014? Da quando le banche svizzere si rifiutano di gestire denaro «sporco» c’è stato un boom di società fiduciarie, spesso non elvetiche e non autorizzate, che offrono cassette di sicurezza a clientela perlopiù italiana, dove depositare contanti. Innalzando il limite a 3.000 euro il nostro governo permetterà a questa gente di spendere più agevolmente questo contante in Italia, che rientrerà senza pagare la tassa della Voluntary Disclosure.

Agevolerà anche il trasferimento attraverso il money transfer, arrivato l’anno scorso a quota 5 miliardi, denaro di cui è quasi impossibile conoscere la provenienza. Mi ha infine sorpreso il goffo tentativo del ministro Graziano Delrio (per il quale nutro stima profonda, e che sta facendo un ottimo lavoro) di giustificare il provvedimento perché «favorisce gli anziani che non hanno la carta di credito». Ma stiamo quindi invogliando gli anziani a girare con 3.000 euro in tasca?
La modernità va in un’altra direzione, corre verso una politica che agevola i grandi progetti industriali necessari a produrre lavoro, e quindi stipendi con cui rimettere in moto l’economia.

3a settimana del Pianeta Terra

segnalato da Barbara G.

L’Italia alla scoperta delle geoscienze.

Una società più informata è una società più coinvolta.

Italia, 18-25 ottobre 2015

L’iniziativa si articola in un insieme di manifestazioni, i “Geoeventi”, che si svolgono nell’arco di una settimana di ottobre in diverse località sparse su tutto territorio nazionale: escursioni, passeggiate nei centri urbani e storici, porte aperte ai musei e nei centri di ricerca, visite guidate, esposizioni, laboratori didattici e sperimentali per bambini e ragazzi, attività musicali e artistiche, degustazioni conviviali, conferenze, convegni, workshop, tavole rotonde.

Tutto è dedicato a scoprire e valorizzare il nostro patrimonio naturale, che è davvero notevole! Percorrendo brevi distanze l’Italia mette a disposizione un’offerta naturalistica eccezionalmente ricca fatta di montagne e ghiacciai, grandi laghi, fiumi, colline, coste e paesaggi marini, isole, vulcani.
La “Settimana del Pianeta Terra” vuol far conoscere tutto ciò, diffondere il rispetto per l’ambiente, la cura per il nostro territorio, la cultura geologica.
Vuole anche promuovere un turismo culturale, sensibile ai valori ambientali, diffuso su tutto il territorio italiano, che metta in risalto sia le nostre risorse naturali più spettacolari, sia quelle meno conosciute, ma non meno affascinanti: quelle che abbiamo la fortuna, spesso senza saperlo, di avere proprio a due passi da casa.

La “Settimana del Pianeta Terra” vuole anche avvicinare i giovani alla scienza, alle geoscienze in particolare, e trasmettere l’entusiasmo per la ricerca e la scoperta scientifica. Far conoscere le possibilità che la scienza ci offre per migliorare la qualità della nostra vita e della nostra sicurezza, investendo su ambiente, energia, clima, alimentazione, salute, risorse e riduzione dei rischi naturali.

Dunque durante la “Settimana del Pianeta Terra” è l’Italia che apre le porte sul suo patrimonio naturale!

MAPPA DEI GEOEVENTI

VISITA IL SITO DELL’INIZIATIVA

Lo sciopero confessionale

segnalato da Barbara G.

Scusate se torno sul tema… “Inquisizione spagnola”, ma avendo un figlio in età scolare trovo allucinante che si possa anche solo pensare di scioperare contro la scuola a causa della “teoria gender”. Spero che i presidi, nel limite dei regolamenti, non accettino le giustificazioni per assenze di questo tipo.

La notizia qui

Le unioni civili ombardate dallo sciopero confessionale nella scuola del 4 dicembre

di Aurelio Mancuso – huffingtonpost.it, 19/10/2015

Il papato di Francesco sta scaldando gli animi da più parti, soprattutto a sinistra si continua a pensare che sia in atto una rivoluzione cattolica grazie alla buone parole di una personalità indubbiamente fuori dagli schemi, che però non ha alcuna intenzione di mettere in discussione la dottrina, solamente la sua narrazione.

A queste pur minime aperture (il linguaggio è comunque un fattore importante) si oppongono strenuamente molte fazioni interne alla gerarchia e ai movimenti laici. A farne le spese maggiori nel suolo italico sono i diritti civili, così che una già moderatissima e arretrata legge sulle unioni civili è oggetto di una campagna eversiva da parte di un coagulo di forze confessionali, delle varie destre politiche e sociali, della gerarchia cattolica.

La teoria del gender, l’utero in affitto, la dissoluzione della famiglia tradizionale, sono i cardini propagandistici su cui questo potente movimento intende poggiare la sua guerra senza quartiere, affinché il ddl Cirinnà naufraghi in primo luogo in Senato, dove si gioca tutto, perché alla Camera la maggioranza a disposizione sarebbe amplissima.

L’indizione dello sciopero del 4 dicembre, che chiede a tutte le famiglie italiane di non mandare i figli a scuola per protestare appunto contro l’inesistente invasione del genderismo negli istituti scolastici, è un arma evocativa importantissima, cui per ora non si opposto nessuno.

Silenzio dei sindacati del comparto, che da tempo hanno perso qualsiasi funzione a difesa della scuola pubblica, della laicità e pluralismo. Silenzio da parte delle grandi associazioni cattoliche tipo le Acli o Azione Cattolica, che non hanno aderito all’ultimo family day. Silenzio dei tanti intellettuali e personalità cattoliche impegnate contro le discriminazioni e per il dialogo. Il potere reazionario di questo sciopero, trae le sue fondamenta in una mai sopita storica avversione di un certo cattolicesimo nei confronti dello Stato democratico, sentimento che dall’Unità d’Italia si è ripresentato in diverse forme.

Oltre a domandarsi da dove arrivano tutti questi soldi che permettono una campagna martellante sui media, con l’acquisto di paginate sui maggiori giornali, l’organizzazione di centinaia di manifestazioni, produzione di materiali di tutti i tipi, è interessante chiedersi se dietro a questo movimento non ci sia il Vaticano, o perlomeno pezzi potentissimi della Curia.

Sui finanziamenti, essendo in piedi in questo paese il meccanismo truffaldino dell’8xmille, non stupirebbe, che come ai tempi del referendum sulla legge 40, siano anche oggi utilizzati a man bassa soldi che allora Ruini seppe ben dirottare dalle tasse degli italiani, indebitamente incassate, dalle opere di bene ai comizi contro le libertà.

Al netto della poetica buonista di Francesco, si sta disvelando uno dei timori che pochi commentatori cercarono di spiegare al tempo della sua elezione, ovvero che la ristrutturazione bergogliana altro non sarebbe stata che una rinfrescata alle pareti esterne dei sacri palazzi. Matteo Renzi sembra per ora resistere e, speriamo che continui ad avere come stella polare il suo dovere di governare un paese democratico e non di rispondere a una gerontocrazia maschilista, gelosa di un potere di interdizione, che ha avuto l’effetto di nascondere i disastri morali e organizzativi prodotti dalla Cei negli ultimi decenni.

Per tutto questo appare impari il contrasto, che pure con generosità, a tratti con ingenuità ed errori tattici, l’articolazione delle associazioni lgbti tenta di produrre rispetto a questa enorme crociata contro le libertà e i diritti delle famiglie omosessuali. Chi in questo paese avverte il pericolo che per l’ennesima volta non si approvi una legge sulle unioni civili? Chi non capisce che lo scontro non è tra laici e cattolici (come vorrebbero far intendere i promotori della campagna contro il gender), ma tra reazionari e democratici? E’ evidente che per ora la risposta sia praticamente inesistente o debole, non si versino però, con il senno di poi, lacrime di coccodrillo.

Nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola

segnalato da Barbara G.

‘Inquisitori spagnoli’  al sit-in delle Sentinelle in piedi, in tre in Questura

cremonaoggi.it, 19/10/2015

Live from Cremona! Appena rilasciati dalla questura… portati via dalla manifestazione delle Sentinelle in Piedi solo perché eravamo vestiti così!

In tre, vestiti da inquisitori spagnoli come nei celebri sketch dei comici inglesi del collettivo Monty Python, sono finiti in Questura domenica pomeriggio per una protesta organizzata al fine di controbattere al sit-in contro le unioni civili delle “Sentinelle in piedi”.

Attorno alle 17 il trio ha inscenato la protesta, silenziosa e pacifica, presentandosi in piazza Duomo proprio mentre gli esponenti delle “Sentinelle in piedi” stazionavano “a difesa della famiglia tradizionale”. Vestiti in stile inquisizione spagnola i tre hanno messo in atto quella che, si apprende, hanno definito un’iniziativa a base di ironia realizzata per rispondere alle “Sentinelle”. Tutti e tre, identificati, sono poi stati lasciati liberi di tornare a casa.

Fra i tre c’è il bergamasco Giampietro Belotti, salito alla ribalta un anno fa per essere sceso in piazza a Bergamo durante un altro sit-in delle “Sentinelle in piedi” vestito da nazista dell’Illinois (citazione dal film The Blues Brothers). Domenica, a Cremona, Belotti è andato in piazza assieme a esponenti del locale collettivo satirico “Soccuadro” di Arcicomics.

AGGIORNAMENTO – Dalla Questura spiegano con una comunicazione ufficiale che i tre sono arrivati in piazza e si sono mischiati alle “Sentinelle in piedi”, per poi togliersi i cappotti e mostrare provocatoriamente i vestiti da inquisitori spagnoli. Poliziotti, aggiungono sempre da via dei Tribunali, sono intervenuti subito e hanno accompagnato i tre negli uffici per l’identificazione, senza tensioni. Altre due persone, un uomo e una donna, sono state identificate direttamente in piazza Duomo in occasione della stessa manifestazione delle “Sentinelle in piedi”: stavano per esporre cartelloni con riferimenti all’inquisizione spagnola che, su invito, hanno consegnato al personale della polizia.

Il referendum? Possibile

segnalato da Lame

di Ciwati – 19 ottobre 2015

La riforma costituzionale ha fatto un altro passo avanti, con l’ultima approvazione in Senato. Dove non c’è stato nessun miglioramento della sostanza della riforma: rimane l’idea di sostituire al bicameralismo perfetto il bicameralismo impazzito, con un Senato eletto da consiglieri regionali tra loro stessi, con una bella spruzzata di sindaci pescati a casaccio nella regione e sottratti al governo delle loro città.

Manca la riduzione del numero dei deputati (da accompagnare – continuiamo a dirlo – a un contenimento delle loro indennità), manca una semplificazione del quadro politico, manca una semplificazione del procedimento legislativo, manca un miglioramento dei rapporti tra lo Stato e le regioni, mancano strumenti di controllo e soprattutto mancano maggiori garanzie di partecipazione dei cittadini.

Per questo i prossimi passaggi parlamentari dovrebbero portare alla bocciatura di una riforma che questo Parlamento ha ormai rinunciato a migliorare. Ci affidiamo, a questo proposito, oltre che eventualmente alla prossima prima lettura della Camera, soprattutto alla seconda lettura: quella in cui i deputati e i senatori potranno dire soltanto sì o no (un po’ come in un referendum sulla Costituzione).

Una scelta che spetterà poi ai cittadini se i parlamentari non avranno saputo scegliere una strada alternativa. E se i cittadini saranno chiamati a dire sì o no, noi – come abbiamo già dimostrato – ci saremo. Proprio come abbiamo già fatto per altre riforme (dall’Italicum al Jobs act, dallo Sblocca-Italia alla scuola) noi lanceremo una proposta alternativa e sapremo coinvolgere i cittadini nel definirla e portarla avanti.

Si tratta di un’alternativa che passa attraverso un no a una riforma costituzionale barocca, fatta solo per consentire al ceto politico di poter decidere sempre di più senza i cittadini. E passa soprattutto attraverso un sì al superamento del bicameralismo paritario per due Camere forti e diverse, scelte dai cittadini, per leggi più semplici ed efficai e un governo efficiente e responsabile con strumenti più avanzati per la partecipazione dei cittadini (referendum e Lip).

Per questo proponiamo a Possibile di tornare immediatamente in campo a fianco dei cittadini, con i suoi più di duecento comitati (altri se ne aggiungeranno nelle prossime settimane) presenti su tutto il territorio nazionale. Saranno i presìdi della Costituzione, per spiegare i reali contenuti della riforma approvata senza alcuna discussione di merito e per illustrare la proposta alternativa, con il contributo di noi parlamentari e degli esperti del Comitato scientifico.

Sarà un percorso volto ad accompagnare da fuori l’ultima fase parlamentare, per evitare che tutto continui a passare sotto silenzio, come qualcosa di inevitabile. Per mettere i parlamentari di fronte alle loro responsabilità: perché se questa riforma venisse approvata chi la vota diverrebbe responsabile di un modello costituzionale caotico e chiuso rispetto alla partecipazione dei cittadini.

E se, nonostante questo, la riforma venisse alla fine approvata, il percorso continuerà, appunto, nella fase del referendum costituzionale, che non lasceremo diventare un plebiscito in mano al governo, ma utilizzeremo come strumento per l’opposizione all’esistente e l’apertura a una alternativa per il futuro.

Con spirito costituzionale, anzi costituente o forse, ancor meglio, ricostituente.

Beatrice Brignone, Giuseppe Civati, Andrea Maestri, Luca Pastorino

fonte: http://www.ciwati.it/2015/10/19/i-presidi-per-la-costituzione-e-la-promozione-della-democrazia-la-proposta-dei-parlamentari-di-possibile-per-i-due-referendum-costituzionali-uno-tra-i-parlamentari-e-uno-tra-i-cittadini/