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Regione Puglia, Emiliano sfida Renzi e vara il reddito di dignità: 600 euro per 60mila persone

“È un modo di essere di sinistra in modo moderno” ha detto il governatore pugliese nel presentare il provvedimento che va in controtendenza rispetto alla politica di Renzi e sposa le proposte dell’Inps poi bocciate dal governo nel redigere la legge di Stabilità.

di  – ilfattoquotidiano.it, 10 novembre 2015

Si chiama Red. E al di là di ogni suggestione cromatico-politica, l’acronimo sta per ‘reddito di dignità’. “Oggi ho firmato la delibera: è un modo di essere di sinistra in modo moderno, considerando la difficoltà delle famiglie senza mantenere in piedi situazioni di privilegio”. Così l’ha presentata Michele Emiliano, governatore della Regione Puglia e fautore di un provvedimento destinato a creare proseliti e polemiche. Perché allo stesso tempo va contro Renzi e sposa la mossa di Tito Boeri, che ha sfidato il premier proprio su questo terreno, pubblicando la sua proposta di legge depositata a giugno e mai presa in esame dal governo. Parole non a caso: sinistra, famiglie in difficoltà, nessun privilegio. E anche il luogo dell’annuncio non è privo di significato simbolico: un convegno della Cgil al quale ha partecipato il segretario nazionale Susanna Camusso. Sullo sfondo, al netto della valenza sociale, c’è la questione politica, che non è di poco conto.

Perché il reddito di dignità della Regione Puglia va nella direzione opposta e contraria a quella intrapresa dal premier Matteo Renzi: “No al reddito di cittadinanza, per combattere la povertà serve il lavoro” aveva detto il presidente del consiglio e leader del Pd poco più di un mese fa durante un question time alla Camera. Era il 30 settembre: fu la chiusura netta e definitiva alla richiesta del MoVimento 5 Stelle, che proponeva di introdurre un assegno mensile di 780 euro per chi non ha altre entrate. L’ex sindaco di Firenze aveva respinto al mittente uno dei cavalli di battaglia dei pentastellati. Quaranta giorni dopo è alle prese con un’altra grana, simile per portata ma più complicata da dirimere perché arriva dall’interno del suo partito e, soprattutto, da un governatore non allineato che sempre più spesso sottolinea la sua distanza politica e amministrativa dall’ex Rottamatore.

Anche in questo caso Emiliano non ha perso l’occasione di marcare la differenza. Anzi, si è spinto oltre: “Il governo non ha questo progetto, ma una delle cose che faremo una volta approvato in giunta e trasmesso al Consiglio regionale, sarà prendere in contatto con l’Inps e Boeri, perché sarei curioso di conoscere quale era il progetto dell’Inps in questa materia”. Se non è un attacco diretto all’esecutivo poco ci manca. Basti ricordare il documento pubblicato dall’Inps sul suo sito neanche una settimana fa: si trattava delle proposte consegnate a giugno al governo, che a sua volta aveva deciso di farne carta straccia visto che la legge di Stabilità, come evidenziato da Boeri, in questo campo prevede solo “interventi selettivi e parziali”. Bene: l’economista ha aggirato Renzi e ha reso noto quanto aveva messo nero su bianco. E tra le varie misure c’era anche il reddito minimo di 500 euro per gli over 55. In quell’occasione il ministero del Lavoro parlò di “contributo utile al dibattito” ma anche di proposta inattuabile perché quelle misure “mettono le mani nel portafoglio a milioni di pensionati, con costi sociali non indifferenti e non equi”. Una bocciatura, quindi uno strappo, con Palazzo Chigi a puntualizzare che la pubblicazione del documento era concordata. Giusto per non alimentare la polemica. Che oggi rinasce, specie dopo quanto approvato in giunta da Regione Puglia.

In tal senso, Emiliano sa bene che il reddito di dignità pugliese va a inserirsi nella frattura o, meglio, nella tensione tra governo e Inps. La conferma dall’obiettivo ‘altro’ del Red? “Soprattutto aprire, perché si stratta di una sperimentazione non facile – ha detto il governatore – un dibattito tecnico sulla migliore realizzabilità del progetto”. Il resto è slogan e traduzione tecnica del provvedimento, definito dal successore di Nichi Vendola “una speranza, un segno di lotta contro la povertà, perché va nel segno di ciò che Papa Francesco ha chiesto alla politica, di occuparsi della dignità delle persone”. I soldi? Emiliano per ora non ha spiegato, sottolineando però che “la delibera ha il visto della ragioneria, quindi è coperta”. Chi ne beneficerà? “Circa 60 mila pugliesi, con un limite massimo di 600 euro a famiglia. La durata massima è di 12 mesi, ma si può riprendere il programma se ci sono le condizioni dopo una interruzione” ha continuato l’ex sindaco di Bari. Che ha rispedito al mittente le accuse di creare una nuova classe di privilegiati, spiegando che il Red “non è un modo non per sbarcare il lunario e sistemarsi per sempre, come qualcuno immagina, ma un modo per far superare la soglia di povertà a famiglie in difficoltà, reinserendole nel mondo del lavoro attraverso formazione e prestazioni sociali che ciascun sottoposto al programma dovrà rendere”. Quali? “Se necessario anche andando a pulire giardini, i banani di una scuola, o a gestire lavori umili. In cambio della solidarietà da parte della comunità che gli darà una mano”.

Quello del reddito minimo per disoccupati e famiglie in difficoltà è un vecchio pallino di Michele Emiliano, che già quando era primo cittadino del capoluogo pugliese aveva introdotto un provvedimento assai simile. Nell’applicazione, però, c’è stato qualche problema, tanto che il successore dell’ex pm, Antonio Decaro, è stato costretto a correre ai ripari stringendo le maglie della norma comunale. Il motivo? A Bari è capitato che qualcuno, dopo esser stato assunto e aver incassato i 400 euro mensili di contributo, ha pensato di mettersi in malattia in modo da continuare a recepire il benefit senza eseguire i lavori pattuiti. Furbetti del reddito di cittadinanza. Da cui Emiliano ora dovrà difendersi al pari di chi, quel reddito, lo vuole rottamare una volta e per sempre.

 

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194 comments

  1. si, come ricorda antonio, l’italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. sul lavoro, non sul reddito, giustamente
    certo, sempre meno democratica e con sempre meno lavoro e redditi sempre più bassi.
    ma questo è il principio che i padri costituenti hanno voluto lasciare. addirittura le frange più radicali della sinistra avrebbero voluto che l’articolo 1 recitasse “l’italia è una repubblica democratica fondata sui lavoratori”. e non è la stessa cosa, a ben vedere.
    ma tant’è, fondata sul lavoro, per ciò che significa per l’individuo, si fonte di reddito e sostentamento e soprattutto mezzo per realizzarsi come cittadino, come poi recita l’articolo 36.
    poi c’è l’articolo 41, quello che da libertà all’intrapresa privata che, al pari di quella pubblica, è sottoposta alla legge a ai controlli che questa prevede, e non può svolgersi in con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
    democrazia, lavoro, lavoratore, retribuzione, libertà, utilità sociale, dignità, sicurezza: non è un caso che tutto ciò sia scritto, nel modo in cui è scritto, nella nostra costituzione.
    lo stato, le istituzioni, il governo in particolare deve lavorare a che questi principi non restino lettera morta. e lo strumento che il governo ha per fare ciò è la politica industriale (a me piace usare ancora questa locuzione, anche se arriva dal secolo scorso). e da oltre 20 ha abdicato a questo compito. siano stati governi di centro, di destra, o di sedicente e supposta (e non uso a caso il termine) sinistra.
    solo con uno stato presente che fa e sa fare il suo mestiere ha senso parlare di reddito di cittadinanza ( o chiamatelo come volete), altrimenti questo reddito diventa un’altra cosa. può essere una buona intenzione, cioè quella di andare incontro e aiutare chi da solo non ce la fa, oppure può diventare strumento di ricatto e di corruzione, magari a fini elettorali.
    ciò che voglio dire è che a oggi nessuno ha fatto una proposta sul reddito di cittadinanza, col quale io sono pienamente d’accordo, che abbia un senso.
    legare l’assegno al frequentare un corso di formazione o a svolgere dei lavoretti di “pubblica utilità”, senza politiche di alto livello (quindi politiche industriali di governo) e di attuazione a livello locale, e i seguenti controlli (ricordiamoci sempre che siamo in italia, patria del lavoro nero….), non ha molto senso. anche nel migliore dei casi, dove l’intenzione dell’emiliano di turno fosse la migliore nei principi, non servirebbe a risolvere il vero problema: mettere in condizione il lavoratore di svolgere una mansione adeguata, in modo libero, sicuro e retribuito in modo adeguato. anzi, in italia, soprattutto in alcune sue parti, il rischio è quello di alimentare clientele, sia tra i beneficiari, sia in tutto l’indotto che un progetto del genere crea (formatori in primis).
    su quelle proposte che vorrebbero legare il percepimento del reddito di cittadinanza, di dignità, ecc, al frequentare un corso di formazione, antonio fa un appunto: perché dovrebbe essere lo stato a farsi carico della formazione per il reinserimento del lavoratore mentre le aziende che ne beneficeranno stanno li ad aspettare forza lavoro formata a gratis da impiegare per arricchirsi (semplifico)?
    ecco, antonio non ha tutti i torti. e aggiungo: senza una politica industriale che identifichi quali sono i campi sui quali, per il benessere comune, si deve investire in formazione che poi diventerà produzione, anche l’impresa priva ne beneficerebbe poco, o comunque in modo contingente. e li comunque ci viene incontro ancora l’articolo 41, che ci ricorda che l’impresa privata ha diritto di esistere, ma deve sottostare alle leggi e non contrastare con l’utilità sociale.

    quindi, lo stato ricominci a fare lo stato, il governo lavori ad attuare la costituzione, l’impresa faccia l’impresa e faccia l’imprenditore (quello vero. che a prendere i soldi, tanti, come ghizzoni, che per tenere in attivo la banca vende gli immobili e licenzia migliaia di dipendenti, o come quelli che portano le fabbriche dove il lavoro costa meno e sfruttarlo è più semplice che qui,, sono buoni tutti)
    bello eh? si, ma siamo in italia, dove i guadagni son privati e le perdite sono pubbliche, e in cambio di 80 euro riesci a prendere il 41% alle elezioni…..

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