Sicilia a secco

segnalato da Barbara G.

La mappa della Sicilia rimasta a secco. Il viaggio dell’acqua in mano ai privati

Perdite nelle condotte, guasti agli impianti di potabilizzazione, problemi nei bacini idrici incastonati nelle montagne. Al centro di tutto c’è Siciliacque, la società partecipata dalla regione ma a maggioranza privata, con una concessione quarantennale. E la lista delle città dove l’oro blu è un lusso si allunga.

di Claudia Campese e Salvo Catalano – meridionews.it, 11/11/2015

Mezza Sicilia passa le giornate a cercare acqua, riempire i serbatoi e centellinare il prezioso liquido. Da Messina ad Agrigento, passando per le province dell’interno, i problemi sono simili, così come i protagonisti. Su tutti Siciliacque, la società partecipata dalla Regione (per il 25 per cento) e dalla multinazionale francese Veolia. È la spa a vendere l’acqua ai gestori privati, afflitti a loro volta da problemi di diversa natura. Ed è sempre Siciliacque a gestire i principali bacini idrici, spesso in contesti naturalistici incantevoli.

Se Caltanissetta ed Enna soffrono la sete lo devono alle carenze nella gestione da parte di Siciliacque del bacino artificale dell’Ancipa. Creato negli anni ’50 dall’Enel che con una diga bloccò il torrente Troina, si trova sui Nebrodi, a cavallo delle province di Enna e Messina. È un guasto al sistema di potabilizzazione delle acque ad aver costretto per diversi giorni senza acqua Enna e i Comuni di Piazza Armerina, Valguarnera, Aidone e Pietraperzia. A Caltanissetta, invece, dal 7 novembre i cittadini si riforniscono di acqua potabile dalle autobotti. Il sindaco ha infatti vietato l’uso a fini alimentari di quella che esce dai rubinetti. Stessa situazione a Gela, dove però l’emergenza è diventata normalità, visto che questi problemi si registrano dal 2007. Poco distante, a Niscemi, l’erogazione in alcuni quartieri avviene ogni 10-15 giorni e l’acqua arriva dalla diga Blufi, nel Palermitano, un viaggio di 140 chilometri segnato da perdite e guasti.

Cinque giorni fa è scattato l’allarme ad Agrigento, Ravanusa, Campobello di Licata e Canicattì: sono stati trovati batteri nell’acqua che proviene dal bacino di Fanaco, pure questo gestito da Siciliacque, e che arriva nelle case grazie aGirgenti Acque. Solo l’ultimo dei disservizi, visto il lungo elenco di problemi che grava sulla società dell’imprenditore Campione: per tre anni senza certificazione antimafia, il costo del servizio alle stelle, distacchi selvaggi, indagini sul depuratore di Ribera, mancanza di certificazione del bilancio 2013, un procuratore aggiunto che definisce Girgenti Acque «un assumificio», cittadini costretti a cucinare con l’acqua in bottiglia, casi di dubbia trasparenza come quello legato alle bollette Enel, indagini per truffa, riparazioni che non vengono effettuate da mesi, l’utilizzo, a Licata, del depuratore nonostante l’espresso diniego di scarico della Regione.

Siciliacque e il suo socio di maggioranza, la francese Veolia, sono stati recentemente oggetto di critica da parte del sindaco di Messina, Renato Accorinti. Il primo cittadino ha più volte denunciato che la spa, che controlla l’acquedotto Alcantara, vende l’oro blu a un prezzo troppo alto. Motivo per cui negli anni scorsi la città dello Stretto ha deciso di fare a meno di quella fonte, approvvigionandosi soltanto dalla condotta Fiumefreddo, nei giorni scorsi colpita dalla frana a Calatabiano. La concessione che lega Siciliacque alla Regione ha una durata quarantennale.

 

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