Maurizio e la deontologia professionale

Tranqulli, non mi riferisco a Landini

segnalato da Barbara G.

Attentati Parigi: Belpietro dovrebbe chiedere scusa per almeno due motivi

di Luciano Scalettari – ilfattoquotidiano.it, 21/11/2015

Mi vergogno di essere collega di Maurizio Belpietro. Il fatto che venga definito giornalista mi disturba, e credo che sia lesivo per l’immagine della professione. Perciò ho anche aderito alla petizione lanciata su change.org perché l’Ordine dei giornalisti ne avvii la radiazione. Il primo motivo è che dalle colonne del suo giornale incita sistematicamente al razzismo e all’odio, e chi lo fa non può rimanere fra i giornalisti. La seconda ragione non è meno importante della prima: chi occulta volutamente le notizie non solo non fa informazione, ma non è degno di farla. Ed è esattamente il caso del direttore di Libero. L’ultimo esempio? Ieri, 19 novembre. Belpietro dedica un intero articolo per demolire Maryan Ismail, donna somala e cittadina italiana, membro del Pd e musulmana. Il motivo di cotanta rancorosa attenzione? Maryan ha osato chiedere le scuse di Belpietro per il titolo a tutta pagina di LiberoBastardi islamici, pubblicato all’indomani degli attentati di Parigi. Ben si capisce il livore (razzista) del direttore, è quasi un sillogismo, anzi un paralogismo (cioè un falso sillogismo): se gli islamici sono bastardi, Maryan è islamica, ergo Maryan è per forza una “bastarda”. Un tanto al chilo, come spesso fanno gli intolleranti o gli xenofobi. Ma tant’è. Se poi ci aggiungiamo che è del Partito Democratico, ovvio che l’illustre direttore ci è andato a nozze.

Si potrebbe anche capire, il meccanismo mentale: chi alla parola islamico vede rosso, e tanto più se il rosso (politico) gli fa vedere rosso, è normale che carichi come un toro infuriato. Eppure, in questo caso, c’è di peggio. E ce lo dice lo stesso Belpietro: scrive che fino al giorno prima non sapeva nemmeno chi fosse, Maryan Ismail; che è andato a informarsi su internet (fonti di prim’ordine, direttore! Sprechi almeno qualche telefonata, come si faceva una volta), e là, in rete, ha fatto le sue belle scoperte, cioè che Maryan è nata a Mogadiscio, è figlia di un diplomatico somalo, è esule politica – con tutta la sua famiglia – da molti anni, e vive in Italia a Milano. Ha trovato pure che è nelle file del Pd e che di recente si è occupata della questione, tanto dibattuta, della moschea da costruire a Milano.

Invito tutti a mettere il nome di Maryan Ismail su un motore di ricerca: viene fuori ben altro. La famiglia della donna somala è fuggita dal Paese del Corno d’Africa perché il padre era in dissenso col dittatore Siad Barre, credeva nella democrazia e in uno Stato laico, nonostante la Somalia sia al 99% islamica. Dalla rete emerge anche che Maryan da anni si batte per i diritti civili e contro ogni fanatismo che li nega; si è sempre prodigata, lei, donna somala e musulmana, per i diritti delle donne e in particolare per l’emancipazione delle donne islamiche. E lo ha fatto a prescindere dal colore politico, cercando e dando sostegno a chiunque condividesse i suoi ideali, di destra o sinistra che fosse.

Ma ho lasciato per ultimo l’aspetto più importante: il fratello di Maryan, Yusuf Ismail, è stato ucciso a Mogadiscio il 27 marzo scorso dagli shabab somali, proprio i cuginetti dell’Isis. Era uno dei bersagli del commando che è entrato nell’albergo e ha seminato la morte, in modo del tutto analogo a quanto è accaduto al Bataclan e al ristorante parigino, con le raffiche di kalashnikov e le granate. Ieri, ho sentito Maryan (che conosco da tanto tempo, proprio per le sue battaglie di civiltà, e che mi onora della sua amicizia). La prima cosa che ha detto è: “Mi sento come se avessero ucciso di nuovo mio fratello”. Non può che sentirsi così: Yusuf ha letteralmente dato la vita per combattere l’estremismo e il fanatismo islamico. Non è semplicemente capitato per caso nel teatro di un attentato. È stato assassinato proprio per la sua instancabile azione politica e diplomatica contro “i barbuti” – come li chiamava – che in nome della sua stessa religione sono spietatamente intolleranti, fino a commettere attentati e a uccidere persone inermi e innocenti.

Tutto ciò era facilmente rintracciabile in internet. Perciò, delle due l’una: o Belpietro non sa trovare le notizie, e allora è meglio che cambi mestiere; oppure le ha trovate e le ha taciute, perché gli faceva comodo sparare a zero su Maryan Ismail, musulmana e di sinistra, e in questo caso non è degno del titolo di giornalista.

Mercoledì prossimo (25 novembre) Maryan andrà davanti alla sede di Libero. Belpietro, ora, ha due motivi per chieder scusa. A tutti i musulmani tolleranti e pacifisti, offesi da quel titolo; a Maryan Ismail e alla sua famiglia, perché in un colpo solo ha “ucciso” l’impegno non di una ma di due vite, la sua e quella del fratello Yusuf.

*****

Radiazione di Maurizio Belpietro dall’Ordine dei Giornalisti

petizione su change.org lanciata da Ivo Mej

Il quotidiano Libero, il giorno successivo alla strage di Parigi, operata da terroristi anti-occidentali, ha dedicato la sua prima pagina ad un servizio anti-islamico intitolato ‘Bastardi islamici’, contravvenendo a tutte le norme della deontologia professionale in materia di incitamento all’odio razziale e di correttezza dell’informazione.

Il servizio è firmato dal direttore del giornale, Maurizio Belpietro che è indegno di rimanere un giorno di più nell’Ordine professionale.

Al Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Enzo Iacopino
Dopo l’ignobile titolo fatto in prima pagina da Libero all’indomani della strage di Parigi, chiediamo la radiazione immediata di Maurizio Belpietro dall’Ordine dei Giornalisti

Aggiornamento del 18/11

Il 26 novembre alle ore 10.00 le firme raccolte verranno ufficialmente consegnate nelle mani del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino. Questi ha dichiarato al sottoscritto di avere attivato personalmente l’Ordine Lombardo per il procedimento disciplinare a carico di Maurizio Belpietro. Iacopino mi ha anche assicurato che la vicenda verrà da lui seguita con attenzione perché l’Ordine lombardo prenda la decisione più opportuna per questo caso, seguendo naturalmente le procedure previste dalla legge.

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27 comments

  1. «Quattro blindati – tra polizia e carabinieri – sono andati questa mattina a portare il loro buongiorno al Baobab, in mimetica e caschi.

    Il Baobab è il centro di Roma che dalla scorsa primavera ha accolto decine di migliaia di transitanti, perlopiù dal Corno d’Africa (somali, eritrei, etiopi) svolgendo quel lavoro di supplenza che le istituzioni a Roma non hanno saputo fare (al contrario, ad esempio, di quanto avvenuto a Milano).

    Polizia e carabinieri hanno perquisito il Baobab metro per metro, per “antiterrorismo”: insomma cercavano armi proprie o improprie, esplosivi, riferimenti all’Isis, etc. Non hanno trovato nulla. Nulla di nulla, neanche un grammo di hascisc.

    Adesso stanno identificando uno per uno tutti gli ospiti, che questa mattina sono una settantina (nei momenti più caldi degli sbarchi la struttura è arrivata a ospitare centinaia di persone per notte). I migranti vengono divisi in due gruppi: chi non ha documenti validi per restare l’Italia (come una domanda di richiedente asilo) verrà portato via per la consegna del decreto di espulsione.

    Trattandosi di transitanti, gente che quindi non ha intenzione di restare in Italia (vanno quasi tutti in Germania o Scandinavia), l’identificazione è un bel problema perché li obbliga poi a chiedere asilo nel Paese in cui sono stati identificati, in base agli accordi di Dublino.

    Il Baobab ha svolto finora una funzione utile, come si diceva. Utile anche alla sicurezza della città, visto che ha evitato per mesi a centinaia di persone di dormire per strada, in assenza di un altro rifugio. Ed era talmente evidente l’utilità del Baobab che fino a ieri le forze dell’ordine avevano preferito non intervenire.
    Fino a ieri, appunto.

    Il centro comunque, almeno per oggi, non dovrebbe essere sgomberato. I volontari sperano di poter servire regolarmente il pranzo.

    Il Baobab si trova in via Cupa, a Roma, all’angolo con via Tiburtina.
    Qui, per chi è interessato, il mio articolo sul Baobab, di poche settimane fa.

    http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/…/il-sens…/

    La loro pagina Fb è Amici del Baobab».

  2. Il contropelo di Massimo Rocca

    Ci scusiamo per il disagio

    Adesso che ne ha parlato pure l’Economist, vedrete che anche tromboni e trombini della mia professione si accorgeranno di quel consensus, che chi ha la pazienza di seguirmi su internet conosce già da giorni. Quello in cui praticamente tutti gli economisti europei, quelli della Bocconi in testa, riconoscono ciò che gli americani hanno sempre detto, ma se lo dicevano loro era a causa dell’invidia e della paura creata negli Usa dall’Europa e dall’Euro, figuratevi. Ciò che pochi qui, in primis Bagnai, hanno osato dirvi. La crisi che ci ha affossato, non è una crisi di debito pubblico, ma una crisi causata prima dagli afflussi disordinati dei capitali all’interno di una zona che non è un area valutaria ottimale e che non è uno stato federale; e poi dal loro improvviso inaridirsi.. Quindi dicono, adesso Giavazzi e company, siccome la diagnosi è stata sbagliata, la terapia è stata sostanzialmente inutile. Capito? Tutti quei tagli, quella austerità, quei fiscal compact, quelle riforme. Inutili, perfino dannose. Ma ormai le hanno fatte. E noi ce le teniamo

        1. La Finlandia è la prima della UE nell’indice di competitività globale del World Economic Forum. E’ prima in tutto il mondo per le scuole primarie, l’istruzione superiore e la formazione, l’innovazione, i diritti di proprietà, la tutela della proprietà intellettuale, il quadro normativo e l’affidabilità legale, le politiche anti-monopolio, i collegamenti delle università in ricerca e sviluppo, la disponibilità delle tecnologie più recenti, così come per gli scienziati e gli ingegneri

          non è la Grecia

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