Libere di essere donne!

Violenza sulle donne, Istat: una su tre subisce abusi, 7 milioni le vittime

Nel rapporto, relativo al 2014, emergono segnali di miglioramento: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono diminuite dal 13,3% all’11,3%, ma crescono dal 26,3% al 40,2% quelle più gravi che provocano ferite. Secondo il dossier di We World Onlus il 25% dei giovani giustifica i maschi violenti e ActionAid denuncia la poca trasparenza nell’utilizzo dei fondi stanziati grazie alla legge sul femminicidio.

UNA DONNA SU TRE HA SUBITO VIOLENZA – Secondo i dati dell’Istat (aggiornati al giugno scorso e relativi al 2014), sono 6 milioni e 788mila le donne che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Praticamente una donna su tre. Il 20,2% è stata vittima di violenza fisica, il 21% di violenza sessuale, il 5,4% di forme più gravi di abusi come stupri (si parla di 652mila casi) e tentati stupri (746mila). Mentre a rendersi responsabili delle molestie sono nella maggior parte dei casi (il 76,8%) degli sconosciuti, il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Aumenta la percentuale dei bambini che hanno assistito ad episodi di violenza sulla propria madre (si è passati dal 60,3% del 2006 al 65,2% del 2014).

LA MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA – Nel rapporto Istat emergono segnali di miglioramento: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Un calo dovuto soprattutto a una maggiore consapevolezza delle donne, che riescono con maggiore frequenza a prevenire situazioni di pericolo e a uscire da relazioni a rischio. Più spesso considerano la violenza subìta un reato (dal 14,3% al 29,6%) e la denunciano di più alle forze dell’ordine (dal 6,7% all’11,8%). Nessun segno di miglioramento per quanto riguarda gli stupri e i tentati stupri (1,2% sia per il 2006 sia per il 2014). Le violenze sono più gravi: aumentano quelle che hanno causato ferite (dal 26,3% al 40,2% da partner) e il numero di donne che hanno temuto per la propria vita (dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014).

L’INDULGENZA DEGLI UNDER 30 – Ai dati Istat vanno incrociati con quelli del rapporto “Rosa Shocking 2. Violenza e stereotipi di genere: generazioni a confronto e prevenzione“, che l’associazione We World Onlus ha condotto insieme a Ipsos Italia. Secondo il dossier il 32% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni afferma che gli episodi di violenza vanno affrontati all’interno della mura domestiche. Non solo. Per il 25% (un giovane su 4) la violenza sulle donne è giustificato dal troppo amore oppure al livello di esasperazione al quale gli uomini sarebbero condotti da determinati atteggiamenti delle donne.

POCA TRASPARENZA NELL’UTILIZZO DEI FONDI – L’ultima denuncia sul fenomeno arriva da ActionAid, i centri antiviolenza della rete Dire e Wister. Le associazioni si sono riunite per presentare la mappatura delle risorse stanziate grazie alla legge sul femminicidio 119/2013 e finora spese. “Per il piano antiviolenza 2013/2014 sono stati stanziati 16 milioni e 400mila euro, ma solo 6 milioni sono arrivati nelle case rifugio” segnala ActionAid. Che chiede l’elaborazione di una mappa dei centri antiviolenza e più trasparenza nella gestione dei fondi da parte delle amministrazioni. Per monitorare la destinazione delle risorse si sono potuti raccogliere i dati di sole sette amministrazioni. Solo per dieci Regioni si può consultare la lista delle strutture che hanno beneficiato dei fondi statali e solo in cinque – Piemonte, Veneto, Puglia, Sicilia e Sardegna – sono stati  pubblicati online i nomi di ciascun centro con le risorse ricevute. Dall’analisi delle delibere regionali, poi, “è emerso che non sempre i dati relativi al numero dei centri antiviolenza – come ha evidenziato il monitoraggio – combaciano con quelli del documento di riparto della Conferenza Stato-Regioni“.

LA TECNOLOGIA CHE SALVA LE DONNE – Sono sempre più numerose, invece, le App che aiutano le donne vittime di violenza, come Shaw, acronimo di Soroptimist Help Application Women. L’App connette l’utente al 112 per richiedere aiuto in situazioni di emergenza e fornisce anche informazioni legali su violenza e stalking mettendo in contatto la vittima con il centro antiviolenza più vicino. A Milano, la Asl e l’associazione Telefono Donna hanno lanciato l’applicazione gratuita “Stop Stalking” in cinque lingue diverse: italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. Si possono memorizzare su un diario episodi preoccupanti, dagli appostamenti alle percosse per poi inviare le informazioni allo sportello stalking di Telefono Donna, aperto 24 ore su 24. Si chiama, invece, “Save the Woman” un’altra applicazione – studiata per prevenire gli abusi – lanciata dalla società Smartland e dalla criminologa Roberta Bruzzone. Attraverso un test si stabilisce il livello del rischio di violenza da parte del proprio partner, superato il quale la App consiglia di rivolgersi a un centro antiviolenza.

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225 comments

  1. Ladispoli, il preside della scuola dove il romeno è obbligatorio: “Io aggredito per aver difeso la bambina insultata”
    Il dirigente è finito al pronto soccorso dopo un calcio del padre di un’alunna. L’aggressione scattata dopo un litigio avvenuto tra la figlia dell’uomo, italiano, e una compagna di classe romena.

    LADISPOLI – Riccardo Agresti fa il preside da 15 anni. Non gli era mai capitato di essere aggredito a scuola. E’ successo. Il padre di una sua alunna l’ha spedito al pronto soccorso con un calcio, dopo averlo spintonato e insultato. Perché – questa è l’accusa – difende i romeni.

    La violenza è scattata dopo un litigio scoppiato tra sua figlia e una sua compagna di scuola, romena. Che frequentano la prima media. E che il preside aveva deciso di sospendere. Agresti racconta oggi: “Sono stato aggredito per aver difeso la bambina. Ha interrotto il consiglio d’istituto accusandoci di non essere patrioti. E a me ha detto che ho rapporti sessuali, sia con uomini che con donne, preferibilmente romeni”.

    Siamo a Ladispoli, cittadina a 50 chilometri da Roma. Dove gli immigrati sono quasi il 20 per cento della popolazione e per la maggior parte romeni. Agresti dirige gli istituti comprensivi Corrado Melone e Ladispoli 1, dove – come ha raccontato Repubblica a settembre – ha introdotto un’ora obbligatoria di romeno a settimana per 230 bambini tra i 3 e i 10 anni.

    Per la precisione il corso si intitola “Lingua, cultura e civiltà romena”, è un progetto finanziato dal governo di Bucarest, ed è nato per arricchire la conoscenza dei ragazzi e favorire l’integrazione. Mentre per tutte le classi delle medie è prevista un’ora facoltativa, in orario extrascolastico.

    Un’iniziativa a cui molti genitori si sono opposti. “Sono gli immigrati che devono imparare la nostra lingua, non viceversa. Meglio studiare l’inglese”, sostenevano. Il clima si è fatto sempre più teso. E poi la scintilla: il litigio tra le due ragazzine di prima media. Le professoresse cercano di calmarle e di farle riappacificare. Non ci riescono. Viene indetto un consiglio di istituto per discutere della sospensione delle alunne. Con la ragazza italiana che insulta la compagna romena: “Venite qui a rubarci il lavoro e la casa”. Vengono convocati anche i genitori. In assemblea il padre della ragazza italiana non fa neanche iniziare le discussione. Comincia – raccontano i presenti – a urlare e a lanciare tutti gli oggetti che si trova davanti, compreso un computer, che scaglia contro una docente. Aggredisce la mamma dell’alunna romena. E cerca di mettere le mani addosso anche alla bambina. Ma viene bloccato dai professori e dal preside, che viene assalito e insultato. “Mi ha detto cose pesantissime – spiega il preside – Gridava che ho rapporti sessuali con uomini romeni. E ovviamente non usava questi termini”. Adesso verrà denunciato.

    http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/11/26/news/ladispoli_aggredito_il_preside_della_scuola_melone_difende_i_romeni_-128226905/?ref=HREC1-20

  2. L’interessante scambio tra transi e barbara mi ha fatto venire in mente una cosa. Dove abito io ci sono due comunita’ prevalenti, arabi ( di vari paesi, ma per comodita’ e caratteristiche identitarie che li accomuna, li considero una comunita’) ed albanesi. Gli arabi sono orgogliosi delle proprie origini e tradizioni e pur conoscendo bene l’italiano, parlano in arabo con i figli e tra di loro. Gli albanesi, molti dei quali sarebbero anche mussulmani, in genere non osservanti (non esonerano i figli dall’ora di religione), non amano parlare nella loro lungua davanti a noi italiani, se lo fanno se ne scusano. In genere rivendicano per i figli in’identita’ italiana e ammettono a fatica che i figli parlino anche l’albanese.

    1. Ho un’amica albanese sposata con un italiano: non ha voluto insegnare l’albanese al figlio e preferisce parlargli in italiano.
      Gli arabi che conosco parlano in arabo coi figli in casa, così i greci.

      Italiani e tedeschi fanno mediamente a metà, ma ci tengono che i figli imparino le due lingue.

      Il problema, come mi hanno spiegato molti amici, è quando le lingue sono tre o quattro…
      Le due dei rispettivi genitori (coppia mista), poi quella con cui parlano fra loro e quella della nazione dove vivono e dove i figli vanno a scuola.

      1. I miei figli sono quadrilingue, e non vedo particolari problemi. A casa parlano italiano con me e spagnolo con la mamma, a scuola fanno un giorno in inglese ed un giorno in francese (la lingua locale). Il più piccolo ha dovuto inizare ad impararle tutte e 4 contemporaneamente, la più grande in modo più seriale (anche se la prima che ha imparato è stato l’olandese, poi completamente dimenticato).
        L’unico problema che abbiamo incontrato sono gli scettici, in particolare un’insegnante che al passaggio dell’asilo alla scuola avrebbe voluto farci eliminare l’inglese … invece alla faccia sua i bambini imparano senza problemi 🙂
        Il più piccolo è in una squadra di calcio con quasi tutti francesi di origine araba, e loro parlano solo francese. Ma so di colleghe arabe che insegnano e parlano arabo a casa. D’altronde tutti gli indiani che ho conosciuto in India (a Goa) parlano almeno 3 e spesso 4 lingue: la lingua locale, Hindi, Inglese e spesso portoghese (fino a pochi decenni fa Goa era una colonia portoghese). O anche una delle altre 100+ lingue indiane.

        1. eih! lanciate un contest e non avvisate?
          cos’è, dobbiamo votare i fligli “più fighi?”
          il tutto mi ricorda un mio ex collega, che a parlare del figlio lo faceva che manco fosse il padre di un incrocio tra leonardo da vinci, newton, marconi ed einstein, un giorno arrivo in centrale e disse, quasi con le lacrime agli occhi,
          “da non credere, ieri sera il mio bambino è caduto, ha battuto la gamba e ha detto ‘papa, mi fa male il ginocchio'”
          il meccanico che stava con me, intento ad accoppiare una flangia, si girò e rispose
          “cazzo, un genio il piccolo. almeno si rende conto di cosa ha battuto nel cadere. a te la testa fa ancora male, eh?”

          1. Ci avrei scommesso che la buttavi in caciara. A me pare non c’entrino per nulla queste cose che dici, non è questione di figurare … per loro quello è il mondo normale. Come normale lo era per i nostri padri – i miei parlavano 2 dialetti lombardi completamente diversi tra di loro, e anche l’italiano: 3 lingue in modo perfetto. E’ stata l’omologazione che li ha portati a vergognarsi a voler insegnare a noi solo l’italiano – pensa che imbecilli. In Alto Adige spesso trovi gente locale che parla ladino, tedesco hochdeutsch, tedesco tirolese, italiano e inglese …. per cui è una questione di dove vivi. La condizione innaturale per me è quella monolinguistica. Come va il tuo sardo?

            1. ma quale caciara! mi interesso al futuro dei giovani, a modo mio, ma mi interesso
              io, e la mia tribù, parliamo una sola lingua. a noi non piacere lingue biforcute!

        2. Conosco bambini che selezionano le lingue da parlare, scartando le altre.
          Es. al genitore (coppia mista) che parla italiano rispondono in inglese: quindi lo capiscono, ma non vanno oltre. Evidentemente i tuoi figli reagiscono in maniera diversa.

  3. @ anto esempio: le leggi razziali abrogate dallo stato anni prima, sono state applicate in molti stati degli stati uniti solo quando la massa critica della popolazione ha preso decisamente posizione perché fossero applicate. Le leggi esistevano, ma le mentalità hanno avuto bisogno di maggior tempo per cambiare e sono le persone ed i loro comportamenti che rendono questo tipo di leggi efficaci o meno

    @barbara: gli insegnanti e gli educatori fanno parte della società, hanno un compito importante e gravoso, ma non possiamo immaginarci che arrivino dallo spazio, né che il “mondo scuola” viva su un pianeta diverso dal nostro. Non si tratta di chiedere alla scuola di abdicare al suo ruolo, ma di non dare alla scuola un ruolo che non ha. Deve fornire gli strumenti per rendersi conto di cosa è giusto e cosa sbagliato, non “indirizzare” verso ciò che è giusto.

    1. Pur non conoscendo bene la storia americana, nutro la convinzione che se non fossero arrivate le leggi dall’alto, nulla sarebbe cambiato in molti stati. Soprattutto le leggi hanno aiutato e dato sponda a chi voleva ribellarsi alla discriminazione.

      1. Anto, le leggi c’erano, ma è stata la protesta popolare a renderle effettive

        è un po il discorso che facciamo sempre sul nero
        se siamo noi i primi a non essere convinti, a chiedere scontrini e fattura…

  4. a scuola non possono, anzi non devono, insegnare il rispetto ai nostri figli
    essere educati, rispettare gli altri, parità di genere sono insegnamenti che spettano a noi genitori
    la scuola dovrebbe attenersi a questi canoni comportamentali, ma qualora anche fallisse, a noi il compito di dare gli strumenti ai nostri figli di capire che quello che accade è sbagliato
    anche se il messaggio arrivasse dal maestro/professore

    la cosa più difficile è spiegare che un professore deve essere rispettato, formalmente, anche se sbaglia.
    Mi è capitato con mio figlio.

      1. non ho scritto che è facile, ma che è un compito che spetta ai genitori (neppure alla “famiglia, spesso i nonni su certe questioni non sono al passo con i tempi, o almeno i miei con i gay, per esempio)
        e come ho scritto precedentemente alla fine il genitore sbaglia sempre
        ma questo è un altro discorso

        1. nemmeno i genitori sono al passo con i tempi se devo dirla tutta….

          come dicevo a transi, non sto dicendo che la scuola deve sostituirsi alla famiglia, ma essendo luogo dove si deve imparare a fare comunità anche tutte le cose che riguardano la civile convivenza e il rispetto degli altri devono trovare spazio adeguato. La scuola deve promuovere valori universali, e lo deve fare (soprattutto con i più piccoli) in affiancamento alla famiglia

          1. In affiancamento alla famiglia. Ben detto: lì si comincia e a scuola si prosegue sulla base della collaborazione.

            Il punto è quando a casa ti hanno insegnato cose diverse: vedi mammina cara del parchetto contro i marocchini…

              1. Come ho scritto più volte, è pia illusione credere che i ragazzini arrivino a scuola digiuni del tutto rispetto a certe questioni. I condizionamenti li hanno già interiorizzati: anche se i genitori/famiglia non sanno definirli ‘stereotipi di genere’, hanno già provveduto a inculcarli.
                Ovviamente tralascio i casi in cui già in famiglia si è avuta un’educazione al rispetto e alla libertà di espressione. In queste situazioni la scuola riesce veramente a dare il proprio contributo, ma non è la regola, purtroppo.

              2. il fatto è che, secondo me, le “conseguenze” di eventuali idee discriminatorie inculcate in casa emergono solo col tempo. o meglio: i ruoli maschio femmina li mettono subito in pratica, mentre per il resto ci mettono di più. da piccoli è normale giocare con gli altri bambini, anche se sono di origine straniera. Le “paure” emergono col tempo.

                Faccio però una considerazione: ci troviamo in un periodo comunque di transizione, nel senso che nelle nostre scuole c’è un tale miscuglio di etnie che i bambini di problemi non se ne fanno.
                i problemi se li fanno i genitori, che poi sono della stessa fascia anagrafica di quelli che vorrebbero affondare i barconi o andare in medio oriente col lanciafiamme.

                magari dal punto di vista della convivenza fra etnie diverse i ragazzini crescendo non cambieranno il loro modo di vedere le cose. per quello che vedo in giro, in un paese piccolo come il mio, mi pare che le prospettive siano discrete. per quanto riguarda invece i rapporti uomo donna, e l’atteggiamento verso chi ha una “sessualità variopinta” (cit.)….non sono esageratamente ottimista. soprattutto sulla questione omosessualità, che fa ancora parecchio paura, mi pare…

                  1. non stavo parlando nello specifico di bullismo, che a volte viene fatto “senza motivo” (solo esercizio di forza, non necessariamente legato a razzismo o altro).
                    Per questo aspetto invece secondo me è veramente importante lavorare sui bambini piccoli, dall’asilo…

                    1. Il bullismo agisce sempre contro il ‘diverso’, e non è mai senza motivo. Nella cultura del rispetto includi non solo gli stranieri, ma anche i cicciottelli, i timidi, chi ha qualche tratto che lo distingue dagli altri etc. etc. L’altro, insomma. E vai contro i tentativi fascisti di omologazione.

                    2. La scuola pubblica è un’entità autonoma per molti versi, ma risente di certe imposizioni e interferenze (es. preside, famiglie). L’ideale sarebbe la collaborazione ispirata a determinati principi, ma la realtà ci dice che il conflitto la fa da padrone.

                    3. difficilmente in una società razzista la scuola non sarà razzista
                      le “cose” non esistono in entità astratta, sono le persone che le dirigono/frequentano che le rendono ottime o pessime
                      non esiste una buona banca, ma una filiale dove le persone lavorano bene, come per un comune o un ufficio postale
                      per la scuola è lo stesso

                    4. @sun non e’ detto, dipende anche qual e’ l’indirizzo generale che da’ lo stato. Cosi’ come le direttive che arrivano alla filiale della banca.

                    5. sun non sono d’accordo, nel senso che uno stato ha dei valori fondanti che sono sanciti dalla costituzione e la scuola deve farli propri e trasmetterli. e del resto mi aspetto quello da persone che sono insegnanti ed educatori ed hanno studiato per fare ciò. Altrimenti se la scuola abdica dal suo ruolo all’interno della società è anche inutile che ci lamentiamo della “buona scuola” ed altre amenità….
                      la scuola non deve essere una azienda che fa indagini di mercato (come forse qualcuno vorrebbe) per adeguare la propria offerta al gusto del cliente, ma fornire degli strumenti tecnici e culturali

              1. Come sai, certi giochi scatenano le ire dei genitori… Il punto è sempre lo stesso: se non c’è comunanza di vedute tra famiglia e scuola, si scatena l’inferno.

                1. te la ricordi la storia dell’asilo di trieste? il casino era stato tirato in ballo da un (1!!!) genitore che, senza sapere di cosa si trattasse veramente, aveva scritto alla stampa locale e la cosa era finita sui giornali nazionali, con titoli scandalizzati. Le maestre hanno fatto una riunione con i genitori per spiegare di cosa si trattasse, e i genitori hanno reagito benissimo.
                  tra l’altro, c’è i ballo un progetto crowfunding per la produzione della versione da casa del “gioco del rispetto”

                  1. Sì che lo ricordo. Se fossero episodi così sporadici, magari noi qui non ne parleremmo così tanto. Sarà mica che uno è stato mandato avanti a scrivere al giornale per conto di tanti altri rimasti nell’ombra?

    1. guarda…forse ve l’ho già raccontato…parlando con una mamma mi sono sentita dire “io i bambini a giocare nel parco giochi vicino al centro commerciale non li porto perché è pieno di marocchini, se poi i bambini litigano con i loro figli cosa vuoi che ci metta uno di loro a tirar fuori il coltello…”
      la persona che ha detto ciò è, per molti versi, una persona adorabile e premurosa al limite quasi dell’invadenza. ma se insegna ai figli la paura nei confronti di chi il suo stesso dio lo chiama allah….

      per non parlare dei vari discorsi su invasioni di musulmani e “se mio figlio si fidanza con una marocchina lo meno”
      quando ci sono le feste di compleanno e mi ritrovo a parlare con le altre mamme spesso mi sembra di arrivare da un altro pianeta…

        1. nella classe di mio figlio ci sono indiani, qualche rumeno (non so se famiglia mista o proprio rumeni) e un bimbo con mamma brasiliana, arabi non ce ne sono. la mamma brasiliana c’è sempre, il bimbo rumeno l’ho visto qualche volta. gli indiani vivono fuori paese e non ci sono mai, le famiglie son poco integrate a differenza di quelli che vivono in paese.

          1. Da noi partecipano e sono molto integrati, credo perche’ ci sono parecchi genitori che non hanno pregiudizi e quindi quelli che ne hanno non osano parlare. Non si puo’ sperare di convincere tutti pero’ si puo’ sempre cercare di fare massa critica e portare i passivi, anche se riluttanti, dalla nostra parte. Le mie amiche musulmane pero’, di tanto in tanto, mi rccontano situazioni sgradevoli.

            1. credimi, io i genitori di questi bambini li ho visti 3-4 volte in 3 anni e mezzo.
              ho parlato con una delle insegnanti di mio figlio, che è un’amica di famiglia e si può parlare liberamente, e mi diceva che vivono in una delle frazioni, dove ci sono molti indiani, quindi fuori della scuola i bambini interagiscono poco con bambini di lingua italiana e in casa parlano la loro lingua, e sono più indietro degli altri bambini dal punto di vista linguistico, quindi al momento stanno sfruttando l’ora di materia alternativa per fare un lavoro di recupero sull’italiano per portarli alla pari degli altri (e mio figlio è l’unico italiano che non fa religione, l’argomento è saltato fuori per quello).
              la cosa mi ha sorpreso moltissimo, perché mio figlio fa pallavolo con alcune bambine indiane e lì è tutto un altro andare. le mamme ci tengono tantissimo che le figlie si sentano parte integrante di una comunità, quando primavera scorsa è saltata fuori l’idea, per le più grandi, di iscriverle ad un campionato e prendere le tute con logo società erano entusiaste. i bambini l’italiano lo parlano perfettamente….quindi non è mica detto che sia solo colpa di noi italiani, nel caso specifico sono i genitori di questi bambini che non fanno abbastanza

              1. Bisognerebbe sapere se lavorano entrambi i genitori, che orari hanno, di quali mezzi di trasporto dispongono in orario extra-scolastico etc.
                A volte le situazioni sono più complesse di quanto possa sembrare.

              2. Nel caso che tu hai descritto c’e’ un problema logistico e uno linguistico. Anche da noi all’asilo c’era una giovane signora pachistana che non parla italiano. Non parlare italiano purtroppo isola. Le mie amche musulmane hanno seguito corsi d’italiano e se la cavano bene. Quando sono insieme tendono a parlare in arabo mescolando alcune parole italiane, sembra che l’arabo sia un po’ diverso da un paese all’altro. Siccome vedono che intuisco di cosa parlano, mi prendono in giro e dicono che sto imparando l’arabo.

                1. Da un individuo all’altro (parlo soprattutto di adulti) l’apprendimento di una lingua straniera può avere tempi ed esiti molto diversi. Inoltre, il fatto che nella frazione dove abitano ci siano molti altri indiani cementa la comunità, che magari si apre meno verso l’esterno.
                  Anche gli italiani all’estero fanno comunità: se si vuole imparare la lingua del luogo, non bisognerebbe frequentare italiani… ‘na parola… 🙄

                    1. Tu non valuti le motivazioni che portano a vivere isolati o che costringono a un certo isolamento: è quel che cerchiamo di dirti con Antonella da un po’.

                    2. transi….porca miseria.
                      quello che sto cercando di dire è che dalle mie parti ci sono alcuni stranieri che vivono “mescolati” in mezzo a italiani e altre nazionalità, loro sanno l’italiano meglio e sono più integrati rispetto a quelli che fanno molto comunità chiusa, e ovviamente è così anche da altre parti, e nel caso in esame vivono in cascina perché ci lavorano mentre dalle frazioni gli italiani sono decenni che scappano.
                      però se dico che spesso e volentieri sento stranieri parlare fra di loro in italiano (e non stanno in alcun modo interagendo con italiani) non è che me lo sto inventando….inoltre, se sei in un paese straniero e sei consapevole del fatto che hai difficoltà a comunicare uno sforzettino in più dovresti farlo, senza per questo rinnegare le tue origini.
                      Non posso sapere se gli altri genitori “escludono” i genitori stranieri perché non li ho MAI visti insieme (se non in occasione delle riunioni di classe), quindi stavolta non diamo la colpa agli italiani, anche se dicono cazzate sui marocchini al parchetto
                      E i corsi di alfabetizzazione li hanno fatti, tranquilli. se poi però l’italiano non lo parli quasi mai non è che migliori per grazia ricevuta…

                    3. Infatti nessuno dava la colpa agli italiani, ma in molti casi – questo si cercava di farti capire – non è nemmeno colpa dei genitori indiani (come tu hai scritto e per restare all’esempio), perché le condizioni di vita possono essere le più disparate e le possibilità di frequentare gli altri fuori dall’orario scolastico molto ridotte.
                      Questo non toglie che i genitori dovrebbero fare il possibile per favorire l’integrazione.
                      I casi di cui parli (stranieri all’apparenza che parlano in italiano fra loro), e che nessuno mette in dubbio, sono secondo me ascrivibili alle generazioni successive alla prima, se si tratta di un comportamento abituale.

                    4. no, stiamo dicendo la stessa cosa perché dl tuo discorso sembra che io pretenda che loro parlino italiano in casa. non è così, semplicemente sto dicendo che se non hanno l’occasione di parlarlo fuori potrebbero fare uno sforzo per provare di tanto in tanto a farlo a casa. e comunque in una comunità piccola come la mia le occasioni per “stare insieme” non mancano, e se ad esempio vuoi far fare uno sport ai figli le società sportive ti vengono incontro, magari se non puoi accompagnarli i bambini li vengono a prendere a casa.

                    5. No. Perché, ti ripeto, io sono certa che tu stessa, in Inghilterra (ad es.) con moroso e figlio, in casa parleresti tutto il tempo in italiano. Oggi come oggi. Perché ti verrebbe più naturale e costerebbe molta meno fatica, e perché penseresti che all’inglese, per fortuna, ci pensa la scuola. E un po’ perché vorresti preservare la tua lingua, un po’ perché la sua conoscenza da parte del bimbo non escluderebbe i nonni e i parenti rimasti in patria dall’avere un rapporto con lui.
                      Tutta la discussione è nata dal tuo ‘non fanno abbastanza’, e allora ti ho chiesto quali siano le condizioni di chi vive in frazione, e di valutare tutti gli aspetti che li spingono a un certo comportamento. Perché in un’affermazione del genere c’è un’attribuzione di responsabilità: è un po’ come dire ‘è colpa di’, ma in modo più soft.
                      Non faccio il processo alle intenzioni, ci mancherebbe, mi riferisco solo a quello che leggo, che interpreto come fanno tutti.

                    6. Se poi è solo chiusura nuda e cruda o pigrizia, allora… che dire? Belle occasioni perse (purtroppo).

                    1. non leggere
                      fai la polenta, pulisci i vetri, pensa al sardo e alla fortuna che hai di vivere lontano, esci a pisciare il cane
                      non leggere

                  1. Posso portarti solo la mia esperienza personale. Quando ci spostammo in Irlanda vent’anni orsono la prima ‘ Nessuna ha mai capito, quando parliamo (quando si tratta di cibo invece…)scelta fu di non cercare italiani e tantomeno frequentare la comunità italiana. Per una ragione semplice: non far sentire le mie figlie immigrate. Le regole sulla lingua, iniziali, furono semplici: le sorelle parlavano tra loro in inglese e con noi in italiano (per mantenere la lingua). Risultato? Nessuno immagina che siamo italiani quando si parla, Questo ha garantito una integrazione reale. Oggi, parliamo come capita, non ci sono più regole tranne quella di evitare assolutamente scambi tra di noi in italiano in presenza di inglesi per evitare che gli albionesi si sentano esclusi o possano credere che si commenti su di loro.

                2. non dico che non lo parlinoci siamo anche scambiati degli sms , i bambini sono tutti nati qui, però non lo parlano correntemente a casa, cosa fondamentale quando si è un po’ isolati.
                  ti dico, una delle altre mamme la sento sempre parlare in italiano con i figli

                    1. Fuori casa e con gli italiani sì.
                      In casa no. E non solo gli indiani. Tutti.
                      E gli italiani all’estero fanno altrettanto, a meno che non siano coppie miste, e lì allora ci sono accordi variabili.

                      Ma dimmi: tu straniera con un italiano relativamente approssimativo parleresti italiano in casa o preferiresti insegnare la tua lingua ai tuoi figli?

                    2. ma certo che è giusto insegnare lapropria lingua ai figli, mai detto il contrario, ma ad esempio se una mamma sta parlando col foiglio di questioni che riguardano solo loro due che motivo ha di farlo in quella che per lei è una lingua straniera? il fatto è che se sei abituato a parlare italiano perché interagisci con italiani ti viene spontaneo alternare indifferentemente le due lingue, se invece vivi solo nel tuo contesto culturale l’italiano non lo parli (anche se magari, per il bene tuo e di tuo figlio, un po’ di esercizio dovresti farlo)

                    3. Come lo sai? Erano davanti a te? Magari parlano nella tua lingua per educazione, per non escluderti.
                      Non ti viene spontaneo alternare le lingue col figlio, a meno che tu non sia perfettamente bilingue, e la cosa non è così scontata.

                    4. ma no, stavano tornando a casa dalla palestra e stavano parlando fra di loro di questioni legate alla scuola. io stavo andando per i fatti miei, con mio figlio e stavo parlando con lui

                    5. e mica solo loro, l’altro giorno ero in un bar gestito da cinesi, è arrivata una componente della famiglia col bambino. al bambino ha parlato italiano , con la barista ha cominciato in italiano (la cosa mi ha sorpreso molto), poi cinese e poi ancora italiano

                    6. l’esempio cinese suggerisce un ottimismo non giustificato 🙂
                      ma forse qui il fatto che si tratta di un paese aiuta. magari la comunità non è enorme

                    7. Questo – cioè il fatto che sappiano parlare l’italiano – non esclude affatto che in casa, fra loro, parlino il cinese, come qualunque famiglia italiana o greca fa all’estero (solo due esempi).

                    8. ma cazzo transi, sto parlando cinese?
                      dove sta scritto che i cinesi non sanno l’italiano? lo sanno eccome, ma di solito fra di loro parlano nella loro lingua. e non è che parlano in italiano perché ci sei lì tu che bevi il caffé…
                      poi anche lì…dipende…girando in metropolitana vedi tanti gruppetti di ragazzi stranieri, o coppiette. Anche se, almeno apparentemente, fanno parte della stessa etnia nella stragrande maggioranza dei casi fra loro parlano in italiano

                    9. Io discuto solo l’ipotesi che in casa cinesi o indiani parlino l’italiano, a meno che non sia la loro lingua (di nati qui e quindi non certo la prima generazione di immigrati). Gli esempi che porti non bastano a farne una regola (in sintesi).

                    10. ragazze, se volete conoscere cinesi che vivono da vent’anni in italia senza sapere l’italiano…

                      sapete dove andare… 🙄

                      per il resto: come al solito c’è di tutto. ma il fatto di ‘vendere a italiani’ non basta, ahimé (anche perché spesso non vendi agli italiani…). la comunità è chiusa, c’è poco da fare. tutta la speranza nelle seconde generazioni. sulle prime stendiamo un burka pietoso

                    11. Aggiungo qualcosa per rendere meglio l’idea. La mia prima figlia (che aveva 16 anni quando ci spostammo) oggi insegna Lingua e Letteratura Inglese. Mentre frequentava l’università per guadagnare qualcosa prese un diploma, il TEFL (Teaching English as a Foreign Language) che è riservato ai madre lingua.

  5. Sulla questione dell’educazione al rispetto credo si sia fatta un po’ di confusione. Credo sia necessaria e da tutto cio’ mi aspetto che la bimba non mi torni a casa imbufalita perche’ gli amichetti maschi l’hanno esclusa da qualche gioco in quanto femmina, che non mi venga a dire che ci sono giochi da maschio e da femmina, che questi bimbi indottrinati da genitori trogloditi non le mettano in testa che non tutte le strade future sono per lei aperte e percorribili. Io l’ho educata libera e invece piu’ prosegue nel cammino scolastico e piu’ si moltiplicano i messaggi sessisti.

      1. Che purtroppo molti genitori, inconsapevolmente spero, trasmettono ai figli gli stereotipi di genere. La mia impressione e’ che gli insegnanti non si preoccupano di sottolineare questi aspetti.

              1. La scuola da sola non ce la fa, e non ce la può fare. C’è un atteggiamento diffuso di deresponsabilizzazione dei genitori: l’educazione, in ogni suo aspetto, si comincia in famiglia.

                  1. Quando arrivano in classe sono già condizionati in un modo o nell’altro: da qui gli scontri coi genitori e l’accusa di sostenere e propagandare teorie gender, ad esempio.

        1. ah ok, non credo che la scuola molti anni fa fosse più sensibile su questi temi, purtroppo come tutte le cose sociali rispecchia i propri tempi, credo che i valori che gli trasmetti non saranno intaccati da un po’ di trogloditi, come non credo sia stato facile per te lo stesso percorso fatto tempo fa

          1. no, non era affatto più sensibile.
            ma forzare la questione non serve.

            secondo me non puoi ‘insegnare’ i ruoli, per varie ragioni.

            occorre insegnare il rispetto (anche per la pluralità e diversità).
            è poco e tanto allo stesso tempo

              1. una psicologa ad una mia amica che aveva problemi con figlio in età adolescente la consigliò di tenere posizione ferme su pochi no, di scegliere delle priorità dove dire no e solo su quelle tenere il punto, pare che anche troppi no abbiano un effetto inverso a quello voluto…

                1. Oggi la tendenza è questa: i genitori non dicono dei NO e non prendono posizioni ferme e nette. Quando poi il bambino-ragazzo si trova davanti a regole e NO chiari, reagisce male (eufemismo).

            1. è ovvio che se un bambino (machio) dice alla femmina che non può giocare con i soldatini l’insegnante deve riprenderlo, e anzi, magari se è maestra mettersi anche lei a giocare con lui. e viceversa con le bambole.

              questo è rispetto. ma non puoi forzare un bambino (maschio) a mettersi nei panni di una principessa o viceversa una bambina a mettersi in quelli del principe, se non vogliono (per educazione ricevuta, cartoni animati visti, o quant’altro). qui si toccano questioni delicate, che lascerei ai genitori (anche se sono trogloditi).

                    1. mi ricordo che al campino, spesso ero uno dei due “capitani” che facevano le squadre e spesso chiamavo per primo un amico incapace perché soffrivo a vederlo lasciare come ultima scelta #ilgarronecheèinme

              1. ma nessuno obbliga nessuno, heiner.
                questa è una delle cose che vengono dette per spaventare i genitori relativamente ad iniziative quali ad esempio “il gioco del rispetto”
                ma guarda che per certe famiglie anche pensare che un uomo possa mettersi a lavare i piatti è un’eresia, per i bimbi più piccoli si vuole principalmente agire su queste cose (dove questi progetti sono partiti, si intende…)

    1. è così. lo vedo già adesso, che siamo all’inizio.
      ma l’educazione al rispetto me la attendo sempre.
      per quanto riguarda i messaggi che orientano un sesso in un modo o nell’altro basterebbero molti dei cartoni animati o film che guardano – certo, negli anni 70 pippi calzelunghe spodestò cenerentola… ma è dura 🙂

      nel frattempo ci sono però chiaramente cartoni animati ‘gendericamente corretti’, per non dire di quelli che tematizzano la questione apertamente (ad es. con la coccinella di megaminimondo)

      1. la coccinella era troppo forte…..

        i cartoni di oggi mi sembrano piuttosto equilibrati. in linea di massima mi pare che ci sia una certa equiparazione dei ruoli, quantomeno in quelli che piacciono a mio figlio.
        ecco, se c’è una cosa che mi fa incavolare è che Masha e orso venga considerato un cartone per femmine. A livello di gadget, intendo.

          1. Devo essere stata l’unica ad aver visto solo due puntate di Lady Oscar. Una noia mortale, l’ho mollata.
            Di Pippi non ne ho persa una.

            #generazionerovinatadacandycandy

    2. concordo
      io a mio figlio non ho mi detto che una cosa è da maschi o da femmine (non gli ho comprato la barbie, intendiamoci, ma voleva la cucina giocattolo e l’abbiamo comprata). queste “distinzioni” ha imparato all’asilo
      ho preferito mandarlo a pallavolo piuttosto che a calcio, e si diverte un sacco, anche se era l’unico maschio in mezzo a una decina di bambine. in fondo gioca molto più con le bambine di quanto non facessi io alla sua età con i maschi, ma queste distinzioni indotte dall’ambiente mi fanno abbastanza incavolare.

  6. Antonio, lasciamo stare il predicozzo paternalistico. Marco ti pone una buona domanda: ma tu di fronte a tutto cio’ cosa fai? La tua risposta: mi gratto le ascelle perche’ oggi il mondo e’ fatto di banalita’ e persone mediocri. Scusa Dio-in-terra, verbo fatto carne, non volevamo deluderti: siamo uomini, abbiamo peccato. Pero’ Dio-in-terra (per gli amici: Dio) considera una cosuccia prima di fulminarci: quando la politica era fatta da grandi personalita’ ha prodotto anche grandi disastri: il XX secolo di Gramsci, Mussolini, Lenin, Stalin, Hitler ecc. e tutti gli altri ha prodotto due guerre mondiali, uso della bomba atomica, e varie guerre coloniali (che continuano). Io aspiro a una politica tipo la Svizzera, dove nessuno sa il nome del primo ministro (e se dite di saperlo mentite) ma tutti sono sicuri che sta facendo il proprio dovere, e se c’e’ da prendere una decisione si fa una cosa chiamata referendum e la decisione viene rispettata. Dirai: banalita’, cose mediocri. Intanto la Svizzera da piu’ di 1000 anni non fa una guerra: e’ gia’ qualcosa.
    Poi c’e’ un piccolo aspetto legato alla democrazia: ma ti interessa ancora? Perche’ vedi δῆμος e κράτος cioe’ governo del popolo, lo realizzi facendolo governare il popolo. Il popolo e’ anche quella gente mediocre e banale che ti fa schifo, anzi soprattutto quella. Quella che si lava, ha i soldi, sfoggia supermacchine (o anche aerei) e fa grandissimi discorsi sulla democrazia: quelli non gliene puo’ fregare alcunche’ del popolo, ma attualmente si ergono a rappresentanti (neanche eletti) del popolo. Banalita’, cose per mediocri.
    Quello che sembri non capire e’ che al di la’ del monologo (neanche del discorso che presuppone un interlucotre) sofistico dove tu Dio-in-terra getti il tuo disprezzo sul mondo, noi poveri umani abbiamo scoperto un metodo, ci siamo organizzati, e abbiamo scoperto il fuoco. Ringraziamo Grillo-Prometeo e – banalmente – decideremo noi il destino delle nostre vite mediocri. Tu rimani a giocare a flipper con le stelle.

    1. Danié, prima di dare agli altri del Dio in terra rileggiti, fai ammenda e comincia a scrivere facendo meno lo sborone
      detto da amica, altrimenti non ti si legge nemmeno, e sprechi solo tempo

    2. Vedi Daniele , non so se Boka si atteggi a Dio-sceso-in terra come dici tu (conoscendolo anche personalmente non credo proprio).Che abbia assunto una posizione molto critica sul panorama politico italiano senza aver ancora trovato un approdo per lui accettabile ci può stare e possiamo discuterne.Quello che trovo inaccettabile e l’ho detto in varie occasioni è l’atteggiamento di voi grillini fondamentalisti.Partendo da un assunto giusto ( in Italia la politica si è ridotta ad un puro esercizio di potere e alla cura dei propri interessi personali) l’unica soluzione che offrite è quella di arruolarvi nel vostro esercito purificatore al di fuori del quale non c’è salvezza.Forse se la smetteste di insistere su questa puttanata sesquipedale ,qualcosa si potrebbe cominciare a fare e a dare una speranza CONCRETA a questo cazzo di paese.Altrimenti tenetevi il vostro Grillo-Prometeo e continuate ad abbaiare alla luna.

      1. Mario, non e’ usando un linguaggio stereotipato che vorrebbe equiparare i simpatizzanti (o attivisti) del movimento a terroristi dell’Isis che ti farai degli amici. Lascia stare i “grillini fondamentalisti” e altre fesserie, e andiamo al sodo:
        1- Mi fa piacere che al posto di Dio-in-terra rispondano le sue varie segretarie (ma non fa prima a mettere una segreteria telefonica con messaggi pre-registrati?), i suoi amici e cugini, quelli che lo conoscono personalemente e ci hanno fatto le vacanze insieme – ma a te chiedo: hai un’opinione tua?
        2- Se hai un’opinione, puoi per favore far si’ che non sia basata su stereotipi come quelli che tiri fuori a partire dalla tua icona per finire con quelli vergognosi di matrice fascista tipo “italiani brava gente”?

        Forse ancora non ci siamo capiti. A me non interessa cosa voti, per chi parteggi ecc.
        E neanche mi interessa che il movimento duri e si strutturi in partito.
        A me piace il metodo che il M5S ha messo in piedi per scardinare la classe corrotta che ha dominato questo paese, e non mi interessa che ne piazzi un’altra destinata a corrompersi. I 2 mandati e poi a casa sono l’applicazione pratica della rivoluzione (oddio, senza esagerare: ma per l’Italia lo e’) permanente di Trotzkyana memoria.

        Tu hai un metodo migliore per garantire l’applicazione della democrazia (potere al popolo)? Se la tua speranza e’ una persona, e quella persona poi e’ un orsetto di peluche chiamato Civati che non ha niente di diverso dagli altri politici che disprezzi, la risposta e’ no.

        Ma se vuoi, continuiamo a fare il gioco ipocrita facendo finta che quello che diciamo cambiera’ qualcosa. Siamo tutti e coinvolti, ed e’ quello che facciamo (o non facciamo) che cambiera’ tutto.

        1. segretaria una cippa
          stai rompendo le palle a tutti
          ripeto, perdi tempo
          si leggono le prime due righe, e visto il tono arrogante si “cambia canale”
          neanche ti viene il dubbio che una possa avere anche altro oltre che stare qui a dare uno scopo alla tua “esistenza virtuale”?

        2. Caro Daniele , facciamo un pò di ordine. 1) Non faccio il segretario di nessuno. Ti ho risposto su Boka solo al riguardo di una tua valutazione che non condivido.Posso farlo o divento automaticamente il lacchè di Antonio?
          2) Mi fa specie e mi dispiace che dopo anni di accesi dibattiti tu possa mettere in dubbio il fatto che possa avere idee mie e non andare a rimorchio di qualcuno. Ho la presunzione di credere che dai miei commenti almeno questo fosse evidente.Forse a tutti (aspetto eventuali smentite) tranne che a te. 3) Il mio modo migliore per garantire l’applicazione della democrazia non è legato alla speranza in una persona che tu spregiativamente definisci orsetto di peluche (anche questa e democrazia?) ma si basa su un movimento che “l’orsetto di peluche” ha creato senza diventarne il “padrone” , senza usare piattaforme informatiche a lui legate, senza pretendere di esserne il capo nè di dettarne autoritariamente linee e contenuti.Prima di emettere giudizi vatti a leggere quanto scaturito e deciso sabato scorso a Napoli (www.possibile.com) e poi voglio vedere con che faccia verrai a dirmi che Grillo e Casaleggio sono più “democratici” di Civati.

    1. guarda, in un certo senso mi hai anticipato
      Amnesty ha lanciato una campagna di raccolta firme a sostegno delle donne Tunisine vittima di stupro
      http://www.amnesty.it/Tunisia-stupratori-salvi-vittime-colpevolizzate-e-punite
      a ben leggere….la campagna è relativa ad aspetti legislativi che erano previsti dal nostro ordinamento fino a una trentina di anni fa.
      Il matrimonio riparatore ad esempio. Noi facciamo tanto i fighi, ma trent’anni fa eravamo esattamente come le nazioni rispetto alle quali noi ci sentiamo così “superiori”

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