Month: novembre 2015

Perdonate l’arroganza

di Lame

Confesso. Faccio parte della claque. Così X e M2c sono contenti e si può provare a ragionare.
Perchè la disputa, per niente stucchevole, anzi estremamente interessante, tra Totò e Peppino (con Marco2 che ogni tanto entra a gamba tesa) mi offre lo spunto per dire alcune cose che mi girano in testa da tempo.
Parlo della somiglianza tra X e M2c che è molto più pronunciata di quel che le rispettive posizioni potrebbero dire a prima vista. Gemelli separati alla nascita che mantengono un dna comune fortissimo, direi.
Prima di tutto, se guardate bene, entrambi hanno un attaccamento fideistico al loro personale dio. Che non sbaglia mai ed ha sempre la soluzione per tutti i problemi. Se tutti e due fanno un esame di coscienza devono riconoscere che – almeno in questo microscopico blog – non hanno mai scritto una sola parola di critica verso il rispettivo caro leader.
Secondo. Entrambi sembrano considerare il “fare” l’unica dimensione nella quale si può esprimere una valenza/attività politica. E quindi coerentemente tacciano il resto del blog come degli statisti da tastiera che non vogliono impegnarsi.
Terzo. Per entrambi i problemi sono “semplici”. Si taglia il nodo di gordio e tutto filerà via liscio.
Questa identità non può essere casuale. (No, non sto per affliggervi con l’ennesima teoria del complotto, anche se mi piacerebbe tanto).
Tanto per cominciare queste caratteristiche mi sembrano tratti definitori del loro gruppo di riferimento (non li chiamo partiti perchè i cinque stelle si imbizzariscono se gli dici che sono un partito e chiamare partito il RenzoPd fa schifo a me). Ovvero queste caratteristiche sono elementi fondanti della cultura del gruppo al quale hanno deciso di aderire.
Divagazione. Se guardate le dinamiche delle espulsioni dal Pd e dai cinque stelle, troverete che la causa prevalente è il dissenso verso il capo. Per entrambi.
Tornando agli elementi fondanti, va detto che ogni soggetto collettivo decide di promuovere all’interno del gruppo alcuni comportamenti/schemi di pensiero e di punirne altri. Così facendo viene definita l’identità del gruppo. È una scelta. (E qui lasciatemi almeno una sfumatura di complottismo: fatta da chi?).
In ogni caso questi schemi di pensiero evidentemente risuonano con l’attuale prevalente cultura collettiva in Italia, visto che assieme i due gruppi raccolgono ben oltre la metà dell’elettorato votante italiano.
Ci sono ottime ragioni per questo successo antropologico-sociale.
La prima è il basso livello di istruzione/competenze della società italiana. Talmente basso da lasciarla smarrita e disarmata davanti alla complessità enorme del presente.
La seconda, che riguarda il mondo intero, proviene da un cambiamento di cui non percepiamo completamente le conseguenze, ovvero il sequestro, da parte della televisione e della rete, delle nostre capacità cerebrali.
Gli studi più recenti dicono senza ombra di dubbio che il nostro cervello funziona per immagini. Pensiamo per immagini, ragioniamo sulla base di immagini. Di cui, in massima parte, non siamo coscienti. Quindi il meccanismo che produce immagini in flusso continuo si è impadronito della nostra capacità intellettuale saturando completamente lo spazio mentale di cui disponiamo. E facendo questo si è impadronito dello script, decide – occupando lo spazio cerebrale manu militari – quali sono le emozioni e i pensieri che vanno premiati e quelli che vanno puniti/esclusi. Chi aveva esperienza di modalità diverse invece ricorda che esiste altro e, chi più chi meno, sa come usarle.
Questo è il nodo dell’incompatibilità tra Totò e Peppino/M2c. Loro due, in modo perfettamente uguale, rispondono allo script del presente.
Antonio invece è il massimo esponente – qui dentro – della vecchia modalità. Anche quella, a suo modo, aveva uno script. Ma tra i codici sorgente ce n’era uno che diceva: pensare è utile, avere delle idee non conformi al gruppo è positivo.
Questo codice sorgente è stato eliminato non con un comando esplicito, chè se ne sarebbero accorti tutti. Semplicemente impedendo che ci sia spazio per attivare questa specifica operazione dentro il cervello.
L’unica cosa che lascia aperto un vago spiraglio di speranza è che X e M2c sono sempre qui. In qualche modo deve essere rimasta la percezione che ragionare e discutere, anche se pare un dialogo tra sordi, ha un valore. Altrimenti non vedo per quale ragione dovrebbero perdere tempo qui dentro.

Le mammane del 2000

segnalato da Barbara G

In Sicilia mammane e aborti clandestini, la denuncia delle donne di sinistra

In Sicilia l’87 per cento dei ginecologi è obiettore di coscienza. Incontro organizzato dal comitato composto da esponenti di Sel, Rifondazione comunista, Futuro a Sinistra, L’altra Europa, Radicali e l’associazione Extra

di Gioia Sgorlati – palermo.repubblica.it, 21/11/2015

“In Sicilia l’87 per cento dei ginecologi è obiettore di coscienza e a quarant’anni dalla legge 194 si torna a fare ricorso alle mammane e agli aborti clandestini”. A denunciarlo ieri a Palazzo Cefalà, le donne della sinistra palermitana. Un comitato composto da esponenti di Sel, Rifondazione comunista, Futuro a Sinistra, L’altra Europa, Radicali e l’associazione Extra. “Abbiamo studiato attentamente la relazione del ministro Lorenzin e fatto un’indagine a campione sugli ospedali siciliani”, dice Daniela Carella, dirigente di Sel Palermo. Il risultato? “Una legge, la 194, inapplicata sia rispetto al sostegno psicologico di chi decide di interrompere una gravidanza e che dovrebbe avere al suo fianco gli specialisti dei consultori, sia rispetto al funzionamento degli ospedali”.

Le testimonianze arrivate al comitato raccontano non solo della difficoltà di trovare un ospedale dove la pratica dell’aborto venga garantita ma anche di trattamenti per nulla in linea con lo spirito della norma. “La legge  –  spiega Carella  –  prevede stanze separate per le partorienti e chi invece è costretto o decide di ricorrere all’interruzione di gravidanza e invece questo nella maggior parte dei casi non avviene”. Ma ad essere allarmanti sono anche i numeri snocciolati dalla deputata Marisa Nicchi, membro della commissione Sanità alla Camera: “Sull’Isola c’è una delle percentuali più alte di obiettori di coscienza: ginecologi, anestesisti e persino infermieri. Il risultato è che nel 50 per cento dei reparti di ostetricia e ginecologia l’interruzione di gravidanza, di fatto, non viene assicurata”.

Tretatrè in tutto i centri pubblici dove l’interruzione volontaria di gravidanza è consentita. “Con Comuni – aggiunge Cardella – totalmente scoperti come Corleone e un business privato in crescita e professionisti che per un intervento privato in intra moenia chiedono fino a 600 euro”. Dal comitato, la richiesta alla Regione di avviare un osservatorio regionale “mappando la situazione dei singoli ospedali così da avere un quadro chiaro della situazione e intervenire – dicono le rappresentanti del comitato – per difendere i diritti delle donne e garantire il rispetto della norma”.

Libere di essere donne!

Violenza sulle donne, Istat: una su tre subisce abusi, 7 milioni le vittime

Nel rapporto, relativo al 2014, emergono segnali di miglioramento: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono diminuite dal 13,3% all’11,3%, ma crescono dal 26,3% al 40,2% quelle più gravi che provocano ferite. Secondo il dossier di We World Onlus il 25% dei giovani giustifica i maschi violenti e ActionAid denuncia la poca trasparenza nell’utilizzo dei fondi stanziati grazie alla legge sul femminicidio.

UNA DONNA SU TRE HA SUBITO VIOLENZA – Secondo i dati dell’Istat (aggiornati al giugno scorso e relativi al 2014), sono 6 milioni e 788mila le donne che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Praticamente una donna su tre. Il 20,2% è stata vittima di violenza fisica, il 21% di violenza sessuale, il 5,4% di forme più gravi di abusi come stupri (si parla di 652mila casi) e tentati stupri (746mila). Mentre a rendersi responsabili delle molestie sono nella maggior parte dei casi (il 76,8%) degli sconosciuti, il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Aumenta la percentuale dei bambini che hanno assistito ad episodi di violenza sulla propria madre (si è passati dal 60,3% del 2006 al 65,2% del 2014).

LA MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA – Nel rapporto Istat emergono segnali di miglioramento: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Un calo dovuto soprattutto a una maggiore consapevolezza delle donne, che riescono con maggiore frequenza a prevenire situazioni di pericolo e a uscire da relazioni a rischio. Più spesso considerano la violenza subìta un reato (dal 14,3% al 29,6%) e la denunciano di più alle forze dell’ordine (dal 6,7% all’11,8%). Nessun segno di miglioramento per quanto riguarda gli stupri e i tentati stupri (1,2% sia per il 2006 sia per il 2014). Le violenze sono più gravi: aumentano quelle che hanno causato ferite (dal 26,3% al 40,2% da partner) e il numero di donne che hanno temuto per la propria vita (dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014).

L’INDULGENZA DEGLI UNDER 30 – Ai dati Istat vanno incrociati con quelli del rapporto “Rosa Shocking 2. Violenza e stereotipi di genere: generazioni a confronto e prevenzione“, che l’associazione We World Onlus ha condotto insieme a Ipsos Italia. Secondo il dossier il 32% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni afferma che gli episodi di violenza vanno affrontati all’interno della mura domestiche. Non solo. Per il 25% (un giovane su 4) la violenza sulle donne è giustificato dal troppo amore oppure al livello di esasperazione al quale gli uomini sarebbero condotti da determinati atteggiamenti delle donne.

POCA TRASPARENZA NELL’UTILIZZO DEI FONDI – L’ultima denuncia sul fenomeno arriva da ActionAid, i centri antiviolenza della rete Dire e Wister. Le associazioni si sono riunite per presentare la mappatura delle risorse stanziate grazie alla legge sul femminicidio 119/2013 e finora spese. “Per il piano antiviolenza 2013/2014 sono stati stanziati 16 milioni e 400mila euro, ma solo 6 milioni sono arrivati nelle case rifugio” segnala ActionAid. Che chiede l’elaborazione di una mappa dei centri antiviolenza e più trasparenza nella gestione dei fondi da parte delle amministrazioni. Per monitorare la destinazione delle risorse si sono potuti raccogliere i dati di sole sette amministrazioni. Solo per dieci Regioni si può consultare la lista delle strutture che hanno beneficiato dei fondi statali e solo in cinque – Piemonte, Veneto, Puglia, Sicilia e Sardegna – sono stati  pubblicati online i nomi di ciascun centro con le risorse ricevute. Dall’analisi delle delibere regionali, poi, “è emerso che non sempre i dati relativi al numero dei centri antiviolenza – come ha evidenziato il monitoraggio – combaciano con quelli del documento di riparto della Conferenza Stato-Regioni“.

LA TECNOLOGIA CHE SALVA LE DONNE – Sono sempre più numerose, invece, le App che aiutano le donne vittime di violenza, come Shaw, acronimo di Soroptimist Help Application Women. L’App connette l’utente al 112 per richiedere aiuto in situazioni di emergenza e fornisce anche informazioni legali su violenza e stalking mettendo in contatto la vittima con il centro antiviolenza più vicino. A Milano, la Asl e l’associazione Telefono Donna hanno lanciato l’applicazione gratuita “Stop Stalking” in cinque lingue diverse: italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. Si possono memorizzare su un diario episodi preoccupanti, dagli appostamenti alle percosse per poi inviare le informazioni allo sportello stalking di Telefono Donna, aperto 24 ore su 24. Si chiama, invece, “Save the Woman” un’altra applicazione – studiata per prevenire gli abusi – lanciata dalla società Smartland e dalla criminologa Roberta Bruzzone. Attraverso un test si stabilisce il livello del rischio di violenza da parte del proprio partner, superato il quale la App consiglia di rivolgersi a un centro antiviolenza.

Liberi dall’oro nero

segnalato da Barbara G.

Liberarsi dell’energia fossile entro il 2050? Si può

Secondo uno studio di ricercatori di Stanford, tutti i Paesi del mondo potrebbero rinunciare a gas e petrolio. Manca, però, la volontà politica per farlo.

linkiesta.it, 21/11/2015

Se tutti fossero d’accordo, se le linee guida sono giuste, e se ci fosse la volontà politica per farlo, si potrebbe smettere di usare combustibili fossili per sempre già dal 2050. Lo ha stabilito una ricerca condotta dall’Atmosphere/Energy Program dell’Università di Stanford, coordinata da Mark Z. Jacobson.

È una cosa importante. Si dimostra che “il passaggio da un’economia basata sul consumo di energia fossile a una affidata al 100% a risorse rinnovabili è possibile”, spiega l’autore della ricerca. Le critiche spesso si concentrano sui costi (“troppo caro”) sulla scarsità di risorse (“servono troppi spazi”) sull’efficacia finale (“in ogni caso non si riuscirebbe”). Tutto sbagliato. Si può fare, senza ricadute per l’ambiente, per il paesaggio e per l’economia. Anzi: “Si creerebbero in tutto 20 milioni di posti di lavoro”, molti di più “di quelli che verrebbero a mancare con l’abbandono dell’industria dell’energia fossile”.

Oltre al fatto che, decentralizzando l’energia, si avrebbe un crollo della richiesta di petrolio, con conseguente diminuzione di guerre, terrorismo e stragi. Niente gas, niente oro nero. Solo vento, sole e acqua.

La ricerca si è basata su un esame dei numeri: è stata calcolato il quantitativo di energia di cui ogni Paese avrà bisogno nel 2050 (elettricità, trasporti, riscaldamento, raffreddamento, energia, agricoltura), poi si è ipotizzato il modo in cui le rinnovabili potrebbero coprirlo, compresi costi e strategie.

L’Italia, secondo lo studio, potrebbe puntare molto sugli impianti solari (il 63,1%) e – molto meno – sull’eolico terrestre (l’11%), e infine una punta di idroelettrico (7,8%). Dal punto di vista economico, sarebbe una manna: il costo, che oggi è circa di 6.876 dollari all’anno a testa, si ridurrebbe a 486 dollari all’anno. Un successo.

Il problema, però, è che non si troverà mai, o quasi mai, l’intesa politica per portare a termine il progetto. Sia per la debolezza della politica, sia per l’incapacità di guardare sul lungo periodo (ma non è nemmeno così lungo). Però, come monito, può funzionare. È più interessante di quelli che faceva, ai tempi, Napolitano.

La crisi che viene dal Nord

segnalato da marco

AEP: LA FINLANDIA CHE DISCUTE IL “FIXIT” È L’ULTIMO ATTO D’ACCUSA CONTRO L’EURO

Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph parla della Finlandia, paese che, seppure additato come archetipo della competitività della UEM, ha perso un quarto della sua industria dal 2008 a causa della crisi indotta dal cambio fisso sopravvalutato rappresentato dall’euro. La situazione economica è così grave che il parlamento finlandese è stato impegnato da una petizione di 50mila cittadini a discutere del Fixit, l’uscita dall’unione monetaria, nel 2016: l’ultima di una lunga serie di crisi che scuote dalle fondamenta l’Unione Europea, e che questa volta coinvolge uno dei paesi core ritenuti “modello”.

di Ambrose Evans Pritchard, 18 novembre 2015 – da vocidallestero.it, 21/11/2015

La Finlandia sta scivolando sempre più nella recessione economica, prova principale del fallimento della moneta unica e, per i difensori teorici dell’euro, una saga ancora più preoccupante della crocifissione della Grecia.

A ben sei anni e mezzo dall’inizio dell’attuale espansione globale, il PIL della Finlandia è del 6pc di sotto del suo precedente picco. Sta soffrendo una crisi più profonda e più prolungata del crollo post-sovietico dei primi anni ’90, o della Grande Depressione degli anni ’30.

Nessuno può accusare la Finlandia di essere spendacciona, o indisciplinata, o tecnologicamente arretrata, o corrotta, o prigioniera di una oligarchia consolidata, quel tipo di accuse avanzate contro greci e latini.

Il debito pubblico del paese è al 62pc del PIL, inferiore a quello della Germania. La Finlandia è stata a lungo additata nell’unione monetaria come l’archetipo dell’austerità, della determinazione, e della super-flessibilità, l’unico membro della periferia che si presumeva avesse fatto i compiti a casa prima di entrare nell’unione monetaria e potesse quindi far fronte alle avversità.

La Finlandia è la prima della UE nell’indice di competitività globale del World Economic Forum. E’ prima in tutto il mondo per le scuole primarie, l’istruzione superiore e la formazione, l’innovazione, i diritti di proprietà, la tutela della proprietà intellettuale, il quadro normativo e l’affidabilità legale, le politiche anti-monopolio, i collegamenti delle università in ricerca e sviluppo, la disponibilità delle tecnologie più recenti, così come per gli scienziati e gli ingegneri.

Il suo profilo quasi perfetto demolisce l’affermazione centrale del ministero delle Finanze tedesco – attraverso il suo portavoce a Bruxelles – secondo la quale i paesi nella UEM vanno incontro a guai seri solo se non si impegnano nelle riforme e spendono troppo.

Il paese è stato ovviamente colpito da una serie di shock asimmetrici: il collasso del suo campione hi-tech, Nokia, il crollo dei prezzi delle materie prime forestali, e la recessione in Russia.

Il punto importante è che adesso il paese non può difendersi. La Finlandia è intrappolata da un tasso di cambio fisso e dalla camicia di forza fiscale del Patto di Stabilità, un costrutto avvocatesco che non è mai stato pensato per tali circostanze. Il Patto è stato applicato in ogni caso, perché le regole sono regole e perché i leader del blocco teutonico hanno la fissazione che l’azzardo morale dilagherà se qualche paese del nucleo dell’unione monetaria dà un cattivo esempio.

La produzione della Finlandia si è ridotta ulteriormente dello 0.6pc nel terzo trimestre e la recessione del paese si sta trasformando da triennale a quadriennale. Gli ordini industriali sono scesi del 31pc a settembre. “E ‘inquietante”, ha detto Pasi Sorjonen, da Nordea.

La Svezia è stata in grado di navigare tra shock simili lasciando che la sua moneta si svalutasse nei momenti chiave negli ultimi dieci anni. Il PIL svedese adesso è del 8pc al di sopra del suo livello pre-Lehman.

La divergenza tra la Finlandia e la Svezia è sconcertante per due economie nordiche con così tanto in comune, e questo ha riacceso il dormiente movimento anti-euro della Finlandia.

Il parlamento finlandese l’anno prossimo terrà le udienze ‘Fixit’ sull’uscita dall’unione monetaria e sul ritorno al marco, la moneta che ha salvato la Finlandia nei primi anni ’90 (una volta abbandonata la malaccorta politica del marco pesante e del cambio fisso con l’ECU).

Paavo Väyrynen, eurodeputato e presidente onorario del partito di governo Centro, ha obbligato il parlamento ad inserire le audizioni in agenda dopo aver raccolto 50.000 firme. “La zona euro non è un’area valutaria ottimale e le persone stanno diventando consapevoli delle vere ragioni della nostra crisi”, ha detto.

“Siamo in una situazione simile a quella dell’Italia e abbiamo perso un quarto della nostra industria. Il nostro costo del lavoro è troppo alto”, ha detto.

Gli elettori in Svezia e Danimarca hanno impedito ai loro governi di abolire le proprie vecchie valute. Gli elettori finlandesi non hanno mai avuto un referendum per esprimersi. La decisione di aderire all’euro fu imposta a scapito di una diffusa opposizione, e fu camuffata come una questione di sicurezza nazionale.

Väyrynen ha detto che il campo pro-euro ha incitato alla minaccia russa negli anni ’90, sostenendo che la Finlandia aveva bisogno di legarsi il più profondamente possibile a tutti gli aspetti del sistema UE per una maggiore sicurezza (sebbene senza entrare nella Nato, l’organizzazione più importante per la difesa). “Hanno giocato la carta della politica estera. Era un trucco “, ha detto.

E’ difficile evitare la conclusione che la Finlandia ha gestito i suoi affari economici con più abilità negli anni ’20 e ’30 sotto la guida di Risto Ryti (molto apprezzato da Lord King, ex Governatore della Banca d’Inghilterra), che comprese i mali causati da un disallineato del tasso di cambio, e liberò in anticipo il suo paese dalle devastazioni del Gold Standard nel 1931. Non sarebbe mai stato sedotto dalle facili promesse dell’unione monetaria.

Ryti era un anglofilo antinazista. Per una tragica sequenza di eventi si trovò costretto ad allearsi con Hitler contro Stalin, e, infine, in guerra con la Gran Bretagna. E ‘probabilmente l’unica volta nella storia che due democrazie sviluppate si sono fatte guerra.

La Banca d’Inghilterra cercò di intercedere alla fine della seconda guerra mondiale per impedire che fosse trattato come un criminale di guerra (come richiesto da Stalin), ma non ci riuscì. Fu condannato ai lavori forzati. Ma sto divagando.

La coalizione di centro-destra che governa la Finlandia è determinata a portare avanti una ‘svalutazione interna’, esattamente la politica che ha destinato mezza Europa al ciclo debito-deflazione quattro anni fa e che ha fatto si che il rapporto debito-PIL salisse ancora più velocemente attraverso l’effetto denominatore. Questa politica rischia di essere di per sé controproducente anche per la Finlandia, dato che il debito delle famiglie è oltre il 100pc del PIL.

Il governo non è riuscito ad ottenere un patto sociale con i sindacati, così adesso sta cercando di aggirarli  sgretolandone il potere di contrattazione collettiva – l’ultimo esempio di come il sistema dell’euro erode i diritti dei lavoratori ed è fondamentalmente incompatibile con i valori politici della sinistra. I sindacati hanno lanciato i più grandi scioperi da due decenni a questa parte nel mese di settembre.

Resta per me un mistero il motivo per cui la sinistra europea continua a chiedere scusa per quelle che possono essere descritte soltanto come politiche reazionarie, ma il clima sta finalmente cambiando. Stefano Fassina, un socialdemocratico e vice ministro alla finanza italiano, sta guidando un’iniziativa per creare un’”alleanza di fronti di liberazione nazionale” che abbracci Sinistra e Destra per rovesciare l’ordine della UEM.

Il signor Fassina, il tedesco Oskar Lafontaine, il francese Jean-Luc Mélenchon, e il greco Yanis Varoufakis, hanno aperto uno di questo fronti a Parigi durante il fine settimana, proponendo un ‘Piano B’ di valute parallele e, infine, l’uscita dall’euro se la UEM continua ad applicare politiche di contrazione e ad operare al di fuori del controllo democratico – come sostengono.

La Finlandia si sta scavando una fossa sempre più profonda. Il Fondo Monetario Internazionale ha messo in guardia questa settimana contro  l’adozione di eccessiva austerità e di tagli “prociclici” prima che l’economia sia abbastanza forte da sostenerla.

Il FMI ha parlato a bassa voce ma il messaggio era chiaro. La Finlandia non dovrebbe nemmeno pensare ad un ulteriore carico di contrazione fiscale o a tagliare gli investimenti in un momento in cui il suo output gap è il 3.2pc del PIL.

Le autorità finlandesi hanno ammesso nella loro risposta all’articolo IV del rapporto del FMI che non avevano scelta, perché dovevano rispettare il Patto di Stabilità. Questo è ciò che è diventato in Europa il processo decisionale sulle politiche da adottare.

Alcuni in Finlandia si erano affrettati a lanciare pietre contro la Grecia durante la crisi del debito, apparentemente inconsapevoli in quel momento che anche loro vivevano in una casa dalle pareti di vetro. La loro storia non è poi così diversa dai disastri della UEM che si sono verificati nel Sud.

I tassi di interesse erano troppo bassi per i bisogni della Finlandia durante il boom delle materie prime, e questo ha causato il surriscaldamento dell’economia. Il costo unitario del lavoro è aumentato vertiginosamente fino al 20pc a partire dal 2006, lasciando il paese a secco quando la festa è finita. Il debito pubblico era basso ma il debito privato era alto (similmente a Spagna e Irlanda). La crisi ha colpito più tardi solo perché la bolla delle materie prime non è scoppiata fino al 2012.

Il movimento ‘Fixit’ è un colpo di avvertimento, come lo è l’elezione in Portogallo di una maggioranza di tre partiti di sinistra che giurano di strappare il copione dell’austerità – e ancora bloccati dal formare un governo per un pretesto costituzionale quasi sei settimane dopo la votazione.

La zona euro potrebbe godere in questo momento di una parziale ripresa, grazie allo stimolo di euro a basso costo, petrolio a buon mercato, e quantitative easing, ma ha sprecato un ciclo economico globale completo ed è a corto di tempo per ripristinare le difese prima che colpisca la prossima tempesta globale.

Quando la tempesta colpirà, il debito totale, pubblico e privato, sarà al 270pc del PIL, 36 punti percentuali in più di quanto fosse appena prima della crisi di Lehman nel 2008. La società avrà già subito quasi un decennio di disoccupazione di massa, e il capitale politico delle elites della UEM sarà quasi esaurito.

La domanda deve essere fatta in ogni caso: se l’euro non è fatto per funzionare in quello che dovrebbe essere il paese più competitivo in Europa, per chi può funzionare?

Maurizio e la deontologia professionale

Tranqulli, non mi riferisco a Landini

segnalato da Barbara G.

Attentati Parigi: Belpietro dovrebbe chiedere scusa per almeno due motivi

di Luciano Scalettari – ilfattoquotidiano.it, 21/11/2015

Mi vergogno di essere collega di Maurizio Belpietro. Il fatto che venga definito giornalista mi disturba, e credo che sia lesivo per l’immagine della professione. Perciò ho anche aderito alla petizione lanciata su change.org perché l’Ordine dei giornalisti ne avvii la radiazione. Il primo motivo è che dalle colonne del suo giornale incita sistematicamente al razzismo e all’odio, e chi lo fa non può rimanere fra i giornalisti. La seconda ragione non è meno importante della prima: chi occulta volutamente le notizie non solo non fa informazione, ma non è degno di farla. Ed è esattamente il caso del direttore di Libero. L’ultimo esempio? Ieri, 19 novembre. Belpietro dedica un intero articolo per demolire Maryan Ismail, donna somala e cittadina italiana, membro del Pd e musulmana. Il motivo di cotanta rancorosa attenzione? Maryan ha osato chiedere le scuse di Belpietro per il titolo a tutta pagina di LiberoBastardi islamici, pubblicato all’indomani degli attentati di Parigi. Ben si capisce il livore (razzista) del direttore, è quasi un sillogismo, anzi un paralogismo (cioè un falso sillogismo): se gli islamici sono bastardi, Maryan è islamica, ergo Maryan è per forza una “bastarda”. Un tanto al chilo, come spesso fanno gli intolleranti o gli xenofobi. Ma tant’è. Se poi ci aggiungiamo che è del Partito Democratico, ovvio che l’illustre direttore ci è andato a nozze.

Si potrebbe anche capire, il meccanismo mentale: chi alla parola islamico vede rosso, e tanto più se il rosso (politico) gli fa vedere rosso, è normale che carichi come un toro infuriato. Eppure, in questo caso, c’è di peggio. E ce lo dice lo stesso Belpietro: scrive che fino al giorno prima non sapeva nemmeno chi fosse, Maryan Ismail; che è andato a informarsi su internet (fonti di prim’ordine, direttore! Sprechi almeno qualche telefonata, come si faceva una volta), e là, in rete, ha fatto le sue belle scoperte, cioè che Maryan è nata a Mogadiscio, è figlia di un diplomatico somalo, è esule politica – con tutta la sua famiglia – da molti anni, e vive in Italia a Milano. Ha trovato pure che è nelle file del Pd e che di recente si è occupata della questione, tanto dibattuta, della moschea da costruire a Milano.

Invito tutti a mettere il nome di Maryan Ismail su un motore di ricerca: viene fuori ben altro. La famiglia della donna somala è fuggita dal Paese del Corno d’Africa perché il padre era in dissenso col dittatore Siad Barre, credeva nella democrazia e in uno Stato laico, nonostante la Somalia sia al 99% islamica. Dalla rete emerge anche che Maryan da anni si batte per i diritti civili e contro ogni fanatismo che li nega; si è sempre prodigata, lei, donna somala e musulmana, per i diritti delle donne e in particolare per l’emancipazione delle donne islamiche. E lo ha fatto a prescindere dal colore politico, cercando e dando sostegno a chiunque condividesse i suoi ideali, di destra o sinistra che fosse.

Ma ho lasciato per ultimo l’aspetto più importante: il fratello di Maryan, Yusuf Ismail, è stato ucciso a Mogadiscio il 27 marzo scorso dagli shabab somali, proprio i cuginetti dell’Isis. Era uno dei bersagli del commando che è entrato nell’albergo e ha seminato la morte, in modo del tutto analogo a quanto è accaduto al Bataclan e al ristorante parigino, con le raffiche di kalashnikov e le granate. Ieri, ho sentito Maryan (che conosco da tanto tempo, proprio per le sue battaglie di civiltà, e che mi onora della sua amicizia). La prima cosa che ha detto è: “Mi sento come se avessero ucciso di nuovo mio fratello”. Non può che sentirsi così: Yusuf ha letteralmente dato la vita per combattere l’estremismo e il fanatismo islamico. Non è semplicemente capitato per caso nel teatro di un attentato. È stato assassinato proprio per la sua instancabile azione politica e diplomatica contro “i barbuti” – come li chiamava – che in nome della sua stessa religione sono spietatamente intolleranti, fino a commettere attentati e a uccidere persone inermi e innocenti.

Tutto ciò era facilmente rintracciabile in internet. Perciò, delle due l’una: o Belpietro non sa trovare le notizie, e allora è meglio che cambi mestiere; oppure le ha trovate e le ha taciute, perché gli faceva comodo sparare a zero su Maryan Ismail, musulmana e di sinistra, e in questo caso non è degno del titolo di giornalista.

Mercoledì prossimo (25 novembre) Maryan andrà davanti alla sede di Libero. Belpietro, ora, ha due motivi per chieder scusa. A tutti i musulmani tolleranti e pacifisti, offesi da quel titolo; a Maryan Ismail e alla sua famiglia, perché in un colpo solo ha “ucciso” l’impegno non di una ma di due vite, la sua e quella del fratello Yusuf.

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Radiazione di Maurizio Belpietro dall’Ordine dei Giornalisti

petizione su change.org lanciata da Ivo Mej

Il quotidiano Libero, il giorno successivo alla strage di Parigi, operata da terroristi anti-occidentali, ha dedicato la sua prima pagina ad un servizio anti-islamico intitolato ‘Bastardi islamici’, contravvenendo a tutte le norme della deontologia professionale in materia di incitamento all’odio razziale e di correttezza dell’informazione.

Il servizio è firmato dal direttore del giornale, Maurizio Belpietro che è indegno di rimanere un giorno di più nell’Ordine professionale.

Al Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Enzo Iacopino
Dopo l’ignobile titolo fatto in prima pagina da Libero all’indomani della strage di Parigi, chiediamo la radiazione immediata di Maurizio Belpietro dall’Ordine dei Giornalisti

Aggiornamento del 18/11

Il 26 novembre alle ore 10.00 le firme raccolte verranno ufficialmente consegnate nelle mani del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino. Questi ha dichiarato al sottoscritto di avere attivato personalmente l’Ordine Lombardo per il procedimento disciplinare a carico di Maurizio Belpietro. Iacopino mi ha anche assicurato che la vicenda verrà da lui seguita con attenzione perché l’Ordine lombardo prenda la decisione più opportuna per questo caso, seguendo naturalmente le procedure previste dalla legge.

Non è Leopolda

Civati e Possibile: «Non una Leopolda»

Sinistra. A Bagnoli gli stati generali del nuovo partito-movimento. «Nessuno problema con Sel, ma servono facce nuove, non basta mettersi d’accordo fra noi».

Pippo Civati, leader dell’associazione Possibile © Foto La Presse

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 22 novembre 2015

L’Arenile reloded, un locale sul mare di Bagnoli, il luogo scelto da Pippo Civati per avviare l’iter congressuale (che si concluderà il 7 febbraio), varare regolamento e comitato di garanzia di Possibile: «Avevo promesso il 21 giugno che avremmo seguito un processo di condivisione dal basso per creare il nostro movimento o partito, non importa l’etichetta» spiegava ieri Civati. A Napoli, nell’arco dell’intera giornata, sono arrivati un migliaio di iscritti da tutta Italia (5mila i tesserati totali, secondo le cifre degli organizzatori), il contingente più numeroso dalla Lombardia, seguito da Lazio e Campania.

I lavori iniziano con un minuto di silenzio per gli attentati di Parigi. Poi avanti con i lavori. «Non è un evento, non è una Leopolda, oggi parleremo poco di Renzi e delle sue trovate — attacca Civati -. È un momento programmatico pure serioso, una volta approvata la parte legislativa discuteremo di progetti e impegni, anche in campo sociale come fa Maurizio Landini con la sua Coalizione».

Possibile dovrebbe funzionare così: i comitati territoriali decidono un progetto da portare avanti, che viene condiviso e votato sulla piattaforma internet, «una piattaforma democratica — sottolinea -, non come Casaleggio. La nostra sarà davvero una piramide rovesciata: ogni tre mesi si vota sul web ma prima si sta sul territorio a discutere. Non è un ’like’: facebook senza i banchetti non funziona, ci vuole la pratica politica».

Possibile come via d’uscita dalla struttura partito: «Ideiamo un modello nuovo, lo statuto lascia margini aperti, abbiamo solo due punti fermi: il comitato locale e l’assemblea permanente. Ma non vogliamo fare da soli: offriamo un modello per riorganizzare il campo largo del sinistra. È una formula per tutti quelli che non si riconoscono nel Partito della Nazione, visto che l’Ulivo si è essiccato, ha preso la xylella».

In sala l’età media è intorno ai trent’anni, qualcuno viene dal Pd o dai 5Stelle ma molti sono alla prima esperienza. Nel pomeriggio arriva il segretario del Prc, Paolo Ferrero. Resta aperto il tema dei rapporti a sinistra, spesso descritti come difficili. Con il leader della Fiom, ad esempio, c’era stata tensione sui referendum abrogativi proposti da Possibile: «Con Landini i rapporti sono ottimi — spiega oggi Civati -, certo lui fa un altro mestiere, sono curioso di sapere se la sua Coalizione sociale ha fatto passi avanti: è un modello simile al nostro a cui guardo con interesse. Per quanto riguarda Sinistra Italiana, sono le stesse persone che stimavo prima, non ho alcuna avversità nei loro confronti. È solo che non si tratta di metterci d’accordo tra di noi. Così non si liberano energie nuove. Voglio vedere anche facce diverse dalle nostre. Proviamo a fare un viaggio in Italia come fece Prodi: il suo manifesto è ancora attuale e se Renzi lo leggesse qualche dubbio, secondo me, comincerebbe a porselo».

Stefano Fassina e la pattuglia di Sel ieri erano a Roma alla manifestazione della Fiom: cosa li divide da Civati? «La formazione in Parlamento del gruppo — la replica — che è già un gruppo-partito. Ma la discussione resta aperta, a sinistra abbiamo l’esigenza di non rimanere schiacciati tra Grillo, Renzi e Salvini, modelli molto prepotenti. Se anche noi ci preoccupiamo subito dell’egemonia finiremo sopraffatti dalle formazioni più grandi. Ci sono molte contraddizioni anche nel Partito democratico che primo o poi verranno a galla. La dialettica tra destra e sinistra, che i dem cercano di negare, alla fine spunta fuori: qualche sospetto ce l’avevo dall’inizio, ma se avessi detto ai tempi della prima Leopolda ’Renzi farà le riforme del centrodestra’ mi avrebbero preso per un cretino. Oggi però parla di Ponte sullo stretto, Jobs Act e Sblocca Italia».

Durante la prima sessione di lavori arriva la notizia della candidatura di Antonio Bassolino alle primarie di coalizione del Pd per le comunali di Napoli: «Bassolino e il governatore Vincenzo De Luca sono la prova che Renzi non ha classe dirigente sui territori — il commento di Civati -. Quella di Renzi è proprio una modernizzazione impetuosa e sconvolgente: ha scambiato il futuro con il passato. Non discuto mai le vicende giudiziarie, ma De Luca non bisognava candidarlo, anche perché ha costituito una sorta di Partito della regione, in anticipo sull’intesa nazionale tra dem e Verdini». Da Fassina è già arrivato l’endorsement a Luigi de Magistris: «Il sindaco di Napoli — conclude Civati — cerca un po’ tardivamente il rapporto con i partiti. I comitati locali potranno confrontarsi, ragionare insieme sul tema. Non è una pregiudiziale ma la discussione va fatta. Nel 2011 consigliai il Pd di votarlo, allora la sua candidatura fu interessante perché saltò il Partito della nazionale ante litteram, cioè il blocco che si stava creando, ma è mancato un lavoro di relazione. È stato un sindaco molto ’demagistrisiano’».

Il gran rifiuto (di Landini)

Maurizio Landini e Pippo Civati

di crvenazvezda76

Landini non è un politico. L’ho ripetuto più volte. Questo può essere un pregio o un difetto, e dipende sostanzialmente dai punti di vista e da cosa si voglia da lui.

In molti lo vorrebbero a capo di un soggetto politico che restituisca dignità alla sinistra italiana, estinta ormai da molti anni. Landini è un ottimo sindacalista, ma non è un politico. A mio modesto parere, infatti, non ne ha le doti e (non me ne voglia, peraltro sovente lui stesso lo ammette) neppure la preparazione. Certamente, però, non è né uno sprovveduto né uno stupido. Ancor meno è votato all’autolesionismo.

Tanti, in questo blog e non solo, gli rimproverano di non aver appoggiato i referendum proposti da Civati e il suo nuovo soggetto politico, ‘Possibile’. In sintesi, l’accusa è questa: “Civati ha proposto dei quesiti attinenti ai cavalli di battaglia della ‘Coalizione Sociale’: perché allora Landini non ha aderito e partecipato alla raccolta firme?”.

Ho cercato di spiegare alcune delle ragioni all’indomani del mancato raggiungimento del quorum referendario. Ragioni che sembrano non essere state sufficienti ed esaustive, a leggere le frecciatine lanciate a Landini in questi giorni.

Come ho detto a suo tempo, Civati è un politico. Fa il politico di professione, da anni e ad alto livello. Lui e il suo nuovo movimento possono permettersi una sconfitta, se così può definirsi, ma a mio parere quella sui referendum non lo è stata, dal momento che è servita a dare a ‘Possibile’ una visibilità che non aveva e a creare una base su cui poter dare seguito al suo progetto. Landini, invece, fa il sindacalista, e per di più in uno dei periodi storici peggiori per il sindacato. Lui, o meglio, il sindacato, non può permettersi una sconfitta. Mi spiego: il sindacato non può permettersi di rischiare in un’impresa concepita in pochi giorni da un politico che sino all’altro ieri militava nel partito che ha proposto e approvato quelle riforme che il referendum intendeva abrogare. Già questo dato per me è sufficiente a giustificare Landini e la Fiom, se mai ci fosse bisogno di giustificazioni.

Ma qui nasce un altro problema: Landini e la Fiom rappresentano solo una parte di quella ‘Coalizione Sociale’ che Civati avrebbe voluto al suo fianco nella campagna referendaria. Davvero qualcuno pensa che sarebbe bastato uno schiocco di dita del leader dei metalmeccanici per indurre, così e dall’oggi al domani, ciò e chi sta dietro e dentro Coalizione Sociale a schierarsi? Vi garantisco che non è così semplice. A riprova, domandate a chi, ai tempi di l’Altra Europa per Tsipras, chiese a Landini una qualche forma di endorsement.

Qualcuno obietterà: “Allora perché oggi Landini dal palco di Roma ha lanciato la proposta di una raccolta firme per un referendum sul Jobs Act e sulla riforma del mercato del lavoro?”. Risposta: “Appunto. Si propone un referendum mirato a influire sulle riforme, sbagliate, che incideranno sul mondo del lavoro”.

Vedete, io penso che, se davvero si vuole contrastare con qualche risultato la deriva neoliberista intrapresa da Renzi e i suoi, in un contesto politico che non vede protagonista alcuna forza di opposizione (a sinistra), con un programma che su quei temi e quei valori di sinistra basi il proprio agire, lanciare una proposta referendaria con otto quesiti su temi diversi non è e non può essere la strada giusta. Non può esserlo, se questa battaglia si inizia senza adeguata preparazione, senza una campagna di informazione e sensibilizzazione che crei un’opinione pubblica attorno a quei temi. Non basta, infatti, raggiungere il numero di firme necessario: il referendum bisogna vincerlo, se si vuole incidere.

E in questo momento l’opinione pubblica su quei temi, o su molti di quei temi, ha le visioni più disparate. Sì, su lavoro, ambiente, scuola, riforme, non tutti la vedono come noi. Anche nella cosiddetta ‘Sinistra’ esistono varie correnti di pensiero, vuoi per la scarsa informazione, vuoi per effetto delle politiche e della comunicazione politica degli ultimi anni. Tutto ciò in un Paese che non si può certo dire ‘di Sinistra’, e che ha dimostrato più volte di essere disponibile a compromessi non proprio edificanti e di fottersene dei buoni principi in cambio di qualche beneficio immediato.

Molti giudicano dei privilegiati coloro che godevano dell’articolo 18 rispetto a chi non ha questa tutela o un contratto stabile; i docenti sono per lo più considerati come una casta di fannulloni da rimettere in riga anche grazie a un preside-padrone; nelle trivellazioni si vedono possibilità di sviluppo e benessere; nella riforma elettorale, per come è stata concepita dal governo, uno strumento di stabilità e certezza.

Questi sono i motivi per cui non si può imbastire – dall’oggi al domani – un referendum su temi così diversi, pur legati fra loro e parte di un unico disegno, senza adeguata preparazione e senza una strategia per il dopo. Perché non basta più dire NO, ma si deve anche offrire un’alternativa credibile.

E Civati lo è?

 

Tutti in piazza!

“Not in my name”, sabato a Roma manifestazione dei musulmani contro il terrorismo

L’appuntamento nazionale alle 15 in piazza Santi Apostoli per rispondere alla strage di Parigi.

da Repubblica.it, 19 novembre 2015

Dell’iniziativa si discute oggi anche a Palazzo Reale a Milano, nell’ambito del forum “Libertà religiosa, educazione, sicurezza e sviluppo”, a cui aderiscono decine di autorità religiose ebraiche, cristiane e musulmane, istituzionali ed accademiche. E la Coreis (Comunità religiosa islamica) ha lanciato un appello affinché alla mobilitazione del 21 aderiscano tutti i musulmani, italiani, marocchini, pakistani, senegalesi, turchi, presenti nel nostro Paese. “Noi musulmani – si legge nella nota – condanniamo con forza la recente strage di Parigi, esprimendo il più profondo sentimento di vicinanza al popolo francese e a tutti i familiari delle vittime così barbaramente uccise. Intendiamo perciò lanciare un appello che sappia indicare una solida svolta nei rapporti con la società civile e lo Stato italiano di cui siamo e ci riteniamo parte integrante. Invitiamo quindi tutte le musulmane e i musulmani ad una mobilitazione che, isolando ogni pur minima forma di radicalismo, protegga in particolare le giovani generazioni dalle conseguenze di una predicazione di odio e violenza in nome della religione”. “Questo cancro – proseguono – offende e tradisce il messaggio autentico dell’Islam, una fede che viviamo e interpretiamo quale via di dialogo e convivenza pacifica, insieme a tutti i nostri concittadini senza alcuna distinzione di credo; questa pericolosa deriva violenta rappresenta oggi il pericolo più feroce per il comune futuro nella nostra società”. I promotori dell’iniziativa invitano quindi “tutte le musulmane e i musulmani, tutte le associazioni religiose e laiche, tutti i cittadini italiani alla manifestazione nazionale”.

Ad annunciare la sua partecipazione la Confederazione islamica italiana (Cii): “Ci saremo per ribadire il nostro no categorico a qualsiasi forma di violenza, aggressione e terrorismo – si legge nella nota a firma del segretario Abdullah Cozzolino – e per dimostrare la nostra vicinanza al popolo francese e porgere le nostre condoglianze ai familiari delle vittime e per evitare che si faccia di tutta un’erba un fascio accusando per i fatti accaduti a Parigi un’intera comunità musulmana costituita da un miliardo e mezzo di persone”. La Confederazione islamica ha aggiunto che “noi siamo musulmani pacifici convinti della necessità di trovare un’unità per fronteggiare questa aggressione che lede noi musulmani e di mostrare in questo modo il nostro senso di cittadinanza e di partecipazione per la costruzione di una vita futura pacifica e di convivenza”. La Cii parteciperà alla manifestazione di Roma con tutte le proprie federazioni regionali perché “vogliamo testimoniare davanti alla società civile e alle istituzioni che quanto è accaduto non è ‘in mio nome'”.

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Landini: “Sabato in piazza contro il terrorismo”

Fiom. Non solo contratto e legge di stabilità. Dopo i fatti di Parigi i metalmeccanici Cgil allargano il significato della manifestazione del 21.

di An. Sci. – ilmanifesto.info, 17 novembre 2015

La Fiom ha confermato la propria manifestazione per il contratto il prossimo sabato, ma visti i fatti tragici avvenuti in Francia ha allargato il tema alla lotta contro il terrorismo. Lo ha spiegato ieri il segretario generale dei metalmeccanici Cgil, Maurizio Landini, davanti a una assemblea di delegati riunita a Milano: «Condanniamo in modo totale quello che è avvenuto a Parigi», ha detto. «Lo dobbiamo fare con tutti — aggiunge Landini -, compresi i musulmani, per affermare che bisogna mettere in campo una mobilitazione generale per la lotta contro il terrorismo, contro la guerra e per la pace».

La manifestazione di sabato Unions! Per giuste cause, indetta dall’assemblea nazionale dei metalmeccanici Fiom, fin dalla sua proclamazione ha indicato un percorso più vasto rispetto a quello strettamente sindacale: insieme alle tute blu sfilerà infatti la Coalizione sociale, con studenti, lavoratori autonomi, associazioni, per dire no alla Legge di stabilità targata Renzi e chiedere equità fiscale, un abbassamento dell’età di pensione, investimenti pubblici a sostegno della crescita.

La piazza sarà ancora più folta, e ricca, c’è da scommetterci, perché è la prima occasione offerta agli italiani (se si eccettuano le manifestazioni immediatamente successive agli attentati di Parigi) per offrire solidarietà ai nostri cugini d’Oltralpe e chiedere con forza un impegno per politiche di pace.

Parlando ai suoi, dal palco dell’assemblea di Milano, Landini è tornato a criticare il governo: «Sta cancellando leggi senza discutere con nessuno e senza avere il consenso dei cittadini — ha detto — Dobbiamo porci il problema di cancellare le leggi sbagliate e, al contrario del governo, mettere i cittadini nella condizioni di potersi esprimere e partecipare».

Chiaro il riferimento al referendum che la Cgil intende richiedere per abrogare le parti peggiori del Jobs Act, proposta che verrà sottoposta al voto dei lavoratori tra gennaio e febbraio prossimo, dopo che in dicembre verrà presentato il nuovo Statuto dei lavoratori: «Non è mai successo nella storia del Paese che un sindacato valutasse la possibilità di essere promotore di un referendum abrogativo — ha notato Landini — Deve diventare una battaglia non solo del sindacato, ma di tutti, in modo che ci sia uno statuto per tutte le forme di lavoro, quello dipendente, quello subalterno e quello autonomo».

Quanto al contratto, il segretario Fiom ha spiegato che «il tavolo unitario» che si aprirà il prossimo 4 dicembre con le imprese «è una novità», anche se «le prime dichiarazioni di Federmeccanica non rendono facile» questa soluzione. «C’è la volontà di cercare un accordo», ma «la situazione è molto difficile», ha aggiunto. «Abbiamo alle spalle un accordo separato e non c’è un accordo interconfederale di riferimento».

Tra le richieste della Fiom «il diritto alla formazione, la riforma dell’inquadramento, l’applicazione dell’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio». Su quest’ultimo punto, Landini spiega che «applicarlo significa impedire accordi separati». «Sia il contratto nazionale sia la contrattazione aziendale devono vivere e non possono essere uno sostitutivo dell’altra».

Un’ultima battuta Landini la fa sul papa: «Certo che gli darei la tessera Fiom — ha detto — ma lui non l’accetterebbe. A ragione, perché è il papa di tutti». E se Bergoglio non si iscrive ai metalmeccanici, Landini non prenderà la tessera di Sinistra italiana: «Il sindacato è indipendente e autonomo, non ha forze politiche di riferimento. Abbiamo le nostre proposte e ci interessa discuterle con tutti».

Guerra e droghe

Il terrorismo non si nutre di Corano ma di Captagon

di Marco Perduca – huffingtonpost.it, 19 novembre 2015

In uno dei vari raid di mercoledì 17 novembre effettuati dalle forze speciali francesi a seguito degli attacchi a Parigi, in una stanza d’albergo di Alfortville, una delle banlieue della capitale francese, sono state ritrovati aghi e fili da intubazione. La camera era stata presa in affitto dal pluriricercato 26enne belga Salah Abdeslam. Le analisi della scientifica non hanno ancora determinato se il materiale medico sia stato utilizzato per confezionare le cinture esplosive dei kamikaze o se sia servito a iniezioni ipodermiche. O, magari, per entrambe le cose.

È noto che in tutte le guerre le prime linee usino stimolanti per affrontare in un pieno d’euforia il combattimento (vi siete mai chiesti perché l’eroina si chiami così?), ma era meno noto che queste, anche se chimiche, fossero prodotte là dove sono maggiormente utilizzate. Negli ultimi 10 anni, sia che si tratti di additivo per lo spasso dei giovani ricchi che di stimolante per chi combatte, in Medio Oriente c’è stata un’invasione di amfetamine e in particolare di Captagon.

Se prima della guerra in Iraq del 2003 la produzione era prevalentemente nel sud-est dell’Europa, principalmente in Bulgaria, mentre Turchia, Siria, Giordania e Libano, ma alle volte anche il Paraguay, erano vie del traffico verso i paesi del Golfo, da qualche anno la Siria è diventato il centro di raffinazione di Captagon per tutta l’area. Come la storia del proibizionismo ci insegna, le droghe, oltre a esser sostanze con effetti psicotropi e intossicanti, sono anche delle vere e proprie monete parallele. In tutto il Medio Oriente questa nuova stupefacente moneta si chiama, appunto, Captagon.

Il Captagon è un tipo di fenetillina (nota anche come amfetaminoetilteofillina o amfetillina), cioè uno psicostimolante sintetizzato per la prima volta nel 1961 dalla tedesca Degussa AG e utilizzata per circa 25 anni come farmaco alternativo, e più blando rispetto all’amfetamina nella cura della narcolessia, della sindrome da iperattività e, in alcuni casi, della depressione. Tanto gli importanti effetti collaterali, dovuti ad assunzioni prolungate, quanto l’abuso registrato all’inizio degli anni Ottanta negli Usa, l’hanno fatta inserire dall’Organizzazione Mondiale della Salute nelle tabelle della convenzione Onu sulle droghe del 1988. Reperite la materia prima, e mischiatala a dovere, con poche attrezzature si ottengono della pillole che sul mercato vanno dai 5 ai 20 dollari. Se assunte con la caffeina sono un potente stimolante che garantisce una significativa fonte di entrate di liquidità molto meno complessa da gestire del petrolio e dei reperti archeologici – o degli esseri umani.

Il 26 ottobre scorso all’aeroporto internazionale di Beirut sono state sequestrate due tonnellate di pillole Captagon nascoste in quaranta borse su un jet privato diretto in Arabia Saudita; pare che le autorità di Riyad ne abbiano sequestrate 55 milioni di pasticche nel solo 2014 – che per 5 o 20 dollari fanno… Se, com’è molto probabile, verrà confermato che si tratta anche di sostanze stupefacenti assunte dagli attentatori per doparsi, in aggiunta a tutte le restrizioni alle libertà personali che ci aspettano nelle prossime settimane, ci sarà anche da metter in conto un rilancio allarmista e proibizionista. Non sarebbe la prima volta.

Quel che però non verrà sottolineato con la dovuta attenzione è che non è per via del Corano che si accende la rabbia o si fomenta l’odio, ma piuttosto che senza un prodotto come il Captagon, una soluzione chimica che più laica non si può, non si accendono le furie omicide di un’organizzazione di criminali. Lo dico da antiproibizionsta, cioè da qualcuno che ritiene che anche queste sostanze debbano esser legalizzate per tentare di toglier loro il valore aggiunto della proibizione e, semmai, per creare una possibilità di controllo meno fallimentare, anche per quanto riguarda gli aspetti socio-sanitari, della produzione e commercio di roba come questa.

Come detto, il Captagon ha anche dei potenti effetti collaterali, ma prima che questi possano mettere in ginocchio i terroristi è auspicabile che la comunità internazionale trovi una risposta politica coordinata per “curarli” e “difenderci”.

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