Due storie di autogestione

segnalato da Barbara G.

Abbiamo parlato in passato di alcuni esempi di fabbriche o aziende in crisi occupate e autogestite dai dipendenti. Di seguito riportiamo due vicende che sono giunte ad una fase chiave del loro svolgimento: la prima sembra si stia concludendo nel migliore dei modi, la seconda rischia di arenarsi.

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A un passo dalla vittoria

di Laura Vales – comune-info.net, 28/11/2015

Il riconoscimento anche giuridico dell’autogestione dell’hotel Bauen di Buenos Aires è ad un passo: la camera dei deputati ha approvato l’esproprio dell’hotel a favore dei 130 soci della cooperativa che da tredici anni attuano con successo l’autogestione del Bauen. Se nei prossimi giorni anche il senato approverà il progetto di legge, la proprietà dello storico albergo sarà legalmente attribuita alla cooperativa. L’hotel Bauen è una delle oltre trecento imprese argentine che dalla crisi economica del 2001 a oggi,  sono state recuperate e autogestite dai lavoratori. Il Bauen è stato costruito nel 1978, durante la dittatura e nell’ambito dei progetti per i Mondiali di calcio: questo  grazie a ingenti prestiti da parte del Banco Nacional de Desarrollo, mai restituiti dai proprietari (la famiglia Iurkovich prima, la società Mercoteles poi). Nel 2001 viene dichiarato il fallimento e quindi il licenziamento del personale: ma i lavoratori non si arrendono e nel 2003 lo recuperano e iniziano l’autogestione, dando spazio sia iniziative solidarie e comunitarie che all’accoglienza dei turisti.

Se la settimana prossima il Senato converte in legge il progetto di esproprio dell’Hotel Bauen, che l’altro ieri [25 novembre] ha ricevuto l’approvazione preliminare dalla Camera dei Deputati, la Corte Nazionale incaricata della perizia dovrà fissare il valore dell’edificio di Callao 360, quale risarcimento del debito che il gruppo Iurkovich, vecchio proprietario dell’immobile, ha nei confronti dello Stato.

La situazione dei lavoratori del Bauen sarebbe giuridicamente risolta“, ha detto Federico Tonarelli nella hall dell’albergo, dove, pur senza rilassarsi del tutto, i membri della cooperativa festeggiano i voti che li hanno condotti ad un passo dall’esproprio dell’edificio.

Sono 130 lavoratori che hanno inautogestione l’hotel, chiuso nel 2001 e recuperato nel 2003, quando un piccolo  gruppo di ex dipendenti ha deciso di riaprirlo. Nei tredici anni successivi, sono riusciti a realizzare un esempio di successo: il Bauen [inizialmente] si è sostenuto, in seguito è cresciuto ed ha patrocinato decine di altre esperienze. Tuttavia, a differenza di altre imprese recuperate, il conflitto per la proprietà dell’edificio non era mai stato risolto. Da settembre, la continuità della cooperativa era appesa ad un filo, da quando la giudice Paula Hualde ha emesso una sentenza di sgombero per trasferire l’edificio alla Mercoteles S.A.

La legge che stabilisce l’esproprio potrebbe cambiare tutta la logica della lotta per l’edificio. Succede che mentre il gruppo Iurkovich (proprietario della Mercoteles) lo rivendica per sé, i lavoratori ricordano che, a sua volta, il gruppo ha un debito verso lo Stato, riconosciuto con sentenza definitiva. L’hotel è stato costruito durante la dittatura con prestiti della Banca di stato, nell’ambito dei preparativi per i Mondiali [di calcio] del 78: ma questi crediti non sono stati restituiti.

Hugo Iurkovich, presidente della Mercoteles, ha avvertito che lo Stato “dovrà pagare un’espropriazione di 300 milioni di pesos” ed ha reputato il progetto di legge come un tentativo di “appropriazione indebita”. In un’inserzione pubblicata su vari giornali, l’impresa ha assicurato che l’esproprio “si fonda su menzogne e false accuse respinte in tutti i gradi di giustizia, compresa la Corte Suprema”.

I lavoratori hanno replicato che il gruppo Iurkovich “sostiene che l’edificio è suo, ma non dice che ha un debito milionario con lo Stato”.

“L’ordine di sgombero è stato emesso nell’ambito della procedura del fallimento del Bauen, nella quale si è solo stabilito quale delle imprese ne era proprietaria. Nel momento in cui è stato determinato che era la Mercoteles, un tribunale ha ordinato lo sfratto della cooperativa per consegnare l’edificio. Noi proponiamo un’altra cosa: è stato provato che il gruppo Iurkovich ha debiti con lo Stato.L’esproprio è un modo di chiudere il cerchio e recuperare un debito di quasi 40 anni” ha rilevato Tonarelli.

Il progetto votato alla Camera Bassa è stato redatto dal deputato Carlos Hellere (FPV ) [Frente para la Victoria], che ha raggruppato, sintetizzandoli, altri cinque progetti precedentemente presentati al Congresso. Oltre ai voti dei kirchneristi ha avuto il sostegno delle forze di sinistra e di centrosinistra, come il gruppo del FIT [Frente de Izquierda de los Trabajadores], quello di Unidad Popular presieduto da Claudio Lozano e quello di Victoria Donda, Libres del Sur.

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Grecia, la fabbrica autogestita che chiede di sopravvivere

di Luigi Pandolfi – linkiesta.it, 26/11/2015

È stata costituita dagli stessi dipendenti quando la bancarotta sembrava inevitabile. È gestita in maniera “democratica“ ed è stata indicata come esempio da Naomi Klein. Ma oggi rischia di chiudere per la liquidazione giudiziaria degli immobili. Così è partito un appello al governo Tsipras.

Salonicco, Grecia. Una storia d’altri tempi, verrebbe da dire. Oppure, semplicemente, una storia figlia di questi anni di crisi, in un Paese che la crisi (e la gestione della crisi) la sta pagando duramente, da più di cinque anni ormai, senza intravederne la fine. La Vio.Me (Viomihaniki Metalleytiki), filiale della Philkeram-Johnson, gruppo leader nel settore della ceramica per piastrelle, fino al 2011 era una fabbrica chimica che produceva materiale per l’edilizia. Cementi, collanti e solventi, soprattutto. Questo, fino a quando la direzione non decide di abbandonarla, lasciando a casa decine di lavoratori e tanti debiti, tra cui un milione e mezzo di euro di stipendi non corrisposti.

Colpa della crisi, si disse. Ma i lavoratori hanno sempre sostenuto che l’azienda «non era sull’orlo della bancarotta», nonostante la caduta dell’economia nazionale e le implicazioni dell’austerity. Un calo della produzione, tante bollette non pagate, ma la bancarotta no. O non ancora. In ogni caso, dopo un periodo di comprensibile smarrimento, gli stessi dipendenti prendono una decisione impegnativa, temeraria: occupare gli stabilimenti e gestire direttamente la produzione. E così, il 12 febbraio del 2013, dopo una serie di incontri preparatori ed assemblee molto partecipate, la Vio.Me ritorna a nuova vita, riconvertita in azienda per la produzione di detersivi, ammorbidenti e saponi ecologici. Prodotti senza additivi chimici realizzati solo con sostanze naturali. «Diciamo che trasformare un’impresa chimica e inquinante in una fabbrica attenta all’ambiente – ha ammesso un lavoratore – per noi è stato anche un modo per ripagare un debito alla società».

I primi mesi sono durissimi, come ricordano gli stessi protagonisti. Si inizia riciclando materiali di scarto per autofinanziarsi, accettando aiuti alimentari da parte di organizzazioni non governative e strutture sindacali. Decisivo è anche il sostegno del “Comitato Locale di Solidarietà”, nato intorno al collettivo per iniziativa di cittadini ed attivisti di sinistra. Poi la decisione di costituirsi in cooperativa, per il rilancio dell’azienda e per gestire il lavoro «in maniera democratica». Un’assemblea al giorno, questa è la regola, per decidere chi fa che cosa, secondo il principio della rotazione degli incarichi e delle mansioni.

Ovviamente, il trattamento economico è lo stesso per tutti e tutti concorrono alle decisioni sulla produzione e gli aspetti commerciali. I prodotti, a prezzi piuttosto accessibili, sono distribuiti per la gran parte nei vari circuiti dell’economia solidale, greca ed europea, grazie ad una rete di solidarietà militante creatasi fin da subito intorno all’iniziativa. Non è un caso, d’altra parte, che lo slogan scelto per promuovere la loro attività sia «Date una bella pulita…con la solidarietà!». Paradossalmente, è stata la stessa crisi ad andare in aiuto in questi anni alla nuova Vio.Me, se è vero che oggi il 22 per cento della popolazione ellenica, per risparmiare sul prezzo delle merci, compra direttamente dai produttori e nei circuiti del commercio equo, evitando l’intermediazione di negozianti e delle grandi catene di supermercati.

Nel giugno del 2013 lo stabilimento viene visitato anche dalla nota scrittrice e giornalista canadese Naomi Klein, autrice di libri come No Logo e Shock Economy, che, a proposito dell’impresa, parla di «esempio di resistenza all’economia dello choc», riferendosi alla necessità di sottrarre spazi di produzione e di vita a logiche meramente speculative, e di «critical hope» (Speranza critica) in opposizione al «There Is No Alternative» (Non ci sono alternative). Da piccola storia di sopravvivenza nella crisi greca, quella di Vio.Me diventa, ben presto, una faccenda capace di suscitare simpatia e curiosità a livello mondiale.

Nel frattempo, però, i vecchi proprietari tornano alla carica e tornano anche i fantasmi della liquidazione giudiziaria degli immobili riconducibili alla vecchia società madre. Il rischio che tutto possa finire, insomma, è oggi più concreto che mai. Come fanno sapere i lavoratori in queste ore, infatti, «l’intero lotto di terra su cui ricade la Vio.Me verrà battuto all’asta giovedì 26 Novembre 2015 e per i successivi tre giovedì. Nel caso in cui non venisse trovato un compratore, l’asta proseguirà ad oltranza fino a che non si riuscirà a vendere il terreno, sfrattando di fatto i lavoratori dalla fabbrica».

Si tratta di un appezzamento di terra composto da 14 lotti separati, di cui una parte era stata assegnata dal governo greco alla vecchia società quale «riconoscimento per il “contributo sociale” derivante dalla creazione di posti di lavoro». La loro vendita all’asta servirebbe, ora, per soddisfare i creditori, pubblici e privati, dell’azienda. Invero, la quota di terreno su cui attualmente ricadono gli edifici occupati potrebbe essere scorporato dai restanti lotti, consentendo alla cooperativa di continuare la propria attività. E questo è quello che si aspettano i lavoratori, facendo sapere, nondimeno, che ad oggi nessuno li ha contattati per trovare una soluzione.

Per questa ragione, hanno deciso di lanciare un appello al governo greco, affinché si trovi una soluzione che salvaguardi la loro esperienza. «Chiediamo che il governo greco – scrivono nell’appello – si adoperi per fermare l’asta dei locali della Vio.Me e che offra una soluzione definitiva espropriando la terra e concedendola ai lavoratori, in modo che la fabbrica possa continuare a funzionare sotto il controllo dei lavoratori e secondo un processo decisionale orizzontale».

Ricordano, ancora, che «Syriza è stata tra le varie forze politiche che hanno sostenuto la nostra lotta, esprimendo la propria solidarietà tramite le dichiarazioni e gli impegni ufficiali dell’attuale Primo Ministro verso una soluzione immediata per l’operabilità della fabbrica».

Il timore, adesso, è che le mutate condizioni politiche del Paese, a seguito della sottoscrizione del terzo memorandum, possano condizionare negativamente anche le scelte del partito di governo e di Alexis Tsipras in ordine alla vicenda. Anche per questo, invitano tutti coloro che sono stati al loro fianco in questi anni ad essere presenti giovedì 26 Novembre all’asta per il terreno, «per fermare il loro progetto di cacciare i lavoratori dalla Vio.Me», rivendicando che la “loro” azienda è diventata ormai «uno spazio che da due anni abbiamo trasformato in un posto di lavoro e di libertà». Sarà anche per questo chela storia della Vio.Me ha fatto scuola in altri Paesi europei. Ed in Italia, dove negli ultimi anni, da nord a sud, si sono registrate alcune esperienze similari, anche di successo. Per il governo di Atene, invece, si tratta, adesso, di una questione da affrontare con estrema intelligenza.

 

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One comment

  1. L’esperienza dell’auto gestione delle fabbriche, in Italia identificata con Ri-maflow, avrebbe potuto essere arricchita da innumerevoli esempi, se solo avessimo avuto una coscienza politica più sviluppata.
    penso a Ideal standard, Rock Wool in particolare. Ma tant’è. …

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