Fact checking sui fuoricorso

segnalato da Barbara G.

Il ministro Poletti e il fact checking sui ventottenni fuoricorso

di Mariangela Galatea Vaglio

nonvolevofarelaprof.blogautore.espresso.repubblica.it, 28/11/2015

Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21. Così un giovane dimostra che in tre anni ha bruciato tutto e voleva arrivare. Abbiamo un problema gigantesco: è il tempo. I nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo. Quasi tutti quelli che incontro mi dicono che si trovano a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro e fare la gara con chi ha sei anni di tempo in più diventa durissimo.

Da due giorni, il dibattito serratissimo su questa dichiarazione del Ministro Poletti ferve, in rete e fuori: chi gli dà ragione, dicendo che i nostri laureati sono troppo vecchi ed un po’ bamboccioni, chi difende invece il valore di una laurea presa magari con qualche anno di ritardo ma con una votazione alta, sintomo che comunque il giovane ha una buona competenza da spendere sul mercato.

È una battaglia di opposti schieramenti ideologici, che andrebbe invece ridotta ad un primo e importante interrogativo: ma le affermazioni del Ministro Poletti su quali dati reali si fondano?

Analizziamo la prima frase: “Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21.”

La prima domanda dovrebbe essere: ma in Italia ci si laurea a 21 anni? In linea di massima no. I ragazzi attualmente escono dalle superiori a 19 anni. Certo, ci può essere qualcuno che è anticipatario, è entrato a scuola a cinque anni e non ha mai perso un solo anno di corso di studi, ed esce quindi a 18, ma sono casi abbastanza rari. Quindi uno studente si iscrive all’università a 19 anni, alle volte anche a 19 e mezzo. Ne consegue che, per prendere una laurea di primo grado, cioè il diploma universitario triennale, anche se fa tutti gli esami in tempi record e, come dice Poletti, bruciando le tappe, è assai difficile che a 21 anni sia “laureato”. Ben che vada, consegue il primo titolo di studio universitario a 22/23 anni.

La laurea triennale, però, ancora oggi non dà grandissimi sbocchi professionali, ed il mondo del lavoro preferisce la laurea di secondo livello o specialistica, che richiede due ulteriori anni di studio ed è equiparabile alla laurea del vecchio ordinamento. 3+2 a casa mia, ma presumo anche in quella del Ministro Poletti perché la matematica vale ovunque, vuol dire che il ragazzo consegue la laurea specialistica, anche se va come un treno, a 25 anni.

A 25 anni, ammesso che decida di mettersi in concorrenza con i laureati di altri paesi, è vecchio? No.

Come dimostra questa tabella:

(fonte)

I laureati italiani sono in linea per età ai laureati delle altre nazioni. In media la laurea specialistica (o l’equipollente delle altre nazioni) si consegue a 25 anni. Vale a dire che, se un ragazzo si laurea con la giusta tempistica in Italia comunque non raggiunge, nemmeno scapicollandosi, un titolo di studio equiparabile a quello degli altri paesi europei, ma, quando lo ha conseguito, non è affatto “più vecchio” dei suoi coetanei di altri paesi. A questo punto, non è chiaro di quale ritardo “di sei anni” stia parlando il Ministro Poletti, e con che laureati abbia parlato.

Visto che poi i laureati italiani concorrono ancora, in larga parte, per posti di lavoro sul mercato italiano, che ben raramente sono aperti a laureati stranieri, risulta ancora meno chiaro: prima dei 25 anni in Italia nessuno, nemmeno scapicollandosi a fare esami, può aver conseguito una laurea specialistica.

Il problema è forse che ci sono troppi ragazzi che si laureano ben dopo i 25 anni, cioè fuoricorso? A parte che se il Ministro intendeva questo, lo ha detto parecchio male, anche qua i dati non soccorrono la visione del Ministro.

Se infatti si consultano i dati di Alma Laurea, che ogni anno fotografa la situazione dell’Università italiana, si scopre che il numero dei fuoricorso negli ultimi anni si è drasticamente ridotto:

Grazie alla Riforma sono comparsi, perla prima volta, laureati in età inferiore ai 23 anni, che oggi rappresentano ben il 18%del complesso dei laureati. L’età media alla laurea è oggi pari a 25,5 anni per i laureati di primo livello, 26,8 anniper i magistrali a ciclo unico e a 27,8 per i magistrali biennali (era di 27,8 anni nel 2004,tra i laureati pre-riforma, quando però la maggior parte dei corsi aveva durata legale di 4 anni). Tale miglioramento è dovuto principalmente all’aumento della regolarità neglistudi: i laureati che riuscivano a concludere gli studi universitari rispettando i tempi previsti dagli ordinamenti erano il 15% nel 2004 e sono quasi triplicati nel 2013 (43%).Su cento laureati, terminano l’università in corso 41 laureati triennali, 34 laureati aciclo unico e 52 magistrali. Solo 13 laureati su 100 terminano gli studi fuori corso 4anni o più (mai si era osservato un valore così basso).

[fonte:https://www.almalaurea.it/sites/almalaurea.it/files/comunicati/2014/sintesi-2013.pdf p.8]

Quindi il caso citato dal Ministro a mo’ di esempio, cioè di un laureato 28enne abbondantemente fuoricorso, e che lui presenta come una sorta di “regola” per l’Italia, è in realtà ormai un fatto assai raro. La maggioranza degli studenti universitari consegue il titolo entro i 25 anni, è in regola con gli esami e con i tempi previsti, e si laurea in un’età perfettamente in linea con quella in cui gli altri studenti europei si laureano.

Certo, qualcuno che resta a pascolare a lungo nei corridoi delle Università ci sarà pure, ma ormai rappresenta una minoranza. Poletti dice che lo fanno perché si ostinano a rifiutare voti bassi e quindi ripetono più e più volte gli esami per tenere una buona media.

Può essere, per carità, ma questa deduzione deve essere frutto di indagini fatte personalmente dal Ministro fra i suoi conoscenti, perché non si trova traccia nei dati statistici a disposizione del pubblico di questo fatto. Gli ormai pochi fuoricorso italiani non si laureano in tempo, ma il perché del loro ritardo non è individuabile con certezza.

Ci sarà sicuramente una percentuale, ma a questo punto la minoranza di una minoranza, che forse vuole avere solo votazioni alte per cui ripete più volte gli esami, certo. Più probabile è però, ma qui vado anche io a naso,  che i ritardi siano imputabili ad un insieme di fattori diversi.

Alcuni, per esempio, saranno studenti lavoratori, per cui il ritmo con cui danno esami sarà stato rallentato forzatamente dal fatto che possono studiare solo nel tempo libero dagli impegni lavorativi. Il compito di un Ministro, specie se di sinistra, dovrebbe essere quello di trovare risorse per istituire borse di studio o incentivare i permessi lavorativi pagati, per consentire anche a loro di laurearsi in tempo e senza troppe angosce.

Altro grossa fetta di questa minoranza che resta fuoricorso sarà costituita da studenti che si sono iscritti a facoltà in cui non riescono a ingranare, vuoi perché sotto sotto poco interessati o perché non in possesso di una buona istruzione alle spalle, che consenta loro di dare gli esami universitari velocemente perché non hanno lacune pregresse da colmare. Anche qua un Ministro, specie se di sinistra, dovrebbe ragionare sulle politiche di orientamento nelle scelte del percorso universitario, che nel nostro paese sono molto carenti. Bisognerebbe investire in seri programmi che consentano al ragazzo, prima di iscriversi, di poter capire se una certa facoltà fa o non fa per lui, invece ci mandarlo alla sbaraglio basandosi quasi sempre solo sui desideri della famiglia e sui consigli degli amici, e anche incentivare programmi di tutoraggio all’interno dell’Università, in cui spesso gli studenti si trovano abbandonati e in balia di se stessi, e si perdono per strada perché non sanno come affrontare le difficoltà.

Infine sì, ci saranno pure quelli, pochi e probabilmente ricchi di famiglia, che possono permettersi di vegetare per anni nei corridoi di facoltà, ripentendo per svariati appelli lo stesso esame perché vogliono passarlo con un trenta. Ma, di questi tempi, credo siano davvero una ristrettissima minoranza che vive fuori dal mondo. E che probabilmente ha alle spalle famiglie molto benestanti, disposti a mantenerli a lungo senza fare una piega. Anche perché di solito, quelli così, non hanno l’angoscia di entrare poi nel mercato del lavoro. Quando si laureano, anche se a più di trent’anni, ad assumerli subito con gridolini di giubilo ci pensa papà o lo zio.

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140 comments

      1. velo pietoso (ma se possibile pietroso) su mieli, ultimamente sempre più versione parroco che ci spiega che non dobbiamo invidiare i ricchi e che morendo di fame noi fortunati avremo il paradiso, mentre gli sfortunati ricchi se lo dovranno sudare

            1. non è nemmeno così ciarli, purtroppo voglio vedere un po’ di pubblicità ma c’è sempre Mieli tra uno spot e un altro… anche spengendola ti si ripropone a mo’ di peperone

              1. …CNN, Al Jazeera? Lì non lo invitano.
                Vabbé se sei così “sul pezzo” informati su quanto gli danno di gettone presenza, tienilo monitorato e ti faccio un programma che pubblica sul blog quanto guadagna… un “mielometro”.

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