Il dilemma di Facebook

La bandiera del gruppo Stato islamico a Kirkuk, in Iraq, il 29 settembre 2014. - Ako Rasheed, Reuters/Contrasto
La bandiera del gruppo Stato islamico a Kirkuk, in Iraq, il 29 settembre 2014. (Ako Rasheed, Reuters/Contrasto)

Adesso se tutti si mettono a fare il jihad… sarebbe troppo facile… oplà, prendo il fucile, faccio fuori qualche centinaio di uomini, Allahu akbar e la faccenda è sistemata.

Cavolo no… non si sistemerà proprio niente, puoi essere tu il primo a morire e i problemi saranno il doppio. Dobbiamo unirci, aggregarci adesso”.

Le rispondo semplicemente: “Sì è vero, avevo pensato la stessa cosa, hai ragione”.

Lei va avanti: “Sì ed è soprattutto una verità, a che scopo versare del sangue inutilmente quando si potrebbero fare cose migliori restando a casa. Io quest’anno ho passato il peggiore Ramadan della mia vita, vedendo quello che stanno passando i palestinesi”.

Anche se il mio feed di Facebook mi fa vedere quasi esclusivamente post filojihadisti, tra i miei amici alcuni sono contro. Ma i loro discorsi sono meno visibili. Me ne rendo conto intavolando una discussione.

Posto un nuovo status: “Mi sento perso in questo periodo: niente lavoro, mi rompo”.

Intanto, il mio feed è diventato sempre più difficile da sopportare. Ho l’impressione di navigare su un forum senza filtri. Il “lato b” di 4chan, il sito che permette di esprimersi anonimamente e senza limiti, ma in versione jihadista. Ora ci sono quasi esclusivamente post che mostrano persone decapitate, con il corpo che giace a terra e la testa mozzata posata sulla pancia, o bambini armati. Ho la nausea. Mi scollego.

Fare il jihad in Afghanistan

La mattina dopo, quarto giorno e mente fresca, ho due nuove richieste di amicizia e una persona mi ha contattato in chat. Si tratta ancora di una donna. Ecco cosa mi dice (anche qui il testo della conversazione è stato leggermente modificato per ragioni di comprensione, ndr):

Salam aleikum, non ci conosciamo, tu mi hai chiesto l’amicizia, io vorrei consigliarti insha’Allah. Vedo che sei giovane e sembri molto a posto moralmente, anche io ho vissuto momenti difficili quando ero giovane e la sola cosa che ti farà stare meglio è Allah.

Ti consiglio di andare a pregare alla moschea, di stare il più possibile con persone che ti avvicineranno ad Allah, non che ti allontaneranno, e di riporre la tua fiducia in Allah. Se cerchi lavoro, sappi che tutto viene da Allah, è lui che ti darà un lavoro, perciò fai i sabab per trovarlo e riponi la tua fiducia in Allah. Ti consiglio anche di leggere il Corano tutti i giorni, ti aiuterà, rafforzerà la tua fede insha’Allah”.

Le rispondo subito: “Aleikum salam, grazie per i tuoi consigli. […] Mi sembra di non fare abbastanza per Allah, come hai potuto vedere sono un po’ perso”.

Lei replica: “Di niente, che Allah ti aiuti, chiedi ad Allah di guidarti e lui ti guiderà. Se ti senti perso è normale, succede a tutti, e il fatto che ti sembra di non fare abbastanza per Allah è un buon segno perché dovremmo tutti avere questa impressione in quanto non faremo mai abbastanza per Allah”.

Spiego alla mia interlocutrice dove voglio arrivare: “Ok allora continuo su questa strada. Ma continuo a sentir parlare del jihad alla tv e anche su internet. Tutti criticano la religione di Allah. Io non so cosa devo pensare”.

Lei mi cita un lungo passo del Corano e poi mi confida: “Il jihad è la migliore opera che possiamo compiere per Allah. Per quello che sta succedendo adesso in Siria e in Iraq, in tutta franchezza, io non so veramente se è un jihad legittimo o no perché ci sono così tante informazioni contraddittorie da tutte le parti che è difficile sapere la verità a meno di non andare sul posto.

Qualche mese fa volevo andare ma ho fatto la preghiera della consultazione e alla fine non si è fatto, ok, mi sono resa conto che per le donne e i bambini questo non è il momento di andare.

L’unico consiglio che posso darti è di chiedere sinceramente ad Allah di indicarti la verità, di fare la preghiera della consultazione e di riporre la tua fiducia in Allah.

Personalmente, se fossi un uomo e volessi fare il jihad, andrei a farlo in Afghanistan contro gli americani perché lì sicuramente non c’è il rischio di sbagliarsi”.

Poi va avanti: “Certo quello che vogliono fare, instaurare uno Stato islamico, è una buona cosa. Perciò quello che bisogna sapere è come funziona sul posto eccetera. […] Perché ci sono dei fratelli che partono con buone intenzioni ma non hanno conoscenze approfondite e si ritrovano a fare cose haram (proibite) senza saperlo.

Non so, per esempio ho visto un video dove tagliavano una mano a un ladro. Ma nella sunna, è una cosa che deve essere fatta bene, in un colpo solo. E lì usavano un coltello piccolo, come per tranciare un montone. E non è così che si fa. Oppure decapitare la gente ed esporre le teste su dei pali, credo che anche questo non siahalal (lecito). Il profeta (la pace sia con lui) ha detto di non spezzare le ossa dei morti perché è come spezzare le ossa dei vivi”.

Per concludere, la mia interlocutrice mi confessa di aver rinunciato a partire per la Siria con i suoi bambini dopo aver ascoltato dei discorsi dello sceicco al Maqdisi, che nei suoi video spiegherebbe che ci sono numerosi stupri. Dice anche di aver conosciuto su Facebook dei jihadisti che si trovano in Siria e che potrebbero organizzare la cosa, e che vuole darmi i loro contatti. Ci lasciamo qui, e poi nessun’altra notizia.

Dopo qualche giorno passato sul mio falso profilo Facebook, mi rendo conto, discutendo con la maggior parte dei miei “amici”, che c’è una netta differenza tra l’immagine che esibiscono sui social network e la realtà.

Alcuni di loro si sono creati un’identità tronca. Pubblicano foto di jihadisti in Siria, ma in realtà non si trovano lì. Qualche volta hanno pensato di andarci, ma solo pochissimi hanno fatto il grande passo (vedi sotto). Così coltivano tutti insieme le loro fantasie sull’autoproclamato Stato islamico, la Siria e l’Iraq. A volte con foga e violenza ma, a quanto posso vedere, senza passare all’azione.

Comincio una conversazione con un’altra persona, che posta molte foto del jihad:

“Non ci conosciamo ma mi sono permesso di aggiungerti perché mi sono piaciuti i tuoi post, e in questo periodo mi faccio delle domande sul jihad e così via. Tu pensi che bisogna andare a combattere?”.

Mi risponde con diffidenza: “Akhi evita questo tipo di discussioni soprattutto qui. Ti spiego su Skype insha’Allah.”

Lascio perdere, per me è impossibile parlare su Skype, si accorgerebbe subito che non sono chi dico di essere. Faccio esattamente la stessa domanda a un altro contatto. Si trova in Siria. Ne sono quasi sicuro perché posta regolarmente dei selfie che lo ritraggono in azione. Mi risponde: “Certo akhi, è un obbligo.”

Gli chiedo quali sono i passi da fare, mi promette che me lo dirà il giorno dopo. L’indomani, quando torno, il suo account è chiuso. Impossibile sapere se sia stato lui o Facebook a disporre la chiusura.

Non c’è un algoritmo per individuare i jihadisti

In un articolo sul jihad in internet, France 24 spiegava: “Twitter e Facebook chiudono già gli account affiliati ai movimenti terroristi ed estremisti quando esortano alla violenza”.

Ma come si fa a sapere se sono “affiliati ai movimenti terroristi ed estremisti”? Un utente che mette “mi piace” alla pagina dell’autoproclamato Stato islamico è un account affiliato?

Gilbert Ramsey, esperto di reti islamiche e di internet, spiega a France 24: “Per combattere la propaganda online non bisogna prendere di mira i contenuti, ma quelli che la diffondono, e non c’è un algoritmo per individuare chi chiamerà al jihad online”.

È esattamente la mia impressione. Facebook non ha alcuno strumento che le permetta di distinguere con certezza le persone che chiamano al jihad da quelle che si mostrano semplicemente a favore dell’autoproclamato Stato islamico. E Facebook si ritrova in una situazione complessa e paradossale: il motivo del suo successo – ossia creare e mantenere delle comunità di interesse – è anche ciò che ne fa lo strumento migliore della propaganda jihadista. Il social network è intrappolato nel proprio algoritmo. A meno di non esercitare una censura troppo pesante, poco costruttiva e ingiusta, i suoi margini di manovra sono scarsi.

L’Unione europea è ben consapevole del problema, poiché ha chiesto ai colossi americani della rete di adottare misure efficaci per combattere la propaganda dell’Is su internet. Ma Facebook cosa può fare? Se modificasse l’algoritmo, perderebbe la propria essenza.

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