Cha cha cha della segretaria

di Lame

Leggevo stamattina l’agghiacciante resoconto di un comizio di Donald Trump (http://www.theguardian.com/us-news/2015/dec/08/donald-trump-rally-psychology-humor-fear).
Vi si narra di come Trump conquisti le folle prima di tutto facendole ridere – ricorda niente? – poi portandosele dietro nel suo mondo di paura e terrore e infine le trascini all’unica, a quel punto, possibile risposta: l’eliminazione dell’ “altro”. Più o meno fisica.
Mi sono domandata come mai sia così facile per lui – ma ovviamente non è l’unico nel mondo, solo il più truce al momento – giocare la carta della paura e del terrore.
Sento già i vostri commenti: ma che domande fai? Ovvio che, dati i fatti che si susseguono, le persone abbiano paura e che sia facilissimo portarle sulla strada del panico.
La segretaria che è in me però non è incline alle risposte facili.
E quindi ripeto la domanda. Perchè in questi tempi disastrati la paura è così facilmente attivabile? Perchè la paura riesce a diventare pressochè l’unico sentimento collettivo che si attiva? E uno così pervasivo da impedire l’esistenza di ogni altro sentimento possibile?
Perchè, a ben pensarci, questi non sono gli unici tempi in cui abbiamo avuto paura.
Posso ricordare, solo per restare ad esempi italiani, le bombe che scoppiavano in Italia nelle stazioni o sui treni? Era un terrore casuale anche quello. Colpiva persone innocenti anche quello e nessuno poteva dire “a me non toccherà mai”.
La differenza che vedo con quel periodo, solo per fare un esempio, è il fatto che a fronte della paura, che c’era ed era concreta, ci fu anche un’altro sentimento. Una reazione collettiva di rigetto che, psicologicamente, attivava un altro sentimento, il coraggio. Oggi quel coraggio non lo vedo.
Dov’è andato a finire? E, soprattutto, perchè non si attiva?
Ogni tempo ha le sue minacce. Di portata commisurata alla situazione.
Quindi una minaccia degli anni ’80 aveva – per chi viveva in quel tempo – la stessa forza intimidatoria delle minacce a cui siamo sottoposti oggi.
Cos’è cambiato da allora?
E quel che mi pare di intuire è che questa sottomissione totale alla paura è conseguenza di un’abitudine che si è incistata in noi negli ultimi vent’anni. L’abitudine a non avere dimensione dialettica del pensiero. L’incapacità di concepire un mondo articolato e non sempre uniforme di idee. L’incapacità di valorizzare il dissenso come un arricchimento. (Gli esempi in questo senso si sprecano oggi in Italia, dice la segretaria).
Penso – ma ovviamente essendo solo una segretaria posso sbagliare – che questo modello di pensiero razionale (razionale?) si sia replicato in noi anche come schema psicologico. Ovvero, se non concepiamo la dualità o la pluralità del pensiero come una ricchezza, non riusciamo più nemmeno a vedere la dualità dei sentimenti. Quindi, ad un sentimento sollecitato dagli eventi non siamo più in grado di contrapporre il suo antidoto. E per questo restiamo preda indifesa di chi fomenta il sentimento principale.

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http://time.com/4143003/kareem-abdul-jabbar-donald-trump-isis/

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89 comments

  1. cresce la paura perchè c’è tanto vuoto, di senso e di troppe altre cose, che non sono acquistabili al supermercato, nemmeno a quello della vita ridotta a spettacolo, ad uso di una poltica degli affari che nasconde, in Italia nello stesso modo da quando esiste, la medesima cialtroneria.
    Piove governo ladro, lo stiamo constatando per l’ennesima volt con le bnche, non è un modo di dire: è un modo di essere, di vivere

    1. Mi pungerebbe vaghezza di fare una battutaccia sul tipo di località “leopoldina” che gli uomini apprezzerebbero assai.

      #civorrebebunlivornese

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